Giulia e Nael - Scambio di ruoli (15)

di
genere
dominazione

Erano passati alcuni giorni da quella domenica. Dalla richiesta. Dal «devo pensarci».
Non ne avevamo più parlato. Non per imbarazzo, almeno non il mio. Per un accordo tacito: lui ci stava girando intorno, io non volevo spingere. Nel frattempo eravamo rimasti gli stessi. Sesso ogni giorno, spinto, il suo cazzo nel mio culo, la mia bocca sul suo cazzo, i piedi, gli insulti, i baci dopo. La scuola la mattina. Nael nel mio letto il pomeriggio. Come se quella frase non fosse mai uscita.
Poi, nel tardo pomeriggio, uscii dalla palestra sudata, i capelli ancora umidi, la borsa sulla spalla. La Clio vecchia era parcheggiata un po’ storto, come sempre. Nael al volante, finestrino giù, lo sguardo da maranza che però, quando mi vide, si ammorbidì.
«Salì.»
Il tempo, fine settembre, teneva ancora. Cielo chiaro, aria non più d’estate e già non d’autunno. Invece di andare dritti a casa mi disse:
«Gelato?»
Andammo. Coppette, non coni. Tornammo in macchina, il parcheggio mezzo vuoto, il cruscotto caldo di sole. Io con il pistacchio. Lui con il cioccolato. Mangiavamo in silenzio, il cucchiaio di plastica, le ginocchia che si toccavano.
Fu lui a tirarlo fuori.
«Ci ho pensato» disse, senza guardarmi subito. «A quella cosa. Il dildo. Quella volta… è stata intensa. Mi è piaciuta. Non lo dico per farti contenta. È vero.»
Il cuore mi fece un salto. Non parlai.
«Mi mette a disagio» continuò. «Prenderlo in culo è roba da froci. Lo so che è una cazzata, ma ce l’ho in testa. Però tu lo vuoi. E se lo vuoi, te lo do. Voglio accontentarti.»
Scoppiai. Non un sorriso: una felicità grossa, da ragazzina, che mi salì in faccia prima che potessi fare la perbene. Lo baciai. La coppetta quasi mi cadde. Lo abbracciai storto, tra il cambio e il sedile, il sapore di cioccolato e pistacchio in mezzo.
«Non sei gay» dissi contro la sua bocca. «Non c’entra. È fisiologico. La prostata. È un punto che c’è, punto. Il pegging lo fanno un sacco di coppie etero. Magari più adulte di noi, ok. Ma non è omosessualità. Siamo noi che arriviamo prima. Siamo svegli. Anche a letto. Gli altri si fermano perché hanno paura del pregiudizio. Tu no. Tu sei a un altro livello.»
Nael restò zitto un attimo. Poi annuì, più sicuro. Lo vedevo: voleva crederci. Voleva essere quello speciale, non quello che si fa inculare. Io glielo stavo servendo così, e lui lo prendeva.
«Ok» disse. «Allora lo facciamo.»
Restava il problema dei toys. Quelli di Francesca non li volevo toccare di nuovo. Non per morale. Per igiene mentale.
«Non è un problema» dissi. «Ho già guardato. Su Amazon c’è di tutto. Ordiniamo col mio account.»
Tirai fuori il telefono. Lui si avvicinò. Lo schermo illuminava le nostre facce, ancora un po’ sporche di gelato. Dildo, harness, strap-on, recensioni da coppie di cui leggevamo due righe ridendo.
Nael scosse la testa su quelli troppo realistici.
«Non voglio un cazzo vero. Voglio sapere che è un giochino. Se sembra troppo un pene mi gira la testa storto.»
Parlammo delle misure. Io proposi di partire piccoli.
«No» disse lui. «Qualcosa vicino al mio. Così tu mi scopi come ti scopo io. Non a metà.»
Mi si bagnò tutto solo a sentirlo. L’atteggiamento. Il fatto che, una volta detto sì, lui ci si butta dentro come fa con tutto.
Poi lui, scorrendo le foto:
«Prendine uno con il bulbo. Quello che ti entra in fica. Così senti anche tu.»
Alla fine scegliemmo.
Uno strap-on nero. Forma che ricorda un cazzo grosso, senza venature da catalogo porno, senza troppa realtà. Parte inseribile: venti centimetri per quindici di circonferenza. Un bulbo vaginale grosso. Una zigrinatura nel punto in cui avrebbe dovuto battere sul mio clitoride. Harness a parte, raso viola, cinghie di fibra sintetica regolabili, anello della misura giusta. In più un plug anale vibrante, diametro tre e mezzo. Un flacone di lubrificante.
