Valeria, oggetto del desiderio.

di
genere
incesti

Sono Marco, cinquantadue anni, divorziato da quasi otto. Vivo da solo nel paese dove sono nato. Il lavoro è la mia arma contro la solitudine; nella vita sociale coltivo soprattutto i legami familiari. In particolare quello con mia nipote Valeria, trentadue anni, figlia di mia cognata, sorella di mia ex moglie. Mi relaziono con lei quotidianamente, essendo anch'essa sola a seguito, di numerose delusioni sentimentali. Ha conosciuto momenti duri e difficili, e a trovato in me un punto di riferimento in quanto ci lega un grande affetto. Mi è capitato spesso di consigliarla in alcune decisioni difficili e di aiutarla anche economicamente. Lei lavora part time, e spesso tra spese di affitto, spese per cibo e l'ordinario, gli tocca di privarsi di qualche momento di relax.
Un'altro aspetto di lei, non secondaria, è la sua bellezza naturale, acqua e sapone, che mi ha sempre colpito. Un fascino quieto, quasi tenero, che però mi legava a lei con una dipendenza sorda. Dovevo vederla ogni giorno. Non potevo farne a meno.
Il giorno del suo compleanno decisi di spezzare la routine che lei stessa si era imposta da quando si era separata: non festeggiava più.
«Preparati. Stasera usciamo.»
«Usciamo? Perché?»
«Oggi è il tuo compleanno. Si festeggia.»
«No, zio. Non mi va. Davvero.»
«Non voglio scuse. Si esce e basta. Voglio vederti sorridere.»
Lei annuì, alla fine.
La sera passai a prenderla, non potevo crederci, avevo un angelo davanti ai miei occhi. Indossava un vestitino che esaltava pienamente il suo fisico e un leggero ritocco al viso che la rendeva ancora più seducente.
«Mamma mia quanto sei bella, Valeria», esclamai.
Lei arrossì appena. «Che bel complimento. Mi lusinghi, davvero! Non volevo fare brutta figura accanto a te.»
La portai in un posto discreto, un piccolo ristorante immerso in un giardino, tavoli appartati, luce soffusa, privacy garantita. Parlammo, ridemmo, ci perdemmo nei discorsi di sempre. Era la prima volta che la vedevo davvero libera, senza il peso dei pensieri. Il suo viso si illuminava a ogni battuta. Più la guardavo, più sentivo quella vecchia tensione muoversi dentro di me: il desiderio che avevo sempre represso perché era mia nipote. Desiderio denso, proibito, che cresceva ogni volta che i nostri sguardi si incontravano troppo a lungo.
A fine serata la riaccompagnai. Sotto il portone mi chiese di salire «solo un momento».
«È l’una.» gli dissi.
«Ancora un po' e poi ti lascio andare via».
Salii. Mi accomodai sul divano mentre lei portava da bere. Mi ringraziò per la serata, poi, piano, le parole scivolarono verso i suoi vuoti, le delusioni, la solitudine. Io feci come sempre: ascoltai, confortai. Quando mi alzai per andarmene, mi fermò.
«No, per favore non andare via. Oggi è stato un giorno speciale. Era da tempo che non mi emozionavo così tanto e non voglio che finisca in questo momento».
Non capii esattamente cosa intendesse dire, ma la sua supplica mi prese talmente il cuore che accettai di restare.
«D'accordo dormirò qui su questo divano, se questo ti fa stare bene..»
Mi diede un bacio sulla guancia, dolce e prolungato un secondo di troppo.
Non riuscii a chiudere occhio. Guardavo il soffitto e rivivevo ogni dettaglio della sera. Poi sentii la sua voce dalla porta.
«Zio… sei sveglio?»
«Sì, cara.»
«Non riesco a dormire, sarà stato che penso e ripenso alla splendida serata che ho trascorso.»
«Vero, è stata una splendida serata.»
«Forse con te più vicino starei meglio.»
«Nel tuo letto, vuoi dire?»
«Sì. Non vorresti?»
La richiesta mi spiazzò. Non riuscivo a credere alle mie orecchie.
«Il problema è che forse sarei io a non riuscire a dormire. E non ho nemmeno il pigiama.»
Lei sorrise, un sorriso lento, consapevole. «Il pigiama è un dettaglio, zio.»
