Un pomeriggio a casa di Giulia (2)
di
OpenMinded35
genere
prime esperienze
Questo racconto è il seguito di "Il Primo Assaggio".
Nael non era nato così per caso. Era il prodotto di un contesto preciso, duro, che lo aveva forgiato come un coltello lasciato troppo a lungo nella forgia.
Era arrivato in Italia a sei anni, terzo di cinque fratelli, da un piccolo villaggio vicino a Casablanca. La famiglia aveva seguito il padre, Mohammed, emigrato anni prima in cerca di lavoro. Ciò che trovarono in una città di provincia del Nord Italia fu un appartamento popolare fatiscente in un quartiere misto, dove gli italiani di vecchia data li guardavano con sospetto e gli altri nordafricani si chiudevano in clan.
Il padre lavorava in nero nei cantieri, poi in una fabbrica di componentistica auto, finché un incidente alla schiena lo aveva reso quasi invalido. Da quel momento Mohammed era diventato un uomo frustrato e rabbioso, che sfogava le umiliazioni quotidiane – i capi italiani che lo trattavano come un animale, i soldi che non bastavano mai, la lingua che non imparava – su moglie e figli. In casa vigeva una disciplina rigida di stampo tradizionale marocchino, mescolata però al caos della povertà: botte frequenti, urla, silenzi carichi di risentimento. La madre, Fatima, passava le giornate tra pulizie in case private e tentativi di tenere insieme la famiglia, schiacciata sia dal marito sia dalla cultura che le imponeva sottomissione.
Nael crebbe rapidamente per strada. A dodici anni già bighellonava con i ragazzi più grandi del quartiere, imparando il dialetto italiano misto all’arabo di strada. Non studiava: la scuola era vista come un luogo ostile, dove gli insegnanti lo etichettavano subito come “problema”. Preferiva il parco, i motorini truccati, i piccoli furti, lo spaccio di hashish e pasticche nelle sere d’estate. A quindici anni aveva già perso la verginità con una ragazza italiana più grande di lui, in un seminterrato, scoprendo presto il potere che il suo fisico e il suo cazzo grosso gli davano sulle coetanee.
Psicologicamente, Nael sviluppò un mix esplosivo: un profondo senso di inferiorità sociale – la famiglia “malamente integrata”, i soldi sempre contati, il cognome che suonava straniero – compensato da un’ipermascolinità aggressiva. Il suo ego si nutriva del dominio: dominare gli altri ragazzi con la violenza o la leadership di strada, dominare le ragazze con il sesso e la manipolazione emotiva. Odiava l’autorità italiana («loro hanno tutto facile»), ma allo stesso tempo la invidiava e desiderava sottometterla, soprattutto attraverso le figlie della borghesia.
Non portava biancheria intima né di giorno né di notte, per abitudine familiare – la casa era troppo calda e affollata, e il padre diceva che «un uomo vero sente il suo cazzo libero» – ma anche perché gli piaceva sentire il tessuto leggero dei pantaloni sfregare contro il suo grosso membro, sempre mezzo duro, sempre pronto. Questo dettaglio contribuiva al suo odore corporeo intenso, maschio, quasi animale, che diventava un’arma di seduzione: molte ragazze restavano colpite da quel profumo forte di cazzo, sudore e testosterone.
A vent’anni Nael era già un piccolo re del quartiere. Non lavorava stabilmente – qualche lavoretto in nero, spaccio occasionale, truffe online – ma aveva sempre soldi in tasca per vestiti firmati contraffatti, catenine, svapo e benzina per la Clio di terza mano che usava come “tana mobile”. Le sue relazioni erano brevi e intense: prendeva le ragazze, le usava sessualmente senza troppi scrupoli, le umiliava verbalmente durante il sesso (gli piaceva chiamarle troie, puttane, e farle sentire inferiori ma desiderate), e poi le mollava quando si attaccavano troppo o quando arrivava qualcosa di meglio.
Con Giulia era diverso. Non era solo l’ennesima conquista. Era la classica “figlia di papà”: brava, studiosa, di buona famiglia, ancora vergine. Corromperla rappresentava per lui una vendetta simbolica contro il sistema che lo aveva sempre guardato dall’alto in basso. Ogni volta che la faceva arrossire, che la spingeva a fare cose nuove e degradanti, sentiva un’ebbrezza di potere enorme. Dentro di sé sapeva di starle rovinando la reputazione e forse il futuro, ma questo non lo fermava: anzi, lo eccitava. Vedeva in lei la tela bianca su cui poteva imprimere la sua impronta, trasformando la brava liceale in una troia dipendente dal suo cazzo.
