Stupida vacca - capitolo 7

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Il messaggio di Stefano era arrivato mercoledì.
Sabato sera. Cena da me. Festeggiamo un acquisto. Vestiti in modo discreto. Tuo marito pure, se ci riesce. Isabella ci sarà. Tu osserva tutto. E quando lui farà la figura del bifolco, non lo salvare.
Serena non aveva chiesto dettagli. Aveva solo risposto:
Sì, Stefano.

La casa odorava di legno ceroso e di qualcosa di antico. Sul tavolo basso del salotto, appoggiato su un supporto di velluto scuro, c’era un libro grande, rilegato in pelle consumata dal tempo, con incisioni dorate quasi sbiadite. Stefano lo aveva sistemato come si sistema una reliquia.
Isabella era già lì quando arrivarono. Seduta sul divano con le gambe incrociate, teneva un calice tra le dita. Capelli rossi lunghi e mossi che le cadevano sulle spalle e sul seno, pelle chiara quasi trasparente, occhi verdi chiari che sembravano catturare la luce. Magra, ma con curve precise e femminili sotto un vestito color crema. Quando si alzò per salutare, il movimento fu lento, elegante, senza sforzo.
Il marito spalancò gli occhi un attimo troppo.
«Cazzo, ma sei ancora più bella della volta scorsa!»
Isabella sorrise con educazione, senza scaldarsi. Il suo sguardo scivolò su Serena, sul vestito semplice, sul seno abbondante, sui fianchi, e tornò al marito con una cortesia che conteneva già una distanza.
«Buonasera.»
Stefano strinse la mano al marito con misura e posò l’altra, per un secondo, sulla schiena bassa di Serena. Un gesto naturale solo in apparenza. La lasciò lì un attimo più del necessario, sotto gli occhi di tutti, poi la tolse.
«Venite. Stasera celebriamo.»
Indicò il libro.
«È arrivato ieri. Un’edizione particolarmente rara di Alice’s Adventures in Wonderland. Stampa del 1866, una delle poche ancora in queste condizioni. L’ho inseguita per mesi.»
Il marito si chinò verso il volume con l’aria di chi vuole sembrare interessato.
«Ah, Alice… quella della Disney, no? Il cartone col coniglio e la regina rossa. Figo, non sapevo esistessero i libri vecchi di ‘ste robe.»
Ci fu un silenzio breve e netto.
Isabella abbassò appena lo sguardo sul proprio calice, ma un angolo della bocca si mosse in qualcosa che non era del tutto un sorriso. Stefano non corresse subito. Lasciò che la frase restasse sospesa, pesante, ridicola. Poi parlò con tono paziente, quasi gentile.
«Non esattamente. È un’opera letteraria di Lewis Carroll. Questa è una delle prime edizioni illustrate da John Tenniel. Non c’entra con i cartoni. È un pezzo di storia della letteratura e dell’illustrazione.»
Il marito si grattò la nuca, ridendo goffamente.
«Eh, vabbè, sempre di Alice si parla, no? Alla fine è la stessa roba.»
Serena sentì il calore salirle al viso. Non per il marito. Per la vergogna di essere legata a quella frase. Abbassò gli occhi e non disse nulla a sua difesa. Lasciò che il ridicolo restasse tutto sulle spalle di lui.
Isabella, con voce soft, aggiunse:
«È curioso come certe cose vengano ridotte così… facilmente. Ma fa niente. Non tutti devono apprezzare la versione originale.»
La frase era detta con eleganza, quasi con indulgenza. Pesava come uno schiaffo.

Durante la cena la dinamica si consolidò.
Stefano parlava del libro con precisione e passione contenuta. Isabella interveniva con osservazioni colte, naturali. Ogni tanto Stefano rivolgeva una domanda al marito, e ogni volta la risposta era corta, approssimativa, volgare o semplicemente fuori fuoco. E ogni volta Stefano riformulava con calma, lasciandolo indietro senza sembrare crudele.
A un certo punto, mentre il marito stava cercando di raccontare una storia di lavoro piena di imprecazioni, Stefano alzò una mano con naturalezza.
«Aspetta un attimo.»
Il marito si fermò a metà frase.
Stefano finì di versare il vino a Isabella, poi annuì.
«Ora puoi continuare.»