Mi raggiunse nella stanza, mi prese per mano. Resistetti un attimo, poi la seguii. Nella sua camera la luce del lumino disegnava i nostri corpi. Mi spogliai fino all’intimo, imbarazzato e già duro. Valeria si avvicinò, chiese se poteva adagiare il suo capo sul mio petto. La accolsi sotto il braccio. Il contatto della sua pelle calda contro la mia fece scattare qualcosa di incontrollabile: l’erezione premeva, evidente. Lei lo notò. Le dita cominciarono a giocare con i peli del mio petto, poi alzò lo sguardo.
«Zio… da quanto tempo non fai sesso?»
La domanda mi immobilizzò.
«Beh, da un po’ di tempo.»
«Allora siamo in due.»
«Perché questa domanda, Valeria?»
«Forse perché siamo simili, zio! Forse perchè siamo alla ricerca dello stesso affetto»
«Dici?».
«Penso di sì»
La sua gamba scivolò sulla mia, salì fino al basso ventre. Sentì la durezza e sorrise.
«Come pensavo. Sei eretto.»
Si sollevò, sfiorò le mie labbra con le sue. Un contatto leggero, quasi esplorativo. Io non resistetti. La tirai contro di me e il bacio divenne immediato, profondo, affamato. Lingue che si cercavano, respiro caldo, quel senso di trasgressione che rendeva tutto più intenso.
Si pose su di me e guardandomi fisso negl'occhi mi disse:
«È vero che mi desideri?»
Non potei negare. «Sì. Ti ho sempre desiderata. Anche quando non dovevo.»
Un altro bacio, più lento, più consapevole. Le mie mani scivolarono sulla sua schiena, lungo i fianchi, sentendo la pelle di seta. Lei ondeggiò i fianchi, cercando pressione contro la mia erezione, e ogni piccolo movimento le strappava un gemito soffocato. Si scostò quanto bastava perché mi togliesse lo slip. Lo fece lei stessa, con l'agilità e la delicatezza di quella mano, lo accolse tra le dita, quasi ad osannare come se fosse un oggetto prezioso.
«Oh, zio… niente male, davvero.»
Tracciò il mio corpo con una serie di baci, un percorso che portava direttamente giù fino a raggiungere ciò che desiderava. Le labbra si posarono con una grazia quasi crudele sul pene, poi si aprirono e lo accolse lentamente, millimetro dopo millimetro. La mano stringeva la base, sincronizzata con la bocca. Ogni discesa andava un po’ più a fondo.
«Così… va bene?» mormorò, con voce rauca.
Non risposi a parole. Le posai le mani sui capelli, guidandola con dolcezza e decisione insieme. Lei accelerò, presa, quasi a volersi impossessare di ogni centimetro.
La tirai su prima che fosse troppo tardi. Le sfilai il reggiseno. I suoi seni, piccoli e sodi, capezzoli scuri e già duri, li presi in bocca uno dopo l’altro, succhiando, mordicchiando. Ci togliemmo gli ultimi indumenti. Nudi, finalmente. Lei si sdraiò, aprì le gambe senza esitazione, e io entrai in lei con un unico spinta lenta e profonda. Lei inarcò la schiena, un gemito lungo le uscì dalla gola.
«Oh, zio… mi sento viva. Grazie… ti amo.»
Quelle due parole mi scossero. Le risposi senza pensarci. «Anch’io. Ti amo.»
La baciai mentre mi muovevo dentro di lei, ritmo crescente, pelle contro pelle, il suono umido dei nostri corpi che si cercavano. Lei stringeva le gambe intorno a me, le unghie nella mia schiena, il viso sepolto nel mio collo. Ogni spinta più profonda della precedente.
«Non smettere…» disse implorandomi.
Le diedi uno schiaffetto leggero sul sedere. Capì subito, cambiammo posizione.
Sorrise. Si sollevò, mi sdraiai supino e si sistemò sopra di me. Si abbassò lentamente, prendendomi tutto, le mani sul mio petto. Poi cominciò a muoversi: prima circolare, poi più verticale, più urgente. I suoi seni ballavano a ogni movimento, la schiena inarcata, gli occhi chiusi di piacere.
C'è qualcosa di selvaggio e di dolcissimo insieme nel modo in cui tiene gli occhi chiusi, come se stesse ascoltando il suo corpo, mentre io sarei lo strumento. Le mani sui suoi fianchi, su quella pelle calda, che segue il ritmo degli affondi
