Si forse, o forse no...

di
genere
confessioni

Dentro la casa di legno immersa nel piccolo bosco il caldo ora è diventato sopportabile dopo il forte temporale della sera precedente che ha spazzato via il caldo asfissiante di questi ultimi giorni che sembrava non passassero mai.

Sono solo, o almeno così credevo, solo in compagnia del frinire delle cicale che è incessante, e poi c’è il ronzio di un paio di ventilatori che muovono l’aria e spezzano il silenzio rumoroso della natura che mi circonda, e che adoro, lei sa regalare serenità alla mia anima tempestosa, fermo per alcuni istanti il pensiero che torna alla notte precedente, alla pioggia che scendeva a tratti forte, al vento maestoso e imponente che scuoteva rami e alberi, tutto questo era una musica sublime per il mio sonno messo duramente alla prova in questo ultimo periodo.

E ancora i tuoni che squarciavano il cielo e ai lampi che lo illuminavano e con esso la mia stanza dove avevo spalancato la finestra per far entrare l’aria fresca che arrivava dal mare distante alcune decine di metri e dove, nonostante il vento, potevo udire distintamente il fragore delle onde che s’infrangevano contro la battigia, altra musica, altro toccasano per il mio animo ultimamente così pesante.

E poi pensavo a Giulia, la ragazza del mio collega con il quale insieme ad un altro, dividiamo questa parte di casa, eh sì, Giulia dicevo, al suo respiro che si mescolava a quello del vento che soffia forte, i suoi mugugni di piacere che mettevano alla prova la mia fantasia levandomi piacevolmente il sonno, ripensavo alle sue parole di imprecazione che ringhiava al suo ragazzo, entrambi così fottutamente giovani, mentre la scopava con foga, quella irruenta foga che lo fecero venire quasi subito, lasciando lei a metà, o quasi, a quel suo lamentarsi che era sempre la stessa storia, che era stanca, al silenzio imbarazzato di lui che non proferiva parola, neppure uno straccio di giustificazione, di scuse, niente, solo la rabbia di lei, quella giovane ragazza che avevo visto altre volte, ma con la quale, a parte i saluti di circostanza, non avevo scambiato mai neppure mezza parola, Gilia che sembrava così timida e riservata, ed invece…

Ed eccoci a questo pomeriggio, il ronzio dei ventilatori, il frinire delle cicale, i pensieri che albergano la mente, invadenti e sfacciati, e quella certezza di essere solo nella mia stanza con la porta aperta, disteso nudo nel letto e con l’aria dei ventilatori che accarezzavano la pelle calda, una mano che maliziosamente aveva iniziato a sfiorare i fianchi, il petto, il collo, per poi scivolare verso giù, neppure timida, carica di desiderio e con nel cervello l'eco della voce di Giulia.

Ora le dita scorrevano nell’inguine, l’asta iniziava ad avere dei piccoli e timidi sussulti, i polpastrelli sul glande che lentamente si gonfiava, e via sempre con più insistenza e voglia che cresceva sempre più, fino a trovarmi l’asta avvolta dalla mano che aveva iniziato a muoversi su e giù, piano, facendo uscire le prime gocce che rendevano l’asta e la cappella lucida, gli occhi a tratti chiusi, la tenda tirata, il ronzio dei ventilatori, le cicale, i suoi occhi che mi fissavano attraverso uno specchio appeso alla parete di fronte al letto, attimi intensi dove i nostri sguardi si incrociarono senza alcun pudore o imbarazzo, come se fosse la cosa più normale del mondo, come se quei trent'anni che probabilmente ci separavano fossero d’incanto svaniti.

No, non venne verso di me, restò lì, ferma, appoggiata allo stipite della porta a fissarmi attraverso lo specchio, e io continuavo a fissare lei, i suoi occhi, le sue labbra, il suo seno nascosto da una maglietta, i suoi capezzoli che spuntavano dal cotone, il suo corpo così dannatamente giovane ed invitanti, fissavo il peccato e la tentazione del proibito, e lei guardava me, la mia mano che si muoveva con una lentezza estenuante, come a voler prolungare all’infinito quel momento, e intanto, neppure il ronzio dei ventilatori, il frinire delle cicale, i trent’anni di differenza, il suo ragazzo, la mia donna, niente, nulla sembrava voler far cessare quel momento, nemmeno noi due e anzi…

Chiusi gli occhi per alcuni istanti, nel riaprirli lei era svanita, pensai a un sogno, alla voglia di fottere che avevo in questi giorni, no, non pensavo alle cicale, al ronzio dei ventilatori, e neppure ai lampi, ai tuoni, al vento, all’animo pesante, ai trent’anni di differenza, no, pensavo proprio a Giulia, al suo essere insoddisfatta, al desiderio di assaggiarla, al suo odore di femmina, a scivolare dentro di lei lentamente, ad assaporare la sua freschezza, a come poteva succhiarmi il cazzo, al suo volto pieno di piacere nel sentirsi riempita e soddisfatta, ed intanto quel sogno non era un sogno, ora un altro ronzio, un rumore sordo, un sibilo pieno di piacere arrivava distintamente dalla stanza adiacente la mia, solo una piccola parete di legno ci divideva, io steso nel mio letto, lei nel suo, e poi eccoli i suoi mugugni, il respiro diventare pesante, e quel ronzio incessante che stava scatenando in me mille fantasie ed altrettanti desideri.

“Sto per godere”, mi disse con un filo di voce roca.
“Dimmi che anche a te non manca molto, voglio godere insieme a te”, ora con tono più deciso, quasi rabbioso.

Aumentai il ritmo, la mano ora era fuori controllo, i movimenti rapidi e decisi, fino a liberare un sospiro lungo ed intenso, e pochi attimi dopo ascoltai il suo rantolo di piacere, esplose dimenandosi e facendo sbattere lo schienale del letto contro la parete di legno, una, due, tre volte, fino a soffocare quel piacere in un singhiozzo mal trattenuto in gola, potevo quasi vedere le sue mani afferrare le lenzuola, il suo cuore battere all’impazzata, il suo corpo muoversi contorcersi nel letto, si poteva vedere tutto questo e lo vidi, ora ero io appoggiato allo stipite della porta della sua camera che la fissavo.

Giulia era con gli occhi socchiusi e un sorriso tirato nel volto, una lacrima le stava rigando la guancia, la vidi scendere nel lenzuolo, una, solo una, le mani ancora chiuse a pugno tenevano una grande porzione di lenzuolo che aveva tirato a se, per rabbia, con rabbia, poi si girà verso di me, cose se sapesse bene che ero lì a guardarla, si alzò di scatto per poi inginocchiarsi, prese l’asta ormai barzotta ma ancora sporca degli umori di poco prima, aprì la bocca e tirò fuori la lingua e con la punta leccò la cappella e poi il ventre, io non feci nulla per fermarla, e forse avrei voluto anche di più, poi uscii dalla stanza, lei chiuse la porta e io me ne andai in bagno a farmi una doccia.

Il suo ragazzo il giorno dopo si licenziò e lei non la vidi mai più, o forse è stato solo un sogno, una fantasia, un'eco portato dal forte temporale della notte precedente, si forse, o forse no.
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2026-07-03
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