Il vuoto assoluto

di
genere
dominazione

Trigger Warning (TW):Manipolazione emotiva, dinamiche al limite del consenso (spettatrice forzata), sub drop, dinamiche tossiche, trascuratezza emotiva.


Ci siamo conosciuti online, per caso, scorrendo la bacheca in una di quelle sere passate a non fare nulla. Piero scriveva post lunghi, frammenti di storie che buttava lì senza badare troppo all'algoritmo o ai like. La maggior parte dei suoi racconti era così realistica e cruda allo stesso tempo: parlava di dettagli, di corpi, di manipolazioni, di spigoli. Cose lontanissime dalla mia routine, ma maledettamente attraenti ed intriganti, capaci di farti scorrere lo schermo con una specie di necessità. Non vedevo l'ora che apparissero suoi racconti nuovi.



Solo più tardi, parlando, ho scoperto il vuoto dietro quella scrittura: era rimasto vedovo dopo che la moglie si era ammalata gravemente. Fino ad allora era stato il classico marito modello, casa e lavoro; poi quella perdita devastante gli aveva stravolto l'esistenza, buttandolo in una frenesia da single, una fame predatoria di incontri e distrazioni. Era il disperato tentativo di un uomo spezzato di riprendersi il controllo su qualcosa, di gestire i corpi degli altri, dopo che il destino gli aveva tolto ogni potere sulla morte della persona che amava.



Io ero un relitto, un turbine doloroso: incontri strani, hobby coltivati con un'ossessione colta e un carattere spigoloso. Eppure, ero ancorata ai resti di un matrimonio ridotto a una guerra di logoramento: anni passati a dormire in letti separati, mesi senza nemmeno sfiorarci, solo litigi e un silenzio tossico che mi divorava.



Ci siamo visti nel bar di un centro commerciale. Mi è piaciuto subito, per come la sua mente riusciva a ignorare i miei pezzi rotti. Poi, il vuoto. Per mesi l'ho evitato, terrorizzata che la sua intrusione potesse abbattere le mie ultime, fragili difese. Ma Piero ha forzato la porta, incastrandosi nelle crepe della mia vita come kintsugi.



Alla fine, ho ceduto. Avevamo fissato una cena a casa sua. L'ambiente era essenziale, minimal. La meticolosità di ciò che aveva preparato era un valore aggiunto: conosceva perfettamente i miei gusti nonostante non glieli avessi mai detti direttamente. Ricordava la mia data di nascita, le mie passioni, i miei interessi, facendomi percepire che ne era a conoscenza senza dirmelo esplicitamente. Mi sentivo esposta, nuda, come se avesse già scansionato ogni mia debolezza.



In casa aveva quadri di volti femminili ed altri di donne impegnate in performance particolari, tra cui alcuni bozzetti di Crepax. Non impiegai molto a fare due più due: i suoi racconti, la sua precisione, l'attenzione ai dettagli, gli sketch di Valentina... Sapevo esattamente in quale posto fossi e cosa avrei voluto esplorare, ma mi rifiutavo di ammetterlo. Lui sapeva cosa potevo dargli e cosa poteva chiedermi. Sembrava mi conoscesse da sempre.



Finita la cena, la serata ha preso una piega diversa. Mentre mangiavamo il dolce, la forchetta mi cadde sul pavimento. Mi abbassai per raccorlierla, quando lui mi chiese di restare in quella posizione e di non alzarmi fino al suo ritorno. Accettai consensualmente le sue richieste; nella mia testa non vedevo l'ora che giungessero i suoi ordini. Dopo poco, ritornò e mi bloccò i polsi dietro la schiena con la cintura dell'accappatoio in spugna preso in bagno, stringendo i nodi fino all'immobilità, ma facendo molta attenzione a non crearmi sofferenza sulle parti nervose. Poi la benda. Al buio, ogni rumore è diventato una curiosità: il ticchettio dell'orologio, il suo respiro, ed io in posizione di totale impotenza. Eravamo pronti per giocare, per esplorarci.



Tutto d'un tratto, il suo telefono vibrò sul tavolo. Leggendo il messaggio, Piero mi sfiorò con la punta di un frustino: «È Sonia. Scrive anche lei, mi aiuta con i racconti. È in zona e vorrebbe passare per un saluto. Ti dà fastidio?». Assentii con la gola secca, e lui mi tolse la benda, lasciando i miei occhi scoperti perché potessi guardare tutto. Dopo pochi minuti suonò il citofono; Piero rispose e le fece trovare la porta aperta.



Quando lei entrò, lui l'accolse con una freddezza glaciale, ma percepivo che c'era qualcosa di diverso. La condusse in soggiorno e mi mostrò a lei, quasi vantandosi del suo trofeo, mentre io ero lì a terra, bloccata ai suoi piedi. Dal loro saluto dedussi che non si trattava solo di collaborazione nella scrittura, ma che erano complici in ben altro. Iniziarono a baciarsi appassionatamente e ad accarezzarsi, come se io fossi invisibile, come se fossero soli.



