Gilda
di
Bastino9
genere
etero
Gilda è il mio nome.
Ho trentotto anni sono ancora una bonazza che lo fa tirare, in paese a diciotto anni mentre andavo a lavoro girava una sola voce: bélaburdéla “mo alora che s'fa? “fam caplèt cun e' ragù”.
Con gran trambusto in paese venne aperto un grosso cantiere, in quel periodo arrivarono tanti lavoratori forestieri di diverse regioni, tanti non trovarono alloggio proprio in paese altri si dovettero spostare nelle vicinanze. Rosa mia madre era una specie di carabiniera, si prese in casa una coppia di operai; il padre un uomo di mezz’ età con il figlio giovane di venti due anni.
Tutto questo scombussolamento fece cambiare ai paesani tante abitudini, molti si lamentavano ma molti erano contenti in quanto giravano più soldi.
La casa nostra aveva due stanze ed un soggiorno con cucina e bagno, in una stanza dormiva sola mia madre vedova per la morte del marito due anni fa, nell’altra c’ero io.
Con l’arrivo dei due all’inizio le cose non cambiarono perché i foresti dormivano sul divano letto di una piazza e mezza.
Dopo una settimana il padre affrontò la Rosa e le disse scorbuticamente: Rosa non possiamo dormire in due su un letto e mezzo, non ci possiamo spezzare la schiena, ci trovi la soluzione o andiamo via.
L’accordo fu trovato rapidamente il padre dormiva con mia madre il figlio con me.
Non ci volle tempo a sentire i lamenti della Rosa ed il gongolare di lui, misi tra me ed il giovane un cuscino, dopo tre notti ed il giovane fece volare il cuscino tirandomi a lui.
Al giovane una sera passarono subito i bollori dopo che gli rifilai una ginocchiata e rimisi il cuscino tra noi due.
Il giovane mise da parte l’arroganza e si rivolse a me in modo più gentile e accondiscendente, tutto si faceva eccetto lo sverginamento.
Allora da burdéla imparai a lavorare di bocca, in poche settimane ero brava facendolo impazzire, il giovinotto una sera mi girò chiedendomi l’ano.
Acconsentii perché fremevo allora decisi meglio salvare la vagina che l’ano.
La prima esperienza fu tragicomica.
Per fortuna decidemmo di farlo un sabato notte, ci portammo in camera una boccetta di olio, lui continuava ad ungermi dietro fino a versare più olio sul lenzuolo che tra le mie natiche.
Ero confusa per tutto quel traffico poi finalmente mi mise come voleva alla pecorina.
Sentii dapprima infilare un dito poi due, fece una pausa rimasi in attesa finalmente senti poco più di un fastidio.
Quando mia madre scoprì le lenzuola ridotto in quello stato andò su tutte le furie, intervenne il padre per rabbonire Rosa e consolare me.
Mi trovai il padre nel letto il quale senza mezze parole mi mise alla pecorina e con due colpi secchi e bene assestati mi aprì l’ano.
Questa volta il dolore fu enorme, il padre mi spinse la testa sul cuscino per non far sentire le mie grida.
Mi montava deciso come doveva essere, mi ero acquietata l’altro sapeva come accontentarmi con il bel bastone.
Nei giorni a seguire tra una botta e l’altra riuscì a mettermi con le gambe slargate, mi diede una slinguata poi una succhiatina al clitoride ormai la vagina era paludosa, mi dimenavo senza freni.
Conquistata la figa il tipo mi ripassava quasi tutte le sere, una notte ero più disponibile con la vagina umida avendo avuto una specie di orgasmo, in quella occasione mi aveva penetrata con il pene a mille.
Da quella sera me la godevo, quell’animale non era proprio il mio tipo però chiudevo gli occhi e immaginavo che al suo posto ci fosse il principe azzurro, nel frattempo mia madre faceva “buon viso” a cattivo gioco con l’altro.
Così come rapido era arrivato il trambusto del cantiere così rapido sparì, arrivarono le baracche posizionate fuori paese, la pacchia era finita ma ero rimasta incinta.
Mia madre ed io lasciammo il paese e andammo a vivere in città dove viveva una cugina di mia madre, ci arrangiammo per tutto il periodo della gravidanza.
La Rosa tornò a casa portandosi il mio neonato.
