Giulia e Nael - Una sorpresa per il maranza (16)

scritto il 2026-10-06 tempo di lettura 40 min

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trio
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A−

Adele è la persona a cui dico tutto. Lo è da quando avevamo undici anni, lo stesso banco in seconda media, lei che mi passava i bigliettini e io che li tenevo nel diario come se fossero prove. Ora frequentiamo lo stesso liceo, sezioni diverse. Ci vediamo all’uscita, nei corridoi, la sera. Non ho bisogno di spiegarmi con lei. Lei sa già.

È più piccola di me. Poco meno di un metro e sessanta, fisico minuto, i fianchi un filo larghi per l’altezza, il seno piccolo, quasi ancora da ragazzina. Pelle chiarissima, lentiggini sul naso e sugli zigomi, occhi verdi vispi, capelli rossi naturali lunghi fino a metà schiena. Labbra carnose, sorriso che le prende tutta la faccia. Bellissima in un modo diverso dal mio: non seno e curve, ma faccia, luce, intelligenza. È sveglissima. A scuola va meglio di me senza sforzo, e lo sa, e non me lo sbatte in faccia.

Nel sesso è stata precoce in un modo che a me, vergine fino a Nael, sembrava un altro pianeta. Le prime cose, masturbazione reciproca e bocca, già in seconda media. La verginità in terza. A diciotto anni ha un bagaglio che io non avrò mai in quel senso: una ventina di ragazzi, qualche storia durata mesi, parecchie scopate e via. Me le ha raccontate tutte. Io le ho raccontato il niente, poi Nael.

Quella sera in discoteca, a inizio estate, c’era anche lei. Ero tornata dal parcheggio con le ginocchia molli e la bocca ancora calda. Adele mi aveva guardata, annusata, non in modo volgare, da amica che conosce, e mi aveva detto, piano, mentre le altre parlavano:

«Hai il suo odore addosso. E in bocca.»

Il giorno dopo le avevo detto tutto. Le dimensioni. Il modo. Come mi aveva tenuta. Lei ascoltava compiaciuta, felice del mio entusiasmo, senza il giudizio che temevo da chiunque altro. Nelle settimane dopo le avevo raccontato la sottomissione, l’anale, la mia prima volta in cui lui era stato dolce, Francesca, Marco, la chiavetta, lo scat. Tutto. Adele non si era mai tirata indietro. «Se ti fa sentire viva,» diceva, «allora va bene. Basta che sia tu a decidere dove fermarti.»

L’altro ieri, nel pomeriggio, c’era stato lo strap-on. Ieri sera uscimmo dopo cena. Aria di fine settembre, panchina dietro il liceo, bottiglietta di succo che non bevevamo. Le raccontai. Non a pezzi. Tutto: il gelato, Amazon, il nervosismo di lui, il per favore, la gola, le due sborrate, il buco slabbrato sotto le mie dita, il «mi hai sfondato».

Adele ascoltava con gli occhi verdi fissi, un sorriso che le cresceva.

«Cazzo, Giulia.» Rise piano. «L’hai fatto crollare. Il tuo maranza. Con uno strap-on. Sono fiera di te.»

«Non è solo quello» dissi. «Dopo mi ha chiesto una cosa.»

«Dimmi.»

«Una cosa a tre. Io e un’altra. Lui che ci guarda, che mi scopa mentre io sto con lei. Ha detto che non è perché non gli basto. È che lo eccita l'idea di vedermi con un'altra.»

Adele inclinò la testa. I capelli rossi le scivolarono su una spalla.

«E ha un nome?»

Esitai un secondo. Poi no.

«Ha detto te.»

Lei non si offese. Non rise subito. Si morse il labbro inferiore, quello carnoso, e mi guardò come mi guarda quando sto per dire una cosa vera.

«E tu?»

«Io gli ho detto che ci stava. Che avrei sondato. Senza bruciare tutto.» Presi fiato. La panchina era fredda sotto le cosce. «Adele. Sei tu che voglio. Non una a caso. Tu sai tutto. Tu non mi giudichi. E non è solo per lui. Qualche volta, quando ci baciamo per scherzo, io non scherzo del tutto.»

Restò zitta. Il succo nella bottiglia faceva un rumore piccolo. Poi sorrise, quel sorriso che le prende la faccia.

«Lo sapevo» disse. «I baci. Non erano solo baci. Almeno non per me.»

Il cuore mi saltò.

«Davvero?»

«Giulia.» Si avvicinò. Odore di shampoo alla mela, pelle chiara, lentiggini. «Ti ho vista nuda cento volte. Spogliatoi, casa tua, casa mia, quella volta al mare in cui ti si era slacciato il costume e hai fatto finta di niente. Ti ho limonato quando eravamo ubriache e quando non lo eravamo. Non sono andata oltre perché tu eri tu, la vergine perfetta di Francesca, e io non volevo essere quella che ti spingeva. Adesso non sei più quella. Adesso mi racconti che ieri gli hai sfondato il culo e che lui ti ha chiesto me.» Si fermò. Gli occhi verdi mi tennero. «Quindi sì. Ci sto. Ma dimmi cosa vuoi da me, esattamente. Non la versione per lui. La tua.»

La baciai. Non come le altre volte. Bocca aperta, lenta, la sua lingua che conoscevo e non conoscevo. Sapore di succo e di lei. Quando ci staccammo aveva le guance rosse sotto le lentiggini.

«Voglio la tua bocca» dissi. «Sulla mia. Sulla fica. Voglio vederti mentre lui ci guarda. Voglio che sia vero, non un favore. E voglio che dopo possiamo ancora sederci su questa panchina.»

Adele rise, piano.

«La panchina non si tocca. Il resto mi eccita. Davvero. Non per fare un piacere alla coppia perfetta. Perché sei tu.» Si fermò. Il sorriso le si fece più stretto, più curioso. «Una cosa, però. Nael avrà rapporti anche con me? O io sto solo con te e lui guarda?»

La domanda mi arrivò dritta. Non l’avevo ancora detta ad alta voce.

«Ti darebbe fastidio se sì?» chiese ancora, prima che rispondessi. «Ti ingelosisce? Perché se ti ingelosisce, io con lui non ci sto. Con te sì. Con lui no.»

La guardai. Gli occhi verdi, vispi, senza scherzo.

«Tu lo vuoi?» chiesi.

Adele non abbassò lo sguardo.

«Sì. Perché un cazzo così non l’ho mai preso. Me l’hai descritto per settimane. Venti e qualcosa, circonciso, enorme. Voglio sentirlo. Non per portartelo via. Per sapere com’è. E per vedere la tua faccia mentre succede.»