Il marito riprese, ma la voce gli era uscita un po’ meno sicura. Aveva obbedito senza rendersi conto di averlo fatto.
Serena se ne accorse. Tra le cosce sentì un calore improvviso e sporco.
Più tardi Stefano chiese a Serena di aiutarlo a portare via i piatti. Isabella si alzò insieme a lei, con un sorriso cortese.
«Vi aiuto. Così fate prima.»
In cucina restarono soli per pochi minuti. Il rumore dell’acqua e delle stoviglie copriva le voci del salotto. Isabella posò i piatti accanto al lavello e, mentre Serena apriva il rubinetto, parlò con tono leggero, quasi confidenziale.
«Lui ha gusti particolari, Stefano.»
Serena si irrigidì appena, ma non si voltò.
Isabella continuò, la voce bassa e limpida:
«Ogni tanto gli piace scendere di livello. Prendere qualcosa di più… semplice. Più disponibile. Non devi sentirti in imbarazzo. Sa benissimo cosa sei. E sa anche cosa non sei.»
Serena restò con le mani ferme sotto l’acqua calda. Il cuore le batteva forte.
Isabella si avvicinò di un passo, abbastanza da parlare ancora più piano.
«Il tuo marito è divertente, a modo suo. Così sicuro di avere qualcosa in mano. E invece sta già imparando a fermarsi quando glielo si dice. Tu lo vedi, vero? Come sta scendendo. E tu stai scendendo con lui… solo che a te piace.»
Serena deglutì. Non riuscì a rispondere.
Isabella le posò una mano leggera sull’avambraccio, un gesto quasi gentile.
«Non preoccuparti. Lui non ti butta via subito. Gli piaci proprio perché sei meno. Perché ti bagnali quando ti fa notare la differenza. È una cosa che certe donne… più complete… non gli possono dare.»
Si staccò, raccolse un canovaccio e si asciugò le dita con eleganza.
«Meglio tornare. Prima che il tuo uomo inizi a raccontare un’altra barzelletta.»
Serena restò un secondo ancora in cucina, le mani umide, il volto in fiamme, tra le cosce un calore vergognoso e preciso. Poi seguì Isabella nel salotto.

Quando tornarono a tavola, Stefano aveva spostato leggermente la sedia di Serena più vicino alla sua. Una volta seduta, le posò una mano sulla coscia, sotto il tavolo, e la lasciò lì. Non la mosse. Il marito, di fronte a loro, stava parlando di una partita. Vide la posizione, vide la mano, e per un attimo gli si contrasse la mascella. Poi abbassò gli occhi sul bicchiere e continuò a parlare, un po’ più forte, un po’ più volgare.
Non recuperò nulla.
Verso fine serata Stefano alzò il libro con cura e lo porse prima a Isabella, che lo sfogliò con dita leggere e rispettose, poi, con un sorriso appena percettibile, lo porse al marito.
«Vuoi vederlo da vicino?»
Il marito lo prese con troppa foga. Le dita goffe sfiorarono la pagina in modo pesante. Stefano non disse niente. Si limitò a osservare. Dopo pochi secondi allungò una mano e riprese il volume con gentilezza.
«Meglio se lo rimetto a posto. È delicato.»
Il marito restò con le mani vuote. Annuì.
«Sì, sì, chiaro. Robe da museo, queste.»
Isabella, da dietro il proprio calice, aggiunse piano:
«Alcune cose richiedono mani diverse.»
Non guardò nessuno in particolare. Non serviva.

Alla porta, mentre il marito era già un passo avanti sulle scale a controllare il telefono, Stefano trattenne Serena per un attimo.
Le parlò all’orecchio, bassissimo.
«Hai parlato con lei. Si vede. Stai ancora tremante. Stasera, quando ti usa, pensaci. Pensala mentre ti parla addosso con quella voce educata. Pensalo lui, che si ferma a metà frase perché glielo chiedo io. E poi scrivimi quanto ti sei sentita meno. Voglio i dettagli.»
Serena deglutì.
«Sì, Stefano.»
Lui le strinse appena i fianchi, un possesso rapido e abbastanza scoperto.
«Brava vacca. Il suo posto sta scendendo. Il tuo, per ora, è stare a guardare, bagnarti e ringraziare.»
Poi alzò la voce, di nuovo cordiale:
«Buonanotte. Grazie di essere venuti a festeggiare.»