Nael non era stupido. Sapeva parlare quando voleva, sapeva essere affascinante nei messaggi, sapeva recitare il ruolo del “ragazzo complicato che ha bisogno di amore”. Ma la sua vera natura emergeva nel sesso: possessivo, rude, egoista, con un piacere sadico nel vedere le lacrime di piacere e umiliazione mescolate sul viso delle ragazze.
Quella sera in macchina con Giulia non era stata solo una scopata orale. Era stato il primo passo concreto verso la conquista totale. Nael già pensava al prossimo incontro: portarla a casa sua (o meglio, da lei, per il brivido di farlo nel territorio nemico), sfondarle il culo come promesso, forse anche filmare qualche video “privato” per tenerla legata a sé. Per Nael, Giulia non era solo una ragazza. Era una preda, una sfida, un trofeo e, forse, la sua personale rivincita sulla vita che gli era toccata.
Era passata una settimana da quella sera bollente in macchina, ma per Giulia era come se il tempo si fosse fermato. Ogni minuto era stato occupato dal ricordo del sapore del cazzo di Nael, della sua sborra calda in gola, delle dita nel culo e delle parole volgari che le avevano marchiato l’anima. Di notte si toccava in silenzio, rivivendo ogni spinta in gola, ogni dito nel culo, ogni parola volgare. Si sentiva sporca, colpevole, ma anche viva come mai prima. Si sentiva divisa in due: la Giulia liceale, brava, studiosa, figlia modello, e una nuova versione di sé, bagnata e tremante al solo pensiero di lui. Nael le aveva scritto chiaro: «Sabato i tuoi sono via? Vengo da te. Voglio quello che mi hai promesso.»
Giulia aveva mentito ai genitori, dicendo che avrebbe dormito da un’amica. Casa vuota tutto il weekend.
Quando il citofono suonò alle dieci di sera, il cuore le esplose nel petto. Aprì la porta con le mani che tremavano. Nael entrò con quel suo passo da padrone del mondo: felpa nera oversize, jeans scuri, sneaker immacolate. Appena la porta si chiuse alle sue spalle, la spinse contro il muro dell’ingresso con forza controllata. Il bacio fu immediato, famelico, quasi violento. La lingua di Nael invase la sua bocca, le mani grandi le strinsero i fianchi e poi salirono a palparle il seno con possesso. L’odore di lui – sudore maschile, tabacco dolce della svapo e quel fondo muschiato di cazzo – la avvolse completamente.
«Mi sei mancata, troia» le sussurrò sulle labbra, mordendogliele. «Hai pensato al mio cazzone tutti i giorni?»
«Sì…» rispose Giulia con voce rotta, già eccitata.
Nael sorrise strafottente e si staccò. Si guardò intorno: la casa elegante, i quadri alle pareti, i mobili costosi. Un ghigno di soddisfazione gli attraversò il viso. Era nel territorio nemico, e questo lo faceva impazzire.
«Preparami un caffè. Bello forte. E servimelo come si deve.»
Giulia, ancora frastornata dal bacio, annuì docilmente e andò in cucina. Mentre preparava la macchina per l’espresso, le mani le tremavano. Dentro di lei si agitava un turbine di emozioni: umiliazione dolce per essere trattata come una cameriera nella sua stessa casa, eccitazione profonda nel sentirsi comandata, paura di deluderlo e desiderio bruciante di compiacerlo. Portò la tazzina sul vassoio, con un bicchiere d’acqua accanto, e lo raggiunse in salotto.
Nael si era stravaccato sul costoso divano di pelle chiara della famiglia di Giulia, gambe larghe, felpa sollevata che mostrava la pancia piatta. Prese la tazzina senza nemmeno guardarla e sorseggiò lentamente, con aria padronale.
«Buono» commentò. Poi i suoi occhi scuri si posarono su di lei. «Adesso spogliati. Completamente. Voglio vederti nuda ai miei piedi.»
Giulia arrossì fino alla radice dei capelli. Si tolse la felpa, il reggiseno, la gonna, il perizoma. Rimase completamente nuda davanti a lui: seno prorompente, vita stretta, fica già lucida di umori, natiche toniche. L’aria fresca della casa le fece inturgidire i capezzoli.
«Inginocchiati.»
