In crociera con mia cognata
di
Marco_60
genere
incesti
Era da tempo che avevamo programmato quella crociera di dieci giorni nel Mediterraneo, io e mia moglie Angela, sua sorella Chiara e il marito Pino. Due coppie affiatate, abitudini condivise, gusti simili. Viaggiare insieme era sempre stato il mio desiderio, in quanto sempre attratto dalla bellezza di Chiara.
Genova, Marsiglia, poi Barcellona. A Barcellona, prendemmo l'autobus turistico che ci lasciò alla Sagrada Familia. Successivamente ci addentrammo a piedi nel centro storico con i suoi caratteristici negozi di souvenir, fino ad arrivare davanti all'Arena Monumental dove stava per iniziare la corrida. Quì il gruppo si spaccò. Io e Chiara eravamo contrari allo spettacolo, Pino e mia moglie Angela invece volevano restare. Ci salutammo con la promessa di ritrovarci sulla nave.
Aspettammo a lungo. Le chiamate andavano a vuoto, poi finalmente la voce affannata di mia moglie: avevano perso l'autobus, stavano correndo. Ma le sirene della nave non aspettano nessuno. L'ufficiale ci concesse altri dieci minuti supplementari. Ma non bastarono, rimasero a terra. Per loro non rimase altro che prendere un aereo e tornarsene a casa.
Chiara incassò la notizia con un silenzio pesante, lo sguardo fisso sull'orizzonte che si allontanava dal porto. La rassicurai come potevo, le promisi che non l'avrei lasciata sola. Avevamo ancora sei giorni di navigazione, e in quel momento erano sei giorni che pesavano come piombo.
Devo essere onesto: Chiara è sempre rientrata nella sfera del mio interesse. Una donna bella, fisicamente curata, con quella riservatezza composta che paradossalmente la rendeva ancora più attraente. Un interesse che avevo sempre tenuto a bada nel rispetto del rapporto familiare che c'era tra di noi.
Ma i confini, quando si è soli su una nave in mezzo al Mediterraneo, diventano linee talmente sottili che oltreppassarle basta un attimo.
Nei primi giorni ci muovemmo con la cautela di due persone che si scoprono improvvisamente libere senza averlo scelto. Facevamo colazione, pranzo e cena insieme. Partecipavamo alle attività dell'animazione, ci ritrovavamo a ridere delle stesse cose, a cercarci con lo sguardo attraverso la sala. L'intesa si consolidava piano, come un fuoco che lentamente emana sempre più calore.
Chiara ogni tanto si faceva seria. Lo vedevo nei momenti di pausa, quando il divertimento cedeva il posto al silenzio e i suoi occhi si perdevano verso il mare. Stava pensando a Pino, quasi certamente. Poi si scuoteva, tornava a sorridere, e io non facevo domande.
La quarta sera, dopo lo spettacolo di bordo, qualche risata e qualche bicchiere di troppo, eravamo entrambi su di giri in quel modo leggero e pericoloso che l'alcol sa costruire. Proposi una camminata sul ponte. Lei accettò senza esitare.
La luna disegnava un sentiero argentato sul mare. Le luci della nave erano soffuse, lontane dalla confusione dei ponti inferiori. Ci fermammo al parapetto, spalla a spalla, e io le cinsi il fianco con una mano, un gesto che poteva sembrare amichevole, ma non lo era.
"Una serata magica," dissi.
"Stupenda." Si appoggiò leggermente alla ringhiera. "Mi ricorda quando con Pino andavamo in spiaggia ad ammirare il tramonto."
"Anche a me. Quando ci andavo con tua sorella Angela." Feci una pausa. "Ora per uno strano scherzo del destino ci siamo solo noi due, e quella voglia di rivivere certe sensazioni si fa pressante. Succede anche a te, Chiara?"
Lei non rispose subito. Guardava il mare, e io guardavo lei, il profilo del viso, la curva del collo, il modo in cui tratteneva il respiro un secondo prima di parlare.