Annuii. La gelosia c’era, da qualche parte, piccola. Non vinse.

«Per me è ok» dissi. «Non posso essere gelosa di te. Sei Adele. E comunque io faccio quello che vuole Nael. Se lui vuole scopare anche te, ci sta. Non è un tradimento. È la cosa che ha chiesto, e tu sei quella giusta.»

Adele espirò, come se avesse tenuto il fiato.

«Allora come la mettiamo? Gli scrivi stasera? “Adele ha detto sì”?»

Scossi la testa. L’idea mi era arrivata mentre la baciavo, già intera.

«No. Non glielo diciamo.»

Adele alzò un sopracciglio.

«In che senso.»

«Nel senso che lui pensa che io stia ancora sondando. Che non sa. Che magari tu dici di no.» Mi avvicinai ancora. La voce mi uscì più bassa. «Domani. Dopo la scuola. Alle due e un quarto, l’ora in cui viene sempre. Tu e io pranziamo da me. Una cosa leggera, così non siamo appesantite. Insalata, un po’ di pane, niente di pesante. Poi saliamo. Voglio che entri in camera e ti trovi già lì. Nel mio letto. Nuda. Non presentata. Non un “ciao, c'è anche Adele”. Una sorpresa. Lui che apre la porta e vede i tuoi capelli rossi sul mio cuscino.»

Adele restò ferma un secondo. Poi le uscì una risata vera, corta, di gola.

«Sei diventata cattiva.»

«Un po’.»

«E a lui piace essere sorpreso? Il tuo padrone?»

«Ieri gli è piaciuto essere sfondato» dissi. «Domani può scoprire che la rossa di cui ha parlato in macchina è già nel letto della sua ragazza. Senza che lui abbia deciso l’ora. Senza che abbia potuto fare il maranza all’ingresso.»

Adele mi guardò a lungo. Vispa. Interessata. Un filo pericolosa.

«Nuda» disse. «Non in intimo. Se lo facciamo, lo facciamo bene. Io sotto le tue lenzuola, o sopra, come vuoi tu. Tu che lo fai salire. Lui che entra. E io che non mi copro.» Si passò una ciocca dietro l’orecchio. «Però una cosa. Prima di lui, un minuto. Tu e io. Non per consumare tutto. Per sapere che non sto recitando. Un bacio vero nel tuo letto. La mia mano su di te. Poi entra lui. E se mi vuole, mi prende.»

Annuii. Mi era venuta la pelle d’oca, e non era l’aria.

«Si, facciamo così. E non glielo diciamo. Nemmeno un indizio. Domani esci con me, pranziamo da me, e alle due e un quarto lui apre la porta.»

Adele sorrise, quel sorriso che le prende la faccia, e mi baciò di nuovo. Più corto. Più deciso.

«Allora non scrivergli che ho detto sì» mormorò contro le mie labbra. «Scrivigli solo l’ora. Come sempre. Il resto glielo facciamo trovare.»

Restammo sulla panchina ancora un po’, ma la decisione era già presa e Adele non sa stare ferma quando ha deciso. Mi rubò il succo, fece una smorfia, me lo restituì.

«Schifo. Domani a pranzo niente di questa roba. Insalata. Pane. E poi io nuda nel tuo letto come un regalo di Amazon.»

«Sei volgare.»

«Sei tu che mi ci metti.» Mi diede una spallata. «Se ridi quando entra, ti uccido.»

«Se ridi tu, ti uccido io.»

«Io non rido. Io sorrido. È diverso. È da rossa intelligente.»

Ci alzammo. All’angolo mi baciò corto, da amiche, ma mi morse il labbro prima di staccarsi.

«Domani nei corridoi faccia da santa» disse. «Se ti viene da ridere, morditi. Tanto nessuno capisce un cazzo.»

«Tu meno di me.»

«Io zero. Sono un angelo.»

Se ne andò con i capelli che le battevano sulla schiena. Io tornai a casa senza scrivere a Nael. Volevo quel messaggio pulito. Solo l’ora. Come sempre.

Il giorno dopo la vidi prima della prima ora, stesso piano, sezioni diverse. Veniva dai laboratori con lo zaino su una spalla. Mi vide e non accelerò. Mi passò accanto, mi sfiorò il polso con due dita e, a voce da corridoio, disse:

«Hai dormito?»

«Poco.»

«Bene. Vuol dire che ci hai pensato.» E se ne andò, già oltre, come se avessimo parlato di un compito.

All’intervallo ci incrociammo alle macchinette. Gente ovunque. Adele prese un tè, io niente. Si appoggiò al muro, spalla contro spalla, e guardò il corridoio.

«Cinzia?»

«Adesso.»

«Leggero. Se mi fai mangiare la pasta svengo sul tuo ragazzo.»

«Sarebbe un ingresso memorabile.»

«Giulia.» Mi diede un calcetto alla scarpa, piccolo, da sotto. «Due e un quarto. Io esco all’ultima. Tu non fare la scema e non scrivergli altro.»

«Solo l’ora.»

«Brava.» Alzò due dita, senza sorridere troppo, e si allontanò col tè. Da lontano, voltandosi appena, mimò con la bocca: nuda. Io alzai gli occhi al cielo e tirai fuori il telefono, la faccia da studentessa, il cuore no.

A Cinzia scrissi che Adele pranzava con me. Qualcosa di leggero. Lei rispose dopo un po’, come sempre:

Va bene Giulia. Vi lascio l’insalata in cucina. Non fate tardi, e buona giornata.

Poi Nael.

Puoi venire alle 2 e un quarto? Come sempre.

La risposta arrivò prima della fine dell’intervallo. Un pollice in su. Sotto: ok.

Nient’altro. Rimisi il telefono in tasca. Alle due e un quarto lui avrebbe aperto la porta. E Adele, se non ridevamo prima, sarebbe già stata nel mio letto.

All’uscita prendemmo lo stesso bus, quello per il mio quartiere. Era pieno. Gente in piedi, zaini, un ragazzo con le cuffie. Noi trovammo due posti in fondo, spalla contro spalla, e parlammo sottovoce come si parla di una cosa che non deve arrivare al sedile davanti.

«Cinzia ha lasciato l’insalata» dissi.

«Bene. Non voglio ruttare sul tuo ragazzo.»

«Adele.»

«Che c’è. È logistica.» Mi sfiorò il ginocchio con il suo, piccolo, e abbassò ancora la voce. «Alle due e un quarto. Io nel letto. Tu che apri. Se ridi ti mordo.»

«Se ridi tu ti chiudo in bagno.»

«Non rido. Sorrido. Da rossa.»

