Chimera: L'ultimo respiro dell'umanità - Cap. 4

di
genere
fantascienza

Sono passati tre giorni dalla mattina in cui ci siamo lasciati la segheria alle spalle. Tre giorni di marcia, di pioggia intermittente e di nebbia così densa da sembrare cotone sporco incastrato tra i pini neri dei monti Appalachi.
Meave non si è lamentata una sola volta, glielo devo riconoscere. Ha tenuto la bocca chiusa e ha continuato a trascinare la gamba, aggrappandosi agli alberi, ai guardrail arrugginiti, persino al mio zaino quando il fango era troppo scivoloso. Ma la forza di volontà non ferma la necrosi. Ieri sera, quando le ho cambiato la fasciatura usando le ultime garze pulite, la ferita puzzava. Non era ancora l'odore dolciastro e insopportabile della cancrena, ma era quel sentore acido di carne infiammata e sangue guasto. Il muscolo del polpaccio era gonfio, violaceo, caldo come una stufa.
Oggi, il suo "passo pieno, passo strascicato" è diventato uno strisciare pietoso. Andando avanti di questo passo, non facciamo più di due miglia al giorno.

Siamo sulla vecchia Route 74, diretti a sud-ovest verso un buco di culo chiamato Balsam. La strada serpeggia in salita, tagliando a metà una gola boscosa.
Sono dieci passi davanti a lei, lo sguardo fisso sulla linea degli alberi. Poi, il suono.
Un rumore innaturale. Non un ramo spezzato, non un errante. È lo schiocco secco e inconfondibile di un tacco di cuoio contro l'asfalto.
Alzo il pugno chiuso in aria, il segnale tattico per fermarsi. Meave si blocca all'istante, appoggiandosi pesantemente al tronco di un abete a bordo strada, ansimando.
Scivolo dietro la carcassa arrugginita di un vecchio fuoristrada ribaltato, abbassando il baricentro. Tolgo la sicura al fucile d'assalto. Il mondo è silenzioso, teso come una corda di violino.

«Getta l'arma e alzati in piedi, lentamente.»
La voce arriva da ore due. Sopra di noi, su una scarpata rocciosa che domina la curva della strada. Un secondo dopo, sento il clic-clack di un fucile a pompa caricato provenire da ore nove, alla mia sinistra, tra i cespugli.
Mi hanno chiuso a tenaglia. Un incrocio di fuoco perfetto. Cazzo.

«Ripeto. Molla il fucile e metti le mani bene in vista, o ti apriamo una finestra nel cranio,» ripete la voce dall'alto. È una voce ruvida, maschile, carica di quell'ansia pre-omicidio tipica di chi non è un sadico, ma spara per non farsi ammazzare.
In un mondo dove la pietà è un concetto estinto, la fiducia nel prossimo è la prima causa di mortalità. Se mollo l'arma, potrei morire. Se sparo, ne porto uno all'inferno con me, ma l'altro mi crivella.

«Ookay, va bene. Adesso calmiamoco, qui nessuno vuole far male a nessuno,» urlo di rimando, mantenendo la voce calma, quasi annoiata, restando rannicchiato dietro il blocco motore del fuoristrada. «Se mollo il fucile, chi mi garantisce che non decidiate di prendervi i miei stivali insieme alla mia vita?»

«Nessuno,» risponde il tizio da sinistra, sbucando parzialmente dai rovi. È un uomo sulla quarantina, barba sfatta, giubbotto da cacciatore lercio di grasso e fango. Ha un calibro 12 puntato dritto verso la mia posizione. «Ma se non lo molli, gli stivali te li sfiliamo dai piedi freddi. Scegli tu.»

Prendo un respiro lento.
«Siamo io e una ragazza ferita,» dichiaro, alzando il tono perché mi sentano bene. «Non siamo predoni. Se avessi voluto farvi la pelle, non mi sarei portato dietro un peso morto che puzza di infezione a un miglio di distanza. Siamo solo di passaggio»
Un lungo momento di silenzio. Dalla strada, Meave emette un colpo di tosse debole, rannicchiata contro l'albero, le mani in vista per mostrare che è disarmata.
L'uomo sulla scarpata scivola giù, i sassi che gli franano sotto gli scarponi. È più anziano, sui sessanta, capelli grigi lunghi e uno sguardo duro, scavato da anni di fame e paranoia. Impugna un fucile da caccia con ottica di precisione.
Si ferma a dieci metri dal fuoristrada, gli occhi fissi su Meave. Guarda la sua gamba, i pantaloni incrostati di sangue secco. Poi guarda verso la mia copertura.

«Alzati. Tenendo il fucile per la cinghia, canna verso il basso,» ordina il vecchio.
Eseguo. Mi alzo lentamente, l'arma a tracolla ma le mani vicine. Li squadro. Non hanno l'aria esaltata degli sciacalli solitari. I vestiti sono sporchi, ma rammendati. Hanno borraccie di metallo piene e radio agganciate alla cintura. Appartengono a un gruppo.

«Da dove venite?» chiede il quarantenne col fucile a pompa, accorciando le distanze di un paio di passi.

«Nord. Eravamo diretti ad Asheville,» mento a metà, mantenendo l'espressione di pietra. «Ma abbiamo scoperto che la festa è finita da un pezzo.»
Il vecchio fa una smorfia amara, abbassando la canna del suo fucile di un paio di gradi. La paranoia sta lasciando spazio a una calcolata tolleranza.
«Asheville è un cimitero a cielo aperto ormai. I militari se la sono data a gambe e gli erranti hanno invaso il perimetro. Non c'è un cazzo lì. Siete finiti nel posto sbagliato.»

«Lo abbiamo notato,» ribatto io. «Ora, se avete finito di giocare a chi ce l'ha più lungo, noi ce ne andiamo. La ragazza ha bisogno di riposo, e io ho perso la pazienza tre giorni fa.»
Il vecchio scambia un'occhiata con il compagno. La diffidenza in questo mondo è un'armatura spessa, ma sanno benissimo che uno scontro a fuoco qui, adesso, attirerebbe solo orde di vaganti dai boschi circostanti. E noi non valiamo il prezzo dei loro proiettili.

«La nostra comunità è a due miglia da qui. A Balsam,» dice il vecchio. «Una decina di persone in tutto. Ci difendiamo, cerchiamo di non morire di fame. La tua amica è messa male.»

«Non è una mia amica,» lo correggo gelido. «E se pensi che la lascerò entrare in casa vostra per farla curare mentre a me tagliate la gola, hai sbagliato persona.»

«Ascoltami bene, stronzo arrogante,» ringhia l'altro, facendo un passo avanti, il dito che torna sul grilletto. «Nessuno vi regala niente. Non c'è nessun medico a Balsam, e non abbiamo bende per voi. Noi a malapena riusciamo a sfamare i nostri figli con le trappole che piazziamo. Ma se la ragazza ha bisogno di sdraiarsi all'asciutto per non crepare di freddo prima di domani, abbiamo un vecchio fienile fuori dal nostro perimetro interno. Porte solide e non ci piove dentro.»
Stringo gli occhi. L'offerta puzza sempre di bruciato in questa maledetta epoca. Nessuno fa la carità.

«Dov'è la fregatura?» chiedo, senza mezza traccia di gratitudine.