Carrello. Indirizzo di casa. Carta di Francesca, ovviamente. Cliccai. L’ordine partì.
Ci baciammo. Lungo, umido, con il gelato che si scioglieva dimenticato.
Poi Nael si staccò e mi guardò.
«Adesso tocca a me. Anch’io ho una cosa.»
«Dimmi.»
«Sulla chiavetta c’era… vabbè. E nei porno lo vedi sempre. Mi piacerebbe fare una cosa a tre. Te e un’altra. Non perché tu non mi basti. Perché mi eccita l'idea di vederti fare cose con una ragazza mentre io ti scopo.»
Rimasi sorpresa. Non offesa. Intrigata, sì.
«Hai qualcuno in mente?»
«Adele» disse. «Siete già compliciti. È figa. E ha fama di essere una sportiva a letto.»
Rise.
«Poi, dai. Magari voi due avete già lesbicato.»
Risi anch’io. Non mi infastidì. Anzi.
«Nude ci siamo viste un sacco di volte. Qualche volta abbiamo limonato. Mai niente di sessuale. Baci. Stop.»
Nael rise di nuovo.
«Lo sapevo.»
«E quindi? Che ne pensi?»
«Per me è ok» dissi. «Qualche fantasia bisex ce l’ho. Con Adele… ci sta. Provo a sondare. Senza bruciare tutto.»
Nael annuì, soddisfatto, e mi riprese a baciare. Fuori il sole di fine settembre scendeva sul parabrezza della Clio. In tasca avevo la mail di conferma di Amazon. In testa, Adele.

Due giorni dopo, a scuola, nell’intervallo.
Ero nel corridoio, la schiena contro i lockers, Adele che parlava di un compito. Io guardavo il telefono. La notifica di Amazon. Consegnato.
Il cuore mi partì. Lo sapevo già com’era andata: la signora Cinzia, la collaboratrice domestica, come sempre, ritira, non apre, porta la scatola in camera, la lascia sulla scrivania. Chiusa. Precisa. Come se fosse un libro.
Scrissi a Nael.
È arrivato.
Rispose dopo un po’. Solo un pollice in su.
L’intervallo stava finendo. Gli mandai un audio, la voce bassa, vicina al microfono.
«Non sto più nella pelle. Puoi venire alle due? Quando rientro.»
Suonò. Entrai in classe. L’ora dopo, sotto il banco, aprii i messaggi. Un ok. Niente altro. Mi bastò.
Finita la scuola volai a casa. Cinzia mi aveva lasciato il pranzo in cucina, prima di finire la sua giornata di lavoro a casa. Mangiai in piedi, in fretta, senza gusto. Poi corsi su.
La scatola era lì. Sulla scrivania. Nastro, logo, il mio nome.
La aprii come si apre un regalo a Natale. Non piano: avida. Tenni da parte gli involucri, disposi tutto sulla scrivania. Lo strap-on lo presi per ultimo. In mano pesava. Lo spessore, la lunghezza: poco sotto Nael, ma si sentivano. Venti per quindici. Nero, opaco, una curva lieve verso l’alto — come i cazzi veri, quasi tutti. Non dritto come il suo. Quella differenza mi colpì. Il suo è un palo. Questo aveva una piega. Il bulbo in fondo era grosso. La zigrinatura, dove sarebbe andato il clitoride, era ruvida sotto il pollice.
Accesi il plug. Una pressione, vibrazione bassa. Un’altra, più forte. Un’altra, il ritmo a scatti. Era già carico. Sorrisi da sola, da scema.
Presi tutto e andai nel bagno della camera. Sapone neutro, acqua calda, scrupolo. Li strofinai come si fa con qualcosa che deve entrare in un corpo. Poi li posai su un asciugamano pulito, morbido, di spugna. Tornai in camera. Li adagiai sul letto. Nero e viola sul mio copriletto chiaro. Sembrava una scena già pronta.
Guardai l’ora. Quattordici e dieci.
Mi spogliai. Tutto. Pensai alla doccia e la scartai. Nael ama il mio afrore. Una giornata in classe non è come il sudore della palestra, ma la pelle era la mia, non profumata di gel. Lasciai solo una camicetta bianca, i bottoni aperti, i due lembi bassi annodati in vita. Seno scoperto, pancia, culo nudo, piedi nudi. Mi sentivo sexy. Fremevo.