Il bus frenò. Una signora ci guardò un secondo, senza capire. Adele le fece il sorriso da brava e tornò a me.

«Respira» disse. «Sembri quella che ha copiato.»

«Ho copiato.»

«No. Hai organizzato.»

Scendemmo alla mia fermata. Casa vuota, come sempre a quell’ora. Cinzia aveva lasciato l’insalata in cucina, pane, due forchette, un biglietto: Giulia, è in frigo. Non finite il pane. Mangiammo in piedi, in fretta, senza fame vera. Poi salimmo.

In bagno Adele prese il mio spazzolino elettrico prima di me. Lo accese, un po' di dentifricio e se lo passò sui denti, mi guardò nello specchio.

«Questo» disse, la bocca piena di schiuma, «l’avrai usato mille volte sulla fica.»

Risi di gusto. Ci guardammo attraverso lo specchio.

«Confermo.»

«Anch’io. Il mio è nero. Il tuo è bianco. Da santa.» Me lo passò. «Sciacqua bene. Dopo ti bacio.»

Mi lavai i denti. Lei si sciacquò la bocca e si appoggiò al lavandino, già più vicina del necessario.

«Doccia?» chiese.

«No. A Nael piace l’odore. Quello vero. Non il bagnoschiuma.»

Adele annuì, come se fosse una regola di casa.

«Allora fammi vedere i giocattoli. Quelli dell'atro ieri. Non quelli di tua madre.»

Aprii il cassetto. Lo strap-on nero, l’imbracatura viola, il plug, il gel. Adele prese subito lo strap-on. La pesò. La girò. Fece una faccia tra lo stupito e il divertito.

«È grosso.»

«Sì.»

«E tu gli hai davvero scopato il culo con questo.»

«Sì.»

Mi guardò. Gli occhi verdi, vispi, un sorriso che le tirava la bocca.

«Giulia. La figlia perfetta. Con l’imbracatura viola. E il maranza a pecora.» Rise, piano. «Sei peggio di me. Io almeno i cazzi me li faccio mettere. Tu glieli metti.»

«Non è paragonabile» dissi. «Al suo. Lo strap-on è grosso. Il suo è un’altra cosa. Più duro. Più caldo. Più lui.»

Adele lo rimise nel cassetto. Chiusi.

«Allora voglio vedere l’originale. Non la copia.» Si voltò verso di me. «È ora di spogliarsi?»

«Sì.»

Si tolse la felpa. La maglietta. Il reggiseno, piccolo, chiaro. Il seno le restò com’è, piccolo, i capezzoli rosa chiaro già duri per l’aria e per il resto. Poi i jeans, le mutande. Restò nuda davanti a me, in mezzo alla mia camera, i capelli sulla schiena.

Minuta, le spalle strette, la vita sottile, il culo piccolo e tondo. Lentiggini anche sulle spalle, poche, e sulla pancia. Le gambe belle, i piedi piccoli. E in mezzo, la fica. Labbra rosee, non chiuse del tutto, un po’ aperte, lucide. Non era rasata. In alto, sul pube, un ciuffo curato di peli rossi, vistoso, morbido, tagliato con cura. Sotto, le labbra più pulite, rosa, il clitoride appena visibile. Il contrasto, il rosso sul chiaro, la pelle quasi trasparente, quel ciuffo messo lì apposta, mi fermò la bocca.

«Li lascio» disse, seguendo il mio sguardo. «I maschi impazziscono. Dicono che è da rossa vera. Tu che ne pensi?»

Non risposi subito. La guardai ancora un secondo, il ciuffo rosso, le labbra rosa, il sorriso che non era imbarazzo. Poi il campanello.

Adele non si coprì. Si sdraiò. Io scesi come sempre, la faccia da ragazza che ha mangiato un’insalata e nient’altro. Aprii. Nael era lì, tuta, scarpe, le chiavi della Clio ancora in mano. Lo sguardo da maranza che si ammorbidisce solo quando mi vede. Lo baciai sulla porta, corto, normale. Non tremavo. O tremavo dove non si vede.

«Sei in ritardo di due minuti» dissi.

«Non trovavo parcheggio. Ho girato l’isolato.» Mi guardò. «Tutto ok?»

«Tutto ok. Andiamo su.»

Non gli presi la mano. Non gli dissi niente di più. Salimmo. Io davanti, lui dietro, i gradini di sempre. Il cuore mi batteva in gola e nella fica, e la voce, quando parlai, uscì uguale a ieri.

«Tu, amore? Tutto bene?»

Non attesi risposta. Aprii io. Entrai prima. Spalancai la porta e gli feci strada, un passo di lato, come si fa quando si entra in una stanza vuota.

Non era vuota.

Adele era sul mio letto, a pancia in su, un po’ di lato, appoggiata su un gomito. Completamente nuda. I capelli rossi sul cuscino, la schiena chiarissima, il seno piccolo con i capezzoli rosa già duri. Sorrideva. Non un sorriso di scusa. Un sorriso da chi ha deciso. Una gamba distesa di lato, il ginocchio appena piegato. L’altra con la pianta del piede sul materasso, la coscia aperta verso l’alto. La fica in bella mostra: labbra rosee, un po’ aperte, lucide, e sopra il ciuffo rosso, curato, vistoso, messo lì apposta. Non si coprì. Non si mosse. Guardò Nael come si guarda qualcuno che si aspettava.

Io sentii il calore salirmi in faccia e tra le gambe insieme. Orgoglio. Paura piccola. Eccitazione netta. L’avevamo fatto. La sorpresa era vera. Adele, la mia Adele, nuda nel mio letto, e io che non avevo tradito niente fino alla porta. La guardai un istante. Lei mi guardò. Un lampo, da complici. Poi tornò a lui.

Nael si fermò sulla soglia.

Non parlò. Lo vidi prendere la scena a pezzi: i capelli, il seno, il ciuffo, la fica aperta, il sorriso. La tuta non nascondeva niente. Il respiro gli si fermò un secondo, poi ripartì più corto. Lo sguardo da maranza gli cadde. Restò quello di un ragazzo di vent’anni che aveva chiesto una cosa in macchina e se la trovava già nel letto, senza averla decisa, senza aver potuto fare il duro all’ingresso.

«Cazzo» disse, basso.

Adele inclinò appena la testa. Il ciuffo rosso si mosse con lei. Non c’era presentazione. Si conoscevano. Di vista, di discoteca, in giro per le vie del centro, in piazza. Non si frequentavano. Non serviva un nome nuovo.

«Ciao» disse. «Giulia dice che mi cercavi.»

