Threesome virtuale per metà.
di
Marco_60
genere
tradimenti
Mi chiamo Marco, ho quarantadue anni, faccio il rappresentante di articoli sportivi. La strada è la mia seconda casa, autostrade grigie verso la Lombardia, hotel anonimi con il minibar sempre troppo caro, riunioni con buyer che stringono la mano come se stringessero un debito. Sono via spesso, a volte per settimane intere, e in quel vuoto domestico ho imparato a costruirmi una vita parallela, fatta di cene con clienti che diventano qualcos'altro, di numeri di telefono scritti sul retro di un biglietto da visita.
Non ho mai preteso fedeltà assoluta. Sarebbe stato disonesto, da parte mia.
Sono sposato con Valentina, una donna che riempie una stanza senza nemmeno alzare la voce, capelli scuri, occhi che valutano tutto con una precisione quasi professionale, un sorriso che sa esattamente quanto vale. Fa la ragioniera in un'autoscuola, gestisce pratiche e clienti con la stessa efficienza con cui gestisce me, in modo elegante, e sempre con quella sensazione sottile che stia tenendo in mano qualcosa che io non vedo.
Negl'ultimi mesi notai un cambiamento nell'aria di casa. Difficile da nominare, più facile da sentire. Un profumo leggermente diverso sul cuscino. Un messaggio sul telefono chiuso troppo in fretta. Valentina più luminosa, più distratta, più altrove. Non l'ho mai affrontata direttamente. Non è nel mio stile. Preferisco osservare, capire, aspettare che le cose si rivelino da sole.
Nel nostro appartamento c'era già installato un impianto di allarme, sensori sui punti luce di ogni stanza, compreso quello della camera da letto, posizionato esattamente di fronte al letto. Ho aspettato il momento giusto, poi ho detto a Valentina che il sensore si era guastato e l'ho sostituito con una microcamera praticamente simile all'originale. Un oggetto minuscolo, silenzioso, connesso al Wi-Fi di casa. Bastava aprire l'app che avevo installato sul telefono di servizio, per osservare.
La prima volta che l'ho fatto ero già in hotel a Brescia, con un analcolico sul comodino e la televisione accesa su un canale che non guardavo. Aprii l'app sul cellulare, quasi per curiosità, più che per vera aspettativa.
Valentina era già a letto, coricata su un fianco, il telefono illuminato sul viso. Parlava con qualcuno, non avevo accesso all'audio, soltanto all'immagine, e quello la rendeva ancora più intrigante, come guardare un film muto in cui tutta l'espressività si concentra sul volto e sul corpo. Sorrideva. Non di quel sorriso educato che riserva alle cene di lavoro, ma di qualcosa di più vivo, più intimo, un sorriso che si concede solo quando si è certi di non essere osservati. A un certo punto l'ho vista abbassare lentamente la mano sotto le coperte, infilarla negli slip, e muoverla con quella lentezza pigra di chi sta assaporando qualcosa prima ancora di averlo tra le mani.
Spensi il cellulare.
Qualche sera dopo tutto divenne tutto più chiaro.
La vidi entrare nella stanza, accendere la lampada sul comodino, quella luce bassa e ambrata che rende tutto più caldo, e stendersi sul letto in intimo. Non stava aspettando il sonno. Stava aspettando qualcuno. L'attesa aveva quella qualità precisa, quella postura leggermente preparata, che non appartiene alla solitudine.
Un minuto dopo, forse due, entrò lui.
Mauro. Il titolare dell'autoscuola.
Lo riconobbi subito, un uomo sulla cinquantina, corporatura solida, capelli grigi alle tempie. Si tolse i vestiti con la sicurezza di chi conosce bene il territorio, come se quella stanza la conoscesse da un pezzo. Quando si liberò degli ultimi indumenti si mostrò completamente nudo, il suo cazzo eretto, che svettava con un'arroganza silenziosa mentre si avvicinava al letto. Valentina lo prese in mano senza esitazione, con quella familiarità che si costruisce nel tempo, e iniziò a muovere il polso con ritmo lento e deliberato.
Mi sdraiai sul letto dell'hotel e appoggiai il telefono sul cuscino, accanto a me, come se stessi guardando un film che avevo scelto io. In un certo senso, era esattamente così.