Quattordici e quindici. Il campanello.
Volai giù. Guardai dallo spioncino. Lui.
Aprii e gli andai addosso. Lo abbracciai forte, da euforica, da ragazza che non sta più nella pelle. Nael mi baciò. Non era baldanzoso. Non c’era lo sguardo da maranza che butta giù il mondo. Era un po’ nervoso. Lo sentii nelle labbra, nelle mani, nel modo in cui il corpo restava un attimo rigido prima di sciogliersi.
Le lingue si cercarono. Il bacio divenne profondo. Quando mi staccai lo guardai in fondo agli occhi neri.
«Andiamo» cinguettai.
Salimmo. Io davanti, lui dietro. In camera il letto aspettava, i toys sull’asciugamano, la camicetta aperta, e Nael sulla soglia con quella faccia nuova: non il padrone di sempre. Un ragazzo di vent’anni che ha detto sì, e adesso deve entrare.
Presi subito lo strap-on e glielo passai. Nael lo afferrò come si afferra un cazzo vero: una mano alla base, il pollice sullo spessore, per pesarlo, per capire se cedeva. Non cedeva. Silicone denso, caldo già dal mio palmo. Lo sguardo gli si fece un po’ preoccupato.
«Mi sembra più grosso di quello di tua madre.»
«Lo è» dissi. «Ma sei stato tu a volerlo così.»
Annuì. A disagio. Non tirò indietro la mano.
Gli mostrai il plug, l’accensione, i ritmi. Poi l’harness viola, le cinghie, l’anello. Infine il flacone del gel.
Il lubrificante, per noi, era quasi una novità. Quella volta con il dildo di Francesca l’avevamo usato. Nel quotidiano no. Quando mi inculava, Nael preferiva la saliva. Poi arrivavo io: mi bagnavo così tanto che colava dalla fica all’ano e gli lubrificavo il cazzo da sola. Per il pegging avevamo deciso che il gel serviva. Il suo culo non è il mio. Non ha quella scia.
Ero già eccitata. Glielo tolsi di mano e lo posai di nuovo sull’asciugamano. Lo abbracciai. Non da sottomessa. Da padrona, per la prima volta, o almeno da qualcuno che prende. Lo baciai io. Mentre lo baciavo slacciai il nodo della camicetta e la lasciai aperta del tutto. Poi la mano scese. Nael aveva i pantaloni della tuta. Entrai dentro senza fatica. Niente mutande, come sempre. Gli afferrai il cazzo. Era già mezzo duro, caldo, grosso nel mio pugno, e si irrigidì ancora mentre lo tenevo.
Anche lui si stava eccitando. Il nervosismo c’era ancora. Ma sotto i pantaloni della tuta il suo corpo aveva già detto di sì.
Gli abbassai i pantaloni. Mi staccai dal bacio e scesi in ginocchio. Lo guardai negli occhi e gli presi il cazzo in bocca. Ormai lo sapevo fare. Mestiere e fame insieme. La lingua sul glande scoperto, le labbra che scendevano, il respiro dal naso. Gli calai i pantaloni alle caviglie, gli slacciai le scarpe, le sfilai. Lui diede un colpetto e restò solo con i calzini di spugna. Io pompai ancora, senza mani, solo bocca, e nel frattempo mi sfilai la camicetta. Rimasi nuda. Il suo cazzo era tutto dritto, duro, caldo, che mi batteva contro il palato.
Lo succhiai ancora un po’. Poi mi alzai e andai verso il letto. Nael si liberò anche dei calzini.
«Aiutami a metterlo» dissi, indicando lo strap-on.
Nael scosse la testa.
«Prima voglio sentire il tuo sapore.»
Mi stese sul letto. Si avventò fra le cosce. La fica era già bagnata, calda, aperta. La leccò con fame, non con la precisione di chi fa un favore: con la faccia dentro. Il sapore, per lui, doveva essere il mio di sempre — salato, un po’ dolce, un po’ di ferro, caldo come pelle viva, l’odore forte di ragazza eccitata che lui cerca ogni volta. Io affondai la mano destra nei suoi ricci e gli premetti la testa sulla vulva. Con l’altra mi presi il seno sinistro, il capezzolo tra le dita, e strinsi fino al dolore. Fremevo. Ero vicina. Ero anche impaziente. Lo strap-on era lì, a un palmo.