Io restai un passo indietro, la mano ancora sulla porta, il cuore in gola. Per la prima volta da quando lo conoscevo, Nael non sapeva da che parte entrare.

«Entra» dissi. La voce mi uscì più ferma di quanto mi sentissi. «Non stare in corridoio.»

Fece due passi. La porta la chiusi io. Il clic fu piccolo e definitivo. Nella camera c’eravamo noi tre, il letto, e il profumo di Adele che non era il mio: pelle chiara, shampoo alla mela, fica già un po’ calda.

Nael si passò una mano sulla nuca. Il maranza, per un secondo, non c’era. Le chiavi della Clio gli restavano in tasca, inutili.

«Mi avevi detto che sondavi.»

«Ho sondato.» Mi avvicinai, gli presi il bordo della felpa, non per spogliarlo. Per tenerlo. «E non te l’ho detto. Volevo vederti così.»

Adele rise, piano.

«Così come? Impalato?»

«Così» dissi. «Senza la battuta pronta.»

Nael la guardò di nuovo. Più a lungo. Il seno piccolo, i capezzoli rosa, le lentiggini sulla pancia, le labbra della fica che si aprivano appena quando lei respirava. Lo vidi deglutire. Sotto la tuta il cazzo gli si era già mosso. Lo conosco. Non ha bisogno di molto.

«Adele» disse. Non una domanda. Il nome che già sapeva.

«Nael.» Si tirò su un poco sul gomito. I capelli le caddero su una spalla. «Giulia mi ha detto che mi volevi nel letto. Io ci sto. Con lei. E con te, se mi vuoi. Non sono un favore. Sono qui perché mi va.»

Lui annuì, lento. Poi mi guardò. Cercava il permesso anche se glielo avevo già dato in macchina, senza nome.

«È ok» dissi. «Te l’ho detto. Quello che vuoi. Lei lo sa.»

Adele allungò una mano verso di me, non verso di lui. La presi. Mi tirò sul letto, di lato, vestita ancora, tra lei nuda e il bordo. Mi baciò. Davanti a lui. Bocca aperta, lenta, la lingua che conoscevo dalla panchina e che adesso sapeva di dentifricio e di decisione. Nael non si mosse. Sentii il suo sguardo sulla nuca, sulle nostre bocche, sul seno di Adele che mi premeva il braccio.

Quando ci staccammo lei aveva le guance rosse sotto le lentiggini. Io anche.

«Un minuto» disse Adele, a lui, senza voltarsi del tutto. «Un minuto io e Giulia. Poi sei dei nostri.»

La sua mano non restò ferma. Salì, piccola e calda, e mi prese un seno sopra il reggiseno. Il pollice trovò il capezzolo attraverso la stoffa. Strinse. Io le respirai in bocca. Nael, ai piedi del letto, non parlava. Sentivo il suo sguardo come una terza mano.

«Togliti questa» disse Adele, contro le mie labbra. Non a lui. A me.

Mi sfilai la maglietta. Il reggiseno lo slacciò lei, da dietro, con una pratica che non era la mia. I seni mi ricaddero, pieni, pesanti, diversi dai suoi. Adele li guardò un secondo, poi li prese. Bocca su un capezzolo, denti appena. Io infilai le dita nei suoi capelli rossi. Erano morbidi, odoravano di mela. Nael fece un verso basso, quasi un cazzo detto a metà.

«Vieni» gli disse Adele, senza staccarsi del tutto. «Non stare lì come un palo. Spogliati.»

Non era un ordine da padrona. Era da ragazza che ha già deciso la scena. Nael obbedì lo stesso. Felpa, maglietta, pantaloni della tuta. Niente mutande, come sempre. Il cazzo gli uscì già duro, scuro, circonciso, grosso come gli avevo detto, e Adele per un attimo smise di succhiarmi. Lo guardò. Non finse.

«Cristo» disse, piano. «Non esageravi.»

Nael sorrise. Il maranza gli tornò un poco, adesso che era nudo e visto. Salì sul letto. Non ci spinse. Si mise di lato, una mano sulla mia coscia, l’altra che non sapeva ancora se toccare Adele. Lei gli risolse il dubbio. Gli prese il polso e se lo portò sul seno piccolo. Il capezzolo rosa gli sparì nel palmo.

«Puoi» disse. «Te l’ha detto lei.»

Io ero in mezzo. Mezza nuda, i jeans ancora addosso, la bocca di Adele che tornava sulla mia, la mano di Nael che dal seno di lei scendeva sul ciuffo rosso. Lo vidi. Le dita scure sui peli rossi, poi più giù, sulle labbra rosa. Adele aprì ancora un poco la gamba. Un suono piccolo, di fica già bagnata. Nael inspirò.

«Odora» disse. Non a me. A lei. «Diversa. Più dolce. Si sente.»

«Lo so» rispose Adele, e mi baciò di nuovo, più a fondo, mentre la mano di lui la apriva.

Adele mi slacciò i jeans senza chiedere. Li calò insieme alle mutande, io alzai il culo, e restai nuda anch’io, seno contro il suo seno piccolo, pelle chiara contro la mia. Nael si tirò indietro quel tanto che bastava per guardarci. Due corpi diversi nello stesso letto: il mio, pieno, e il suo, minuto, il ciuffo rosso in mezzo alle cosce aperte.

«Vieni qui» le dissi.

La baciai io, questa volta. La spinsi piano sulla schiena. Lei rise nella mia bocca e aprì le gambe. Scesi. Non ci pensai. Il collo, lo sterno, il seno piccolo, il capezzolo rosa che mi stava in bocca intero. Poi la pancia, le lentiggini, il ciuffo. I peli rossi mi solleticarono il naso, e già lì l’odore era un altro. Più forte del mio. Caldo, dolce, un po’ speziato, come miele lasciato sul fuoco, con sotto la pelle e il sale. Non ferro. Non il mio. Qualcosa che riempiva.

La leccai. Larga, poi sul clitoride. Il sapore confermò l’odore: dolce, intenso, un filo piccante in fondo, pesca e miele, più vivo di quanto mi aspettassi. Mi restò sulla lingua. Adele mi mise una mano nei capelli e spinse, non forte, da chi sa.

«Cazzo, Giulia» disse. La voce le si era abbassata. «Non scherzavi nemmeno tu.»

Nael si era messo in ginocchio accanto a noi. Il cazzo gli pendeva duro, scuro, a un palmo dalla faccia di Adele. Lei lo guardò, poi me, poi allungò la mano e lo prese. Non tutto. La base non le stava nel pugno. Lo accarezzò, lo pesò, e rise un soffio.