Lasciai mio figlio a mia madre la quale lo fece per coprirmi, dichiarò che il bambino era suo per un errore durante i lavori: nessuno in paese dette credito a Rosa.
La mia strada divenne subito in salita.
Nei primi tempi andai a vivere a casa di una lontana cugina la quale mi accolse con sincera comprensione sapendo tutto, i mesi scorrevano rapidi avevo trovato un lavoro di commessa, la cugina continuava a lavorare in ospedale dove faceva l’infermiera.
La cugina per arrangiare aveva scelto i turni di notte, in casa restavo con il marito e con la bambina.
Tutto procedeva con tranquillità anche se si facevano sacrifici.
«Qualunque cosa possa andar male, andrà male».
Il marito della cugina era un gran bell’uomo vicino ai quaranta’ anni, la bambina graziosa si era affezionata a me e la cugina si sentiva sicura di lasciarmela.
Una sera Gipo, il marito della cugina, entrò nella stanzetta in mutande, era d’estate e faceva caldo, si infilò sotto le lenzuola, senza giri di parola venne subito al dunque: noi scopiamo fin quando tu sarai qui con noi, se mia moglie mette fine alla tresca tu prenderai la tua roba e sparisci, ultima cosa niente figli di puttana.
Ci sapeva da fare il bastardo mi scopava alla grande senza tanti riguarda mi eiaculava in vagina e nell’ano.
A differenza dell’operaio del cantiere era una cosa da sopportare con Gipo ci stendevamo a terra su una copertina leggera e mi sbatteva senza riguardi, con lui imparai a come fare sesso per divertirmi e far divertire
-Gipo: sei una vitella fantastica faresti arrapare anche un bue, perché non mi fai usare la bocca,
-Gilda: perché mi fa schifo come mi fai schifo tu, ci sto in silenzio e ti dico che lo faccio perché mi piace il sesso ma non sei il mio tipo.
Passarono quasi due anni in quelle condizioni poi la cugina rimase incinta; le cose cambiarono.
-Gil: adesso bastardo io me ne vado ma tu mi devi trovare un alloggio dove posso andare a vivere e mi devi dare un aiuto.
Me ne vado in silenzio perché rispetto tua moglie che vive con un puttaniere schifoso come te.
Baci e abbracci con la cugina.
Comunque trovai, per il tramite di Gipo, un grande monolocale in un vicolo vicino al centro città ed era anche vicino il negozio dove lavoravo.
Nonostante lo scorrere della vita ero sempre la stessa bonazza anche crescendo, avevo imparato rapidamente come muovermi per non morire ma anche per non sopravvivere solamente.
La storia con Gipo correva tranquilla ma ora la gestivo, quando mi trovavo nel bisogno lo chiamavo ma c’era anche un’altra ragione.
Mi tenevo il bastardo perché poteva essermi utile, sapeva prendermi non mi lasciava mai senza essere insoddisfatta, con lui ormai del sesso sapevo tutto e facevo tutto.
«Qualunque cosa possa andar bene, andrà bene».
Gipo venne una sera pimpante ma lo gelai immediatamente.
-Gil: stasera è la sera dell’addio, abbiamo chiuso non venire più, salutiamoci
in pace questa sarà l’ultima scopata.
Così la ruota della mia vita girò lentamente in positivo.
Da commessa di un negozio di fascia media passa ad un negozio di grande lusso del centro adesso guadagnavo bene.
Mi faceva impressione e anche ridere sentirmi chiamare signora Gilda, sapevo di avere solo la terza media, di parlare un italiano quasi approssimativo, ma ero cosciente di avere la presenza, quello sprizzare simpatia, la fermezza di non mollare mai, raggiungere sempre gli obiettivi e l’accortezza di non dimenticare da dove ero partita e chi ero ancora.
Alcuni anni dopo l’assunzione ricevetti un importante invito a cena.
Chiesi alla mia amica tutto quello che era necessario per non fare una magra figura.
Furono giornate dedicate fino allo sfinimento all’apprendimento, mi sentivo soddisfatta essendo arrivata almeno al quaranta per cento del mio programma.
Venne a prendermi l’autista, mi ero fatta preparare un trucco leggero ed abbigliamento minimal ma raffinato.
L’autista mi apri la portiera e mi aiutò ad entrare.