Lo cercai a tastoni. Lo trovai. Lo misi in mano a Nael. Lui non alzò la faccia. Infilò il silicone nella mia fica e cominciò a scoparmi con quello mentre succhiava il clitoride. Il bulbo non c’era ancora, era solo l’asta, liscia, curva, e la sua lingua sopra. L’orgasmo era lì, pronto.
Non cedetti. Lo spinsi via con decisione, ma dolce.
«Aiutami. Adesso.»
Quasi in fretta. Indossai l’harness. Strinsi le cinghie, non del tutto. Nael sputò sul bulbo vaginale e me lo infilò nella fica fradicia. Un colpo di pienezza. Poi fece passare l’asta nell’anello e tirò le fibbie. Io le aggiustai. Calzava. Il nero mi usciva dal bacino, il raso viola sui fianchi, il bulbo dentro che mi teneva aperta, la zigrinatura già sul clitoride se muovevo un centimetro.
Mi misi in piedi. Nael era in ginocchio ai piedi del letto, davanti a me. Lo guardai, raggiante.
«Che ne pensi?»
Mi guardò. Intimorito, curioso, eccitato. Tutto insieme.
«Sei bellissima. Una dea.»
Risi, felice.
«Ora tocca a me leccarti. Mettiti a pecora. Come mi hai detto tu la prima volta: culo in alto.»
Nael obbedì. Si mise a pecora sul mio letto, la schiena curva, le natiche esposte, il viso nel cuscino. Mi accomodai dietro di lui. Gli accarezzai i glutei. Pelle scura, liscia, una lieve peluria, più fitta intorno al buco. Gli baciai le chiappe. Poi non resistetti. Mi avventai con la bocca sul suo ano.
L’odore era forte, maschile, un po’ di sudore, un po’ di chiuso, il profumo caldo di chi non si è lavato da poche ore e porta addosso la giornata. Il sapore era acre, salato, un po’ amaro, con un fondo di pelle umida. Non mi staccai. Leccate larghe, lente, che coprivano tutto l’anello. Poi la punta della lingua che premeva, che cercava di entrare, che forzava lo sfintere. Poi la bocca a ventosa, succhiata intensa, le labbra chiuse intorno al buco. Minuti. Non contavo. Lui ansimava nel cuscino. A tratti un verso basso, da ragazzo a cui succede una cosa che non sa ancora se può piacergli.
Io leccavo e leccavo. Lingua piatta. Lingua stretta. Sputo. Di nuovo dentro. Lo sfintere di Nael era più chiuso del mio, più restio, un muscolo che non è abituato a cedere. Ogni volta che lo aprivo un po’, lui si contraeva. Poi si rilassava. Poi di nuovo.
A un certo punto, con la saliva che già colava, infilai l’indice. Solo quello, lento. Lo sfintere strinse. Nael emise un suono tra il gemito e la protesta. Tenni fermo. Poi entrai. Caldo, stretto, velluto interno. Continuai a leccare intorno al dito, a lubrificare con la bocca. Lo pompavo corto. Lui spingeva il culo all’indietro, quasi senza accorgersene.
Dopo un po’ aggiunsi il medio. Due dita. Lo sentii allargarsi, bruciare, accettare. Nael affondò la faccia nel cuscino. Le mani gli si chiusero sulle lenzuola. Per lui era un capovolgimento: il padrone a pecora, il culo in alto, la lingua della sua troia nel buco, le dita che aprono. Il disagio c’era. L’eccitazione anche. Il cazzo gli pendeva duro sotto il ventre, che gli batteva sulla pelle. Ogni leccata gli arrivava in un posto che non controllava. Ogni dito gli diceva che stava per farsi scopare davvero. E lui, invece di alzarsi, restava lì, il culo offerto, il respiro grosso, tra la vergogna e una fame nuova che non voleva ancora chiamare per nome.
Mentre lo leccavo, lo strap-on mi sfregava contro il materasso. Il bacino si mosse da solo. Il bulbo, già piantato in fica, si spostò dentro, pieno, pesante. La zigrinatura mi prese il clitoride gonfio. Una voglia extra, netta, mi salì lungo la schiena. Non alzai la faccia. Con la mano libera afferrai il plug sull’asciugamano. Me lo portai vicino la vulva, da dietro, lo insaponai con la fica fradicia e me lo infilai nell’ano. Entrò facile: il mio buco ormai sa. Lo accesi. La vibrazione partì bassa, poi la alzai. Mi massaggiai così, il plug che mi pulsava dentro, le dita ancora nel culo di Nael, la lingua sull’anello del suo sfintere.