Lei obbedì, mettendosi ai suoi piedi sul tappeto persiano. Nael allungò una gamba.
«Toglimi le sneaker e le calze. E poi leccami i piedi con adorazione, come una brava troietta.»
Giulia slacciò le sneaker con dita tremanti. L’odore caldo e intenso di piede sudato dopo una giornata intera le colpì le narici: un aroma forte, salato, leggermente acre, virile. Tolse le calze e rivelò i piedi grandi di Nael, un po’ sudati. Si chinò e iniziò a leccare. Prima la pianta, poi le dita, passando la lingua tra un dito e l’altro con devozione. Il sapore era salato, terroso, intensamente maschio. Si sentiva profondamente umiliata, eppure la fica le pulsava e grondava.
Per Giulia era una resa totale: la brava ragazza che leccava i piedi sporchi del bad boy marocchino sul divano di casa sua. Vergogna, eccitazione, amore distorto e sottomissione si mescolavano in un cocktail potentissimo.
Nael sorseggiava il caffè guardandola dall’alto, il cazzo che già premeva duro contro i jeans.
«Brava… lecca bene tra le dita. Senti che sapore ha un uomo vero?»
Quando finì il caffè, posò la tazzina e aprì i pantaloni, liberando il suo enorme uccello: ventidue centimetri di carne spessa, vene in rilievo, cappella grossa e lucida. L’odore potente di cazzo invase il salotto.
«Succhialo. Fammi vedere se hai imparato.»
Giulia si alzò sulle ginocchia e aprì la bocca. Prese in bocca quel mostro e questa volta lo fece con più passione. Era più preparata, ma la circonferenza era comunque una sfida. Sentì subito il sapore salato della pelle, il retrogusto acre di sudore e pre-eiaculato. Nael le afferrò i capelli e iniziò a scoparle la bocca con spinte profonde, colpendole la gola. Saliva colava copiosa sul mento di Giulia, lacrime le rigavano il viso.
Dentro di lei c’era un vortice: vergogna per essere in ginocchio nella sua casa da brava ragazza, terrore che i vicini sentissero, eccitazione devastante nel sentirsi usata. La fica le grondava lungo le cosce.
Lui le scopò la bocca per un paio di minuti, poi Nael afferrò bruscamente Giulia per i lunghi capelli neri e la tirò su.
«Andiamo in camera tua, cagnolina.»
La trascinò così, nuda e a quattro zampe, tirandola per i capelli come un guinzaglio. Giulia avanzava carponi sul pavimento, il cuoio capelluto che bruciava, le ginocchia che sfregavano. L’umiliazione era totale, eppure il suo corpo tradiva eccitazione: i capezzoli duri, la fica grondante. Nael godeva di ogni passo, sentendo il potere assoluto su di lei.
In camera di Giulia – il letto ordinato, i libri di scuola sulla scrivania, lo specchio grande – la spinse sul materasso.
«A pecora. Culo in alto.»
La mise in posizione, natiche aperte. Si abbassò e iniziò un rimming intenso e sporco: lingua larga che lappava il buchetto rosa, poi punta che cercava di entrare. Il sapore era muschiato, leggermente amaro e terroso.
«Cazzo, che sapore sporco ha questo culetto… Sei una troia sporca, lo sai? Una brava ragazza che si fa leccare il buco del culo dal marocchino di periferia. Sa di fica bagnata e di troia vergine che non si lava bene.»
Giulia gemeva, il viso premuto sul cuscino profumato di ammorbidente, scossa dalla vergogna e dal piacere proibito.
Nael si rialzò, sputò abbondantemente sul buchetto e posizionò la grossa cappella violacea contro l’anello stretto.
«Adesso ti rompo il culo, ti sfondo. Lentamente. Voglio che senti ogni centimetro.»
Spinse appena. La cappella forzò l’ingresso e Giulia urlò: un dolore bruciante, lancinante, come se venisse strappata. Solo la punta era dentro, ma già sentiva le pareti del culo tese allo spasimo intorno alla circonferenza mostruosa.
«Ahh! Nael… fa male… ti prego, piano…» piangeva.
«Shh. Respira. È tuo dovere prenderlo tutto» rispose lui con voce roca, godendo immensamente della stretta calda e pulsante. Il piacere per Nael era estremo: il calore vellutato, la resistenza del culo vergine che cedeva lentamente sotto la sua pressione.