Stravaccata sul sedile mi lasciai scappare sottovoce:
Cazzo!, che bèl burdèl!, per tutta risposta l’autista rispose: Signora,” la fareb argiustè un muort!”.
cii sganasciammo dalle risate in dialetto fino alla porta del ristorante.
-Gil: Io sono una signora molto perbene adesso parliamo con tono basso e in italiano, a proposito chi mi riporta a casa?
-Aut: vi lascio a casa del dottore e poi se non resta con lui la riaccompagno i-Gil: bèl burdèl se torno a casa non prendere impegno con nessuno neanche se fosse tua moglie ma se hai un marito vattene a casa.
La cena non fu molto lunga il dottore di me sapeva vita morte e miracoli ma apprezzava il misto tra la mia popolanità, il buon senso, l’abbozzo di elaganza e l’approssimativa raffinatezza, avevo poca cultura ma sapevo fare gli affari.
-Gil: burdèl dove parcheggi l’astronave
-Aut: non ti preoccupare
-Gil: il codice del citofono è 69.
-Aut: “è tòt un prugràma burdela!"
Mentre il tipo doveva arrivare feci una veloce doccia una profumatina ai punti giusti.
Sbracati formavano una bella coppia.
-Gil: socc’mel !! mi raccomando usa con calma il tronchetto della felicità
-Aut: non preoccuparti che gli faccio fare il giro dei buchi, vuoi dentro o fuori?
-Gil: decidiamo sul momento.
Si avventò su di me e senza perdere tempo melo strofinava tre o quattro volte sulle labbra e sulla vagina, manipolava il clitoride e lo succhiava voracemente, un colpo, una spinta con affondo rapido mentre davo da matti, massacrandolo di pugni e schiaffi
-Gil: bestia, bestia più delicatamente, non sono una vacca da monta,
-Aut: taci ipocrita! Stai mugolando perché vuoi essere presa sbattuta per sputare il primo orgasmo così.
Aveva ragione di peni così ne avevo posti pochi e me lo stava godendo.
-Aut: hai una vagina bella stretta ed elastica non posso lasciartela così, dopo di me non avrai bisogno, se lo troverai di un montatore.
-Gil: Mi stai proponendo un abbonamento due volte a settimana?. Ahhhh!!!! che figlio di donna brava, mi fai male, non spingere, Ahhhhhh!!!! Ti prego non essere bestiale, lento si così me lo sento e lo godo tutto, Ahhh . Per fottermi vuoi l’abbonamento tre volte a settimane?.
Che fai mi stai eiaculando dentro? Fallo, fallo che mi arrapa così vengo con te.
Prendiamoci una pausa.
-Aut: mi chiamo Igor. Non sono un escort, mi piace fare sesso occasionale con donne arrapanti, sai cosa mi eccita di te? le natiche, mi vengono sui testicoli.
-Gil: OK!! ma adesso diamoci un taglio, ci rivedremo se vuoi.
La storiella con Igor andò avanti per un bel po’ di anni con cavalcate deludenti per entrambi e certe talmente infuocate da essere incredibili.
Scontri da film, porcellane volanti almeno sembravano tale, cuscini, tutto quello che c’era a portata di mano, mai le bottiglie se avessero colpito avrebbero rovinata la litigata .
La storia finì perché lui voleva una moglie e un figlio una casa una vita normale, non avrei potuto dargliela.
Dopo Igor mi sono data a capofitto nel lavoro anche perché non ho mai trovato chi mi prendessi anima e corpo.
A trentasei anni mi presi un anno sabatico di pausa.
In quell’anno venne a mancare mia madre, mi diedi da fare per sapere dove si trovasse e con chi stesse figlio, seppi che mia madre prima di morire riuscì a sistemare mio bamboino in una famiglia francese.
Seppi la città, il nome della famiglia, come si chiamasse mio figlio, avevo delle sue foto ora un giovinetto.
Feci una serie di appostamenti e lo vidi, belloccio, sorridente, con uno zaino sulle spalle lo segui fino alla sua scuola, scherzava con i suoi amici mi sembrava a suo agio, presi l’aereo e tornai a casa.
Avevo sbagliato? Per me NO, feci la scelta giusta, non potevo non dovevo dopo anni presentarmi come se fosse arrivata la befana a dire: sono la mamma vestita da befana.