Il suo buco era bagnato e caldo. Sputo, saliva, il calore vivo della carne. Mi staccai. Le dita uscirono lente. Me le portai alla bocca e le succhiai, dolce, l’acre di lui sulla lingua. Poi mi avvicinai al suo orecchio, ancora a pecora, il culo in alto.
«Come va?»
«Va bene» disse, la voce roca nel cuscino. «Mi sento pronto.»
Aprii il flacone. Versai il gel sul palmo e nel solco delle sue natiche. Lo guardai scivolare, lucido, verso l’ano, raccogliersi sull’orlo e sparire un po’ dentro. Ripresi a ditalinarlo con le dita unte. Dolce, poi più energia. Fino in fondo. Due. Poi tre. Nael lamentò qualcosa, la testa premuta sul cuscino, le spalle tese. Non si tirò indietro.
«Sei pronto?»
Esitò un istante.
«Sì.» Poi, con un tono che non gli avevo mai sentito — più basso, più nudo, quasi da ragazzo: «Piano. Per favore.»
Quel per favore mi fece impazzire. Versai altro gel sul palmo e lubrificai l’asta nera da cima a fondo, la curva verso l’alto lucida, lo spessore che mi riempiva la mano. Avvicinai la punta al suo ano. Lo sfintere era umido, aperto dalle dita, e comunque piccolo rispetto a quei quindici centimetri di circonferenza.
«Amore» dissi. «Vado.»
La punta premette. Nael trattenne il fiato. Lo sfintere resistette, un anello caldo che non voleva. Spinsi un millimetro. Un altro. Il silicone scivolava sul gel, ma la carne teneva. Io sentivo tutto attraverso l’harness: la pressione che tornava sul mio pube, il bulbo che mi sprofondava in fica, la zigrinatura sul clitoride, il plug che mi vibrava nel culo. Ero piena da tutte le parti e lui ancora non mi aveva preso.
«Respira» sussurrai.
Nael soffiò nel cuscino. Io tenni la punta ferma sull’orlo, poi ripresi. Lo sfintere si allargò, si allargò, e a un certo punto ci fu quel clic — non un suono vero, una resa. L’anello cedette e la testa nera sparì dentro. Nael emise un verso rotto, mezzo gemito mezzo bestemmia. Io vidi l’asta entrare, nera contro la pelle scura, il buco che si chiudeva intorno allo spessore come una bocca.
Rimasi ferma. Solo la punta. Lui pulsava. Io pulsavo. Il mio cuore mi batteva in gola e tra le gambe.
Poi entrai. Lento. Centimetro dopo centimetro. La curva verso l’alto gli cercava la prostata da sola. Sentivo la resistenza, poi lo scivolo, poi di nuovo la stretta. Nael affondava le dita nelle lenzuola. Per lui era troppa cosa insieme: il bruciore, la pienezza, l’idea. Il padrone aperto. Il silicone che avanzava dove di solito avanza lui. Il cazzo gli restava duro sotto il ventre, traditore, che gli batteva sulla pelle a ogni respiro.
Io guardavo. Non riuscivo a non guardare. Il mio strap-on che spariva nel suo culo. I suoi glutei che si aprivano. La peluria umida di gel. E dentro di me il bulbo che si muoveva a ogni millimetro che gli davo, il clitoride strusciato, il plug acceso. Una dea, aveva detto. Mi sentivo così. Innamorata e porca. Felice in un modo che mi faceva male al petto.
A metà asta Nael gemette più forte.
«Cazzo… Giulia…»
«Lo so» dissi. «Lo so, amore. Lo prendi. Sei bellissimo così.»
Spinsi ancora. L’asta scese. Lo sfintere ormai era un anello teso, lucido, spalancato sul nero. Quando arrivai vicino alla fine lui tremò. Io sentii il pube arrivargli contro le natiche. Quasi tutto dentro. Venti centimetri che gli occupavano il retto, la curva che premeva, il mio bacino incollato al suo.
Restammo così. Io sopra, lui a pecora. Il suo culo pieno del mio cazzo finto. La mia fica piena del bulbo. Il plug che mi ballava dentro. Nael ansimava, gli occhi chiusi, la fronte sul cuscino, tra il dolore che gli apriva e un piacere che gli arrivava da un posto che non voleva ancora ammettere. Io gli accarezzai la schiena, sudata, calda, e non uscii.