"Sì," disse infine. "Certe cose mi mancano."
Mi avvicinai. I nostri occhi si incontrarono in quello sguardo che precede le decisioni irreversibili, e la baciai. Un primo bacio cauto, quasi interrogativo. Poi un secondo, più lungo, più profondo, una gesto che non aveva bisogno di parole.
Chiara non si tirò indietro, ma sentii una piccola esitazione attraversarla, un fremito appena percettibile. Stava valutando, stava soppesando, lo capivo dalla tensione nelle sue spalle, da come le sue mani tardavano ad appoggiarsi su di me. Poi le appoggiò, e quella tensione si sciolse.
"Questa sera non voglio pensare," disse contro le mie labbra. "Voglio sentirmi libera. Almeno stanotte."
Raggiungemmo la sua cabina camminando veloci, quasi di corsa, ridendo sottovoce come due ragazzi che fanno una cosa proibita. Appena la porta si chiuse alle nostre spalle ci abbracciammo con una foga che si era accumulata troppo a lungo. Ci spogliammo a vicenda con quella maldestra urgenza che è più sincera di qualsiasi tecnica.
Volevo subito prenderla, ma lei mi fermò con le mani sul petto, una pressione leggera, quasi dolce.
"Che fretta c'è? Siamo soli, abbiamo tutta la notte."
Prese il mio pene tra le mani, lo accarezzò con una lentezza determinata, mentre io mi perdevo nella morbidezza dei suoi seni, nel calore di averla finalmente tra le braccia. Poi si abbassò e cominciò a lavorare di bocca, quelle labbra che si posavano sul glande con la stessa delicatezza con cui si assaggia qualcosa di prezioso, poi sempre più decise, più profonde. Un pompino straordinario, eseguito con una concentrazione che mi toglieva il respiro.
La fermai prima che fosse troppo tardi. Volevo ricambiare. La feci stendere e cominciai con la lingua, solcando lentamente le grandi labbra, salendo verso il clitoride con movimenti circolari, misurati. Ad ogni passaggio su quel punto si irrigidiva, la schiena si inarcava, le dita si stringevano tra i miei capelli.
Mi disse, con una timidezza inaspettata, che nessuno le aveva mai fatto una cosa del genere, neanche Pino.
"Oddio," ripeteva sottovoce. "Non fermarti. Non fermarti."
Le contrazioni che sentivo sotto la lingua mi dicevano tutto. Stava godendo con una intensità che lei stessa sembrava scoprire per la prima volta, e quella scoperta aveva qualcosa di straordinariamente eccitante.
"Ti voglio ora," le dissi.
Mi posizionai su di lei. E lì, in quell'ultimo istante, con un gesto istintivo, la vidi portare una mano a coprirsi il pube.
"C'è qualcosa che non va?" le chiesi piano.
Un silenzio. Poi: "È che mi dispiace per Pino. Non lo merita."
"Lo so." Non cercai di convincerla che avesse torto, perché non aveva torto. "Sarà solo una parentesi, un momento nostro, qualcosa che appartiene solo a noi su questa nave, a questi giorni."
Le presi le mani delicatamente, le portai sopra la testa. Sentii il momento in cui smise di resistere, non una resa, piuttosto una scelta. Il mio pene trovò la strada da solo, e quando entrai in lei fino in fondo sentii i suoi fianchi sollevarsi verso di me, le sue gambe stringersi intorno alla mia vita.
Sussultò. Chiuse gli occhi.
Cominciai a muovermi, lento prima, poi sempre più deciso. Aveva i seni premuti contro il mio petto, le labbra schiuse, il respiro spezzato in piccoli gemiti che crescevano ad ogni affondo. Ad un certo punto mi fece alzare e sdraiare al suo posto. Mi guardò un secondo, poi scese su di me piano, mordendosi il labbro inferiore mentre mi prendeva tutto dentro. Quando toccò il fondo rimase ferma un istante, occhi chiusi, come se stesse memorizzando la sensazione. Poi cominciò a muoversi.