Non lo feci quando dovevo e potevo farlo, quando le mie condizioni erano floride ma non lo feci,
NO! non doveva subire il trauma di una donna per lui straniera che si presentava come la madre, lo dovevo strappare a quella famiglia e portarmelo con me per non offrirgli cosa? se non avevo una casa una famiglia.
Forse da vecchia e lui forgiato dalla vita chissà.
Faccio un tour partendo dall’America, la Cina, alla fine misi piede in africa partendo da Cape Town.
Rimasi subito affascinata da quella terra e dalle persone, provai una delusione per mito del maschio africano uomini mandingo salvo le eccezioni.
Ormai il tour era alla fine mancava un abbondante mese quando arrivai a Dakar, l’afa il calore erano da svenimento.
Debilitata ero in camera arrivarono due persone: una anziana che ispirava simpatia accompagnata dal medico dell’hotel.
La visita fu breve il dottore mi diede il suo parere, non c’era niente di patologico, il consiglio consisteva semplicemente di non sottopormi a stress fisici e procedere tranquillamente all’ambientamento.
Un giovane medico successivamente venne per un controllo mattutino lo trovai subito intrigante, il mio viso riuscì a comunicare questa sensazione ed il giovane mi fece un compiacente sorrisino dopodiché tutto finì.
Il bello venne dopo la cena ero già in camera, bussarono entrò il dottorino.
-IB.: signora disturbo? Le porto una bevanda locale digestiva e molto gradevole. Mi chiamo Ibrahim.
Fu la presentazione che aprì la comunicazione.
Mi permette un brevissimo controllo? Acconsentii senza indugi perché quel tipo mi stuzzicava.
Inizialmente le solite manovre, poi i toccamenti divennero sempre meno professionali.
Cominciarono con il palpeggiamento della mammella, tastando il ventre sempre più in basso in maniera prolungata, auscultando le spalle nel modo inusuale con una posizione alla pecorina, lo stetoscopio scivolava sul dorso mentre nello stesso momento una mano prese la mammella pendente per sbatacchiarla dolcemente strizzandomi il capezzolo.
Quella visita particolare mi stava cominciando a piacere tanto da avere dei fremiti, posi fine alla visita riservandomi il futuro.
-G: Ibrahim vado prima in bagno per una semplice rapida doccia.
Quando tornai il giovane era seduto sul divano nudo eccetto lo slip, non mi ero sbagliata perché Ibra era esperto non solo nell’assistenza sanitaria ma soprattutto alle donne bisognose.
Mano nella mano ci trasferimmo nella camera da letto, durante il passaggio l’ingenuo tipetto portò la mia mano sul suo pacco quasi in erezione.
Per portarla in breve il maschio sapeva quello che doveva fare e lo sapeva fare magnificamente, aveva a suo favore una dotazione ben degna di nota.
Si diede da fare portandomi all’eccitazione, ormai ero pronta per la penetrazione fatta con una lentezza calcolata, alla fine i colpi si seguirono rapidi e violenti che mi appagarono, lui cominciò a sbattersi rapido con colpi di bacino che mi facevano sussultare.
Ebbi un orgasmo esagerato al quale lui rispose sollevandomi il bacino per poggiare le gambe sulle sue spalle, non ero pronta per cui quando fece scivolare il su pene turgido nell’anno non potei non gridare e rimanere senza fiato, non ero in grado di liberarmi da quella posizione e continuavo a lamentarmi, questa mia situazione lo eccitava.
Francamente scomodi entrambi passammo ad una magnifica pecorina, percepivo che stava per eiaculare gli presi una mano me la portai alla vagina lui rapido mi sditalinava, più me ne andavo per la tangente dell’eccitazione e più si slargava lo sfintere, ormai le mie contrazioni vaginali intense mi preparavano per l’orgasmo che esplose lo sentii eiaculare.
Mi svegliai a giorno fatto il dottorino era logicamente sparito ma trovai un biglietto “quando sarà sera”.
Capitolai.
Rimandai la partenza a data da destinarsi, trovai un alloggio Ibra venne a vivere con me, sapevo che quella situazione era anomala ma quell’uomo mi aveva affatturato, posi fine a quella storia partendo non potevo perdere quello che mi avevo costruito .
All’aeroporto Ibra era con me salutandomi nell’abbraccio mi sussurrò: io non ti posso obbligare a rimanere ma non ti posso perdere, ma tu sfideresti gli ostacoli enormi per vivere con me nel mio paese?.