Non mi sentivo tradito. Mi sentivo curioso, eccitato, stranamente soddisfatto. Presi il mio cazzo tra le mani e ho iniziai a masturbarmi lentamente, guardandoli.
Si presero il tempo che volevano. Si strusciavano, le mani di Mauro che scivolavano ovunque sul corpo di Valentina con una proprietà che mi diceva che non era la prima volta, né la seconda. Poi lei si abbassò su di lui, e la vidi fare quello che sa fare meglio: quel pompino lungo, preciso, generoso, con le labbra strette e gli occhi socchiusi, quello stesso pompino con cui mi aveva conquistato anni prima. Guardarlo dall'esterno aveva un che di vertiginoso, come vedere una cosa che credevi tua restituita al mondo, diventata comune, e scoprire che invece ti eccita.
L'atmosfera in quella stanza era incandescente, e io ne facevo parte senza che loro lo sapessero.
Quando Valentina si liberò dell'ultimo indumento e allargò le gambe, mostrando a Mauro tutto quello che aveva, lui si sistemò su di lei con la gratitudine silenziosa di un uomo che sa di avere ricevuto qualcosa di prezioso. La vidi contrarsi, inarcarsi, buttare la testa indietro con quel gesto inconfondibile del primo affondo, una smorfia a metà tra il dolore e il godimento che conosco a memoria. Mauro iniziò a scoparla con devozione metodica, quegli affondi lunghi e pesanti che facevano muovere il materasso, il corpo di Valentina che cedeva e resisteva in alternanza perfetta.
Mi stavo segando con sempre più convinzione quando mi è balenata un'idea.
Presi l'altro cellulare, quello personale e la chiamai.
La vidi irrigidirsi, guardare lo schermo, guardare Mauro, e per un secondo sul suo viso è passò qualcosa di puro e cristallino: paura. Mauro si immobilizzò, i due si scambiarono uno sguardo che valeva mille parole. Poi Valentina rispose, con una voce che era quasi perfetta, quasi.
"Ciao Marco, come va?"
"Tutto bene, cara." Ho tenuto la voce tranquilla, calda. "Stavo pensando a te."
Abbiamo parlato qualche minuto di nulla, del viaggio, il tempo, una cena di lavoro che non ricordavo nemmeno di aver inventato. Sentivo quanto stesse cercando di sembrare normale, e trovavo la cosa deliziosa. Sul video vedevo Mauro riavvicinarsi lentamente, le dita che ricominciavano a scivolare sul fianco di Valentina come se il pericolo si fosse già allontanato.
"Sai, cara," ho detto alla fine, con un tono leggermente più basso, "questa sera mi manchi sul serio. Non so perché, ma avrei fatto volentieri sesso con te."
Una pausa breve. "Poveretto. Vedo che ti manco davvero tanto."
"Moltissimo. E sai cosa mi manca in modo particolare?"
"Cosa?"
"I tuoi pompini. Quelli che sai fare tu."
Ho sentito una risatina, quasi naturale. "Stasera sei davvero carico, tesoro."
"Lo sono. E stavo pensando che il sesso virtuale non sarebbe una cattiva alternativa. Cosa ne dici?"
Un silenzio più lungo, questa volta. Sul video vidi Mauro alzare un sopracciglio, e tra i due è passato qualcosa, un'intesa rapida, forse un sorriso trattenuto. Poi Valentina rispose, con quella voce bassa che conosco bene: "Che idea strana."
"Dai, fallo per me. Sai cosa sto facendo adesso, mentre ti parlo?"
"Non lo voglio sapere."
"Mi sto toccando, pensando a te. Perché non ti tocchi anche tu?"
"Marco!"
"Dai, cara. E' solo un gioco!"
Sul video la vidi esitare, guardare Mauro. Lui gli sorrise, uno di quei sorrisi complici, e gli offrì nuovamente il suo cazzo, silenzioso come un suggerimento.
Valentina non potè fare altro che cedere.
"Immagina di farmi un pompino," le dissi. "Proprio come sai fare tu."
Mentre dal cellulare sentivo i suoi mugolii, quei suoni che conosco ma che stavolta avevano una risonanza diversa, amplificata, perché sapevo esattamente cosa li produceva e non era la mia fantasia. La stavo dirigendo in tempo reale, e lei stava obbedendo senza saperlo, con la bocca sul cazzo di Mauro.