Spinse ancora di qualche millimetro. Giulia singhiozzava, le dita artigliavano le lenzuola, il corpo rigido per il dolore. Il bruciore era intenso, una sensazione di pienezza innaturale e di strappo profondo. Le lacrime le rigavano il viso. Nael si fermò, lasciando che si abituasse, ma solo per pochi secondi. Poi spinse ancora, molto lentamente, conquistando altro terreno.
Ogni centimetro era una tortura lenta e deliberata. Giulia sentiva le pareti interne del culo che si dilatavano dolorosamente intorno all’asta spessa, le vene in rilievo che sfregavano contro la carne sensibile. Il dolore era profondo, viscerale, quasi insopportabile, mescolato a una strana pressione che le toglieva il fiato. Piangeva apertamente, il corpo scosso da tremiti.
Nael gemeva di piacere puro.
«Cazzo… che stretto… sento ogni contrazione. È bellissimo vederti soffrire per il mio cazzo.»
Arrivato a metà, si fermò di nuovo, godendo della vista del suo enorme uccello che scompariva tra le natiche toniche di Giulia. Lei ansimava, sudata, cercando di rilassarsi. Il dolore era ancora dominante, un fuoco costante, ma sotto iniziava a emergere una sensazione diversa: una pienezza oscura, un piacere proibito che nasceva dal profondo.
Nael riprese a spingere, lentissimo. Altri centimetri. Giulia urlò più forte, il corpo che cercava istintivamente di fuggire in avanti, ma lui la teneva ferma per i fianchi.
«Non scappare. Prendilo tutto.»
Quando finalmente fu dentro fino alle palle, dopo lunghi minuti di penetrazione lenta e dolorosa, Giulia tremava tutta. Il culo era completamente dilatato intorno al mostro di Nael. Il dolore era ancora vivo, bruciante, ma ora accompagnato da un piacere intenso, profondo, che le faceva contrarre la fica inutilmente.
Nael rimase fermo a lungo, godendo della stretta vellutata e delle pulsazioni disperate di lei intorno al suo cazzo. Poi iniziò a muoversi: ritirate lentissime e spinte profonde, misurate, senza fretta. Ogni movimento faceva gemere Giulia tra dolore e piacere. Il bruciore diminuiva gradualmente, lasciando spazio a ondate di godimento anale che non aveva mai immaginato.
Nael accelerò solo verso la fine, schiaffeggiando le natiche arrossate, sudato e ringhiante. L’odore di sesso crudo saturava la stanza. Giulia venne con un orgasmo anale devastante, il primo della sua vita, il corpo scosso da spasmi violenti, la fica che schizzava umori mentre il culo si contraeva intorno al cazzo di lui.
Nael, sentendo quelle contrazioni, non resistette. Spinse fino in fondo e venne con un grugnito animale, inondandola di sborra calda, densa e copiosa. Fiotti potenti che riempirono completamente il suo intestino.
Quando uscì lentamente, un grosso rivolo bianco colò dal buchetto rosso e dilatato. Nael, senza perdere tempo, le mise il cazzo sporco in bocca.
«Pulisci tutto, troia.»
Giulia, distrutta, dolorante ma profondamente marchiata, leccò obbediente il mix di sborra, umori del suo culo e sudore. Entrambi percepivano l’odore di feci provenire dal cazzo sporco di Nael, e lui provò un indescrivibile senso di onnipotenza nel vedere Giulia ripulirgli con la lingua le tracce pastose rimaste sulla cappella gonfia.
«Brava puttana! Ripulisci il tuo casino dal mio uccello. Lecca via tutta la tua merda che hai lasciato intorno alla mia cappella.»
Giulia arrossì violentemente, ma non pensò di ritrarsi, anzi. Quelle parole, e il pensiero di quello che stava facendo, non fecero altro che farla sentire ancora più sporca e eccitata.
«Davvero le donne fanno anche questo?» pensò Giulia, succhiando un po’ più forte. Finì di ripulirlo, in ginocchio, accarezzandogli le natiche, le gambe e i piedi mentre continuava a succhiare e leccare il suo cazzo semi duro. Poi si perse con lo sguardo sognante negli occhi neri, profondissimi, di lui.
Dopo si accoccolarono sul letto. Nael la teneva stretta con possesso, accarezzandole i capelli. Per lui era la conquista perfetta. Per Giulia era la resa totale: dolore, piacere, umiliazione e dipendenza si erano fusi in qualcosa di nuovo e irresistibile.
La notte era ancora giovane, e Nael aveva già piani per il futuro.