L’ha fatto.
Ho trentotto anni sono ancora una bonazza che lo fa tirare, in paese a diciotto anni mentre andavo a lavoro girava una sola voce: bélaburdéla “mo alora che s'fa? “fam caplèt cun e' ragù”.
Con gran trambusto in paese venne aperto un grosso cantiere, in quel periodo arrivarono tanti lavoratori forestieri di diverse regioni, tanti non trovarono alloggio proprio in paese altri si dovettero spostare nelle vicinanze. Rosa mia madre era una specie di carabiniera, si prese in casa una coppia di operai; il padre un uomo di mezz’ età con il figlio giovane di venti due anni.
Tutto questo scombussolamento fece cambiare ai paesani tante abitudini, molti si lamentavano ma molti erano contenti in quanto giravano più soldi.
La casa nostra aveva due stanze ed un soggiorno con cucina e bagno, in una stanza dormiva sola mia madre vedova per la morte del marito due anni fa, nell’altra c’ero io.
Con l’arrivo dei due all’inizio le cose non cambiarono perché i foresti dormivano sul divano letto di una piazza e mezza.
Dopo una settimana il padre affrontò la Rosa e le disse scorbuticamente: Rosa non possiamo dormire in due su un letto e mezzo, non ci possiamo spezzare la schiena, ci trovi la soluzione o andiamo via.
L’accordo fu trovato rapidamente il padre dormiva con mia madre il figlio con me.
Non ci volle tempo a sentire i lamenti della Rosa ed il gongolare di lui, misi tra me ed il giovane un cuscino, dopo tre notti ed il giovane fece volare il cuscino tirandomi a lui.
Al giovane una sera passarono subito i bollori dopo che gli rifilai una ginocchiata e rimisi il cuscino tra noi due.
Il giovane mise da parte l’arroganza e si rivolse a me in modo più gentile e accondiscendente, tutto si faceva eccetto lo sverginamento.
Allora da burdéla imparai a lavorare di bocca, in poche settimane ero brava facendolo impazzire, il giovinotto una sera mi girò chiedendomi l’ano.
Acconsentii perché fremevo allora decisi meglio salvare la vagina che l’ano.
La prima esperienza fu tragicomica.
Per fortuna decidemmo di farlo un sabato notte, ci portammo in camera una boccetta di olio, lui continuava ad ungermi dietro fino a versare più olio sul lenzuolo che tra le mie natiche.
Ero confusa per tutto quel traffico poi finalmente mi mise come voleva alla pecorina.
Sentii dapprima infilare un dito poi due, fece una pausa rimasi in attesa finalmente senti poco più di un fastidio.
Quando mia madre scoprì le lenzuola ridotto in quello stato andò su tutte le furie, intervenne il padre per rabbonire Rosa e consolare me.
Mi trovai il padre nel letto il quale senza mezze parole mi mise alla pecorina e con due colpi secchi e bene assestati mi aprì l’ano.
Questa volta il dolore fu enorme, il padre mi spinse la testa sul cuscino per non far sentire le mie grida.
Mi montava deciso come doveva essere, mi ero acquietata l’altro sapeva come accontentarmi con il bel bastone.
Nei giorni a seguire tra una botta e l’altra riuscì a mettermi con le gambe slargate, mi diede una slinguata poi una succhiatina al clitoride ormai la vagina era paludosa, mi dimenavo senza freni.
Conquistata la figa il tipo mi ripassava quasi tutte le sere, una notte ero più disponibile con la vagina umida avendo avuto una specie di orgasmo, in quella occasione mi aveva penetrata con il pene a mille.
Da quella sera me la godevo, quell’animale non era proprio il mio tipo però chiudevo gli occhi e immaginavo che al suo posto ci fosse il principe azzurro, nel frattempo mia madre faceva “buon viso” a cattivo gioco con l’altro.
Così come rapido era arrivato il trambusto del cantiere così rapido sparì, arrivarono le baracche posizionate fuori paese, la pacchia era finita ma ero rimasta incinta.
Mia madre ed io lasciammo il paese e andammo a vivere in città dove viveva una cugina di mia madre, ci arrangiammo per tutto il periodo della gravidanza.
La Rosa tornò a casa portandosi il mio neonato.
Lasciai mio figlio a mia madre la quale lo fece per coprirmi, dichiarò che il bambino era suo per un errore durante i lavori: nessuno in paese dette credito a Rosa.