"Brava. Ora stenditi e toccati. Immagina che io sia sopra di te."
Mauro non si fece ripetere. Si buttò su di lei con quella stessa devozione di prima, prendendola per le cosce, affondando dentro con un ritmo deciso che si tradusse immediatamente nei gemiti che arrivavano al mio orecchio.
"Ti stai masturbando, cara?" le chiesi.
"Sì, tesoro." La voce era diversa adesso, più spessa, meno controllata, i bordi sfumati. "Credo che tra poco verrò."
"Anch'io," le risposi, e non mentivo.
"Dai, non fermarti. Fammi sentire come godi."
"Oh sì..." La sua voce si ruppe leggermente. "Ancora... più forte... più veloce..."
Sul video vedevo Mauro aumentare il ritmo, i fianchi che battevano contro di lei con una furia sempre più concentrata, il volto di Valentina che si contraeva in un'espressione che era insieme godimento e qualcosa di più vicino alla resa. Lui cercava di non farsi sentire, la mascella stretta, il respiro controllato, ma il corpo lo tradiva.
"Ci sono, Valentina. Vengooo" mormorai.
"Anch'io, caro, anch'io..."
Li vidi contrarsi quasi all'unisono, lui affondato fino all'osso dentro di lei, lei con le dita strette nelle lenzuola. I gemiti che arrivavano al telefono erano i loro, non soltanto i suoi, e io finii insieme a loro con la stessa soddisfazione precisa di chi ha orchestrato qualcosa di perfetto.
Nel silenzio che ne seguì dissi: "Ti è piaciuto, cara?"
"Sì," ha risposto, con quella voce pigra del dopo. "Abbastanza."
"Possiamo ripeterlo. Che ne dici?"
"Sì. Magari un altro giorno."
Chiusi la chiamata e continuai a guardarli. Si scrutavano nell'ombra della lampada, ridacchiando piano, con quell'aria di complicità leggera di chi ha fatto qualcosa di insolito e lo ha trovato divertente. Nessuno dei due sapeva che l'insolito lo avevo costruito io.
Mi sentii stranamente in pace.
Qualche giorno dopo decisi di ripetere l'esperienza, ma con una variante.
Nel pomeriggio le mandai un messaggio: Cara, stasera ripetiamo il gioco dell'altro giorno?
Quando ho aperto l'app quella sera, Mauro era già lì.
Ricominciammo con lo stesso rituale, i preliminari, le mani, le bocche, e io dall'hotel mi masturbavo guardandoli obbedire ai miei suggerimenti come due attori che non sanno di avere un regista. A un certo punto decisi di alzare la posta.
"Cara," dissi, tenendo la voce bassa e deliberata, "voglio che ti stimoli l'ano con le dita. Immagina che siano le mie."
Una pausa. "Il tuo chiodo fisso." La sua voce era tra il divertito e il seccato. "Lo sai che ci tengo. Non voglio violarlo" mi disse.
"Tranquilla. È soltanto un gioco virtuale."
Sul video vidi Mauro raccogliere il suggerimento prima ancora che Valentina finisse di protestare, le sue dita si sono mosse con una precisione che tradiva un interesse personale nella questione, non soltanto l'obbedienza al mio comando.
"Ti piace, cara?"
"Si" La risposta è arrivata con un secondo di ritardo, quella frazione di tempo che dice più della parola stessa. "Certo, amore mio."
"Bene. Adesso prendi il lubrificante dal mio cassetto, e mettilo sulle dita. Entra piano. Immagina che sia io."
Potei osservare Mauro allungare le mani e prendere il flaconcino dal cassetto, e spalmarlo con pazienza metodica nel retto. Valentina volgeva uno sguardo sgranato a Mauro, come per dire 'non ti permettere', ma nello stesso tempo era rassegnata di chi sa che protestare non cambierà nulla e forse, in fondo, non vuole che cambi.
"Brava. Adesso che senti l'ano dilatarsi, immagina che io mi stia preparando. Ho messo tanto lubrificante sul cazzo, entrerò piano, non ti farò male."
Sul video vedevo Valentina girare la testa verso Mauro e scuoterla, un 'no' piccolo, secco, con gli occhi leggermente sbarrati. Mauro si stava già lubrificando il cazzo con movimenti lenti e concentrati, e quel diniego non sembrava fermarlo più di quanto fermasse me.
