Giulia+Nael - Il giorno dopo la prima volta (5)

di
genere
prime esperienze

Il giorno dopo ero ancora piena di lui. Del suo sapore, del suo odore, di quella tenerezza strana del pomeriggio prima. Ma quando Nael arrivò poco prima delle tre, sapevo già cosa volevo.
Aprii la porta e ci buttammo uno contro l’altra. Bacio affamato, lingue che si cercavano, denti, saliva. Le sue mani mi strinsero i fianchi e scesero a palparmi il culo con forza. Quando ci staccammo lui mi guardò con quel sorrisetto da predatore.
«Oggi che vuoi, Principessa? Il Nael dolce o il Nael padrone?»
Non ci pensai nemmeno un secondo.
«Oggi ho voglia di essere messa sotto di brutto. Voglio che mi domini come non hai mai fatto prima. Voglio che mi spacchi. Voglio sentirmi completamente tua, la tua schiava.» sibilai, sentendomi già completamente bagnata.
Rise compiaciuto, gli occhi che gli brillavano.
«Anche a me va benissimo. Portami un succo di frutta e metti un po’ di musica in salotto.»
Accesi lo stereo, misi una playlist trap e alzai il volume. I bassi facevano vibrare un po’ i vetri. Presi il succo d’arancia e il collare rosa che mi ero già portata in cucina. Lui era già sul divano, scarpe tolte abbandonate sul pavimento, gambe larghe. Vederlo, con quello sguardo perennemente di sfida, mi emozionava come la prima volta. Gli diedi tutto. Posò il bicchiere sul tavolino e mi guardò dall’alto.
«Spogliati. Piano. Voglio guardarti.»
Mi tolsi tutto, un pezzo alla volta. Rimasi nuda davanti a lui. Nael mi osservò a lungo, compiaciuto, il cazzo che già premeva contro i pantaloni leggeri.
«Cazzo, sei bella. Sei sexy da far male. Quel seno, quel culo, quella fica già lucida… Inginocchiati.»
Mi misi in ginocchio. Lui mi allacciò il collare, stringendolo così da farmelo sentire, poi mi diede uno schiaffo leggero ma netto sulla guancia.
«Ora il gioco inizia. E sarà pesante. Toglimi le calze e leccami i piedi, ormai devi sapere che devi iniziare da lì.»
Gli tolsi le calze. L’odore caldo, acre e salato dei suoi piedi mi colpì subito le narici. Un odore da uomo, forte, che mi fece bagnare ancora di più. Iniziai a leccarli e baciarli con confidenza: lingua larga sulla pianta, succhiando ogni dito, infilandomi tra di essi, baciando la caviglia. Lui gemette piano.
Poi appoggiò i piedi sul tavolino.
«Ora che non sei più vergine userò anche quella fichetta. Mettiti sul mio piede. Infilati l’alluce. Masturbati con i miei piedi.»
Ero già fradicia. Posai il piede di Nael tra le mie cosce e mi infilai lentamente l’alluce. Era caldo, duro, un po’ ruvido. Iniziai a muovermi su di esso, strofinandomi, bagnandogli il piede con i miei umori. Il succo della mia fica gli scorreva tra le dita mentre mi masturbavo indecentemente, ansimando, gli occhi fissi nei suoi. Mi sentivo umiliata e tremendamente eccitata.
Nael tirò fuori il cazzo già duro e iniziò a segarsi lentamente, guardandomi.
I nostri sguardi non si staccavano. Poi lui mi fece un gesto, offrendomi il cazzo. Continuando a muovermi sull’alluce, lo presi in mano. Sentirlo e stringerlo fra le mani mi fece trasalire. Lo segai lentamente, per tutta la lunghezza, apprezzando quello spessore così esagerato da non riuscire a chiudere la mano intorno. Abbassai la testa e lo presi in bocca. Lo succhiai con passione, lingua che girava intorno alla cappella grossa e violacea, cercando di prenderlo più a fondo. Saliva che colava, gola che si apriva, suoni umidi e osceni.
«Brava… sei diventata una pompinara abilissima» mormorò, la voce roca. «Continua così… cazzo, che bocca calda. Succhialo forte.»
Lo pompai a lungo, fino in gola, conati controllati, occhi pieni di lacrime di sforzo. Il suo sapore virile mi riempiva i sensi e mi faceva grondare di piacere, mentre i miei fianchi si contraevano in modo incontrollato e la mia fica fremeva stringendosi ritmicamente. Quando lo sentii pulsare forte e avvicinarsi all’orgasmo, lui mi fermò con una mano sui capelli.
«Rallenta. Non voglio sborrare ancora.»