La mia strada divenne subito in salita.
Nei primi tempi andai a vivere a casa di una lontana cugina la quale mi accolse con sincera comprensione sapendo tutto, i mesi scorrevano rapidi avevo trovato un lavoro di commessa, la cugina continuava a lavorare in ospedale dove faceva l’infermiera.
La cugina per arrangiare aveva scelto i turni di notte, in casa restavo con il marito e con la bambina.
Tutto procedeva con tranquillità anche se si facevano sacrifici.
«Qualunque cosa possa andar male, andrà male».
Il marito della cugina era un gran bell’uomo vicino ai quaranta’ anni, la bambina graziosa si era affezionata a me e la cugina si sentiva sicura di lasciarmela.
Una sera Gipo, il marito della cugina, entrò nella stanzetta in mutande, era d’estate e faceva caldo, si infilò sotto le lenzuola, senza giri di parola venne subito al dunque: noi scopiamo fin quando tu sarai qui con noi, se mia moglie mette fine alla tresca tu prenderai la tua roba e sparisci, ultima cosa niente figli di puttana.
Ci sapeva da fare il bastardo mi scopava alla grande senza tanti riguarda mi eiaculava in vagina e nell’ano.
A differenza dell’operaio del cantiere era una cosa da sopportare con Gipo ci stendevamo a terra su una copertina leggera e mi sbatteva senza riguardi, con lui imparai a come fare sesso per divertirmi e far divertire
-Gipo: sei una vitella fantastica faresti arrapare anche un bue, perché non mi fai usare la bocca,
-Gilda: perché mi fa schifo come mi fai schifo tu, ci sto in silenzio e ti dico che lo faccio perché mi piace il sesso ma non sei il mio tipo.
Passarono quasi due anni in quelle condizioni poi la cugina rimase incinta; le cose cambiarono.
-Gil: adesso bastardo io me ne vado ma tu mi devi trovare un alloggio dove posso andare a vivere e mi devi dare un aiuto.
Me ne vado in silenzio perché rispetto tua moglie che vive con un puttaniere schifoso come te.
Baci e abbracci con la cugina.
Comunque trovai, per il tramite di Gipo, un grande monolocale in un vicolo vicino al centro città ed era anche vicino il negozio dove lavoravo.
Nonostante lo scorrere della vita ero sempre la stessa bonazza anche crescendo, avevo imparato rapidamente come muovermi per non morire ma anche per non sopravvivere solamente.
La storia con Gipo correva tranquilla ma ora la gestivo, quando mi trovavo nel bisogno lo chiamavo ma c’era anche un’altra ragione.
Mi tenevo il bastardo perché poteva essermi utile, sapeva prendermi non mi lasciava mai senza essere insoddisfatta, con lui ormai del sesso sapevo tutto e facevo tutto.
«Qualunque cosa possa andar bene, andrà bene».
Gipo venne una sera pimpante ma lo gelai immediatamente.
-Gil: stasera è la sera dell’addio, abbiamo chiuso non venire più, salutiamoci
in pace questa sarà l’ultima scopata.
Così la ruota della mia vita girò lentamente in positivo.
Da commessa di un negozio di fascia media passa ad un negozio di grande lusso del centro adesso guadagnavo bene.
Mi faceva impressione e anche ridere sentirmi chiamare signora Gilda, sapevo di avere solo la terza media, di parlare un italiano quasi approssimativo, ma ero cosciente di avere la presenza, quello sprizzare simpatia, la fermezza di non mollare mai, raggiungere sempre gli obiettivi e l’accortezza di non dimenticare da dove ero partita e chi ero ancora.
Alcuni anni dopo l’assunzione ricevetti un importante invito a cena.
Chiesi alla mia amica tutto quello che era necessario per non fare una magra figura.
Furono giornate dedicate fino allo sfinimento all’apprendimento, mi sentivo soddisfatta essendo arrivata almeno al quaranta per cento del mio programma.
Venne a prendermi l’autista, mi ero fatta preparare un trucco leggero ed abbigliamento minimal ma raffinato.
L’autista mi apri la portiera e mi aiutò ad entrare.
Stravaccata sul sedile mi lasciai scappare sottovoce:
Cazzo!, che bèl burdèl!, per tutta risposta l’autista rispose: Signora,” la fareb argiustè un muort!”.
cii sganasciammo dalle risate in dialetto fino alla porta del ristorante.