"Allora, Valentina. Sei pronta?"
"No." Netta. Quasi piccata la risposta.
"Ma di cosa ti preoccupi? È tutto virtuale."
"Lo so. Ma è l'idea che non mi piace."
Mauro la prese per i fianchi con entrambe le mani, la mise a carponi con una fermezza che non ammetteva negoziazione. Valentina si dimenava, ma senza quella convinzione vera di chi vuole davvero scappare.
"Senti il mio cazzo fare pressione?" dissi, piano, come se le stessi parlando all'orecchio. "Ecco. Adesso spingo."
Un urlo, breve, soffocato nel cuscino. Mauro aveva affondato.
L'ho visto muoversi dentro di lei con quella concentrazione assoluta di chi stava realizzando qualcosa che aspettava da tempo, il corpo inclinato in avanti, le mani strette sui fianchi di Valentina. Lei aveva il viso premuto nelle lenzuola, la schiena inarcata, le spalle che assorbivano ogni colpo con un fremito che non era soltanto dolore. Vidi Mauro venire intensamente dentro di lei, ed io insieme a loro, quasi in sincronia, con la sensazione fisica di essere lì.
"Ti è piaciuto, questo anale virtuale?" le ho chiesto dopo, quando il respiro si era calmato.
"Sì, caro."
"Sei stata fantastica cara, è sembrato quasi tutto reale, e stato come se tu l'avessi provato davvero."
Mi misi a ridere, una risata vera, soddisfatta. "Vorrà dire che quando torno a casa lo proviamo realmente."
Le diedi la buonanotte.
Continuai a guardarli per qualche minuto. Valentina stava bisticciando con Mauro sottovoce, le parole mute sullo schermo ma il gesto inequivocabile, un dito puntato, un'espressione tra il furioso e il ferito. Mauro la ascoltava con la pazienza di chi sa di avere vinto comunque.
Quando sono tornato a casa qualche giorno dopo, Valentina mi aprì la porta con quel sorriso preciso che riserva ai ritorni, caldo, familiare.
Le diedi un bacio, ho posato la borsa, e mentre passavo accanto a lei le ho appoggiato una mano sul fondoschiena e le ho dato uno schiaffetto leggero sul culo.
"Allora," ho detto, con il tono più innocente che avevo, "quando me lo darai?"
Mi guardò con gli occhi spalancati e furiosi, la mascella leggermente serrata. "Mai."
Sorrisi: "Vedremo."
Non ho mai preteso fedeltà assoluta. Sarebbe stato disonesto, da parte mia.
Sono sposato con Valentina, una donna che riempie una stanza senza nemmeno alzare la voce, capelli scuri, occhi che valutano tutto con una precisione quasi professionale, un sorriso che sa esattamente quanto vale. Fa la ragioniera in un'autoscuola, gestisce pratiche e clienti con la stessa efficienza con cui gestisce me, in modo elegante, e sempre con quella sensazione sottile che stia tenendo in mano qualcosa che io non vedo.
Negl'ultimi mesi notai un cambiamento nell'aria di casa. Difficile da nominare, più facile da sentire. Un profumo leggermente diverso sul cuscino. Un messaggio sul telefono chiuso troppo in fretta. Valentina più luminosa, più distratta, più altrove. Non l'ho mai affrontata direttamente. Non è nel mio stile. Preferisco osservare, capire, aspettare che le cose si rivelino da sole.
Nel nostro appartamento c'era già installato un impianto di allarme, sensori sui punti luce di ogni stanza, compreso quello della camera da letto, posizionato esattamente di fronte al letto. Ho aspettato il momento giusto, poi ho detto a Valentina che il sensore si era guastato e l'ho sostituito con una microcamera praticamente simile all'originale. Un oggetto minuscolo, silenzioso, connesso al Wi-Fi di casa. Bastava aprire l'app che avevo installato sul telefono di servizio, per osservare.
La prima volta che l'ho fatto ero già in hotel a Brescia, con un analcolico sul comodino e la televisione accesa su un canale che non guardavo. Aprii l'app sul cellulare, quasi per curiosità, più che per vera aspettativa.