Non era finita. Era solo l’inizio della sua completa corruzione.
Nael non era nato così per caso. Era il prodotto di un contesto preciso, duro, che lo aveva forgiato come un coltello lasciato troppo a lungo nella forgia.
Era arrivato in Italia a sei anni, terzo di cinque fratelli, da un piccolo villaggio vicino a Casablanca. La famiglia aveva seguito il padre, Mohammed, emigrato anni prima in cerca di lavoro. Ciò che trovarono in una città di provincia del Nord Italia fu un appartamento popolare fatiscente in un quartiere misto, dove gli italiani di vecchia data li guardavano con sospetto e gli altri nordafricani si chiudevano in clan.
Il padre lavorava in nero nei cantieri, poi in una fabbrica di componentistica auto, finché un incidente alla schiena lo aveva reso quasi invalido. Da quel momento Mohammed era diventato un uomo frustrato e rabbioso, che sfogava le umiliazioni quotidiane – i capi italiani che lo trattavano come un animale, i soldi che non bastavano mai, la lingua che non imparava – su moglie e figli. In casa vigeva una disciplina rigida di stampo tradizionale marocchino, mescolata però al caos della povertà: botte frequenti, urla, silenzi carichi di risentimento. La madre, Fatima, passava le giornate tra pulizie in case private e tentativi di tenere insieme la famiglia, schiacciata sia dal marito sia dalla cultura che le imponeva sottomissione.
Nael crebbe rapidamente per strada. A dodici anni già bighellonava con i ragazzi più grandi del quartiere, imparando il dialetto italiano misto all’arabo di strada. Non studiava: la scuola era vista come un luogo ostile, dove gli insegnanti lo etichettavano subito come “problema”. Preferiva il parco, i motorini truccati, i piccoli furti, lo spaccio di hashish e pasticche nelle sere d’estate. A quindici anni aveva già perso la verginità con una ragazza italiana più grande di lui, in un seminterrato, scoprendo presto il potere che il suo fisico e il suo cazzo grosso gli davano sulle coetanee.
Psicologicamente, Nael sviluppò un mix esplosivo: un profondo senso di inferiorità sociale – la famiglia “malamente integrata”, i soldi sempre contati, il cognome che suonava straniero – compensato da un’ipermascolinità aggressiva. Il suo ego si nutriva del dominio: dominare gli altri ragazzi con la violenza o la leadership di strada, dominare le ragazze con il sesso e la manipolazione emotiva. Odiava l’autorità italiana («loro hanno tutto facile»), ma allo stesso tempo la invidiava e desiderava sottometterla, soprattutto attraverso le figlie della borghesia.
Non portava biancheria intima né di giorno né di notte, per abitudine familiare – la casa era troppo calda e affollata, e il padre diceva che «un uomo vero sente il suo cazzo libero» – ma anche perché gli piaceva sentire il tessuto leggero dei pantaloni sfregare contro il suo grosso membro, sempre mezzo duro, sempre pronto. Questo dettaglio contribuiva al suo odore corporeo intenso, maschio, quasi animale, che diventava un’arma di seduzione: molte ragazze restavano colpite da quel profumo forte di cazzo, sudore e testosterone.
A vent’anni Nael era già un piccolo re del quartiere. Non lavorava stabilmente – qualche lavoretto in nero, spaccio occasionale, truffe online – ma aveva sempre soldi in tasca per vestiti firmati contraffatti, catenine, svapo e benzina per la Clio di terza mano che usava come “tana mobile”. Le sue relazioni erano brevi e intense: prendeva le ragazze, le usava sessualmente senza troppi scrupoli, le umiliava verbalmente durante il sesso (gli piaceva chiamarle troie, puttane, e farle sentire inferiori ma desiderate), e poi le mollava quando si attaccavano troppo o quando arrivava qualcosa di meglio.
Con Giulia era diverso. Non era solo l’ennesima conquista. Era la classica “figlia di papà”: brava, studiosa, di buona famiglia, ancora vergine. Corromperla rappresentava per lui una vendetta simbolica contro il sistema che lo aveva sempre guardato dall’alto in basso. Ogni volta che la faceva arrossire, che la spingeva a fare cose nuove e degradanti, sentiva un’ebbrezza di potere enorme. Dentro di sé sapeva di starle rovinando la reputazione e forse il futuro, ma questo non lo fermava: anzi, lo eccitava. Vedeva in lei la tela bianca su cui poteva imprimere la sua impronta, trasformando la brava liceale in una troia dipendente dal suo cazzo.