Cominciai a scoparlo. Lento. Profondo. Non a scatti: spinte lunghe, l’asta che usciva quasi tutta e rientrava fino al pube. Il corpo di Nael era teso da capo a piedi, ricoperto da uno strato sottile di sudore — non da fatica, da tensione. Quella pelle lucida mi eccitava. Gli passai la mano sulla schiena e sentii il sudore sul palmo, caldo, scivoloso. Gli occhi mi andavano dal suo corpo contratto, al culo sodo, all’immagine oscena: lo strap-on nero che spariva in un ano aperto troppo, che si chiudeva intorno al silicone e lo risputava lucido di gel.
Per minuti pensai più a lui che a me. Tenevo il ritmo basso. Aspettavo che il suo sfintere capisse. Piano piano qualcosa in lui si allentò. Non del tutto. Un grado. Il cazzo, sotto, non era più quel palo di legno: una semi-erezione strana, abbandonata, né morta né in piedi.
«Hai male?»
Esitò.
«No. Va bene.»
«Vuoi cambiare posizione?»
Di nuovo un attimo. Poi:
«Ok.»
Lo sfilai lento. L’asta uscì centimetro dopo centimetro, lo sfintere che teneva e poi lasciava. Restò lì, largo, slabbrato, gonfio, lucido. Mi si strinse tutto a vederlo così. Chiavato. Il buco del mio ragazzo aperto sul mio letto.
«Come mi devo mettere?»
«A pancia in su.»
Si girò. Non era il solito Nael. Occhi lucidi, sguardo da cucciolo, dolcissimo. Niente baldanza. Niente maranza. Lo baciai. Non resistetti. Lo strap-on mi premeva sul suo ventre piatto, nero su pelle scura. Lo accarezzai.
«Ti amo» gli sussurrai.
Poi tornai al lavoro.
«I piedi sulle mie spalle.»
Li issò. Il culo di nuovo esposto, più visibile, più suo e più mio. Rilubrificai l’asta. La avvicinai. Questa volta entrò senza sforzo, fino in fondo, un colpo solo umido. Nael trasalì. I pugni chiusero le lenzuola. Un respiro profondissimo, come se gli avessi occupato anche i polmoni.
Ricominciai. Sempre lenta. Sempre a fondo. Il suo cazzo restava mezzo eretto sul ventre, abbandonato. Ci guardavamo. Contatto visivo fisso. Io dentro di lui, lui dentro al mio sguardo.
Dopo qualche spinta disse:
«Decidi tu il ritmo. Non ti preoccupare per me. Se sto male te lo dico. Insegui le tue sensazioni. Il tuo piacere. Voglio vederti venire mentre mi inculi.»
Sorrisi.
«Ok.»
Alzai il ritmo. Più intenso. Altrettanto profondo. Cercai l’angolo. Lo trovai: il bulbo che mi premeva, la zigrinatura sul clitoride, il plug acceso che mi ballava nel culo. Cominciai a chiavarlo sul serio. Energia. Poi più energia. Le natiche di Nael battevano sul mio bacino. Lui ansimava, sudava, i pugni nelle lenzuola, sempre in tensione. Il piacere mi saliva a ondate. Gli accarezzai il petto, i capezzoli neri, lo sterno bagnato. La mano destra salì. Gli arrivò al collo.
Stringevo.
Non da gioco. Da possesso. Lo sguardo mi si fece predatorio, dominante, un’altra faccia. Nael, che fino a un attimo prima mi teneva gli occhi, cedette. Chiuse le palpebre. Sollevò un poco la testa. Lasciò il collo scoperto nella mia presa. Una sottomissione palese, nuda, senza parole. Il padrone con la gola nella mano della sua ragazza, il culo pieno, e io che lo scopavo sempre più forte.
Alzai il ritmo senza più freni. Spinte più potenti, più violente. Lo strap-on pompava con un suono bagnato, osceno, slosh-slosh-slosh: gel, carne, l’asta nera che usciva lucida e rientrava fino in fondo. Il mio bacino batteva sulle sue natiche con colpi umidi. L’aria della stanza era pesante: sudore di lui, il mio afrore, il silicone, il profumo fruttato del lubrificante. Vedevo tutto. Il suo ventre piatto. I capezzoli neri. Il cazzo mezzo molle abbandonato, scuro. L’ano spalancato intorno al nero, un anello teso, lucido.