Valentina era già a letto, coricata su un fianco, il telefono illuminato sul viso. Parlava con qualcuno, non avevo accesso all'audio, soltanto all'immagine, e quello la rendeva ancora più intrigante, come guardare un film muto in cui tutta l'espressività si concentra sul volto e sul corpo. Sorrideva. Non di quel sorriso educato che riserva alle cene di lavoro, ma di qualcosa di più vivo, più intimo, un sorriso che si concede solo quando si è certi di non essere osservati. A un certo punto l'ho vista abbassare lentamente la mano sotto le coperte, infilarla negli slip, e muoverla con quella lentezza pigra di chi sta assaporando qualcosa prima ancora di averlo tra le mani.
Spensi il cellulare.
Qualche sera dopo tutto divenne tutto più chiaro.
La vidi entrare nella stanza, accendere la lampada sul comodino, quella luce bassa e ambrata che rende tutto più caldo, e stendersi sul letto in intimo. Non stava aspettando il sonno. Stava aspettando qualcuno. L'attesa aveva quella qualità precisa, quella postura leggermente preparata, che non appartiene alla solitudine.
Un minuto dopo, forse due, entrò lui.
Mauro. Il titolare dell'autoscuola.
Lo riconobbi subito, un uomo sulla cinquantina, corporatura solida, capelli grigi alle tempie. Si tolse i vestiti con la sicurezza di chi conosce bene il territorio, come se quella stanza la conoscesse da un pezzo. Quando si liberò degli ultimi indumenti si mostrò completamente nudo, il suo cazzo eretto, che svettava con un'arroganza silenziosa mentre si avvicinava al letto. Valentina lo prese in mano senza esitazione, con quella familiarità che si costruisce nel tempo, e iniziò a muovere il polso con ritmo lento e deliberato.
Mi sdraiai sul letto dell'hotel e appoggiai il telefono sul cuscino, accanto a me, come se stessi guardando un film che avevo scelto io. In un certo senso, era esattamente così.
Non mi sentivo tradito. Mi sentivo curioso, eccitato, stranamente soddisfatto. Presi il mio cazzo tra le mani e ho iniziai a masturbarmi lentamente, guardandoli.
Si presero il tempo che volevano. Si strusciavano, le mani di Mauro che scivolavano ovunque sul corpo di Valentina con una proprietà che mi diceva che non era la prima volta, né la seconda. Poi lei si abbassò su di lui, e la vidi fare quello che sa fare meglio: quel pompino lungo, preciso, generoso, con le labbra strette e gli occhi socchiusi, quello stesso pompino con cui mi aveva conquistato anni prima. Guardarlo dall'esterno aveva un che di vertiginoso, come vedere una cosa che credevi tua restituita al mondo, diventata comune, e scoprire che invece ti eccita.
L'atmosfera in quella stanza era incandescente, e io ne facevo parte senza che loro lo sapessero.
Quando Valentina si liberò dell'ultimo indumento e allargò le gambe, mostrando a Mauro tutto quello che aveva, lui si sistemò su di lei con la gratitudine silenziosa di un uomo che sa di avere ricevuto qualcosa di prezioso. La vidi contrarsi, inarcarsi, buttare la testa indietro con quel gesto inconfondibile del primo affondo, una smorfia a metà tra il dolore e il godimento che conosco a memoria. Mauro iniziò a scoparla con devozione metodica, quegli affondi lunghi e pesanti che facevano muovere il materasso, il corpo di Valentina che cedeva e resisteva in alternanza perfetta.
Mi stavo segando con sempre più convinzione quando mi è balenata un'idea.
Presi l'altro cellulare, quello personale e la chiamai.
La vidi irrigidirsi, guardare lo schermo, guardare Mauro, e per un secondo sul suo viso è passò qualcosa di puro e cristallino: paura. Mauro si immobilizzò, i due si scambiarono uno sguardo che valeva mille parole. Poi Valentina rispose, con una voce che era quasi perfetta, quasi.
"Ciao Marco, come va?"
"Tutto bene, cara." Ho tenuto la voce tranquilla, calda. "Stavo pensando a te."
Abbiamo parlato qualche minuto di nulla, del viaggio, il tempo, una cena di lavoro che non ricordavo nemmeno di aver inventato. Sentivo quanto stesse cercando di sembrare normale, e trovavo la cosa deliziosa. Sul video vedevo Mauro riavvicinarsi lentamente, le dita che ricominciavano a scivolare sul fianco di Valentina come se il pericolo si fosse già allontanato.