«La fregatura,» risponde il vecchio, sputando un grumo di catarro sull'asfalto, «è che ci restate per un giorno, massimo due. Le regole sono semplici: state nel fienile, non vi avvicinate alle nostre case, non disturbate le nostre donne. E, cosa più importante, noi non abbiamo cibo per voi. Volete mangiare? Vi arrangiate da soli fuori dalla recinzione. Noi vi diamo solo quattro mura per non farvi mangiare dai morti nel sonno. Se vi sta bene, camminate davanti a noi e tenete le mani sulle cinghie degli zaini. Se non vi sta bene, giratevi e continuate verso l'inferno.»
Guardo Meave. È pallida, stanca, il respiro corto. Se passiamo un'altra notte nei boschi, domani mattina dovrò piantarle il mio coltello in testa per evitare che si risvegli.
E io ho bisogno di riorganizzarmi, di capire dove andare ora che Asheville è saltata.

«Un fienile. Niente cibo. Due giorni,» riepilogo a voce alta. Poi annuisco lentamente. «Andiamo a vedere questo fienile.»

Balsam non è nemmeno un paese. È un mucchio di sei o sette case di legno addossate l'una all'altra lungo il declivio di una montagna, circondate da un perimetro improvvisato di lamiere ondulate, vecchie auto cannibalizzate e tronchi d'albero appuntiti.
Mentre entriamo, accompagnati dai due guardiani, avverto gli sguardi. Visi scavati, sporchi e diffidenti ci scrutano dalle fessure delle finestre oscurate e dai portici. Una donna magrissima ritira dentro due bambini appena ci vede passare. L'atmosfera è densa di disperazione e miseria. Qui non stanno vivendo. Stanno solo morendo più lentamente di quelli fuori.
Il fienile si trova appena oltre la linea principale delle case, racchiuso dentro una seconda recinzione malmessa. È un edificio massiccio di legno rosso sbiadito, grande, con il tetto sfondato in un angolo ma complessivamente intatto.
Il vecchio apre il pesante portone scorrevole spingendolo sui binari arrugginiti. L'interno puzza di fieno, sterco di cavallo fossile, guano e polvere stantia. L'oscurità è totale, spezzata solo da lame di luce grigia che filtrano tra le assi del tetto.

«Starete qui,» dice il vecchio, appoggiandosi al fucile. «Fuori dal perimetro a nord c'è un ruscello per l'acqua. Non accendete fuochi grandi, non attirate l'attenzione. Tra 48 ore vi voglio fuori dai coglioni.»
Richiude il portone prima ancora che io possa rispondere. Sentiamo il rumore di un blocco di legno che viene calato dall'esterno. Ci hanno chiusi dentro, ma per lo meno siamo al sicuro dai vaganti.
Lascio cadere lo zaino a terra con un tonfo pesante. L'aria è gelida, ma è ferma. Non c'è il vento infame dei boschi.
Mi volto verso Meave. Sta già scivolando lungo una delle pareti portanti, fino a toccare il pavimento coperto di paglia, stringendosi la gamba. Il respiro le sibila tra i denti stretti.
«Siamo al Waldorf Astoria,» mormoro, con un cinismo stanco, passandomi le mani guantate sulla faccia. Inizio a sistemare il mio fucile contro la parete e a tirare fuori la mia borraccia. «Vedi di non abituarti al lusso, tesoro. Abbiamo un buco dove dormire, ma le mie scorte di carne sono finite. Domani mi tocca uscire a cercare qualcosa che striscia o che corre per metterci qualcosa nello stomaco.»
Meave chiude gli occhi e appoggia la nuca al legno scheggiato.

«Trevis...» mormora. La voce è un sospiro tremante, carico di febbre.
Mi blocco, la borraccia a mezz'aria.
«Cosa c'è?»
Non apre gli occhi. Una lacrima solitaria, calda e lucida, le sfugge dalle ciglia, tracciando una linea pulita sul viso incrostato di fango e stanchezza.
«Mi fa male»

Lascio la borraccia a terra, a metà tra me e lei. Il fienile è immerso in una penombra densa e polverosa, rotta solo da lame di luce grigia che scivolano tra le fessure delle assi di legno, disegnando strisce pallide sul pavimento ricoperto di paglia marcia e guano indurito. L'aria è gelida, ma almeno qui dentro il vento non ci spacca la faccia.
Fisso Meave. È rannicchiata contro la parete, il viso madido di un sudore che non c'entra nulla con la temperatura dell'aria.
Mi inginocchio davanti a lei, lo spazio tra noi annullato. Sfilo lo zaino tattico da una spalla, lo apro e tiro fuori il mio kit medico di emergenza: una scatola stagna verde oliva, graffiata sui bordi. Prendo una piccola torcia tattica, la accendo al minimo della potenza e la incastro tra i denti, per avere entrambe le mani libere.

«Tieni ferma la gamba,» le ordino, la voce un sussurro raschiato.
Meave non ribatte. Afferra un pugno di paglia sporca con entrambe le mani e stringe i denti, preparandosi.
Afferro il lembo della benda che le ho messo ieri. Il tessuto, originariamente bianco, è diventato una crosta rigida, un impasto scuro di sangue, fango e siero. Inizio a srotolarla lentamente. Quando arrivo all'ultimo strato, quello appiccicato direttamente alla carne viva, sento la resistenza del coagulo.
Faccio un respiro profondo e do uno strappo secco.
Meave caccia un gemito di dolore, inarcando il collo all'indietro, e sbatte la nuca contro il legno della parete.
L'odore mi colpisce le narici un secondo dopo. È un odore inconfondibile, dolciastro e marcio, che ti si attacca in fondo alla gola. Avvicino il viso, illuminando il polpaccio con la torcia che ho in bocca.
I bordi dei due fori lasciati dalle schegge di cemento sono gonfi, tesi fino allo spasimo. La pelle circostante è di un viola lucido, innaturale, solcata da striature rossastre che puntano verso il ginocchio. Il muscolo è duro come la pietra e sta spurgando un liquido giallastro. L'infezione sta correndo, veloce.
Tolgo la torcia dalla bocca e la appoggio a terra, puntandola sulla ferita. Prendo un flacone di betadine e un paio di garze pulite.

«Mi dispiace dirtelo... ma è messa abbastanza male,» mormoro, mantenendo il tono clinico, piatto, mentre verso il disinfettante marrone direttamente sulla carne spaccata.
Meave sibila, il corpo attraversato da uno spasmo incontrollabile per il bruciore chimico. Mi fulmina con gli occhi, lucidi di febbre e carichi di un sarcasmo disperato.

«Ma davvero? Vuoi anche dei complimenti? Ti ricordo che sei stato tu.»
Non distolgo lo sguardo dal suo polpaccio. Uso la garza per tamponare i bordi, premendo per far uscire il pus. Lei sussulta di nuovo, piantandomi le unghie nella manica del giubbotto, ma io non alleggerisco la pressione.
«Hai cercato di fottermi, hai corso, io ti ho fermata. Causa ed effetto, Meave. Non faccio sconti a nessuno,» ribatto freddo, senza traccia di pentimento. «Ora però smettila di muoverti, o dovrò tagliarti la gamba.»
Rimaniamo in silenzio per qualche minuto. L'unico suono è lo sfregamento ruvido della garza, il suo respiro corto e il fischio del vento fuori dalle lamiere di Balsam. C'è un'intimità strana in questo momento. Non siamo un predatore e una preda, né due estranei ostili. Siamo solo due relitti che cercano di tenere attaccato un arto.

«Perché sei qui fuori?»
La sua voce rompe la quiete. È bassa, indebolita dal dolore, ma priva di aggressività.
Mi fermo un istante. Tampono l'ultimo rivolo di siero e inizio a srotolare una benda nuova, pulita.