Nael era una tavola tesa. Pugni serrati. Respiro trattenuto. Per lui era troppa cosa: il bruciore, la pienezza, la gola nella mia mano. E sotto, più forte del dolore, la coscienza. Fino a ieri era lui a tenermi i capelli. Lui a dirmi culo in alto. Lui a decidere quando facevo male e quando dovevo ringraziare. Adesso la sua ragazza — la figlia perbene, la troia che gli leccava i piedi — lo stava inculando sul serio, e lui non scappava. Quella inversione gli arrivava più in fondo dello strap-on. Si sentiva visto. Si sentiva preso. Si sentiva, per la prima volta, dalla parte dove stavo io da mesi.
Io non pensavo più, e insieme pensavo una cosa sola. Sto comandando. Non era un gioco copiato dai porno. Era una stanza che si apriva in me. Il bulbo che mi sfondava la fica. La zigrinatura sul clitoride. Il plug acceso. Il sudore di lui sotto il palmo. E questa fame nuova: non solo darmi. Prendere. Vederlo cedere. Amarlo proprio mentre gli occupavo il culo e la gola. Il possesso mi rendeva felice in un modo feroce, quasi spaventato dalla mia stessa faccia.
Riapri gli occhi un istante. Bagnati. La voce strozzata dalla mia presa. Vide la mia faccia trasfigurata, indemoniata. Non era più Giulia che dice sì, padrone. Era un’altra. E lui la riconobbe.
«Non mollare» disse. «Continua così.»
Obbedii al contrario. Ancora più furiosa. Ancora più violenta. Nael si irrigidì di colpo. Le gambe gli tremarono senza controllo, i muscoli delle cosce a scatti. E all’improvviso, senza una mano sul cazzo, quel mezzo molle si contrasse da solo. L’orgasmo lo scosse tutto intero, dalla prostata in fuori, una scarica che gli piegò la schiena. Il primo fiotto partì alto, spesso, bianco, gli attraversò il petto e gli arrivò sul viso, caldo, vischioso. Il secondo e il terzo furono più violenti, incredibilmente lunghi: alcuni superarono il metro e mezzo e caddero oltre il letto, sul pavimento, con un suono umido. L’odore gli esplose addosso — acre, salato, maschile, il suo odore più denso — e mi riempì il naso. Nael emise un verso rotto, gli occhi pieni, il corpo che non gli apparteneva più. Venire così, da sotto, da aperto, da strozzato dalla mia mano, gli fece capire fino in fondo chi stava decidendo. Non era solo piacere. Era resa.
Allentai il collo. L’odore della sua sborra mi eccitò ancora di più. Mi concentrai su di me. Pompe più corte, più rapide, comunque profonde. Il bulbo e il clitoride al massimo. Con l’altra mano premevo il plug, ritmico, il culo che mi pulsava.
Ero lì.
Lo sentivo arrivare da sotto, da dentro, un calore che si stringeva, che saliva, che non poteva più tornare indietro. Nael sotto di me ansimava ancora, il corpo molle e teso insieme, sporco della prima sborrata, gli occhi socchiusi. Per un attimo pensai che lui avesse già dato tutto. Che adesso toccasse solo a me. Che il prossimo verso, il prossimo scatto, sarei stata io.
Il piacere mi chiuse la gola. Le cosce mi tremarono. Un secondo ancora, un altro colpo, la zigrinatura esatta sul punto giusto —
Nael si inarcò.
Non io. Lui.
Il grido arrivò prima che capissi, sordo, quasi un lamento da animale ferito. Un secondo orgasmo lo prese, devastante, senza preavviso, mentre io ero ancora in bilico. Il corpo gli si spezzò sotto le mie spinte. Altri fiotti, abbondanti come il primo e più ancora, gli schizzarono sul mento, sulle labbra, sul mio ventre, caldi, a scatti, uno dopo l’altro come se non finissero. Lo sentii venire sotto di me, impotente e enorme insieme, e quella sorpresa — lui di nuovo, lui ancora, lui al posto mio — mi spinse oltre.
Un attimo dopo venni anch’io. Lungo, prolungato, un fiume di umore che mi uscì dalla fica lungo il bulbo, calda, viscida, che mi colò sulle cosce e sull’harness viola. Gemetti sopra di lui, la mano ancora sul suo petto sudato, gli occhi aperti sul suo viso sporco di sé.