Nael non era stupido. Sapeva parlare quando voleva, sapeva essere affascinante nei messaggi, sapeva recitare il ruolo del “ragazzo complicato che ha bisogno di amore”. Ma la sua vera natura emergeva nel sesso: possessivo, rude, egoista, con un piacere sadico nel vedere le lacrime di piacere e umiliazione mescolate sul viso delle ragazze.
Quella sera in macchina con Giulia non era stata solo una scopata orale. Era stato il primo passo concreto verso la conquista totale. Nael già pensava al prossimo incontro: portarla a casa sua (o meglio, da lei, per il brivido di farlo nel territorio nemico), sfondarle il culo come promesso, forse anche filmare qualche video “privato” per tenerla legata a sé. Per Nael, Giulia non era solo una ragazza. Era una preda, una sfida, un trofeo e, forse, la sua personale rivincita sulla vita che gli era toccata.
Era passata una settimana da quella sera bollente in macchina, ma per Giulia era come se il tempo si fosse fermato. Ogni minuto era stato occupato dal ricordo del sapore del cazzo di Nael, della sua sborra calda in gola, delle dita nel culo e delle parole volgari che le avevano marchiato l’anima. Di notte si toccava in silenzio, rivivendo ogni spinta in gola, ogni dito nel culo, ogni parola volgare. Si sentiva sporca, colpevole, ma anche viva come mai prima. Si sentiva divisa in due: la Giulia liceale, brava, studiosa, figlia modello, e una nuova versione di sé, bagnata e tremante al solo pensiero di lui. Nael le aveva scritto chiaro: «Sabato i tuoi sono via? Vengo da te. Voglio quello che mi hai promesso.»
Giulia aveva mentito ai genitori, dicendo che avrebbe dormito da un’amica. Casa vuota tutto il weekend.
Quando il citofono suonò alle dieci di sera, il cuore le esplose nel petto. Aprì la porta con le mani che tremavano. Nael entrò con quel suo passo da padrone del mondo: felpa nera oversize, jeans scuri, sneaker immacolate. Appena la porta si chiuse alle sue spalle, la spinse contro il muro dell’ingresso con forza controllata. Il bacio fu immediato, famelico, quasi violento. La lingua di Nael invase la sua bocca, le mani grandi le strinsero i fianchi e poi salirono a palparle il seno con possesso. L’odore di lui – sudore maschile, tabacco dolce della svapo e quel fondo muschiato di cazzo – la avvolse completamente.
«Mi sei mancata, troia» le sussurrò sulle labbra, mordendogliele. «Hai pensato al mio cazzone tutti i giorni?»
«Sì…» rispose Giulia con voce rotta, già eccitata.
Nael sorrise strafottente e si staccò. Si guardò intorno: la casa elegante, i quadri alle pareti, i mobili costosi. Un ghigno di soddisfazione gli attraversò il viso. Era nel territorio nemico, e questo lo faceva impazzire.
«Preparami un caffè. Bello forte. E servimelo come si deve.»
Giulia, ancora frastornata dal bacio, annuì docilmente e andò in cucina. Mentre preparava la macchina per l’espresso, le mani le tremavano. Dentro di lei si agitava un turbine di emozioni: umiliazione dolce per essere trattata come una cameriera nella sua stessa casa, eccitazione profonda nel sentirsi comandata, paura di deluderlo e desiderio bruciante di compiacerlo. Portò la tazzina sul vassoio, con un bicchiere d’acqua accanto, e lo raggiunse in salotto.
Nael si era stravaccato sul costoso divano di pelle chiara della famiglia di Giulia, gambe larghe, felpa sollevata che mostrava la pancia piatta. Prese la tazzina senza nemmeno guardarla e sorseggiò lentamente, con aria padronale.
«Buono» commentò. Poi i suoi occhi scuri si posarono su di lei. «Adesso spogliati. Completamente. Voglio vederti nuda ai miei piedi.»
Giulia arrossì fino alla radice dei capelli. Si tolse la felpa, il reggiseno, la gonna, il perizoma. Rimase completamente nuda davanti a lui: seno prorompente, vita stretta, fica già lucida di umori, natiche toniche. L’aria fresca della casa le fece inturgidire i capezzoli.
«Inginocchiati.»
Lei obbedì, mettendosi ai suoi piedi sul tappeto persiano. Nael allungò una gamba.