Le mani appoggiate sul mio petto per trovare l'equilibrio, i capelli sciolti che le cadevano in avanti. Aveva una espressione quasi egoista nel senso più bello del termine, stava cercando il suo angolo, la sua misura, e quando lo trovò accelerò. Le anche che salivano e scendevano con un ritmo preciso, i seni che ondeggiavano ad ogni movimento, il respiro che si faceva sempre più corto.
La guardavo dal basso, Chiara sopra di me. Avevo era una visione di lei che non avevo mai immaginato, libera, concentrata sul piacere. Le poggiai le mani sui fianchi, non per guidarla ma per sentire il movimento, quella meccanica perfetta che stava costruendo da sola.
Ad un certo punto si piegò in avanti, le labbra vicine alle mie, il fiato caldo sul viso.
"Non muoverti," disse. "Lascia fare a me."
La lasciai lavorare, salire e scendere con una intensità crescente, i gemiti che si facevano meno trattenuti, le unghie che si conficcavano leggermente nel mio petto. Quando venne era ancora sopra di me, la schiena inarcata all'indietro, il collo teso, un lungo gemito soffocato che cercava di non farsi sentire oltre la porta della cabina.
"Adesso tocca a te," mi disse.
Gli chiesi di mettersi a carponi. Lo specchio dell'armadio ci restituiva un'immagine che non avevo cercato ma che non riuscivo a smettere di guardare, lei, io, i nostri corpi accoppiati, il suo sguardo incontrato nel riflesso ogni volta che affondavo. Uno sguardo che non aveva vergogna.
Quando sentii avvicinarsi il momento le chiesi se potevo venire dentro.
"Prendo la pillola," disse, ansimando. "Vieni."
L'orgasmo finale ci prese insieme, le sue contrazioni, poi le mie, poi lo sfinimento di due corpi che si abbandonano sul letto esanimi. Restammo così a lungo, tra carezze e baci lenti, mentre la nave solcava il mare nella notte.
La mattina ci svegliammo con quella strana tenerezza che segue certe notti. E cominciammo di nuovo.
Da quel giorno ogni occasione era buona. Ci appartavamo negli angoli meno frequentati del ponte, ci cercavamo con lo sguardo durante i pasti, tornavamo in cabina quando le luci della sera creavano l'alibi giusto. Chiara aveva smesso di essere la donna riservata e misurata che conoscevo da anni, o forse quella donna era sempre esistita sotto la superficie, in attesa di qualcuno che avesse la pazienza di aspettarla.
Ai pasti comuni qualcuno ci guardava con una certa curiosità. Non riuscivano a capire se fossimo una coppia, due amici, qualcosa di indefinibile. Quella ambiguità ci dava una carica strana, sottile, quasi più eccitante dell'intimità stessa.
I nostri partner chiamavano regolarmente. Come state? Ci annoiamo, rispondevamo, senza entusiasmo. La verità era che non volevamo che quei giorni finissero così presto.Purtroppo finirono.
Il rientro fu silenzioso, i nostri volti, nel momento dei ricongiungimenti, dissero forse più di quanto avessimo voluto. Mia moglie mi abbracciò. Io la ricambiai guardando oltre la sua spalla.
"L'anno prossimo ci riproveremo," disse Pino, con quella sua voce bonaria. Chiara annuì senza alzare gli occhi.
Questa volta saremo noi a perdere la nave, pensai. E trattenni un sorriso.
I mesi passarono. Cominciai a notare qualcosa in Chiara, una certa stanchezza, certi silenzi diversi dai soliti, soprattutto il suo fisico che mostrava cambiamenti. Poi la notizia, data in famiglia con voce ferma: era incinta.
Sbiancai. I tempi erano quelli giusti, La "pillola"? Una bugia!