«Sono qui fuori perché dovevo andare ad Asheville,» rispondo, passando la garza dietro il suo polpaccio, sfiorandole la pelle rovente.

«No. Non intendo questo.» Meave sposta la testa, appoggiando la guancia contro il legno, per guardarmi dritto negli occhi. «Nel tuo diario... si capiva che eravate in un posto sicuro. Una scuola. Fortificata. C'era un gruppo numeroso, c'erano recinzioni, turni di guardia. Una comunità. Dopo... dopo quello che è successo a Tessa, avevi ancora un posto protetto. Eppure te ne sei andato. Perché un uomo che sa come funziona questo schifo di mondo sceglie di viaggiare da solo?»
Lego la benda, stringendo il nodo con attenzione per non fermarle la circolazione, ma abbastanza da tenerla ferma. Ripongo il flacone vuoto e le pinze nel kit medico.
Chiudo la scatola con uno scatto metallico che rimbomba nel silenzio del fienile.
Mi siedo a terra, incrociando le gambe di fronte a lei, e mi appoggio con la schiena a un palo di sostegno centrale. La guardo. I suoi occhi verdi, nonostante la febbre, mi stanno scavando dentro, cercando un pezzo di verità in mezzo a tutta la merda che le ho propinato finora.
«Una comunità...» inizio, abbassando lo sguardo verso le mie mani guantate, ancora sporche del suo sangue. Lascio uscire un sospiro lungo, amaro, un rumore che sa di cenere e stanchezza. «La gente pensa che costruire dei muri e coltivare due pomodori sia la salvezza. Ma i muri non tengono fuori l'inferno. Lo chiudono dentro con te.»
Alzo gli occhi su di lei.
«Eravamo in una scuola superiore, sì. Muri alti tre metri, recinzioni rinforzate con il filo spinato. Le aule trasformate in camerate, la palestra usata come magazzino. Sembrava il giardino dell'Eden. Ma quando metti cento persone in una scatola, le risorse finiscono in fretta. E quando le risorse finiscono, inizi a guardare oltre i tuoi muri. Inizi a prendere ciò che serve agli altri.»
Mi passo una mano sulla faccia ruvida, sentendo la barba ispida sotto i guanti.
«Vivere in una comunità significa fare la guerra ogni tre per due. Difendere il perimetro dai predoni, organizzare spedizioni per razziare supermercati che sono già stati razziati da altri, ammazzare disperati per un barile di gasolio o per una scatola di antibiotici. Ero il capo della sicurezza. Ogni volta che aprivo quei cancelli, sapevo che qualcuno dei miei non sarebbe tornato. Ero stanco, Meave. Stanco del sangue, stanco delle decisioni logiche, stanco di giustificare omicidi a sangue freddo dicendo che lo facevamo per la nostra gente.»
Faccio una pausa. Il vento fa scricchiolare la struttura del tetto sopra di noi, come un enorme scheletro di legno che respira.
Mi sporgo leggermente in avanti, appoggiando gli avambracci sulle ginocchia. La mia voce perde il suo proverbiale cinismo, abbassandosi a un tono che non usavo da tempo immemore.
«Ma se devo dirti la verità... se devo essere onesto con te e con me stesso... era per lei. Era per Tessa.»
Pronunciare il suo nome ad alta voce, davanti a un'altra persona, mi provoca una fitta fisica alla bocca dello stomaco. È come ingoiare vetro.
«Dopo che se n'è andata... io non potevo più restare in quel posto. Quella scuola era diventata un cimitero enorme. La vedevo ovunque. Vedevo il modo in cui camminava lungo i corridoi del secondo piano con quel suo maglione troppo grande. Sentivo la sua risata riecheggiare nella mensa quando l'aria era silenziosa. Entravo nella nostra stanza e c'era il suo odore impresso nelle coperte. Ogni singolo muro, ogni mattone, ogni angolo di quel buco di culo mi ricordava che lei era sotto un metro di terra e io ero ancora lì a respirare.»
Fisso il pavimento, stringendo i denti.
«La gente mi guardava con compassione. I sussurri alle mie spalle. Povero Trevis. Hai visto com'è ridotto Trevis? Mi facevano schifo. Facevo schifo a me stesso. Una mattina, mentre il sole sorgeva, ho preso il mio zaino, ho caricato il fucile, ho aperto il cancello principale e me lo sono chiuso alle spalle senza salutare nessuno. Preferisco rischiare di farmi sbranare dai morti là fuori, piuttosto che vivere circondato dai fantasmi là dentro.»
Il silenzio piomba di nuovo tra noi, spesso, pesante, impossibile da ignorare.
Meave mi fissa. La sua espressione è cambiata. Il disprezzo, l'arroganza, perfino la paura... è sparito tutto. C'è solo una silenziosa, profonda comprensione. Sa cosa significa perdere tutto. Lo sa perfettamente.
Si muove impercettibilmente, sistemandosi meglio contro la parete, stringendosi il giubbotto al petto per combattere i brividi della febbre.
«I fantasmi non restano chiusi nei palazzi, Trevis,» sussurra debolmente, chiudendo gli occhi. «Viaggiano con te. Te ne accorgerai.»
Non le rispondo. Mi appoggio di nuovo al palo di sostegno, spengo la torcia e lascio che il buio del fienile ci inghiotta entrambi.

Il mattino seguente il rumore del blocco di legno che viene sollevato dall'esterno mi sveglia molto prima dell'alba.
Ho il fucile imbracciato e puntato verso lo spiraglio del portone prima ancora di aprire gli occhi del tutto. È un riflesso muscolare. Il cervello dorme, ma le mani no. Non dormono più da anni.
Il pesante portone scorrevole si apre di una trentina di centimetri, con i binari arrugginiti che stridono nel silenzio del mattino. La lama di luce grigia che entra nel fienile è sottile, debole, e in quella luce si profila una sagoma bassa, infagottata in un cappotto di lana scuro, logoro e rattoppato malamente sui gomiti. specifica e rassegnata di chi ha smesso da tempo di avere paura delle cose che terrorizzano gli altri, semplicemente perché le ha già viste tutte.
Abbasso la canna del calibro 5.56 di tre centimetri. Non di più.
La donna entra, spingendo il legno quel tanto che basta per passarci. Ha forse settant'anni, i capelli completamente bianchi raccolti sotto un foulard sbiadito, il viso scavato come la corteccia dei pini qui fuori. Porta un vassoio improvvisato — niente di più che un'asse di legno scheggiato — su cui sono poggiati una singola tazza di metallo smaltato e un piattino con sopra tre biscotti dalla forma irregolare. Dietro di lei, rimasto sull'uscio, c'è suo marito. Il vecchio col fucile da caccia. Tiene le mani ben in vista, lontane dall'arma. Un gesto di resa preventiva.
La donna si avvicina e posa il vassoio sul pavimento sporco di paglia senza troppe cerimonie.

«Ecco qui, latte di capra,» mormora, indicando l'unica tazza. «Non è caldo. Il fuoco non lo accendiamo prima di mezzogiorno, per non far vedere il fumo.» Si raddrizza lentamente, mettendosi le mani sui fianchi ossuti.
«È il latte dell'unica capra che ci è rimasta. È vecchia, mezza cieca e mangia solo sterpaglie. Ne fa a malapena un bicchiere al giorno. A Balsam siamo in dieci. Ogni mattina tocca a una persona diversa bagnarsi le labbra.»
Fisso la tazza. Il liquido all'interno è denso, color avorio. Poi guardo la vecchia.