«Toglimi le sneaker e le calze. E poi leccami i piedi con adorazione, come una brava troietta.»
Giulia slacciò le sneaker con dita tremanti. L’odore caldo e intenso di piede sudato dopo una giornata intera le colpì le narici: un aroma forte, salato, leggermente acre, virile. Tolse le calze e rivelò i piedi grandi di Nael, un po’ sudati. Si chinò e iniziò a leccare. Prima la pianta, poi le dita, passando la lingua tra un dito e l’altro con devozione. Il sapore era salato, terroso, intensamente maschio. Si sentiva profondamente umiliata, eppure la fica le pulsava e grondava.
Per Giulia era una resa totale: la brava ragazza che leccava i piedi sporchi del bad boy marocchino sul divano di casa sua. Vergogna, eccitazione, amore distorto e sottomissione si mescolavano in un cocktail potentissimo.
Nael sorseggiava il caffè guardandola dall’alto, il cazzo che già premeva duro contro i jeans.
«Brava… lecca bene tra le dita. Senti che sapore ha un uomo vero?»
Quando finì il caffè, posò la tazzina e aprì i pantaloni, liberando il suo enorme uccello: ventidue centimetri di carne spessa, vene in rilievo, cappella grossa e lucida. L’odore potente di cazzo invase il salotto.
«Succhialo. Fammi vedere se hai imparato.»
Giulia si alzò sulle ginocchia e aprì la bocca. Prese in bocca quel mostro e questa volta lo fece con più passione. Era più preparata, ma la circonferenza era comunque una sfida. Sentì subito il sapore salato della pelle, il retrogusto acre di sudore e pre-eiaculato. Nael le afferrò i capelli e iniziò a scoparle la bocca con spinte profonde, colpendole la gola. Saliva colava copiosa sul mento di Giulia, lacrime le rigavano il viso.
Dentro di lei c’era un vortice: vergogna per essere in ginocchio nella sua casa da brava ragazza, terrore che i vicini sentissero, eccitazione devastante nel sentirsi usata. La fica le grondava lungo le cosce.
Lui le scopò la bocca per un paio di minuti, poi Nael afferrò bruscamente Giulia per i lunghi capelli neri e la tirò su.
«Andiamo in camera tua, cagnolina.»
La trascinò così, nuda e a quattro zampe, tirandola per i capelli come un guinzaglio. Giulia avanzava carponi sul pavimento, il cuoio capelluto che bruciava, le ginocchia che sfregavano. L’umiliazione era totale, eppure il suo corpo tradiva eccitazione: i capezzoli duri, la fica grondante. Nael godeva di ogni passo, sentendo il potere assoluto su di lei.
In camera di Giulia – il letto ordinato, i libri di scuola sulla scrivania, lo specchio grande – la spinse sul materasso.
«A pecora. Culo in alto.»
La mise in posizione, natiche aperte. Si abbassò e iniziò un rimming intenso e sporco: lingua larga che lappava il buchetto rosa, poi punta che cercava di entrare. Il sapore era muschiato, leggermente amaro e terroso.
«Cazzo, che sapore sporco ha questo culetto… Sei una troia sporca, lo sai? Una brava ragazza che si fa leccare il buco del culo dal marocchino di periferia. Sa di fica bagnata e di troia vergine che non si lava bene.»
Giulia gemeva, il viso premuto sul cuscino profumato di ammorbidente, scossa dalla vergogna e dal piacere proibito.
Nael si rialzò, sputò abbondantemente sul buchetto e posizionò la grossa cappella violacea contro l’anello stretto.
«Adesso ti rompo il culo, ti sfondo. Lentamente. Voglio che senti ogni centimetro.»
Spinse appena. La cappella forzò l’ingresso e Giulia urlò: un dolore bruciante, lancinante, come se venisse strappata. Solo la punta era dentro, ma già sentiva le pareti del culo tese allo spasimo intorno alla circonferenza mostruosa.
«Ahh! Nael… fa male… ti prego, piano…» piangeva.
«Shh. Respira. È tuo dovere prenderlo tutto» rispose lui con voce roca, godendo immensamente della stretta calda e pulsante. Il piacere per Nael era estremo: il calore vellutato, la resistenza del culo vergine che cedeva lentamente sotto la sua pressione.