Il marito rispose qualcosa di generico e troppo alto. Isabella, dalla soglia, li salutò con un cenno elegante del capo. I suoi occhi verdi si soffermarono un istante su Serena: non con odio, ma con la distanza calma e consapevole di chi sa esattamente cosa sta guardando.
In macchina il marito parlò quasi senza interruzione.
«Però ‘sto libro… alla fine è sempre Alice, cazzo. Ci hanno fatto i cartoni, i film, tutto. Questi si credono chissà cosa.»
Serena guardò fuori dal finestrino.
«Non è la stessa cosa» disse piano.
Il marito la guardò storto.
«Ah no? E tu che ne sai?»
Lei restò in silenzio per qualche secondo. Poi rispose, con una calma nuova e tagliente:
«Lo so perché lui lo sa. E tu no.»
Il marito non replicò. Strinse il volante e accelerò un po’.
Quella notte se la prese sul divano, in fretta, senza neanche farsi togliere la maglietta. Serena tenne gli occhi aperti. Mentre lui spingeva, pensò alla voce di Isabella in cucina, alle sue parole precise e cortesi, al marito che si fermava a metà frase, alle mani goffe sul libro antico. E più il disprezzo cresceva, più si bagnava.
Quando lui ebbe finito e si fu allontanato borbottando, Serena prese il telefono.
Ha obbedito quando gli hai detto di aspettare. Non se n’è accorto. Sul libro ha fatto una figura di merda e io non l’ho difeso. Isabella mi ha parlato in cucina. Sa. O almeno sospetta. Mi ha detto che ti piace scendere di livello e prendere qualcosa di più semplice. Mi ha detto che gli piaccio proprio perché sono meno. Mentre mi montava pensavo a lei e a quanto sono niente al suo confronto. Mi sono bagnata di più per le sue parole che per le spinte di mio marito.
La risposta arrivò dopo pochi minuti.
Brava vacca. Isabella ha fatto esattamente quello che doveva. La prossima volta la farò intervenire ancora. Continua a farti usare da lui. Ogni volta che ti viene dentro, ricordati chi gli ha ordinato di stare zitto e chi può farti parlare con donne che valgono dieci volte te. Il disprezzo che provi adesso è il mio regalo. Tienilo stretto.
Serena spense lo schermo.
Si toccò ancora umida, e questa volta sussurrò da sola, con voce rotta:
«Stupida vacca di basso livello… e lui è sempre più niente.»
Vennero le lacrime insieme all’orgasmo, e non seppe più distinguere se fossero di vergogna, di gelosia o di una gratitudine oscura e sempre più profonda.

Quando la porta si chiuse dietro ai due, Stefano restò un attimo in silenzio, la schiena appoggiata al legno. Poi si voltò verso Isabella, che era ancora in piedi vicino al divano, il calice mezzo vuoto tra le dita.
«Bene?» chiese lui.
Isabella inclinò appena la testa, i capelli rossi che scivolavano su una spalla.
«Ha obbedito quando le hai toccato la coscia. E quando le ho parlato in cucina è diventata paonazza. Si è bagnata, si vedeva dal modo in cui stringeva le gambe.» Un mezzo sorriso le sfiorò le labbra. «Il marito è ancora più goffo di quanto ricordassi. Si è fermato a metà frase come un cane ben ammaestrato.»
Stefano si avvicinò. Le tolse il calice dalle mani e lo posò sul tavolo. Poi le prese il viso tra le dita, il pollice che le sfiorava l’arco delle labbra.
«Ti ho vista. Ti sei divertita.»
«Un poco.» Isabella alzò gli occhi verdi sui suoi. «È quasi tenera, quando si rende conto di quanto vale poco. E lui… lui non si accorge nemmeno di stare sprofondando. È la parte più comica.»
Stefano la baciò. Non fu un bacio dolce: fu lento, profondo, possessivo. Isabella rispose con la stessa eleganza controllata con cui aveva parlato tutta la sera, il corpo che si adattava al suo senza mai diventare volgare. Lui la spinse verso il divano, le fece scivolare il vestito color crema lungo i fianchi e la lasciò nuda contro il tessuto scuro. La pelle chiara, i capelli rossi sparsi, il seno piccolo e alto, il ventre piatto, le cosce magre ma morbide nel punto giusto.