«È vero» disse, a me, mentre io le leccavo il clitoride. «È di un altro livello.»

Nael le passò il glande sulle labbra. Lei aprì. Non finse di prenderlo tutto. La bocca piccola, le labbra carnose, la lingua sul glande scoperto. Un po’ di saliva. Un po’ di denti, appena. Lui gemette, basso, e mi guardò. Io alzai gli occhi dal ciuffo rosso, la faccia bagnata di quel dolce speziato, e lo vidi nella bocca della mia amica.

Non gelosia. Un colpo. Caldo. Mio e non mio.

«Continua» disse Nael. A me. La voce da padrone che gli tornava, ma più roca. «Leccagliela. Voglio vedervi. Sa di rossa. Si sente da qui.»

Obbedii. Adele succhiava quello che riusciva, la mano alla base, e con l’altra mi teneva la testa. Io le infilai due dita, facili, già bagnata, e le curvai. Il sapore mi colava sul mento, dolce, intenso, diverso. Lei staccò la bocca dal cazzo un secondo, un verso vero, e tornò a prenderlo. Nael le teneva i capelli rossi, non per spingere. Per guardare. Il letto odorava di noi tre, e di lei più di tutti. E non avevamo ancora cominciato sul serio.

Nael non spinse. Tenne i capelli rossi e guardò. Adele prendeva quello che la bocca le permetteva, labbra carnose sul glande, la mano piccola alla base che non chiudeva. Io le tenevo due dita dentro e la lingua sul clitoride. Ogni volta che curvavo le dita lei staccava un secondo la bocca e gemeva, poi tornava.

«Basta un minuto» disse lui, roco. «Voglio scoparla. Giulia. Mettiti come vuoi. Ma voglio entrare.»

Adele si staccò. Un filo di saliva le restò sul labbro. Mi guardò, gli occhi verdi lucidi, il fiato corto.

«È ok» disse, a me. Non a lui. «Se è ok per te.»

«È ok.» Le baciai l’interno coscia, il ciuffo. «Resta. Non chiudere le gambe.»

Nael si mise tra le sue cosce. Il cazzo, grosso, scuro, circonciso, sembrava troppo per quel corpo minuto. Adele lo guardò scendere e rise un soffio, nervosa e accesa.

«Piano. Non sono Giulia. Non mi hai ancora aperta tu.»

Lui annuì. Non il padrone di sempre. Un ragazzo che sta per entrare in una fica che non conosce, davanti alla sua. Passò il glande sulle labbra rosa, lo bagnò nel dolce, e spinse. La punta entrò. Adele aprì la bocca, un verso vero, le mani sulle lenzuola. Io ero di lato, una mano sul suo seno piccolo, e vidi il cazzo di Nael sparire a metà, stretto, le labbra rosee tese intorno allo spessore.

«Cazzo» disse lei. «È grosso. È vero.»

«Respira» dissi. Le baciai la tempia. «Lo prendi. Lo vuoi.»

Nael restò fermo, solo la punta e un po’. Poi entrò ancora. Un centimetro. Adele gemette, gli occhi verdi su di me, non su di lui. Io le tenni la faccia.

«Guardami» dissi. «Sono qui.»

Spinse fino a dove lei lo lasciò. Non tutto. Abbastanza. Il ciuffo rosso gli sfiorava il pube. Cominciò a muoversi, lento, e il suono era bagnato, diverso dal mio, più dolce anche nell’odore che saliva. Adele mi cercò la bocca. La baciai mentre lui la scopava.

Nael mi guardò sopra la spalla di lei.

«Toccati» disse. «Voglio vederti mentre la prendo.»

Obbedii. Una mano tra le mie gambe, già bagnata da prima, e l’altra sul seno di Adele. Lui accelerò di un grado. Lei strinse le lenzuola.

«Più forte» disse Adele, a un certo punto. Non a me. A lui. «Posso. Vai.»

Nael obbedì. Il suono divenne più bagnato. L’odore dolce e speziato di lei riempiva il letto. Adele mi prese il polso e se lo portò al clitoride.

«Qui. Mentre lui…»

Lo feci. Due dita sul clitoride, il cazzo di Nael che entrava e usciva a un palmo dalle mie nocche. La sentii stringersi.

«Cazzo, è stretta» disse lui. «Diversa. Giulia, guardala. Sta venendo.»

Adele non rispose. Mi strinse i capelli, la bocca aperta sulla mia, e venne. Un orgasmo corto, secco, che le chiuse le cosce sulle anche di Nael. Il dolce mi colò sulle dita. Nael restò dentro, fermo, e mi guardò.

«Adesso tu» disse. «Mettiti giù. Voglio la tua.»

Adele si scostò, fiato corto, un sorriso storto. Non si coprì. Restò di lato, una mano sul mio seno, e mi aprì le gambe lei.

«Vai» mi sussurrò. «Fatti scopare. Io guardo. Poi torno.»

Nael uscì da lei, il cazzo lucido del suo dolce, e si mise tra le mie cosce. Non chiese. Entrò. Tutto, come fa con me, un colpo solo, fino in fondo. Io gemetti. Adele mi baciò mentre lui cominciava a prendermi, la sua lingua, il suo odore, e il cazzo di Nael che conoscevo.

Nael non uscì. Restò dentro di me, fermo, e guardò Adele.

«Sali» disse. La voce gli era tornata. Non quella dell’altro ieri, da cucciolo. Quella di prima. «Sul viso di Giulia. Di fronte a me. Voglio la tua fica. Lei ti lecca il culo.»

Adele rise, un soffio, ancora rossa dall’orgasmo. Si girò, mi passò una gamba sopra la testa e si accovacciò. Il culo piccolo, chiaro, mi arrivò sulla bocca. Davanti, verso Nael, la fica appena venuta, lucida, il ciuffo rosso. Io vedevo poco. Sentivo tutto: il peso minuto, le cosce sulle orecchie, l’odore dolce e speziato che adesso era anche più indietro, più pelle, più chiuso.

«Lecca» disse Nael. A me. E si chinò.

La lingua di lui prese la fica di Adele. Lo sentii dal movimento, dal verso di lei, dal cazzo che dentro di me pulsò. Io aprii Adele con le mani e le misi la bocca sul buco. Non era la fica. Era più stretto, più caldo, sapore di pelle e di quel dolce che le colava indietro, un po’ più acre. La leccai. Adele gemette, sopra, un verso nuovo.