Poi cambiarono ritmo, costringendola a posizioni che limitavano ogni suo movimento, mentre io restavo a terra, obbligata ad ascoltare il contatto dei loro corpi e il loro fiatare. Mi aveva costretta ad assistere, spettatrice forzata di un gioco in cui ero solo un oggetto. La accolse sulle sue gambe, le abbassò i pantaloni e cominciò a sculacciarla, prima sulla mutandina e poi togliendo anche quella. Vedevo loro ed immaginavo me su quelle gambe, di essere al posto di Sonia.


Il ritmo dei colpi aumentò, accompagnato dal suono secco della mano sulla carne nuda. Piero guidava la sessione con un distacco gelido, quasi matematico, aumentando l'intensità senza mai incrociare davvero lo sguardo di Sonia, usandola solo come uno strumento per riempire la stanza di rumore e di umori. Sonia all'inizio assecondava il gioco, ma l'impatto fisico, unito alla pressione psicologica di essere usata come esibizione davanti a me, cominciò a limitare la sua resistenza. I suoi respiri diventarono affannosi, spezzati. Io, dalla mia posizione immobilizzata a terra, percepivo il cambio di energia nella stanza: non era più piacere, era un sovraccarico emotivo. Piero diede un ultimo colpo più forte, ignorando il gemito di dolore reale di lei, che non era più parte del copione. Quel distacco, privo di qualsiasi contatto visivo o di calore umano immediato, fece precipitare Sonia nel vuoto. La chimica del suo corpo crollò all'istante.

Probabilmente il peso di quella situazione, l'oscurità e la pressione erano troppi per lei; è diventata un guscio vuoto. Si è rivestita tremando, barcollando verso l'uscita senza che Piero le rivolgesse uno sguardo. Per lui, spaventato dall'ombra di una fragilità che gli ricordava fin troppo bene il passato, lei era solo una linea che si era spezzata e che andava rimossa in fretta per non guardare dentro il proprio abisso.



Il silenzio che è seguito è stato un'onda gelida. Mi ha slegata con gesti bruschi, i segni della spugna ancora impressi sulla pelle, rossi e dolenti. L'attenzione che mi ha dedicato dopo è stata la parte peggiore: un panno passato sulle mie membra con una manualità meccanica, che mi ha fatto sentire più sola che mai. Si era trasformato di nuovo in quel badante metodico ed efficiente di un tempo, ma completamente svuotato di empatia per potersi proteggere. Si è allontanato un istante, scusandosi per andare in bagno.



Quello è stato il mio momento. Sapevo di violare ogni regola, ma la mia volontà era diventata superiore. Ho allungato la mano, tremando, e ho recuperato il telefono di Piero appoggiato sul comodino. La notifica era lì, l'ultima in ordine cronologico. Ho memorizzato il nome di Sonia e il suo contatto prima di rimetterlo esattamente dove l'avevo trovato. Un furto necessario.



Nei giorni successivi, l'ho cercata. Non per curiosità, ma per necessità. Ci siamo incontrate di nuovo, lontano da lui, scaraventate entrambe da quella vertigine emotiva che Piero ci aveva cucito addosso per poi lasciarci lì, sospese nel vuoto. Ed è stato in quel momento che abbiamo capito: quella ricomposizione che lui non sapeva o non voleva dare, dovevamo darcelo noi. Ci siamo prese cura del crollo reciproco, stringendoci in quel mix di endorfine e parole non dette, facendoci da specchio e da ancora fino a quando non ci siamo accertate, finalmente, di essere rientrate nei "nostri panni". Abbiamo condiviso la rabbia, il senso di essere state usate, il vuoto lasciato dal trauma di quell'uomo, trasformandolo in una zavorra solida per restare agganciate al molo.



Le fantasie restano. Il rischio, il peso del suo corpo, la sottomissione. Resta la consapevolezza che, quando saremo di nuovo soli, la sfida sarà diversa. Non cercherò la sua cura né mi lascerò solo annullare per dimenticare il mio matrimonio. Se Piero cercherà ancora di manipolare le situazioni, io gli proporrò l'unica cosa che lo terrorizza davvero: la linearità di due persone sane.



Ho creato un filo invisibile con Sonia, una complicità nata dalla trasparenza che lui ha cercato di soffocare. E in questo squallore necessario, questa è la mia unica, vera vittoria: ho smesso di accettare il caos e le maschere del suo lutto, costringendolo a scegliere se restare nell'ombra del suo passato o guardare finalmente la realtà in faccia.
scritto il
2026-07-05
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