Mi fermai, ansimando. Lui mi guardava famelico, il cazzo lucido di saliva che pulsava.
Nael notò la credenza, in cui faceva bella mostra il servizio buono di mia mamma. L’insalatiera di cristallo con gli inserti d’oro era al centro, bella, preziosa. Me la indicò.
«Prendi quella.»
La presi con cura. Sapevo quanto valesse. Era un regalo della nonna di mia madre, per le nozze con mio padre.
«È un pezzo a cui mia madre tiene tantissimo» dissi, la voce un po’ tremante.
Nael rise, divertito e cattivo.
«Allora oggi la useremo come si usa un oggetto prezioso.»
Si alzò, si denudò completamente e mi fece inginocchiare di fronte a lui.
«Tieni l’insalatiera sotto il viso e apri la bocca. Ora ti piscio in bocca. Devi bere tutto quello che riesci. Quello che cola nell’insalatiera te lo bevi dopo.»
Lo guardai un attimo, a disagio, il cuore che batteva forte.
«Nael… davvero? Vuoi pisciarmi in bocca?»
«Sì. Ma se non vuoi, non lo facciamo. Decidi tu.»
Rimasi in silenzio qualche secondo. Poi la luce di sempre si riaccese negli occhi.
«Se tu lo vuoi, io non posso e non voglio dirti di no. Non è una decisione mia. Io devo solo ubbidirti e sottomettermi… Quindi voglio che mi pisci in bocca.»
Sorrise soddisfatto.
«Hai imparato qual è il tuo posto. Apri la bocca e preparati.»
Aprii. Dopo alcuni lunghi secondi di silenzio, il getto caldo e forte sgorgò dal cazzo di Nael e mi colpì la lingua. L’odore acre e ammoniacale mi riempì le narici, intenso, pungente. Il sapore era amaro, salato, caldo, quasi metallico. Cercai di deglutire, ma parte del piscio mi colava dal mento e finiva nell’insalatiera. Continuò a lungo, il getto potente che mi riempiva la bocca. Io bevevo, tossivo un poco, ma non mi tiravo indietro. Il calore del liquido mi scendeva in gola. Quando finì, lui mi ordinò di tirare fuori la lingua e mi sbatté sopra la cappella per liberarsi delle ultime gocce.
«Posa l’insalatiera sul tavolino e mettiti a pecora sul divano. Quella te la bevi dopo...»
Obbedii. Ginocchia sul sedile, culo alto, braccia sul bracciolo. Nael si avventò sui miei piedi, li leccò e li succhiò come una bestia. Poi si precipitò tra le mie natiche. La sua lingua mi leccò furiosamente il buco del culo e la fica bagnata, con urgenza, con fame. Mi leccò la fica, bollente e eccitata fino al limite, fino a farmi squirtare abbondantemente. Lui ingoiò tutto il mio succo con avidità, grugnendo di piacere.
Poi si concentrò sull’ano. Lo leccò a lungo, profondamente, la lingua che cercava di entrare.
«Cazzo, che odore sporco… che sapore… sei sempre sporca e questo mi piace da morire.»
Iniziò a masturbarmi l’ano con due dita, poi con tre, sputando abbondantemente per lubrificare. Dopo settimane di furibondi rapporti anali, avevo imparato a rilassarmi e mi ero abituata ad ogni sensazione che mi trasmetteva l'essere violata nel culo. Il mio buco era, per così dire, sempre più allenato. Mi apriva a fondo, le dita che andavano e venivano. Gemevo e mi contorcevo mentre il piacere prevaleva sempre più facilmente sul dolore, sempre più eccitata.
Quando tolse le dita, l’odore di feci invase subito lo spazio. Le sue dita erano sporche di evidenti tracce di quello che Nael aveva trovato violando a fondo il mio retto. Mi afferrò per i capelli e mi girò bruscamente verso di lui.
«Ora puliamo.»
Mi baciò profondamente, sentendo ancora il sapore del piscio nella mia bocca. Poi mi infilò l’indice sporco in bocca mentre lui succhiava il medio e l’anulare. Le nostre bocche erano così vicine, come un bacio invaso dalle dita sporche. Assaporavamo entrambi la mia cacca, affamati, eccitati, animali. Il sapore era terroso, amaro, intenso. Ripulimmo le dita e ci baciammo di nuovo, con una passione perversa e scura.
Nael mi fissò negli occhi e mi sussurrò con voce profonda e carica di eccitazione:
«Ti amo per quanto sei porca.»