«E oggi a chi toccava?» le chiedo, con la voce raschiata dal sonno.

«Toccava a me,» risponde lei, sostenendo il mio sguardo senza un'ombra di esitazione.
«I biscotti, invece, li ha impastati la piccola Lily, la nipote del fabbro. Ha usato farina di ghiande e acqua. Sono duri come pietre, ma riempiono lo stomaco.»
Rimaniamo in silenzio. So esattamente cosa sto guardando. Non è un gesto di cortesia. È l'estremo sacrificio in un mondo che ha dimenticato la pietà. Sta dando via le uniche calorie che l'avrebbero tenuta in piedi oggi, per regalarle a due estranei che domani mattina se ne andranno. È folle. È il tipo di generosità che, di questi tempi, ti fa ammazzare in fretta.
Meave è sveglia. È rimasta rannicchiata contro la parete portante, il viso pallido e lucido di sudore per la febbre che le brucia dentro. Quando i suoi occhi mettono a fuoco il vassoio, vedo la sua gola contrarsi. La fame, in questa epoca, è un mostro che ti divora dall'interno, e lei è vuota da giorni.
La donna le si avvicina, accovacciandosi sui talloni con una disinvoltura che smentisce la sua età. Le posa una mano nuda sulla fronte, senza chiedere il permesso.
«Hai la febbre alta,» constata, ritirando la mano.
«Vi porto qualche panno inumidito e un po' di zenzero. Non abbiamo medicine, ma di solito bastano per abbassare la febbre» poi, infila una mano nella tasca.
«Siete giovani. Voi giovani non credete più a niente. Pensate che siccome il mondo è marcito, Dio ci abbia abbandonato.»
Estrae un piccolo oggetto e lo posa sul vassoio, accanto alla tazza. È un santino plastificato, piegato e consumato sui bordi. San Cristoforo.
«Mia nipote dice che Dio è morto insieme alla civiltà,» continua la vecchia, la voce venata di una malinconia pesantissima. «Ma io penso che sia ancora qui. Forse questa è la nostra punizione. Abbiamo fatto troppo rumore, abbiamo preteso troppo, e Lui ci ha tolto la voce per farci ascoltare il silenzio. Ma non ci ha abbandonati.»
Mi scappa un mezzo sorriso amaro, un soffio d'aria dal naso. Abbasso definitivamente il fucile e lo appoggio alla cassa di legno.
«Crede ancora a Dio, signora? La stimo, sul serio. Insomma, guardi dove ci troviamo...» pausa.
«Se esiste, ha senso dell'umorismo piuttosto macabro, il suo Dio,» dico, freddo.
«Ha lasciato che i morti si mangiassero i bambini, pur di darci una lezione?»
La donna si rialza. Mi fissa con i suoi occhi chiari, annacquati dagli anni ma incredibilmente lucidi.

«Il male lo facciamo noi, figlio mio. Non Lui. Questo è per voi. Per la strada che vi aspetta.» Indica il santino.
Il vecchio sull'uscio si schiarisce la gola, rompendo quell'atmosfera surreale.

«Domani mattina. All'alba,» dice, ruvido. «Vi vogliamo fuori dai confini. E non ci saranno altri pasti.»

«Lo so,» rispondo.
I due vecchi si voltano e spariscono oltre il portone, che scorre richiudendosi con un tonfo pesante, lasciandoci di nuovo nella penombra umida. Il rumore del blocco di legno che torna in posizione è la fine della nostra interazione col mondo esterno.
Resto seduto per qualche secondo a fissare il vassoio. Poi guardo Meave.
Cerca di mettersi a sedere dritta, spingendo le mani contro il legno della parete, ma un tremito violento le attraversa le spalle. Cede, scivolando di nuovo giù con un respiro spezzato. È allo stremo.
Mi alzo, sfilandomi i guanti tattici e infilandoli nelle tasche del giubbotto. Mi avvicino a lei.

«Non sforzarti,» mormoro, il tono della mia voce stranamente basso, privo del solito sarcasmo.
Mi inginocchio al suo fianco. Lo spazio tra noi si annulla. Faccio scivolare il mio braccio sinistro dietro la sua schiena, il palmo largo contro la sua scapola, e con un movimento fermo ma cauto la sollevo per farla staccare dalla parete. Meave sussulta. Il contatto è improvviso. In questo mondo non ci si tocca se non per ferire o per rubare. Il calore che sprigiona il suo corpo febbricitante attraversa i miei vestiti, un contrasto netto col gelo del fienile.
Pesa pochissimo. Sotto la giacca infangata, sento la fragilità delle sue costole.
La faccio appoggiare contro il mio petto e la mia spalla. Sento il suo respiro affannato sul mio collo, debole e caldo. Sento l'odore della pioggia, del sudore, ma sotto la sporcizia e l'infezione, percepisco il profumo naturale della sua pelle, qualcosa che sa di giovane e di vivo. È una sensazione prepotente, disarmante. Mi rendo conto, per una frazione di secondo, da quanto tempo non tengo una donna tra le braccia senza l'intento di spezzarle l'osso del collo.
Allungo la mano destra e prendo la tazza di metallo smaltato.
«Bevi,» le ordino dolcemente, avvicinandole l'orlo freddo alle labbra screpolate.
Meave apre gli occhi. Mi guarda dal basso verso l'alto, il viso a pochi centimetri dal mio. C'è un'esitazione nel suo sguardo. Non è abituata a farsi aiutare, e di certo non è abituata a vedermi così... preoccupato.
Apre le labbra e prende un piccolo sorso. Il latte è aspro, forte, ma lei lo manda giù come se fosse il nettare degli dei. Beve di nuovo, questa volta con più foga, le mani tremanti che si alzano istintivamente per stringere le mie dita intorno alla tazza. La sua pelle sfiora la mia. Le sue mani sono ghiacciate.
Quando abbasso la tazza, una goccia bianca di latte le sfugge dall'angolo della bocca, scivolando verso il mento.
Senza pensarci, senza il filtro del cinismo che mi porto addosso come un'armatura, sollevo il pollice nudo e le asciugo la goccia. Il polpastrello ruvido e calloso scorre sulla sua pelle morbida, fermandosi per un battito di ciglia proprio sulla linea del suo labbro inferiore.
Il tempo, dentro quel fienile, si ferma.
Meave trattiene il respiro. Il suo petto è immobile contro il mio braccio. I suoi occhi verdi, resi vitrei dalla febbre, si incatenano ai miei.
Sento il mio battito cardiaco rallentare. Sento il bisogno viscerale, animale, di quel calore. Potrei chinare la testa. Basterebbero due centimetri.
Ma il mondo fuori è morto, e i fantasmi non perdonano.
Ritraggo la mano, spezzando quella bolla di tensione statica che si era creata tra noi. Lentamente, la rimetto a sedere contro il legno della parete, ritirando il braccio da dietro la sua schiena.
Mi volto verso il vassoio, prendo uno dei biscotti impastati dalla bambina e glielo porgo.

«Mangia. Masticalo piano o ti spacchi i denti,» le dico, tornando a fissare il pavimento, chiudendomi di nuovo a riccio.
Meave prende il biscotto. Lo stringe per qualche secondo, tenendo lo sguardo incollato al mio profilo. So che sta cercando di decifrarmi. So che ha sentito esattamente quello che ho sentito io.
«Mangia anche tu, Trevis» sussurra, la voce un filo d'aria.
«Perché ora mi tratti così, dopo avermi quasi uccisa giorni fa?»