Lei era sul divano dall'altra parte della stanza, e per un secondo i nostri occhi si incontrarono. Sulle sue labbra c'era un sorriso appena accennato che spiegava tutto.
Quella sera arrivò un messaggio sul mio cellulare.
Auguri, papà.
Genova, Marsiglia, poi Barcellona. A Barcellona, prendemmo l'autobus turistico che ci lasciò alla Sagrada Familia. Successivamente ci addentrammo a piedi nel centro storico con i suoi caratteristici negozi di souvenir, fino ad arrivare davanti all'Arena Monumental dove stava per iniziare la corrida. Quì il gruppo si spaccò. Io e Chiara eravamo contrari allo spettacolo, Pino e mia moglie Angela invece volevano restare. Ci salutammo con la promessa di ritrovarci sulla nave.
Aspettammo a lungo. Le chiamate andavano a vuoto, poi finalmente la voce affannata di mia moglie: avevano perso l'autobus, stavano correndo. Ma le sirene della nave non aspettano nessuno. L'ufficiale ci concesse altri dieci minuti supplementari. Ma non bastarono, rimasero a terra. Per loro non rimase altro che prendere un aereo e tornarsene a casa.
Chiara incassò la notizia con un silenzio pesante, lo sguardo fisso sull'orizzonte che si allontanava dal porto. La rassicurai come potevo, le promisi che non l'avrei lasciata sola. Avevamo ancora sei giorni di navigazione, e in quel momento erano sei giorni che pesavano come piombo.
Devo essere onesto: Chiara è sempre rientrata nella sfera del mio interesse. Una donna bella, fisicamente curata, con quella riservatezza composta che paradossalmente la rendeva ancora più attraente. Un interesse che avevo sempre tenuto a bada nel rispetto del rapporto familiare che c'era tra di noi.
Ma i confini, quando si è soli su una nave in mezzo al Mediterraneo, diventano linee talmente sottili che oltreppassarle basta un attimo.
Nei primi giorni ci muovemmo con la cautela di due persone che si scoprono improvvisamente libere senza averlo scelto. Facevamo colazione, pranzo e cena insieme. Partecipavamo alle attività dell'animazione, ci ritrovavamo a ridere delle stesse cose, a cercarci con lo sguardo attraverso la sala. L'intesa si consolidava piano, come un fuoco che lentamente emana sempre più calore.
Chiara ogni tanto si faceva seria. Lo vedevo nei momenti di pausa, quando il divertimento cedeva il posto al silenzio e i suoi occhi si perdevano verso il mare. Stava pensando a Pino, quasi certamente. Poi si scuoteva, tornava a sorridere, e io non facevo domande.
La quarta sera, dopo lo spettacolo di bordo, qualche risata e qualche bicchiere di troppo, eravamo entrambi su di giri in quel modo leggero e pericoloso che l'alcol sa costruire. Proposi una camminata sul ponte. Lei accettò senza esitare.
La luna disegnava un sentiero argentato sul mare. Le luci della nave erano soffuse, lontane dalla confusione dei ponti inferiori. Ci fermammo al parapetto, spalla a spalla, e io le cinsi il fianco con una mano, un gesto che poteva sembrare amichevole, ma non lo era.
"Una serata magica," dissi.
"Stupenda." Si appoggiò leggermente alla ringhiera. "Mi ricorda quando con Pino andavamo in spiaggia ad ammirare il tramonto."
"Anche a me. Quando ci andavo con tua sorella Angela." Feci una pausa. "Ora per uno strano scherzo del destino ci siamo solo noi due, e quella voglia di rivivere certe sensazioni si fa pressante. Succede anche a te, Chiara?"
Lei non rispose subito. Guardava il mare, e io guardavo lei, il profilo del viso, la curva del collo, il modo in cui tratteneva il respiro un secondo prima di parlare.
"Sì," disse infine. "Certe cose mi mancano."