Mi rimise a pecora. Avvicinò il cazzo duro come l’acciaio al mio ano già slabbrato e mi penetrò di autorità. I suoi ventidue centimetri e la circonferenza enorme mi aprirono le viscere. Iniziò a sfondarmi il culo con brutalità. Io mi masturbavo il clitoride, trovando la posizione per prenderlo più a fondo. Lui portò un piede sulla mia testa, schiacciandomi il viso contro il bracciolo.
«Stai giù, troia! Così ti sento più stretta e profonda.»
Godevo a ripetizione, orgasmi multipli, ansimando e grugnendo, incitandolo a sfondarmi. La musica trap suonava forte. Non sentimmo la chiave nella serratura.
La porta di ingresso, alla quale entrambi davamo le spalle, si aprì.
Francesca, mia madre.
Mia mamma ci vide. Vide il grosso cazzo di Nael che pompava furiosamente il mio culo, le mie dita sul clitoride, il piede di lui sulla mia testa. Restò dieci secondi immobili, poi trasalì e urlò:
«Giulia! Che cazzo state facendo?!»
Ci staccammo di scatto. Io ero frastornata, terrorizzata. Nael, dopo un solo attimo di smarrimento, riacquistò subito l’atteggiamento strafottente. Con il grosso cazzo ancora eretto e chiaramente smerdato, si avvicinò a mia madre. Prese una tovaglietta dal tavolino e si pulì il cazzo con arroganza. Poi gliela porse.
«Tieni, vecchia. Questa è tua. Sappi che mi devi una sborrata nel culo della tua bambina… Lì, sul tavolo, nella tua preziosa ciotola c’è quello che rimane del mio piscio che tua figlia non ha bevuto. Puoi finirlo tu.»
Mia mamma, gonfia di rabbia, riuscì solo a ringhiare con una vice e un tono a me sconosciuti:
«Fuori di qui.»
Nael si rimise i pantaloni e le scarpe. Mentre passava vicino a lei le sussurrò:
«Complimenti. Hai cresciuto proprio bene la tua bambina perfetta… Guardala. Bel lavoro.»
E se ne andò.
Io mi ero rannicchiata sul divano e piangevo a dirotto, guardando mia madre terrorizzata. Dopo un lungo silenzio, mia madre esplose. Si avventò su di me. Pugni e schiaffi ciechi, furiosi. Mi insultava, urlava, mi colpiva. Io piangevo e la pregavo di smettere, alzando le braccia per proteggermi.
Dopo pochi, interminabili secondi, lei si fermò. Si abbandonò a un pianto dirotto, seduta sul divano, con una disperazione sorda che riempiva tutta la stanza.
Io scappai in camera, chiusi la porta a chiave e mi buttai sul letto.
Il corpo mi tremava. Non era solo la paura dei colpi. Era qualcosa di più profondo, di più corrosivo.
L’ansia mi avvolse come una morsa. Il cuore mi batteva così forte che mi faceva male al petto. Respiravo a fatica, a scatti. Le immagini di quello che era successo – il cazzo di Nael nel mio culo, il suo piede sulla mia testa, mia madre che ci guardava – mi martellavano la mente in un loop senza fine. Mi sentivo sporca, esposta, umiliata fino al midollo. Non solo di fronte a Nael, ma di fronte a lei. Alla donna che mi aveva sempre voluto perfetta.
L’agitazione non mi lasciava stare. Mi alzavo, camminavo avanti e indietro nella stanza, mi rimettevo a letto, mi alzavo di nuovo. Le mani mi tremavano. Sentivo ancora l’odore di sesso, di piscio, di cacca, di sudore sulla pelle. Mi lavai il viso, ma non bastava. L’ansia saliva a ondate: e se mi cacciasse di casa? E se lo raccontasse a Marco? E se Nael non tornasse più? E se tornasse, mia madre cosa gli farebbe?
Lo stress mi stringeva la gola. Mi sentivo come se stessi per scoppiare. Piangevo a dirotto, poi mi fermavo, poi ricominciavo. Il corpo mi doleva – il culo, le guance dove mi aveva colpito, i muscoli tesi. Ma il dolore fisico era niente rispetto a quello emotivo. Mi sentivo in trappola. La figlia perfetta era morta. Al suo posto c’era una ragazza che si era fatta pisciare in bocca e sodomizzare sul divano di casa, e che ora tremava di paura e di vergogna.
Fuori, mia madre piangeva.
Dentro, io piangevo.
E sapevo che niente sarebbe più stato come prima.
scritto il
2026-08-06
2 2 2
visite
2
voti
valutazione
9.5
il tuo voto
Segnala abuso in questo racconto erotico

Continua a leggere racconti dello stesso autore

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.