-Gil: Io sono una signora molto perbene adesso parliamo con tono basso e in italiano, a proposito chi mi riporta a casa?
-Aut: vi lascio a casa del dottore e poi se non resta con lui la riaccompagno i-Gil: bèl burdèl se torno a casa non prendere impegno con nessuno neanche se fosse tua moglie ma se hai un marito vattene a casa.
La cena non fu molto lunga il dottore di me sapeva vita morte e miracoli ma apprezzava il misto tra la mia popolanità, il buon senso, l’abbozzo di elaganza e l’approssimativa raffinatezza, avevo poca cultura ma sapevo fare gli affari.
-Gil: burdèl dove parcheggi l’astronave
-Aut: non ti preoccupare
-Gil: il codice del citofono è 69.
-Aut: “è tòt un prugràma burdela!"
Mentre il tipo doveva arrivare feci una veloce doccia una profumatina ai punti giusti.
Sbracati formavano una bella coppia.
-Gil: socc’mel !! mi raccomando usa con calma il tronchetto della felicità
-Aut: non preoccuparti che gli faccio fare il giro dei buchi, vuoi dentro o fuori?
-Gil: decidiamo sul momento.
Si avventò su di me e senza perdere tempo melo strofinava tre o quattro volte sulle labbra e sulla vagina, manipolava il clitoride e lo succhiava voracemente, un colpo, una spinta con affondo rapido mentre davo da matti, massacrandolo di pugni e schiaffi
-Gil: bestia, bestia più delicatamente, non sono una vacca da monta,
-Aut: taci ipocrita! Stai mugolando perché vuoi essere presa sbattuta per sputare il primo orgasmo così.
Aveva ragione di peni così ne avevo posti pochi e me lo stava godendo.
-Aut: hai una vagina bella stretta ed elastica non posso lasciartela così, dopo di me non avrai bisogno, se lo troverai di un montatore.
-Gil: Mi stai proponendo un abbonamento due volte a settimana?. Ahhhh!!!! che figlio di donna brava, mi fai male, non spingere, Ahhhhhh!!!! Ti prego non essere bestiale, lento si così me lo sento e lo godo tutto, Ahhh . Per fottermi vuoi l’abbonamento tre volte a settimane?.
Che fai mi stai eiaculando dentro? Fallo, fallo che mi arrapa così vengo con te.
Prendiamoci una pausa.
-Aut: mi chiamo Igor. Non sono un escort, mi piace fare sesso occasionale con donne arrapanti, sai cosa mi eccita di te? le natiche, mi vengono sui testicoli.
-Gil: OK!! ma adesso diamoci un taglio, ci rivedremo se vuoi.
La storiella con Igor andò avanti per un bel po’ di anni con cavalcate deludenti per entrambi e certe talmente infuocate da essere incredibili.
Scontri da film, porcellane volanti almeno sembravano tale, cuscini, tutto quello che c’era a portata di mano, mai le bottiglie se avessero colpito avrebbero rovinata la litigata .
La storia finì perché lui voleva una moglie e un figlio una casa una vita normale, non avrei potuto dargliela.
Dopo Igor mi sono data a capofitto nel lavoro anche perché non ho mai trovato chi mi prendessi anima e corpo.
A trentasei anni mi presi un anno sabatico di pausa.
In quell’anno venne a mancare mia madre, mi diedi da fare per sapere dove si trovasse e con chi stesse figlio, seppi che mia madre prima di morire riuscì a sistemare mio bamboino in una famiglia francese.
Seppi la città, il nome della famiglia, come si chiamasse mio figlio, avevo delle sue foto ora un giovinetto.
Feci una serie di appostamenti e lo vidi, belloccio, sorridente, con uno zaino sulle spalle lo segui fino alla sua scuola, scherzava con i suoi amici mi sembrava a suo agio, presi l’aereo e tornai a casa.
Avevo sbagliato? Per me NO, feci la scelta giusta, non potevo non dovevo dopo anni presentarmi come se fosse arrivata la befana a dire: sono la mamma vestita da befana.
Non lo feci quando dovevo e potevo farlo, quando le mie condizioni erano floride ma non lo feci,
NO! non doveva subire il trauma di una donna per lui straniera che si presentava come la madre, lo dovevo strappare a quella famiglia e portarmelo con me per non offrirgli cosa? se non avevo una casa una famiglia.