Uscii lento. Lo strap-on lasciò il suo ano. Lo guardai: slabbrato, gonfio, all’inverosimile, un buco usato che pulsava, lucido di gel. Nael era stravolto. Fiato corto. Il corpo rigato dalla sua stessa sborra, bianca sulla pelle scura, a schizzi sul collo, sui ricci bagnati di sudore, su un capezzolo. Tutto imperlato di sudore. Occhi lucidi. L’odore della stanza era diventato una cosa sola: sesso, sale, lui. Anch’io avevo il fiatone. Lo sguardo radioso. Dentro c’era ancora il brivido della dominanza, come un sapore nuovo in bocca.
Mi tenni sulle braccia, senza pesargli addosso. Mi avvicinai al viso. Lo baciai. Sulle sue labbra c’era un fiotto del secondo orgasmo, tiepido, salato. Lo presi lo stesso.
«Ti amo» sussurrai.
«Ti amo» rispose lui. La voce era piccola. Non da padrone. Da ragazzo che ha appena scoperto di poter essere anche l’altro.
Restammo così un po’. Poi gli accarezzai i capelli umidi.
«Allora?» chiesi, bassa. «Com’è stato?»
Nael ci mise un attimo.
«Strano. Forte. All’inizio avevo paura. Poi… non so. È come quando ti scopo io, ma al contrario. Mi sono sentito tuo. Non pensavo di poterlo dire. Ti ho vista diversa. Come mi vedi tu, quando ti prendo. Quella faccia. Mi ha fatto… crollare. Ma bene.»
Sorrisi. Gli tremavano ancora le cosce.
«Io mi sono sentita enorme. Non per lo strap-on. Per te che restavi. Per il per favore. Per quando mi hai detto di non mollare. Mentre ti scopavo ho capito che ce l’ho anch’io, quel lato. Non al posto del tuo. Accanto. Mi fa paura e mi eccita. Ti ho voluto in un modo nuovo.»
Lui fece una risata piccola, stanca.
«Lo rifacciamo.»
«Sì?»
«Sì. Non tutti i giorni. Ma sì. Mi è piaciuto. Cazzo, mi è piaciuto da morire. Quelle sborrate… non mi era mai successo così. Senza toccarmi. Mi usciva da dentro, da dove mi stavi chiavando. È un’altra cosa.»
Lo baciai di nuovo, più lento. Sapore di lui, di sale, di noi.
«E la cosa dei froci?» chiesi. Piano. Senza prenderlo in giro.
Nael guardò il soffitto un secondo. Poi me.
«Ce l’avevo in testa. L’avevo ancora quando sei entrata. Adesso… non lo so. Non mi sono sentito un altro. Mi sono sentito il tuo ragazzo. Sotto di te. Se questo è da frocio, allora è da frocio. Ma non mi sento così. Mi sento scopato da te. Punto.»
«Punto» ripetei. «Non sei gay. Sei Nael. E oggi ti sei fatto inculare da me. Sono due cose diverse. Oggi comandavo io. Domani puoi comandare tu. Non ci toglie niente.»
«Lo so» disse. «Adesso lo so meglio.»
Gli pulii un filo di sborra dall’angolo della bocca con il pollice. Lui mi prese il polso e se lo tenne.
Con l’altra mano scesi fra le sue cosce. Cercai il suo ano.
«Fammi sentire.»
Nael alzò una coscia e mi aprì lo spazio. Lo toccai. Sotto i polpastrelli era gonfio, slabbrato, ancora pieno di gel, caldo, aperto come non l’avevo mai sentito. Lo massaggiai. Poi entrai. Piano. Facile. La prima falange di due dita scivolò dentro senza sforzo. Lo sguardo mi tornò quello di prima, dominante, diabolico. Sorrisi, soddisfatta.
«Ti ho sfondato proprio bene.»
Mi guardò. Ancora da cucciolo. Imbarazzato. La voce timida, piccola.
«Sì. Mi hai sfondato.»
Gli tenni le dita un attimo, sentendolo pulsare intorno. Poi le sfilai.
«La prossima volta» mormorò, il mio polso ancora nella sua mano, «puoi anche stringere di più.»
Risi, la faccia nel suo collo sudato, l’odore di lui che mi riempiva.
«Lo terrò a mente.»
Fuori era ancora pomeriggio. In camera c’erano lo strap-on nero, l’harness viola, il plug spento, il pavimento macchiato. Io nuda, lui nudo, tutti e due distrutti e accesi. Restammo abbracciati sul letto, sudati, innamorati, e per la prima volta la gerarchia — chi scopa e chi viene scopato — non era più un muro. Era una porta. E l’avevamo aperta tutti e due.
scritto il
2026-09-30
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