Per me fu uno scarto. La mia migliore amica accovacciata sulla mia faccia, il culo sulla lingua, e Nael che la leccava mentre mi scopava. Eccitata in un modo che mi fece stringere intorno al suo cazzo. L’altro ieri gli avevo tenuto la gola e l’avevo scopato fino a fargli schizzare la sborra sul pavimento. Adesso era lui a tenere il ritmo. Lo sentii nel modo in cui spinse dentro di me, più a fondo, e nel modo in cui non chiese.

«Brava» disse. «Così. Giulia, il culo. Adele, non scendere. Vi voglio così.»

Adele tremava. «Cazzo. Giulia. La lingua. Non fermarti.»

«Sto per venire di nuovo» disse. «Non fermatevi.»

Nael le succhiò il clitoride. Io le infilai la lingua più a fondo. Adele si irrigidì, le cosce che mi strinsero la testa, e venne. Un orgasmo più lungo del primo. Nael non uscì da me. Restò dentro, duro.

«Adesso tocca a te. Voglio sentirti venire mentre lei ti sta ancora sulla bocca.»

Il colpo arrivò mentre avevo ancora la lingua nel culo di Adele. Nael spinse a fondo, una volta, due, e il piacere si ruppe. Venni così. La faccia schiacciata sotto il culo della mia amica, la lingua dentro il suo buco, il cazzo di lui fino in fondo. Strinsi. Pulsai. Adele mi tenne la testa e non si alzò.

Poi si staccò. Piano. Il cazzo uscì lucido, duro, per niente finito. Adele scese dal mio viso e si lasciò cadere di lato. Io restai sulla schiena, fiato corto, la bocca umida di lei. Eravamo già stravolte. Nael no. Nael era in ginocchio in mezzo a noi, il cazzo scuro e dritto, il fiato regolare, gli occhi accesi.

«Belle» disse. «Però non ho finito. Voglio anche i culi. Il tuo, Giulia, lo conosco. Il suo no. Li voglio tutti e due. E li avrò.»

Nessuna delle due disse di no.

Fu Adele a girarsi per prima. Si mise a pecora, il culo piccolo in alto, e mi guardò da sopra la spalla.

«Prima io. Se no ci penso. Giulia, resta. Voglio la tua mano.»

Gliela diedi. Nael si mise dietro di lei. Sputò. Due volte, sul buco, e con il pollice lo aprì. Adele strinse le mie dita.

«Piano. È grosso. Lo so. Vai piano.»

La punta entrò. Adele emise un verso rotto, metà dolore e metà fame, e affondò la faccia nel cuscino. Io le tenni la mano e le scostai i capelli rossi.

«Respira. Lo vuoi. L’hai detto tu.»

«Lo voglio. Cazzo, lo voglio. È troppo e lo voglio.»

Nael entrò ancora. Un centimetro. Un altro. Non tutto. Metà. Abbastanza da farla tremare.

«Tienila» disse, a me. «Adesso muovo.»

Mosse. Corto. Lento. Adele gemeva a ogni rientro, e a un certo punto spinse indietro lei. Nael rise, basso.

«Ecco. La rossa impara.»

Poi mi fece cenno.

«Vieni qui. Col viso. Sul culo.»

Mi avvicinai. Vedevo l’anello chiaro teso intorno allo spessore scuro. Nael pompò a fondo. Adele ebbe un grido sommesso, soffocato nel cuscino. Uno. Due. Tre. Quattro, cinque, sei colpi, pieni.

Poi uscì di colpo. L’ano restò aperto un istante. Mi prese per la nuca. Non chiese. Mi infilò il cazzo in bocca.

Caldo. Grosso. Il glande mi passò sulla lingua già sporco di lei: saliva, il dolce della fica, e il sapore più chiuso del culo, acre, intimo. Non mi tirai indietro. Aprii. La consapevolezza mi arrivò insieme al sapore: era appena uscito dal buco della mia amica, e adesso era nella mia bocca, e io lo succhiavo.

«Così. Puliscilo. Senti com’è il culo della rossa. Brava, la mia troia. Prendilo. Non fare la santa adesso.»

Adele, a pecora, riprendeva fiato. Nael mi scopò la bocca ancora un po’. Poi uscì, un filo di saliva, e tornò dietro di lei. Un colpo. Dentro.

Questa volta pompò sul serio. Più furioso. Più a fondo. Adele non riuscì a tenere le grida. Una mano si protese indietro, aperta, disperata, a cercargli la coscia.

Nael non rallentò.

«Tieni. Lo prendi. L’hai voluto.»

Una decina di colpi. L’odore salì: pelle, sudore, il chiuso del culo aperto, mescolato al dolce di prima. Poi uscì di colpo. La cappella sporca. Molto. L’odore si sentiva.

«Finalmente» disse. Tono trionfale.

Mi prese di nuovo per la nuca e me lo rimise in bocca. Più sporco di prima. Acre, intimo, il culo di Adele portato fino in fondo. Non chiusi gli occhi. Succhiavo. Sempre più eccitata. Sempre più consapevole.

«Bene. Pulisci. Tutto. Voglio vederti.»

Adele non si mosse. Provata. Distrutta. Io le cercai la mano e gliela strinsi. Lei strinse di rimando. Debole. Presente.

Quando ebbi finito, Nael tornò dietro di lei. Un colpo. Dentro.

«Davanti» mi disse. «Mettiti davanti alla rossa. Voglio che ti lecchi. Fica e culo. Dagliela.»

Mi spostai. Adele alzò appena la faccia, gli occhi lucidi, stravolta. Mi sdraiai e le portai la fica sulla bocca. Lei aprì. Iniziò a leccare.

I colpi di Nael non le davano tregua. Ogni affondo la faceva sussultare. Io le presi la testa. I capelli rossi nel pugno.

«Qui. Non scappare. Lecca.»

Mossi il bacino. Le sfregai la fica sulla bocca, poi scivolai un poco più su, il buco sulla sua lingua.

«Anche lì.»

Adele obbedì. In quel frangente sentii tornare un pezzo di quello che avevo avuto l’altro ieri, con lo strap-on. Non tutto. Un filo. Dominanza.

«Brava. Così. Subisci. È bello vederti.»

Nael rise, basso, senza rallentare.

«Eccola. La mia Giulia. Tienila. Io non mollo.»

Tenni il ritmo ancora un poco. Adele venne di nuovo, un tremito lungo, un verso soffocato nella mia fica. Io non venni. Ero al bordo, e mi fermai prima.

Nael uscì da lei di colpo. Adele crollò in avanti, la faccia sulla mia coscia, il culo aperto. Distrutta.

«Basta così con la rossa. Adesso il culo tuo, Giulia. Lei guarda. Se respira, aiuta.»

Mi misi a pecora. Nael sputò. Il glande, ancora umido di Adele, premette. Entrò. Più facile che con lei. Più a fondo. Un colpo, e fu dentro fino al pube.