"Sai, cara," ho detto alla fine, con un tono leggermente più basso, "questa sera mi manchi sul serio. Non so perché, ma avrei fatto volentieri sesso con te."
Una pausa breve. "Poveretto. Vedo che ti manco davvero tanto."
"Moltissimo. E sai cosa mi manca in modo particolare?"
"Cosa?"
"I tuoi pompini. Quelli che sai fare tu."
Ho sentito una risatina, quasi naturale. "Stasera sei davvero carico, tesoro."
"Lo sono. E stavo pensando che il sesso virtuale non sarebbe una cattiva alternativa. Cosa ne dici?"
Un silenzio più lungo, questa volta. Sul video vidi Mauro alzare un sopracciglio, e tra i due è passato qualcosa, un'intesa rapida, forse un sorriso trattenuto. Poi Valentina rispose, con quella voce bassa che conosco bene: "Che idea strana."
"Dai, fallo per me. Sai cosa sto facendo adesso, mentre ti parlo?"
"Non lo voglio sapere."
"Mi sto toccando, pensando a te. Perché non ti tocchi anche tu?"
"Marco!"
"Dai, cara. E' solo un gioco!"
Sul video la vidi esitare, guardare Mauro. Lui gli sorrise, uno di quei sorrisi complici, e gli offrì nuovamente il suo cazzo, silenzioso come un suggerimento.
Valentina non potè fare altro che cedere.
"Immagina di farmi un pompino," le dissi. "Proprio come sai fare tu."
Mentre dal cellulare sentivo i suoi mugolii, quei suoni che conosco ma che stavolta avevano una risonanza diversa, amplificata, perché sapevo esattamente cosa li produceva e non era la mia fantasia. La stavo dirigendo in tempo reale, e lei stava obbedendo senza saperlo, con la bocca sul cazzo di Mauro.
"Brava. Ora stenditi e toccati. Immagina che io sia sopra di te."
Mauro non si fece ripetere. Si buttò su di lei con quella stessa devozione di prima, prendendola per le cosce, affondando dentro con un ritmo deciso che si tradusse immediatamente nei gemiti che arrivavano al mio orecchio.
"Ti stai masturbando, cara?" le chiesi.
"Sì, tesoro." La voce era diversa adesso, più spessa, meno controllata, i bordi sfumati. "Credo che tra poco verrò."
"Anch'io," le risposi, e non mentivo.
"Dai, non fermarti. Fammi sentire come godi."
"Oh sì..." La sua voce si ruppe leggermente. "Ancora... più forte... più veloce..."
Sul video vedevo Mauro aumentare il ritmo, i fianchi che battevano contro di lei con una furia sempre più concentrata, il volto di Valentina che si contraeva in un'espressione che era insieme godimento e qualcosa di più vicino alla resa. Lui cercava di non farsi sentire, la mascella stretta, il respiro controllato, ma il corpo lo tradiva.
"Ci sono, Valentina. Vengooo" mormorai.
"Anch'io, caro, anch'io..."
Li vidi contrarsi quasi all'unisono, lui affondato fino all'osso dentro di lei, lei con le dita strette nelle lenzuola. I gemiti che arrivavano al telefono erano i loro, non soltanto i suoi, e io finii insieme a loro con la stessa soddisfazione precisa di chi ha orchestrato qualcosa di perfetto.
Nel silenzio che ne seguì dissi: "Ti è piaciuto, cara?"
"Sì," ha risposto, con quella voce pigra del dopo. "Abbastanza."
"Possiamo ripeterlo. Che ne dici?"
"Sì. Magari un altro giorno."
Chiusi la chiamata e continuai a guardarli. Si scrutavano nell'ombra della lampada, ridacchiando piano, con quell'aria di complicità leggera di chi ha fatto qualcosa di insolito e lo ha trovato divertente. Nessuno dei due sapeva che l'insolito lo avevo costruito io.
Mi sentii stranamente in pace.
Qualche giorno dopo decisi di ripetere l'esperienza, ma con una variante.
Nel pomeriggio le mandai un messaggio: Cara, stasera ripetiamo il gioco dell'altro giorno?
Quando ho aperto l'app quella sera, Mauro era già lì.