«Ne hai più bisogno tu, devi bere e mangiare se vuoi guarire in fretta. Domani non possiamo ripartire, devo inventarmi qualcosa.»
Prendo un altro biscotto, lo spezzo a metà con uno schiocco e lo appoggio sul vassoio.
«E poi se muori di fame, sei pesante da trascinare,» mento, «E io sono troppo stanco per scavare un'altra buca.»
Lei non ribatte. Abbassa lo sguardo sul suo pezzi del biscotto e le sfugge un sospiro debolissimo, un suono malinconico che si perde nel freddo. Morde il biscotto, in silenzio, mentre io mi appoggio al palo centrale, ascoltando il vento che sbatte contro le lamiere di Balsam e il battito del mio cuore, improvvisamente troppo rumoroso.

Esco fuori dal fienile, richiudendo il portone alle mie spalle per non far gelare Meave. Seguo le indicazioni del vecchio e mi dirigo a nord, oltre il perimetro raffazzonato di lamiere e tronchi. Il rumore dell'acqua in scorrimento è l'unica cosa che rompe il silenzio di tomba di questi boschi.
Ho bisogno di lavarmi la faccia. Di togliermi di dosso la polvere, il sudore di ieri notte e, forse, la sensazione bruciante della pelle di Meave contro le mie dita. Devo resettare il cervello e tornare a essere la macchina di sopravvivenza che mi ha tenuto in vita fino a qui.
Il ruscello taglia una piccola gola tra le rocce. L'acqua è limacciosa, grigia sotto il cielo perennemente coperto.
Mi fermo sul ciglio del dirupo. A una ventina di metri a valle, ci sono due figure.
Una donna sulla quarantina è chinata sulla riva, intenta a riempire una vecchia tanica di plastica gialla, di quelle che si usavano per il liquido dei tergicristalli. I suoi vestiti sono un ammasso di strati infeltriti, troppo grandi per lei. Lo vedo da come la giacca le cade dalle spalle: è magra da fare schifo. Il viso è scavato, le guance rientrate in due ombre scure sotto gli zigomi.
Poco distante da lei, accovacciata nel fango umido, c'è una bambina. Avrà al massimo sei o sette anni... "quella bambina non ha mai visto il vecchio mondo" dico a me stesso, colpito da un forte senso di malinconia. Indossa un berretto di lana troppo largo che le cala sugli occhi, e con una lentezza metodica e silenziosa sta impilando dei sassi grigi e lisci del letto del fiume, creando una piccola torre in bilico.
Il mio petto si contrae, come se qualcuno mi avesse appena piantato un pugno nello sterno.
Resto immobile, nascosto dall'ombra dei pini, a fissare quelle piccole mani sporche di terra che cercano un equilibrio tra le pietre.
Tessa.
Il pensiero mi travolge senza preavviso. Io e lei ne avevamo parlato. Tante notti, chiusi nella nostra stanza dentro quella maledetta scuola, avvolti nelle coperte per combattere il freddo. Volevamo un figlio. Ne parlavamo sottovoce, come se fosse un segreto, ma ogni volta la discussione finiva nello stesso modo: avevamo troppa paura. Mettere al mondo una creatura in un posto dove i morti camminano e i vivi ti sgozzano per una scatola di fagioli ci sembrava un atto di puro egoismo. Pensavamo di avere ragione.
Ma ora, guardando quella bambina gracile che gioca con i sassi in questo inferno, un pensiero atroce mi devasta la mente. Se Tessa fosse rimasta incinta... le regole della comunità le avrebbero impedito di uscire. Le donne in attesa venivano esentate dalle spedizioni di recupero all'esterno. Sarebbe rimasta dentro le mura. Non sarebbe mai salita su quel furgone. Non sarebbe mai andata a cercare scorte in quel maledetto magazzino con me.
Non averle dato un figlio... l'ha condannata a morte.
Faccio un passo avanti, inciampando sui miei stessi pensieri. Il mio stivale schiaccia un ramo secco con uno schiocco che suona come uno sparo.
La donna si gela. Non si volta nemmeno: con uno scatto ferino, afferra la figlia per il braccio della giacca e se la tira contro il fianco, frapponendosi tra lei e il rumore. Solo allora alza la testa verso di me.
I suoi occhi si sgranano. Non c'è sorpresa nel suo sguardo, solo il panico puro, animale, della preda che si ritrova in gabbia col predatore. Si tira indietro, la mano che stringe la bambina trema visibilmente.
Faccio un respiro lento, tenendo le mani lontane dal fucile che ho a tracolla, i palmi aperti verso di lei.

«Ehi,» dico, cercando di ammorbidire il mio tono roco. «Tranquille. Non vi faccio niente. Sono sceso solo per lavarmi.»
La donna non si rilassa di un millimetro. Il suo sguardo scende e sale su di me, facendo un inventario rapido e spietato. Capisco in un istante cosa sta vedendo. A differenza degli uomini di Balsam — scheletrici, curvi, logorati dalla fame — io ho le spalle larghe. Indosso stivali tattici in Kevlar, pantaloni antistrappo multitasche e un giubbotto tattico leggero. E sulla mia faccia... sulla mia guancia sinistra c'è una macchia scura di sangue secco, mio e di chissà chi altro, mischiata al fango. Per lei, io sono l'incarnazione di tutto ciò che là fuori è sopravvissuto a spese degli altri. Sono il lupo.

«Non fare un altro passo,» sibila la donna. La voce le trema, ma è dura, affilata dalla disperazione.
Mi fermo, corrugando la fronte. Non capisco del tutto questa reazione esagerata. In fondo, non ho nemmeno sfiorato l'arma.
«Ti ho detto che non vi tocco,» ripeto, restando sul posto.
«Abbiamo passato la notte nel vostro fienile. Una signora anziana ci ha portato la colazione stamattina. Volevo solo sciacquarmi la faccia e riempire la borraccia.»
La donna stringe la figlia ancora più forte. La bambina mi guarda da sotto il berretto di lana. Non piange, non fa un fiato. Ha imparato presto la prima regola di questo mondo: i bambini rumorosi muoiono in fretta.

«Quelli come te dicono sempre che non faranno niente, prima di prendersi tutto,» risponde la madre, senza distogliere lo sguardo dai miei occhi.

«Siete tutti uguali. Siete forti. L'unico modo per essere forti come te, di questi tempi, è togliere il cibo dalla bocca degli altri. Quindi stattene lì. Fai il tuo comodo, ma non avvicinarti a noi.»
L'accusa è diretta e colpisce nel segno molto più a fondo di quanto vorrei ammettere. "Forte come me". Io sono affamato da giorni, ma rispetto a lei, rispetto a questa comunità di ombre, sono un fottuto privilegiato della catena alimentare.
Annuisco lentamente, accettando il verdetto. Non ho le energie per difendermi. Non da lei.

«Fai come vuoi,» dico, abbassando le mani. Avanzo di qualche metro ma mi tengo largo, scendendo verso l'acqua a una decina di passi di distanza da loro.
Mi inginocchio sulle pietre umide. La corrente è flebile. Mi sfilo il fucile dalla spalla, poggiandolo sulla riva, a portata di mano ma non in posizione minacciosa. Unisco le mani a coppa, rompo la superficie gelida e mi butto l'acqua in faccia. Il freddo è una lama che mi taglia il respiro, ma porta via il sangue secco e la sporcizia.
La donna mi fissa, senza muoversi, aspettando che io finisca per potersene andare in sicurezza. Afferro la mia borraccia di alluminio, svito il tappo e la immergo, guardando le bolle salire in superficie.