Forse da vecchia e lui forgiato dalla vita chissà.
Faccio un tour partendo dall’America, la Cina, alla fine misi piede in africa partendo da Cape Town.
Rimasi subito affascinata da quella terra e dalle persone, provai una delusione per mito del maschio africano uomini mandingo salvo le eccezioni.
Ormai il tour era alla fine mancava un abbondante mese quando arrivai a Dakar, l’afa il calore erano da svenimento.
Debilitata ero in camera arrivarono due persone: una anziana che ispirava simpatia accompagnata dal medico dell’hotel.
La visita fu breve il dottore mi diede il suo parere, non c’era niente di patologico, il consiglio consisteva semplicemente di non sottopormi a stress fisici e procedere tranquillamente all’ambientamento.
Un giovane medico successivamente venne per un controllo mattutino lo trovai subito intrigante, il mio viso riuscì a comunicare questa sensazione ed il giovane mi fece un compiacente sorrisino dopodiché tutto finì.
Il bello venne dopo la cena ero già in camera, bussarono entrò il dottorino.
-IB.: signora disturbo? Le porto una bevanda locale digestiva e molto gradevole. Mi chiamo Ibrahim.
Fu la presentazione che aprì la comunicazione.
Mi permette un brevissimo controllo? Acconsentii senza indugi perché quel tipo mi stuzzicava.
Inizialmente le solite manovre, poi i toccamenti divennero sempre meno professionali.
Cominciarono con il palpeggiamento della mammella, tastando il ventre sempre più in basso in maniera prolungata, auscultando le spalle nel modo inusuale con una posizione alla pecorina, lo stetoscopio scivolava sul dorso mentre nello stesso momento una mano prese la mammella pendente per sbatacchiarla dolcemente strizzandomi il capezzolo.
Quella visita particolare mi stava cominciando a piacere tanto da avere dei fremiti, posi fine alla visita riservandomi il futuro.
-G: Ibrahim vado prima in bagno per una semplice rapida doccia.
Quando tornai il giovane era seduto sul divano nudo eccetto lo slip, non mi ero sbagliata perché Ibra era esperto non solo nell’assistenza sanitaria ma soprattutto alle donne bisognose.
Mano nella mano ci trasferimmo nella camera da letto, durante il passaggio l’ingenuo tipetto portò la mia mano sul suo pacco quasi in erezione.
Per portarla in breve il maschio sapeva quello che doveva fare e lo sapeva fare magnificamente, aveva a suo favore una dotazione ben degna di nota.
Si diede da fare portandomi all’eccitazione, ormai ero pronta per la penetrazione fatta con una lentezza calcolata, alla fine i colpi si seguirono rapidi e violenti che mi appagarono, lui cominciò a sbattersi rapido con colpi di bacino che mi facevano sussultare.
Ebbi un orgasmo esagerato al quale lui rispose sollevandomi il bacino per poggiare le gambe sulle sue spalle, non ero pronta per cui quando fece scivolare il su pene turgido nell’anno non potei non gridare e rimanere senza fiato, non ero in grado di liberarmi da quella posizione e continuavo a lamentarmi, questa mia situazione lo eccitava.
Francamente scomodi entrambi passammo ad una magnifica pecorina, percepivo che stava per eiaculare gli presi una mano me la portai alla vagina lui rapido mi sditalinava, più me ne andavo per la tangente dell’eccitazione e più si slargava lo sfintere, ormai le mie contrazioni vaginali intense mi preparavano per l’orgasmo che esplose lo sentii eiaculare.
Mi svegliai a giorno fatto il dottorino era logicamente sparito ma trovai un biglietto “quando sarà sera”.
Capitolai.
Rimandai la partenza a data da destinarsi, trovai un alloggio Ibra venne a vivere con me, sapevo che quella situazione era anomala ma quell’uomo mi aveva affatturato, posi fine a quella storia partendo non potevo perdere quello che mi avevo costruito .
All’aeroporto Ibra era con me salutandomi nell’abbraccio mi sussurrò: io non ti posso obbligare a rimanere ma non ti posso perdere, ma tu sfideresti gli ostacoli enormi per vivere con me nel mio paese?.
L’ha fatto.
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