«Così,» le dico.
Lei apre gli occhi. Mi guarda. E in quello sguardo c'è tutto, il desiderio, certo, ma anche qualcosa di più antico e più tenero, quella cosa tra noi che non ha un nome preciso ma che sappiamo riconoscere ogni volta che ci guardiamo negl'occhi. È amore. Accelera. I fianchi che scendono e salgono con più decisione adesso, il ritmo che si fa meno circolare e più diretto, verticale, urgente. Sento ogni movimento dentro, profondo, e stringo le dita sulla sua pelle abbastanza forte da lasciare una traccia rosa. Geme, un dolce suono per le mie orecchie che non chiedono altro di sapere quanto sia gradito. La guardo, non riesco a fare altro. Il suo viso quando il piacere sale è la cosa più dolce che abbia mai visto in vita mia, nessuna maschera, nessun filtro, solo Valeria, la mia nipotina che si scioglie strato dopo strato.
«Non fermarti,» dico.
Non si ferma.
Le mani che abbandonano il petto e lei che si raddrizza ancora di più, la schiena arcuata, la testa leggermente indietro, e in quella posizione sembra una figura scolpita da qualcuno che conosceva bene cosa significa desiderare. I suoi seni turgidi, il ventre liscio, la vita che si restringe e poi si apre nei fianchi, le cosce che stringono i miei fianchi come morse calde.
Mi sollevo leggermente, le mani che le salgono dai fianchi alla vita, e lei piega il collo verso di me, cerca la mia bocca, il respiro che si mescola, caldo e corto. Sono in dirittura di arrivo.
Le mani sui suoi fianchi, guidavo e assecondavo insieme. Lei accelerò, gemeva a labbra semiaperte, e io la guardavo, affascinato da quanto fosse bella e proibita in quel momento.
«Ti sento…» sussurrò Valeria, e in quelle due parole c'è un'intimità che solo due persone innamorate possono percepire.
«Anch’io» le risposi.
Il ritmo divenne sincrono, quasi disperato. La sentii stringersi intorno a me, tremare, poi cedere in un orgasmo lungo, il corpo che si irrigidiva e poi si scioglieva, un gemito che le uscì dalla gola senza freni. L’orgasmo mi colpì forte, caldo, profondo, sentivo svuotarmi internamente di tutto il mio sperma, mentre le mani le stringevano i fianchi come se volessi tenerla lì per sempre.
Poi il silenzio. Lei crollò sul mio petto, respiro ancora irregolare, labbra calde contro la mia pelle. La strinsi. Dopo un po’ alzò lo sguardo, sorriso stanco e soddisfatta. I capelli le fanno cornice al viso ancora acceso, gli occhi lucidi e dolci insieme.
«Dio, quanto è stato bello, zio…»
«Sei stata bene?»
«Mai così bene. E tu?»
Le spostai una ciocca di capelli. «Quando i sogni diventano realtà, capisci che provarci non è mai tempo perso.»
Ci addormentammo nudi, intrecciati.
Al mattino la trovai ancora accanto a me, ancora più bella alla luce del giorno. La tirai contro di me.
«Buongiorno, amore.»
Lei aprì gli occhi, sorrise. «Buongiorno, amore.»
Facemmo di nuovo l’amore, stessa intensità della sera precedente, forse anche più consapevoli.
Da quel giorno il legame si fece indissolubile. I rapporti divennero frequenti, naturali, inevitabili. Decidemmo di convivere. I parenti non accettarono, non capirono. A noi non importava.
Dopo qualche mese Valeria mi diede una notizia che mi avrebbe sconvolto la vita, in modo positivo, era incinta. Fui così felice che decisi di sposarla anche per dare una famiglia a nostro figlio
Oggi viviamo la felicità che ci siamo conquistati, giorno dopo giorno, con la stessa passione e la stessa complicità di quella prima notte proibita.
scritto il
2026-08-25
2 0 1
visite
0
voti
valutazione
0
il tuo voto
Segnala abuso in questo racconto erotico

Continua a leggere racconti dello stesso autore

racconto precedente

Threesome virtuale per metà.

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.