«Se la bevi così, ti ammazzerà,» dice all'improvviso la donna, la voce un po' meno tesa, ma ancora guardinga.
Mi volto a guardarla, con l'acqua gelata che mi gocciola dal mento sul giubbotto.

«L'acqua del ruscello? Sembra pulita,» commento, senza troppa convinzione.

«Non è come prima. L'acqua non è più pulita da nessuna parte,» ribatte lei, raccogliendo da terra la sua tanica gialla con l'altra mano.
«Devi filtrarla. Noi usiamo un panno spesso, o della sabbia vulcanica quando la troviamo, oppure la bolliamo. Se la butti giù così com'è, ti verranno i crampi allo stomaco prima di stasera, e la diarrea ti disidraterà.»
Guardo l'acqua dentro la mia borraccia. C'è un leggero deposito terroso sul fondo.
«La farò bollire sul fuoco,» le rispondo, avvitando il tappo e mettendola nello zaino.
«Ho bevuto da ruscelli peggiori di questo. L'acqua non è messa così male. Per farti davvero male, dovrebbero esserci dei cadaveri in putrefazione dentro.»
La donna fa un sorriso che è poco più di una smorfia stanca. Una piega amara agli angoli della bocca.

«C'è un mondo intero in putrefazione a monte, straniero,» dice.
Non aggiunge altro. Fa indietreggiare la bambina, tirandola per la mano. La piccola si gira un'ultima volta a guardare la sua torre di sassi, abbandonata e incompiuta sulla riva del fiume, poi segue la madre verso il pendio, sparendo tra i cespugli di sterpaglie e i pini neri.
Rimango solo, inginocchiato nel fango. Il rumore dei loro passi si allontana fino a spegnersi del tutto. Guardo la torre di pietre. Mi allungo, sollevo un sasso liscio dalla riva e, con un movimento calmo, lo posiziono in cima alla costruzione, completandola.
Poi mi alzo in piedi, mi carico il fucile in spalla e torno verso il fienile, sentendo il peso di questo mondo farsi ogni giorno un po' più insopportabile.

Tornato al fienile, spengo il piccolo fuoco che avevo acceso dietro la carcassa arrugginita di una mietitrebbia, appena fuori dal nostro rifugio. Ho fatto il minimo fumo possibile, giusto il necessario per portare l'acqua della borraccia in ebollizione e uccidere qualunque cosa ci nuotasse dentro. L'ho lasciata sfreddare per una decina di minuti al vento gelido, poi ho riavvitato il tappo e sono rientrato.
Appena richiudo il pesante portone di legno, l'odore dell'aria stagnante mi entra nelle narici. Puzza di paglia e polvere.
Cammino verso l'angolo dove ho lasciato Meave. I miei stivali scricchiolano piano sul pavimento sudicio. Mi basta un'occhiata, anche nella penombra grigiastra del fienile, per capire che la situazione è precipitata.
Meave è rannicchiata su se stessa, le ginocchia tirate al petto per quanto glielo permette la gamba infetta. Trema. Un brivido continuo, profondo, che le fa battere i denti con un ticchettio leggero ma costante. Il suo viso è di un pallore cereo, malaticcio, il sudore che le incolla i vestiti addosso. Ha le labbra spaccate e i contorni degli occhi cerchiati di un viola scuro, come se non dormisse da un mese.
Mi fermo a due passi da lei, con la borraccia in mano. Sento lo stomaco stringersi in un nodo, ma il mio istinto di sopravvivenza emotiva, quello che mi ha tenuto in vita per anni, alza subito i muri.
«Porca puttana...» mormoro, lasciando cadere lo zaino a terra con un tonfo.
«Se la merda potesse cagare, non avrebbe un aspetto di merda come il tuo, Meave.»
Meave socchiude gli occhi. Le ci vuole un secondo per mettere a fuoco la mia sagoma contro la luce debole che filtra dalle assi. Le sue labbra si muovono, aride.

«Vaffanculo» sussurra, la voce un raschio di carta vetrata, sottile e spezzata dall'affanno. Chiude di nuovo gli occhi, voltando la faccia verso il legno della parete, infastidita.
«Risparmia il fiato, Trevis. Non ho l'energia per ascoltare le tue stronzate oggi.»
Non ribatto. Ha ragione, e le mie parole servivano solo a mascherare il fatto che, vedendola così, ho provato una fitta di puro terrore.
Mi inginocchio accanto a lei. La guardo, analizzando clinicamente i fatti. Non riuscirebbe ad alzarsi in piedi nemmeno se le puntassi una pistola alla tempia. Figuriamoci camminare. Domani mattina non andremo da nessuna parte. È fisicamente impossibile.

«Vieni su,» le ordino, il tono improvvisamente basso, privo di sarcasmo.
Sfilo il guanto destro e le faccio scivolare la mano dietro la nuca. La sua pelle brucia. È un calore innaturale, febbricitante, che contrasta con il freddo ghiacciato delle mie dita appena tornate dal fiume. Meave emette un lamento sommesso quando la sollevo, il collo che le ciondola prima di trovare appoggio contro il mio avambraccio.
Avvicino l'orlo della borraccia metallica alle sue labbra.
«Bevi. È bollita, ma ora è tiepida. Buttala giù piano, a sorsetti.»
Apre la bocca e l'acqua le scivola sulla lingua. Al primo sorso tossisce, uno spasmo che le scuote il petto contro il mio braccio, ma poi si aggrappa alla mia mano che tiene la borraccia e inizia a bere con una disperazione muta. L'acqua le scorre ai lati della bocca, bagnandole il mento e il collo della giacca, ma non la fermo finché non ha bevuto abbastanza da idratarsi.
Quando allontano la borraccia, ansima debolmente, gli occhi lucidi che cercano i miei.
«Non ce ne andremo, vero?» sussurra. È una constatazione, non una domanda. L'ha capito anche lei.
«No. Non faresti dieci metri prima di svenire nel fango,» le rispondo con spietata onestà, riavvitando il tappo e posando l'alluminio a terra.
La rimetto giù con cautela. Mentre la sua schiena tocca di nuovo la paglia, i brividi la assalgono con più violenza di prima. Il contrasto tra la febbre alta e l'aria del fienile la sta distruggendo. I suoi vestiti sono fradici di sudore.
Faccio un respiro profondo e prendo la vecchia coperta militare di lana infeltrita che tengo nello zaino. La srotolo e gliela stendo addosso, rimboccandole i bordi intorno alle spalle e sui fianchi per isolarla dal freddo del pavimento.
«Quei due vecchi ci hanno dato l'ultimatum per domani all'alba,» le spiego, mantenendo la voce ferma, pragmatica.
«Ma hanno fame, e la fame è brutta. Quindi l'unica lingua che capiscono è quella dello stomaco.»
Meave mi guarda, stringendo il bordo ruvido della coperta sotto il mento.
«Tra poco prendo il fucile ed esco a fare un giro nei boschi qui intorno. Caccio per qualche ora,» continuo, sistemando l'equipaggiamento sul mio gilet tattico.
«Se ho culo e riesco a tirare giù un cervo, o anche solo un paio di conigli grassi o un cinghiale selvatico, porto la carne al vecchio. Una decina di chili di carne fresca comprano un bel po' di tempo in un posto del genere. Basterà a farci tenere il fienile chiuso e al sicuro per un altro paio di giorni, finché non ti scende la febbre.»
Lei annuisce in modo impercettibile, troppo stanca per formulare un ringraziamento, ma nei suoi occhi verdi colgo un'ombra di gratitudine disperata.
Si muove per cercare una posizione meno dolorosa per la gamba infetta. Nel farlo, una ciocca di capelli scuri, le cade sugli occhi, appiccicandosi alla pelle umida della guancia.
Resto in ginocchio, sospeso in una quiete che non mi appartiene.
Allungo la mano. Lentamente. Le mie nocche sfiorano la linea del suo zigomo rovente. Con due dita prendo la ciocca bagnata e gliela sposto con delicatezza dietro l'orecchio, liberandole il viso. La mia pelle indugia per un secondo di troppo sulla sua tempia, catturandone il battito accelerato.
Meave chiude gli occhi al tocco, abbandonandosi a quel minuscolo, irrazionale gesto di cura.