Si tolse la camicia senza fretta. Poi i pantaloni. Quando si chinò su di lei, Isabella gli passò le dita sulla barba bionda e sussurrò:
«La userai ancora a lungo?»
«Serena?» Stefano le aprì le cosce con le ginocchia e si sistemò tra di esse. «Sì. Ha margine. Il marito pure. Voglio vederlo arrivare al punto in cui mi ringrazia senza capire perché.»
Entrò con una spinta sola, profonda, fino in fondo. Isabella emise un suono basso, controllato, e chiuse gli occhi per un attimo. Quando li riaprì, erano lucidi ma ancora lucidi di consapevolezza.
«Parla» ordinò Stefano, iniziando a muoversi con ritmo lento e deciso. «Dimmi cos’hai visto stasera.»
Isabella respirava un po’ più in fretta, ma la voce restò chiara.
«Ho visto una casalinga con le tette troppo grosse e la cultura da discount che si bagna quando la chiami vacca. Ho visto un uomo grezzo che crede ancora di essere il padrone di casa mentre già si ferma quando glielo ordini. E ho visto te…» gemette appena quando lui le sollevò i fianchi per entrare più a fondo «…che ti diverti a scendere di livello perché ti piace quando sono disposte a decomporre per te.»
Stefano le afferrò i polsi e glieli bloccò sopra la testa, contro il bracciolo del divano. Accelerò appena il ritmo, il suono umido dei loro corpi che riempiva il salotto silenzioso.
«E tu?» chiese contro la sua bocca. «Cosa sei tu, allora?»
Isabella sorrise, un sorriso stretto e un po’ sprezzante, anche mentre veniva avvicinata al bordo.
«Io sono quella che resta al tuo livello. Quella che può parlarti di Tenniel mentre la scopi. Quella che non ha bisogno di essere umiliata per venire.» Strinse le gambe intorno ai suoi fianchi. «Ma posso anche aiutarti a umiliare loro, se ti fa piacere.»
Stefano emise un suono basso, quasi un mezzo risata, e iniziò a scoparla davvero, profonde, misurate, le mani che le tenevano i polsi con fermezza. Isabella non urlò. Gemette con eleganza, il viso arrossato, i capelli rossi sparsi sul tessuto scuro, gli occhi verdi semi-chiusi ma sempre presenti.
«La prossima volta» disse lui tra una spinta e l’altra «voglio che le parli ancora. Più diretta. Voglio che le dica chiaramente quanto poco vale rispetto a te. E mentre glielo dici, voglio che lei sappia che dopo ti scoperò. Capito?»
Isabella annuì, il fiato corto.
«Capito.»
Stefano la rilasciò dai polsi solo per afferrarle i fianchi e cambiarla di posizione, mettendola a pecorina sul divano. Le diede una pacca secca su una chiappa chiara e rientrò con una spinta secca. Isabella abbassò la fronte contro il cuscino, i capelli rossi che le cascavano sul viso.
«Vieni» ordinò lui. «E mentre vieni, ringrazia di non essere lei.»
Isabella venne con un gemito lungo e controllato, il corpo che si contraeva intorno a lui in modo ordinato, quasi composto. Stefano la seguì poco dopo, conficcandosi fino in fondo e venendole dentro con un suono basso e gutturale, le dita che le lasciavano segni chiari sui fianchi chiari.
Restarono fermi per alcuni secondi, legati, il respiro che si ricalmava. Poi Stefano uscì lentamente, osservò il proprio seme scivolare lungo la coscia interna di lei, e le diede una leggera pacca sul sedere.
«Brava.»
Isabella si girò a metà, ancora aperte, i capelli rossi in disordine, gli occhi verdi lucidi ma lucidi di soddisfazione intelligente.
«La casalinga si toccherà stasera pensando a questo» mormorò. «Anche se non sa esattamente cosa stiamo facendo. Si bagnerà lo stesso.»
Stefano annuì, già in piedi, che si riprendeva la camicia.
«Lo so. Per questo funziona.»
Si chinò, le raccolse una ciocca di capelli rossi dietro l’orecchio e le baciò la tempia, un gesto quasi affettuoso.
«La prossima volta la faremo scendere ancora. Tutte e due. Ognuna al suo modo.»
Isabella chiuse gli occhi per un attimo, accettando il tocco, poi sorrise contro la sua mano.
«Come vuoi tu.»
scritto il
2026-09-08
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