Mi avvicinai. I nostri occhi si incontrarono in quello sguardo che precede le decisioni irreversibili, e la baciai. Un primo bacio cauto, quasi interrogativo. Poi un secondo, più lungo, più profondo, una gesto che non aveva bisogno di parole.
Chiara non si tirò indietro, ma sentii una piccola esitazione attraversarla, un fremito appena percettibile. Stava valutando, stava soppesando, lo capivo dalla tensione nelle sue spalle, da come le sue mani tardavano ad appoggiarsi su di me. Poi le appoggiò, e quella tensione si sciolse.
"Questa sera non voglio pensare," disse contro le mie labbra. "Voglio sentirmi libera. Almeno stanotte."
Raggiungemmo la sua cabina camminando veloci, quasi di corsa, ridendo sottovoce come due ragazzi che fanno una cosa proibita. Appena la porta si chiuse alle nostre spalle ci abbracciammo con una foga che si era accumulata troppo a lungo. Ci spogliammo a vicenda con quella maldestra urgenza che è più sincera di qualsiasi tecnica.
Volevo subito prenderla, ma lei mi fermò con le mani sul petto, una pressione leggera, quasi dolce.
"Che fretta c'è? Siamo soli, abbiamo tutta la notte."
Prese il mio pene tra le mani, lo accarezzò con una lentezza determinata, mentre io mi perdevo nella morbidezza dei suoi seni, nel calore di averla finalmente tra le braccia. Poi si abbassò e cominciò a lavorare di bocca, quelle labbra che si posavano sul glande con la stessa delicatezza con cui si assaggia qualcosa di prezioso, poi sempre più decise, più profonde. Un pompino straordinario, eseguito con una concentrazione che mi toglieva il respiro.
La fermai prima che fosse troppo tardi. Volevo ricambiare. La feci stendere e cominciai con la lingua, solcando lentamente le grandi labbra, salendo verso il clitoride con movimenti circolari, misurati. Ad ogni passaggio su quel punto si irrigidiva, la schiena si inarcava, le dita si stringevano tra i miei capelli.
Mi disse, con una timidezza inaspettata, che nessuno le aveva mai fatto una cosa del genere, neanche Pino.
"Oddio," ripeteva sottovoce. "Non fermarti. Non fermarti."
Le contrazioni che sentivo sotto la lingua mi dicevano tutto. Stava godendo con una intensità che lei stessa sembrava scoprire per la prima volta, e quella scoperta aveva qualcosa di straordinariamente eccitante.
"Ti voglio ora," le dissi.
Mi posizionai su di lei. E lì, in quell'ultimo istante, con un gesto istintivo, la vidi portare una mano a coprirsi il pube.
"C'è qualcosa che non va?" le chiesi piano.
Un silenzio. Poi: "È che mi dispiace per Pino. Non lo merita."
"Lo so." Non cercai di convincerla che avesse torto, perché non aveva torto. "Sarà solo una parentesi, un momento nostro, qualcosa che appartiene solo a noi su questa nave, a questi giorni."
Le presi le mani delicatamente, le portai sopra la testa. Sentii il momento in cui smise di resistere, non una resa, piuttosto una scelta. Il mio pene trovò la strada da solo, e quando entrai in lei fino in fondo sentii i suoi fianchi sollevarsi verso di me, le sue gambe stringersi intorno alla mia vita.
Sussultò. Chiuse gli occhi.
Cominciai a muovermi, lento prima, poi sempre più deciso. Aveva i seni premuti contro il mio petto, le labbra schiuse, il respiro spezzato in piccoli gemiti che crescevano ad ogni affondo. Ad un certo punto mi fece alzare e sdraiare al suo posto. Mi guardò un secondo, poi scese su di me piano, mordendosi il labbro inferiore mentre mi prendeva tutto dentro. Quando toccò il fondo rimase ferma un istante, occhi chiusi, come se stesse memorizzando la sensazione. Poi cominciò a muoversi.