«Cerca di non morire mentre sono via,» mormoro.

«Cerca di non farti ammazzare da un coniglio, Trevis,» risponde lei a occhi chiusi, un debole eco di sfida nella voce spezzata.
Mi alzo in piedi. Afferro il fucile, controllo la sicura e mi dirigo verso il portone.

Il bosco mi sputa fuori dopo quasi quattro ore di marcia nel fango. Non è stata una caccia pulita, ma in questo mondo di merda non c'è più spazio per l'eleganza. Ho tre lepri selvatiche appese per le zampe posteriori alla cintura. Il sangue, ormai denso e scuro, mi ha macchiato i pantaloni scendendo a gocce lente fino agli scarponi. Pesano, ma è un peso che significa vita. A Balsam, dove la gente si riempie lo stomaco con farina di ghiande e acqua sporca, quindici chili di carne fresca sono valuta potente.
Supero la linea del perimetro di lamiere e tronchi arrugginiti. Mi fermo a una decina di metri dalla baracca principale, quella da cui esce un filo di fumo grigio, e mi sgancio le lepri dalla cintura.

«Ehi!» un urlo che taglia il silenzio del primo pomeriggio.
«Uscite fuori. Ho qualcosa per voi.»
Non devo aspettare molto. Esce il vecchio di ieri, il fucile a pompa appoggiato sull'avambraccio con finta noncuranza. Dietro di lui, mezza nascosta nell'ombra del portico, sua moglie con lo scialle sbiadito.
Lascio cadere le tre lepri ai piedi dei gradini. Il tonfo delle carcasse contro il terreno è l'unico suono per cinque secondi buoni.
Vedo gli occhi dell'uomo sgranarsi per una frazione di secondo. La fame è un mostro che divora da dentro, e lui sta guardando quelle carcasse come fossero oro massiccio.

«Bisogna aiutarsi a vicenda per sopravvivere» dico, piantando gli occhi nei suoi. «Voi avete fame, Meave ha bisogno di più tempo. Voglio altri due giorni interi nel fienile. Quarantott'ore in cui nessuno si avvicina a quella porta se non è invitato.»
Pesa la situazione. Sa che se si impunta, io mi riprendo la carne e me ne vado, o peggio. Abbassa la canna.

«Due giorni,» grugnisce, con una durezza che nasconde male il sollievo. «Non un minuto di più. E se la ragazza muore lì dentro, la testa gliela spappoli tu prima che si rialzi.»

«Non morirà se ci date una mano.» Sposto lo sguardo sulla vecchia. «Ha la febbre alta, i vestiti fradici. Se glieli lascio addosso, i polmoni le cedono prima ancora che l'infezione le arrivi al cuore. Mi servono panni asciutti. Qualsiasi cosa abbiate.»
L'uomo apre bocca per obiettare, ma la vecchia gli posa una mano sul braccio, zittendolo. Mi guarda con quegli occhi annacquati, poi sparisce nel buio della baracca.
Un minuto dopo torna con un fagotto di stoffa. Scende i gradini con attenzione e me lo porge.

«Tieni. Li userai per abbassarle la temperatura.»
Sotto le mani sento una camicia di flanella pesante, logora ma asciutta, e un paio di pantaloni di tela grezza tagliati male alle caviglie. Insieme, due ritagli di lenzuolo bianco, ingialliti ma puliti.
Poi, con un movimento esitante, la vecchia infila due dita nella tasca del grembiule e mi mette qualcosa nel palmo, sopra i vestiti.
Un frammento nodoso, grigiastro, rinsecchito.

«Zenzero,» mormora, abbassando la voce come si confessa un peccato.
«L'ultimo pezzo che mi è rimasto. L'ho tenuto per le emergenze, ma a noi vecchi non serve più a molto guarire, se non c'è niente da vivere.» Mi punta un dito ossuto contro il petto.
«Schiaccialo. Fallo bollire in un dito d'acqua o faglielo tenere sotto la lingua. Brucia, ma le fa scendere la febbre.»
In quest'epoca, un pezzo di zenzero secco è un miracolo. Non la ringrazio a parole. Faccio un cenno lento con la testa, stringo la radice nel pugno, e mi volto verso il fienile.

Richiudo il portone scorrevole alle mie spalle, spingendo il blocco di legno in posizione. Il buio parziale ci avvolge di nuovo.
Lascio cadere il fucile sulla paglia. Mi sfilo i guanti e verso un po' d'acqua tiepida dalla borraccia in un vecchio secchio di metallo.
Meave non si è mossa. Rannicchiata su un fianco, le braccia strette al petto, il tremito che le scuote le spalle più fitto di stamattina. Ha le palpebre socchiuse, i muscoli del viso contratti dal dolore che le sale dalla gamba.
Mi siedo accanto a lei.

«Meave. Devo toglierti quella roba bagnata.»
Apre gli occhi a fatica. Le pupille sono lucide di febbre, dilatate, ma per un istante mettono a fuoco i vestiti asciutti sulla paglia, e in quell'istante leggo qualcosa che assomiglia a lucidità. Annuisce appena. Non ha la forza per discutere, e forse, in un angolo della testa che la febbre non ha ancora raggiunto, sa che non c'è alternativa.
«Faccio io. Stai ferma.»
Le sfilo la giacca, un braccio alla volta. Sotto, la maglietta e la canotta grigia sono incollate alla pelle, fradicie di sudore. Le passo le mani dietro la schiena per sollevarla quel tanto che basta, e il calore della sua pelle contro i palmi è uno shock che mi risale fino ai gomiti.
Le sfilo la canotta oltre la testa.
Il fienile si fa improvvisamente più silenzioso, come se anche il vento fuori avesse smesso per un momento di premere contro le assi. La luce grigia che filtra dalle fessure del tetto le accarezza la pelle nuda dalla vita in su — le costole appena accennate sotto la tensione della fame, i fianchi stretti, il suo seno sodo, che si muove a ogni respiro. La pelle d'oca le corre lungo le braccia non appena l'aria fredda la tocca. C'è qualcosa di crudo in quella fragilità esposta, qualcosa che non ha niente a che fare con la seduzione, e che per questo mi colpisce ancora più a fondo.
Resto fermo un secondo di troppo.
Non sono un santo. Non lo sono mai stato, nemmeno prima che il mondo finisse. E avere il corpo nudo di questa donna a un palmo dal viso fa scattare qualcosa di primitivo, un calore che si pianta in fondo allo stomaco e che non ha niente a che fare con la ragione.

Mi odio un po', in quel momento. Lei ha la febbre a quaranta forse, una gamba che rischia la cancrena, e io sto guardando la curva delle sue spalle come se fossimo in un'altra vita.
Prendo lo straccio, lo immergo nell'acqua tiepida, lo strizzo.