«Ecco. Questo è casa.»

Cominciò a pompare. Non piano. Adele mi scostò i capelli e mi baciò la tempia.

«Ti guarda. E ti prende. Cazzo, Giulia.»

Allungò una mano sotto. Due dita sul clitoride. Nael rise.

«Aiuta. Voglio sentirla venire sul cazzo. Poi decido dove sborro.»

Pompò ancora. Poi uscì. Di colpo. Mi prese per i fianchi e mi girò. Pancia in su. Le gambe sulle spalle, e rientrò. Così, in faccia, il cazzo nel culo, lo sguardo nel mio. Mentre mi inculava tirò Adele a sé. Una mano nei capelli rossi. La baciò. Passione. Io li guardavo da sotto. Il mio ragazzo che baciava la mia amica mentre mi scopava il culo. Non gelosia netta. Un colpo caldo, doppio.

Nael si staccò. Un sorriso furbo. Continuava a pomparmi.

«Cassetto» disse a Adele. «Lo strap-on. L’imbracatura. Indossalo.»

Lei sapeva dov’era. Si alzò, aprì il cassetto. Nero e viola. L’imbracatura sui fianchi minuti, le cinghie, il bulbo nella fica, l’asta nell’anello. In poco tempo ce l’aveva addosso. Il silicone nero le usciva dal bacino, sotto il ciuffo rosso.

«E ora?»

Nael mi pompò ancora un colpo, a fondo, e mi guardò. Poi lei.

«Diamo a Giulia la sua prima doppia. Fica e culo. Io dietro. Tu davanti. Che ne dite?»

Il cuore mi saltò. Sorpresa, e subito sotto l’eccitazione.

«Sì» dissi. «Sì. Fatelo.»

«Come mi metto?»

Nael uscì. Si stese sul letto, pancia in su.

«Sali. Di spalle. Scendi col culo sul cazzo.»

Lo feci. Gli diedi la schiena e scesi. Entrò facile, fino in fondo. Lui mi prese per le spalle e mi tirò giù, la schiena sul suo petto. Una mano sull’addome. L’altra sul seno.

«Cosce indietro. Aprilo.»

Le tirai. Nael si sistemò. Un colpo di anche, più a fondo. Restai così: il suo cazzo nel culo fino alla base, la fica aperta.

«Adesso. Hai la strada libera.»

Adele si piazzò. La punta trovò la fica e entrò. Facile. Io trasalii. Due cose insieme. Un verso mi uscì senza controllo.

Adele cercò l’angolo. La curva verso l’alto. Trovò il ritmo: più corto, più suo. Il pube sul clitoride. Nael non lasciò che il cazzo uscisse. Le mani sui seni, mi inchiodarono al suo petto.

«Resta. Li prendi tutti e due.»

Li presi. Il culo pieno, la fica aperta sul silicone. Sudore ovunque. Troppo pieno. Il confine tra culo e fica che si assottigliava.

«Cazzo. Non uscite. Nessuno dei due.»

Poi Adele mi prese un piede. Sudato, la pianta viscida. Se lo portò alla bocca senza smettere di scoparmi. Lingua sulla pianta. Le dita, una a una. Il sapore di sudore non la fermò.

Fu più perverso del cazzo e del silicone. La mia migliore amica che mi scopava la fica e mi succhiava il piede sudato, mentre Nael mi teneva i seni e il culo.

«Cazzo» disse lui, all’orecchio. «La rossa ti lecca i piedi mentre ti chiava. Guardala.»

«Suda. Mi piace. Continuo.»

Nael vide l’altro piede.

«L’altro. Leccalo. Poi sputami in bocca.»

Adele sorrise. Prese l’altro piede, lingua sulla pianta, le dita in bocca, senza smettere di scoparmi. Poi si chinò su Nael. Raccolse. Sputò. Un filo caldo, sporco di me, nella sua bocca. Lui aprì. Lo prese. La baciò dopo, breve. «Brava. Sa di lei.»

Il ritmo non mollò. Io non tenni più.

L’orgasmo arrivò dirompente. Mi inarcai sul petto di Nael, un grido che non riconobbi. Squirt. Un fiotto, caldo, che schizzò su Adele, sul silicone, sul ciuffo rosso, sulle lenzuola. Caddi di lato. Lo strap-on uscì con un suono bagnato. Il cazzo di Nael scivolò fuori dal culo, duro, lucido. Restai sul letto, cosce aperte, la fica che ancora perdeva.

Adele non si fermò per me. Si strusciò la zigrinatura sul clitoride, il bulbo dentro, le anche che battevano. Venne così. Un orgasmo secco, poi più lungo, che le piegò la schiena. Poi si lasciò cadere accanto a me, lo strap-on ancora duro sul ventre, e rise. Un soffio.

Nael restò in ginocchio. Il cazzo dritto, per niente venuto.

«Belle. Io non ho ancora sborrato.»

Si guardò il cazzo. Sporco di me. Se lo tenne alla base.

«Vieni. Succhialo. Assaggia la tua amica. Come ha fatto lei con te.»

Adele lo guardò. Il sorriso le restò, più piccolo. Ci pensò.

«Forse per me è troppo. In culo l’ho preso. Questo, adesso, non credo.»

Nael non insistette.

«Allora tu. Pulisci.»

Glielo presi in bocca. Il sapore era il mio. Culo, fica, squirt, sale. Lo pulii. Adele guardava.

«Ora mi hai superata» disse. «Io mi sono fermata. Tu no.»

Nael non sborrò.

«Adesso tu. Il culo. Così hai scopato fica e culo alla tua amica. Esperienza completa.»

Adele annuì. «Ok. Ma se mi ferma, mi fermo.»

«Non ti ferma. A lei piace così.»

Mi sistemai. Culo in alto. Il buco già aperto. Adele premette. Entrò. Gemetti nel materasso.

Nael si piazzò davanti. Mi raccolse i capelli e mi alzò la faccia. Il glande sulle labbra. Aprii. In gola. Di nuovo al centro. Culo e gola.

«Più forte. Non fare la gentile. A Giulia piace così. Sfondaglielo. È già aperto.»

Adele obbedì. Spinte più lunghe, più cattive. Nael pompava la gola. Ogni spinta di lei mi mandava in avanti su di lui.

«Così. La rossa ti incula. E tu mi prendi in gola. Brava. Pensaci. Il giocattolo con cui l’altro ieri hai inculato me.»