Le mani appoggiate sul mio petto per trovare l'equilibrio, i capelli sciolti che le cadevano in avanti. Aveva una espressione quasi egoista nel senso più bello del termine, stava cercando il suo angolo, la sua misura, e quando lo trovò accelerò. Le anche che salivano e scendevano con un ritmo preciso, i seni che ondeggiavano ad ogni movimento, il respiro che si faceva sempre più corto.
La guardavo dal basso, Chiara sopra di me. Avevo era una visione di lei che non avevo mai immaginato, libera, concentrata sul piacere. Le poggiai le mani sui fianchi, non per guidarla ma per sentire il movimento, quella meccanica perfetta che stava costruendo da sola.
Ad un certo punto si piegò in avanti, le labbra vicine alle mie, il fiato caldo sul viso.
"Non muoverti," disse. "Lascia fare a me."
La lasciai lavorare, salire e scendere con una intensità crescente, i gemiti che si facevano meno trattenuti, le unghie che si conficcavano leggermente nel mio petto. Quando venne era ancora sopra di me, la schiena inarcata all'indietro, il collo teso, un lungo gemito soffocato che cercava di non farsi sentire oltre la porta della cabina.
"Adesso tocca a te," mi disse.
Gli chiesi di mettersi a carponi. Lo specchio dell'armadio ci restituiva un'immagine che non avevo cercato ma che non riuscivo a smettere di guardare, lei, io, i nostri corpi accoppiati, il suo sguardo incontrato nel riflesso ogni volta che affondavo. Uno sguardo che non aveva vergogna.
Quando sentii avvicinarsi il momento le chiesi se potevo venire dentro.
"Prendo la pillola," disse, ansimando. "Vieni."
L'orgasmo finale ci prese insieme, le sue contrazioni, poi le mie, poi lo sfinimento di due corpi che si abbandonano sul letto esanimi. Restammo così a lungo, tra carezze e baci lenti, mentre la nave solcava il mare nella notte.
La mattina ci svegliammo con quella strana tenerezza che segue certe notti. E cominciammo di nuovo.
Da quel giorno ogni occasione era buona. Ci appartavamo negli angoli meno frequentati del ponte, ci cercavamo con lo sguardo durante i pasti, tornavamo in cabina quando le luci della sera creavano l'alibi giusto. Chiara aveva smesso di essere la donna riservata e misurata che conoscevo da anni, o forse quella donna era sempre esistita sotto la superficie, in attesa di qualcuno che avesse la pazienza di aspettarla.
Ai pasti comuni qualcuno ci guardava con una certa curiosità. Non riuscivano a capire se fossimo una coppia, due amici, qualcosa di indefinibile. Quella ambiguità ci dava una carica strana, sottile, quasi più eccitante dell'intimità stessa.
I nostri partner chiamavano regolarmente. Come state? Ci annoiamo, rispondevamo, senza entusiasmo. La verità era che non volevamo che quei giorni finissero così presto.Purtroppo finirono.
Il rientro fu silenzioso, i nostri volti, nel momento dei ricongiungimenti, dissero forse più di quanto avessimo voluto. Mia moglie mi abbracciò. Io la ricambiai guardando oltre la sua spalla.
"L'anno prossimo ci riproveremo," disse Pino, con quella sua voce bonaria. Chiara annuì senza alzare gli occhi.
Questa volta saremo noi a perdere la nave, pensai. E trattenni un sorriso.
I mesi passarono. Cominciai a notare qualcosa in Chiara, una certa stanchezza, certi silenzi diversi dai soliti, soprattutto il suo fisico che mostrava cambiamenti. Poi la notizia, data in famiglia con voce ferma: era incinta.
Sbiancai. I tempi erano quelli giusti, La "pillola"? Una bugia!
Lei era sul divano dall'altra parte della stanza, e per un secondo i nostri occhi si incontrarono. Sulle sue labbra c'era un sorriso appena accennato che spiegava tutto.
Quella sera arrivò un messaggio sul mio cellulare.
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