Ricominciammo con lo stesso rituale, i preliminari, le mani, le bocche, e io dall'hotel mi masturbavo guardandoli obbedire ai miei suggerimenti come due attori che non sanno di avere un regista. A un certo punto decisi di alzare la posta.
"Cara," dissi, tenendo la voce bassa e deliberata, "voglio che ti stimoli l'ano con le dita. Immagina che siano le mie."
Una pausa. "Il tuo chiodo fisso." La sua voce era tra il divertito e il seccato. "Lo sai che ci tengo. Non voglio violarlo" mi disse.
"Tranquilla. È soltanto un gioco virtuale."
Sul video vidi Mauro raccogliere il suggerimento prima ancora che Valentina finisse di protestare, le sue dita si sono mosse con una precisione che tradiva un interesse personale nella questione, non soltanto l'obbedienza al mio comando.
"Ti piace, cara?"
"Si" La risposta è arrivata con un secondo di ritardo, quella frazione di tempo che dice più della parola stessa. "Certo, amore mio."
"Bene. Adesso prendi il lubrificante dal mio cassetto, e mettilo sulle dita. Entra piano. Immagina che sia io."
Potei osservare Mauro allungare le mani e prendere il flaconcino dal cassetto, e spalmarlo con pazienza metodica nel retto. Valentina volgeva uno sguardo sgranato a Mauro, come per dire 'non ti permettere', ma nello stesso tempo era rassegnata di chi sa che protestare non cambierà nulla e forse, in fondo, non vuole che cambi.
"Brava. Adesso che senti l'ano dilatarsi, immagina che io mi stia preparando. Ho messo tanto lubrificante sul cazzo, entrerò piano, non ti farò male."
Sul video vedevo Valentina girare la testa verso Mauro e scuoterla, un 'no' piccolo, secco, con gli occhi leggermente sbarrati. Mauro si stava già lubrificando il cazzo con movimenti lenti e concentrati, e quel diniego non sembrava fermarlo più di quanto fermasse me.
"Allora, Valentina. Sei pronta?"
"No." Netta. Quasi piccata la risposta.
"Ma di cosa ti preoccupi? È tutto virtuale."
"Lo so. Ma è l'idea che non mi piace."
Mauro la prese per i fianchi con entrambe le mani, la mise a carponi con una fermezza che non ammetteva negoziazione. Valentina si dimenava, ma senza quella convinzione vera di chi vuole davvero scappare.
"Senti il mio cazzo fare pressione?" dissi, piano, come se le stessi parlando all'orecchio. "Ecco. Adesso spingo."
Un urlo, breve, soffocato nel cuscino. Mauro aveva affondato.
L'ho visto muoversi dentro di lei con quella concentrazione assoluta di chi stava realizzando qualcosa che aspettava da tempo, il corpo inclinato in avanti, le mani strette sui fianchi di Valentina. Lei aveva il viso premuto nelle lenzuola, la schiena inarcata, le spalle che assorbivano ogni colpo con un fremito che non era soltanto dolore. Vidi Mauro venire intensamente dentro di lei, ed io insieme a loro, quasi in sincronia, con la sensazione fisica di essere lì.
"Ti è piaciuto, questo anale virtuale?" le ho chiesto dopo, quando il respiro si era calmato.
"Sì, caro."
"Sei stata fantastica cara, è sembrato quasi tutto reale, e stato come se tu l'avessi provato davvero."
Mi misi a ridere, una risata vera, soddisfatta. "Vorrà dire che quando torno a casa lo proviamo realmente."
Le diedi la buonanotte.
Continuai a guardarli per qualche minuto. Valentina stava bisticciando con Mauro sottovoce, le parole mute sullo schermo ma il gesto inequivocabile, un dito puntato, un'espressione tra il furioso e il ferito. Mauro la ascoltava con la pazienza di chi sa di avere vinto comunque.
Quando sono tornato a casa qualche giorno dopo, Valentina mi aprì la porta con quel sorriso preciso che riserva ai ritorni, caldo, familiare.
Le diedi un bacio, ho posato la borsa, e mentre passavo accanto a lei le ho appoggiato una mano sul fondoschiena e le ho dato uno schiaffetto leggero sul culo.
"Allora," ho detto, con il tono più innocente che avevo, "quando me lo darai?"
Mi guardò con gli occhi spalancati e furiosi, la mascella leggermente serrata. "Mai."
Sorrisi: "Vedremo."
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