Ci pensai. Spinsi indietro. Nael si trattenne. Le palle gonfie, gli facevano quasi male. Due colpi, tre. A me si ruppe di nuovo. Orgasmo anale, devastante. Le cosce tremarono, le gambe cedettero. Caddi di lato, di nuovo. Lo strap-on uscì con un suono sporco. La punta molto sporca. Tracce pastose. L’odore si sentì subito.

Nael lo notò. Prese Adele per le spalle e la buttò sul letto, accanto a me. Scese fra le sue cosce. Afferrò lo strap-on alla base e se lo mise in bocca. Famèlico. Ripulì lo sporco, la lingua sulla punta pastosa. Guardò Adele. Poi me. Mugolò.

Gli misi una mano fra i ricci. Gliela premetti. Il viso sullo strap-on, fino a farglielo prendere tutto in bocca.

«Sì, amore. Pulisci tutto. È la mia. Ti piace.»

Adele lo guardava. Incredula. Ammirata. Non disse niente.

Nael finì. Si staccò, soddisfatto. Aprì la bocca e tirò fuori la lingua per farcela vedere. Chiaramente marrone. Mia.

Sorrisi. Adele lo fissò. Il riserbo le tornò negli occhi, di un grado. Per lei quello era troppo. Non distolse lo sguardo. Deglutì.

Nael si tirò su. In piedi. Il cazzo duro, enorme, le palle gonfie.

«Venite qui. In ginocchio. Voglio le vostre bocche insieme. Adesso.»

Ci inginocchiammo vicine, spalla contro spalla. Gli presi il cazzo e lo volli offrire alla bocca di Adele.

«Tieni. Adesso è pulito. Puoi.»

Lei aprì. Labbra carnose sul glande. Io leccai di lato, la vena, e scesi alle palle. Sudore. Umori di tutti e tre. Poi ci scambiammo. Due lingue sullo stesso glande, un bacio sporco con il cazzo in mezzo. Nael gemette, una mano nei miei capelli, una nei rossi.

«Cazzo. Tutte e due. Non fermatevi. Ci sono.»

Venne. Devastante. Abbondante. Il primo schizzo lungo, potente, sulla mia lingua e di traverso sul labbro di Adele. Poi un altro. E un altro. Fiotti che ci presero la faccia, il naso, le bocche aperte. Non chiudemmo. Prendemmo. Sorridenti. Ci baciammo in mezzo agli ultimi schizzi, breve, salato, viscido. Nael tenne i capelli e svuotò tutto, un verso rotto.

Ci guardammo. Io con la faccia furba. Cominciai io. Le leccai la guancia, lenta, come un gioco. Poi il labbro, il naso, il filo sul mento. Scesi sul petto piccolo, una goccia tra i seni, e la presi. Adele rise, un soffio, e fece lo stesso. Lingua sulla mia faccia, sul mento, su una goccia sul seno. Ci baciammo in mezzo, breve, e finimmo il resto. Quando ci staccammo, la sborra di Nael non c’era più. Ingoiata.

Lui era in piedi, sudato, provato, il cazzo che gli ricadeva ancora grosso. Ci guardava soddisfatto. Felice.

Prese Adele. Una mano sulla nuca, dolce. La baciò. Un bacio vero, appassionato. La lingua, ancora sporca di me, le invase la bocca. Adele all’inizio frenò. Sapeva di cosa era sporca, quella bocca. Non si sottrasse. Il bacio fu lungo. Lei percepì il sapore. Acre, intimo, mio. Restò.

Nael si staccò. La guardò negli occhi. Dolce. Anche serio.

«Adele. Per noi non è un limite. Fa parte del gioco. Se giochi davvero col culo, ti puoi sporcare. Noi non ci nascondiamo. Prendiamo quello che viene.»

Lei restò un attimo basita. Poi, semplicemente, annuì.

Nael venne da me. Il bacio fu un altro. Amore, passione, affiatamento, complicità di mesi. Più lungo che con lei. Carezze nei capelli, piccoli tocchi sulla guancia. Quando si staccò, gli occhi profondi e scuri restarono nei miei.

«Piccola. Grazie. Sei unica. Non sai quanto ti amo.»

Sorrisi. Spiazzata, felice, ancora sudata e sporca di sesso.

«Lo so.»

La tensione si allentò da sola. Nael si lasciò cadere sul letto, in mezzo, sudato, il cazzo finalmente quieto. Io da un lato, la testa sul petto. Adele dall’altro, più piccola, i capelli rossi appiccicati. Lui sorrise. Beato. Provato. Ma lo sguardo, quando parlò, era ancora quello di chi decide.

Eravamo a pezzi. Adele di più. Sudati tutti e tre, la stanza che odorava solo di noi, il letto un casino totale di umori e lenzuola storte.

«Allora» dissi, roca. «Come prima volta in tre, non abbiamo sfigurato.»

Adele alzò la testa di scatto, spontanea, senza calcolare.

«Non abbiamo sfigurato? Giulia, io non sento le gambe. Mi ha aperto in due e tu mi hai tenuto la testa mentre lui non mollava. È stata una follia. Bella. Da rifare. Però fammi respirare cinque minuti prima di dire che è andata liscia.»

Nael le mise una mano sulla nuca. Non una carezza morbida. Un possesso.

«Liscia no. Bene sì. Tu hai retto. La prossima volta reggi di più. Non ho dubbi.»

Adele lo guardò. Un lampo, verde, poi rise davvero.

«Senti questo. Ha sborrato in faccia a tutte e due e già dà gli ordini per il secondo round. Ok, padrone. Ci sto. Ma la prossima volta mi porto una birraccia d'acqua. E non mi fai finire per prima se poi devo ancora inculare lei.»

«L’ordine lo decido io» disse Nael. Calmo. «Tu vieni. Giulia viene. Io sborro quando ho finito. Mi sembra che così sia andata bene a tutti e tre.»

«Si, è andata bene» disse Adele, subito. «Cazzo, se è andata bene. Solo non chiamarmi rossa mentre mi sfondi. O chiamami. Non lo so. Decidi tu, visto che decidi tutto.»

«Ok, ok. Non ti chiamerò più rossa» disse lui. «Penserò a un nomignolo che ti si addica per la prossima volta. Perché ce ne saranno altre. Meno sorprese, forse, e più cattive. Tu, Adele, non ti tiri indietro a metà. Giulia organizza. Io prendo. D'accordo?»

«D'accordo.»

Adele mi cercò la mano sul suo ventre e la strinse, forte, da amica. Io strinsi di rimando. Nael chiuse gli occhi un secondo, soddisfatto, dominante anche da fermo, e il pomeriggio per un po’ fu solo quello: noi tre, sudati, e la prossima volta già sua. Già nostra.
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