«Sarà freddo,» la avviso. La voce mi esce più bassa di quanto vorrei.
Appoggio il panno alla base del collo. Meave ha un sussulto, la schiena che si inarca, le dita che si piantano nel tessuto dei miei pantaloni in cerca di un appiglio. Muovo lo straccio lentamente, portando via il sudore acido dalla pelle. Scendo lungo le clavicole, poi nello spazio stretto tra i seni, seguendo la curva dello sterno.
Ogni volta che il panno si sposta, le mie dita nude sfiorano la sua pelle rovente. Il contrasto è quasi elettrico — la mia mano fredda, callosa, segnata dal grilletto e dalla roccia, contro la morbidezza febbricitante dei suoi fianchi.
Meave apre gli occhi.
Non è più confusa come prima. Per un istante, forse per l'acqua fredda sulla pelle, forse per lo sforzo di restare aggrappata a qualcosa di reale, gli occhi le si schiariscono. Mi guarda. Davvero, come se per un momento la febbre avesse allentato la presa quel tanto che basta per lasciarla riemergere.
Sento il suo sguardo sul mio profilo con un peso diverso da quello confuso di poco fa.
Il tempo tra noi si dilata.
Avrei tutto lo spazio del mondo per allontanarmi. Invece resto lì, il panno fermo a mezz'aria, il viso a una distanza che si sta assottigliando senza che io decida davvero di muovermi. Sento il suo fiato corto contro le labbra. Basterebbe piegare la testa di pochi centimetri.
Lo penso. Cristo, lo penso con una chiarezza che mi spaventa.
Voglio sapere che sapore ha la sua bocca. Voglio scoprire se sotto quella febbre che la sta consumando c'è ancora qualcosa che assomiglia al desiderio. Voglio, per una manciata di secondi, dimenticare che fuori da queste quattro assi di legno tarlato c'è un mondo che ci vuole morti entrambi.
Non lo faccio.
Stringo i denti e sposto lo sguardo dalle sue labbra alla ferita che devo ancora medicare. Prendo la camicia di flanella e gliela infilo sulle braccia, una manica alla volta. La sollevo di nuovo per farle scendere il tessuto sulla schiena, sentendo i suoi capelli umidi sfiorarmi il collo, e inizio ad allacciare i bottoni, dal basso verso l'alto. Le dita mi tremano impercettibilmente sopra il suo petto.
Non alzo più gli occhi verso i suoi. Non me lo posso permettere.
Finita la camicia, taglio via la stoffa bagnata intorno alla gamba ferita e le infilo i pantaloni di tela, muovendomi con una cura metodica che non credevo di possedere ancora.
Prendo il pezzo di zenzero. Lo schiaccio con il manico del coltello su una tavoletta di legno finché non si riduce a una pasta fibrosa. Ne prendo un pizzico e torno a sedermi di fronte a lei.

«Apri la bocca. Tienilo sotto la lingua, non masticarlo.»
Lei esegue, sollevando appena la testa. Quando le mie dita le sfiorano le labbra, la sua bocca è calda, morbida, e per un attimo — solo un attimo — le labbra si chiudono intorno alla punta delle mie dita un secondo più a lungo di quanto servirebbe per prendere la radice. Torno sui suoi occhi, ci fissiamo per qualche secondo.
Non so se sta meglio o peggio. Non glielo chiedo.
Lei si sdraia di nuovo. Ritiro la mano. Le tiro la coperta fin sopra le spalle, sistemo lo straccio bagnato sulla fronte. Faccio per alzarmi, per mettere tra noi una distanza di sicurezza che il mio corpo sta reclamando con un'urgenza fastidiosa.
Ma lei mi ferma.

«Aspetta.»
La voce è debole, ma non è più l'incoerenza di prima. C'è una lucidità nuova, faticosamente conquistata, come se avesse raccolto ogni briciola di forza rimasta per pronunciare quella parola con chiarezza.
Mi fermo, a metà tra l'inginocchiato e l'alzato.
Meave allunga una mano da sotto la coperta. Non mi afferra con la disperazione cieca di chi delira. Mi cerca con un movimento lento, quasi esitante, gli occhi aperti e fissi nei miei, come se volesse essere sicura che io capisca che questo — qualsiasi cosa sia questo — lo sta scegliendo lei, adesso, con la testa il più lucida possibile per una donna con quaranta di febbre.
«Resta qui accanto a me,» dice. «Solo un minuto. Non voglio niente. Solo non andartene ancora.»
Guardo la sua mano tesa verso di me.
Potrei dirle di no. Potrei alzarmi, sistemare lo zaino, rimettere tra noi la distanza fredda che ho tenuto per giorni. Sarebbe la cosa intelligente da fare. Sarebbe quello che avrei fatto un mese fa.
Non lo faccio.
Mi abbasso di nuovo, mi metto di fianco a lei. Si solleva con le poche forze rimaste e mi abbraccia. La sento respirare contro la mia pelle: un respiro che trema ma che non solo per la febbre o per la ferita.
Rimango immobile un secondo, i muscoli tesi come corde. Poi lascio cadere le difese.
Alzo le braccia, le avvolgo intorno alla sua schiena. Una mano trova la sua nuca, tra i capelli ancora umidi, e la tengo premuta contro il mio collo con una delicatezza che non sapevo di possedere ancora.

«Sono anni,» sussurra contro la mia pelle, la voce ridotta a un filo, «che nessuno mi tocca senza volermi fare del male. Che nessuno mi guarda come se fossi ancora una persona.»
Una sua lacrima, calda e pesante, mi scivola sul collo.
«Cinque minuti,» continua. «Fingiamo che il mondo fuori da questo fienile non esista, solo per cinque minuti. Poi puoi tornare a essere lo stronzo che sei sempre. Non te lo chiederò mai più.»
Sento qualcosa stringersi nel petto, un nodo che assomiglia pericolosamente a della tenerezza, una cosa che avevo seppellito insieme a Tessa in quel capanno di gennaio e che non pensavo sarebbe più tornata a galla.
Le mie labbra sono a un soffio dalla sua tempia. Sento il suo profumo di febbre, paglia e un sudore, e per un istante lunghissimo e fragile, il desiderio di scendere fino alla sua bocca è quasi più forte della mia volontà di restare fermo.
Ma non lo faccio.
Non perché non lo voglia. Cristo, lo voglio con una fame che non riconosco più. Ma perché lei ha detto cinque minuti, ha detto solo restare, e per la prima volta da quando questo mondo è finito, voglio dare a qualcuno esattamente quello che ha chiesto. Niente di più, niente di meno. Un po' anche per Tessa... Non so se riuscirò mai a superare quell'ostacolo che mi impedisce di affezionarmi a un'altra persona.

Appoggio la guancia contro la sua testa e chiudo gli occhi.
Fuori, il vento continua a spingere contro le assi del fienile, e da qualche parte oltre queste mura di legno marcio c'è ancora un mondo pieno di morti che camminano, di uomini con i fucili puntati. Ma qui dentro, per cinque minuti, esiste solo il calore di due corpi che hanno dimenticato com'è sentirsi vivi.
Restiamo così, incastrati l'uno nell'altra sulla paglia di quel fienile gelato, contando in silenzio i minuti che il mondo ci lascia rubare.

CONTINUA... . .

[ storieeraccontidim@gmail.com ]
scritto il
2026-07-01
8
visite
0
voti
valutazione
0
il tuo voto
Segnala abuso in questo racconto erotico

Continua a leggere racconti dello stesso autore

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.