Spinse ancora di qualche millimetro. Giulia singhiozzava, le dita artigliavano le lenzuola, il corpo rigido per il dolore. Il bruciore era intenso, una sensazione di pienezza innaturale e di strappo profondo. Le lacrime le rigavano il viso. Nael si fermò, lasciando che si abituasse, ma solo per pochi secondi. Poi spinse ancora, molto lentamente, conquistando altro terreno.
Ogni centimetro era una tortura lenta e deliberata. Giulia sentiva le pareti interne del culo che si dilatavano dolorosamente intorno all’asta spessa, le vene in rilievo che sfregavano contro la carne sensibile. Il dolore era profondo, viscerale, quasi insopportabile, mescolato a una strana pressione che le toglieva il fiato. Piangeva apertamente, il corpo scosso da tremiti.
Nael gemeva di piacere puro.
«Cazzo… che stretto… sento ogni contrazione. È bellissimo vederti soffrire per il mio cazzo.»
Arrivato a metà, si fermò di nuovo, godendo della vista del suo enorme uccello che scompariva tra le natiche toniche di Giulia. Lei ansimava, sudata, cercando di rilassarsi. Il dolore era ancora dominante, un fuoco costante, ma sotto iniziava a emergere una sensazione diversa: una pienezza oscura, un piacere proibito che nasceva dal profondo.
Nael riprese a spingere, lentissimo. Altri centimetri. Giulia urlò più forte, il corpo che cercava istintivamente di fuggire in avanti, ma lui la teneva ferma per i fianchi.
«Non scappare. Prendilo tutto.»
Quando finalmente fu dentro fino alle palle, dopo lunghi minuti di penetrazione lenta e dolorosa, Giulia tremava tutta. Il culo era completamente dilatato intorno al mostro di Nael. Il dolore era ancora vivo, bruciante, ma ora accompagnato da un piacere intenso, profondo, che le faceva contrarre la fica inutilmente.
Nael rimase fermo a lungo, godendo della stretta vellutata e delle pulsazioni disperate di lei intorno al suo cazzo. Poi iniziò a muoversi: ritirate lentissime e spinte profonde, misurate, senza fretta. Ogni movimento faceva gemere Giulia tra dolore e piacere. Il bruciore diminuiva gradualmente, lasciando spazio a ondate di godimento anale che non aveva mai immaginato.
Nael accelerò solo verso la fine, schiaffeggiando le natiche arrossate, sudato e ringhiante. L’odore di sesso crudo saturava la stanza. Giulia venne con un orgasmo anale devastante, il primo della sua vita, il corpo scosso da spasmi violenti, la fica che schizzava umori mentre il culo si contraeva intorno al cazzo di lui.
Nael, sentendo quelle contrazioni, non resistette. Spinse fino in fondo e venne con un grugnito animale, inondandola di sborra calda, densa e copiosa. Fiotti potenti che riempirono completamente il suo intestino.
Quando uscì lentamente, un grosso rivolo bianco colò dal buchetto rosso e dilatato. Nael, senza perdere tempo, le mise il cazzo sporco in bocca.
«Pulisci tutto, troia.»
Giulia, distrutta, dolorante ma profondamente marchiata, leccò obbediente il mix di sborra, umori del suo culo e sudore. Entrambi percepivano l’odore di feci provenire dal cazzo sporco di Nael, e lui provò un indescrivibile senso di onnipotenza nel vedere Giulia ripulirgli con la lingua le tracce pastose rimaste sulla cappella gonfia.
«Brava puttana! Ripulisci il tuo casino dal mio uccello. Lecca via tutta la tua merda che hai lasciato intorno alla mia cappella.»
Giulia arrossì violentemente, ma non pensò di ritrarsi, anzi. Quelle parole, e il pensiero di quello che stava facendo, non fecero altro che farla sentire ancora più sporca e eccitata.
«Davvero le donne fanno anche questo?» pensò Giulia, succhiando un po’ più forte. Finì di ripulirlo, in ginocchio, accarezzandogli le natiche, le gambe e i piedi mentre continuava a succhiare e leccare il suo cazzo semi duro. Poi si perse con lo sguardo sognante negli occhi neri, profondissimi, di lui.
Dopo si accoccolarono sul letto. Nael la teneva stretta con possesso, accarezzandole i capelli. Per lui era la conquista perfetta. Per Giulia era la resa totale: dolore, piacere, umiliazione e dipendenza si erano fusi in qualcosa di nuovo e irresistibile.
La notte era ancora giovane, e Nael aveva già piani per il futuro.
Non era finita. Era solo l’inizio della sua completa corruzione.
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