Un bel risveglio
di
Rebecca pallida
genere
etero
Per contatti rebeccapallida@libero.it
È mattina presto, fa ancora relativamente fresco, ma so che non durerà. Sono nella stanza in cui tengo gli strumenti, un piccolo quanto incasinato angolo della casa in cui raramente entra qualcuno tranne me. La bambina è qualche giorno con la zia in montagna e possiamo prenderci qualche libertà extra, di quelle che lasciano segni e ricordi per giorni.
Appoggio il puntale del violoncello, sfioro le corde tese, sento il peso familiare dello strumento tra le gambe. Sono completamente nuda, i capelli sciolti e spettinati che mi ricadono sulle spalle e sul seno. L’aria fresca del mattino mi accarezza i capezzoli, li rende turgidi e sensibili. Comincio con Bach, le sei suites per violoncello solo. L’arco scorre veloce sulle corde, le fa vibrare profondamente dentro di me. Chiudo gli occhi e lascio che le dita scorrano agili sulla tastiera. Suonare Bach è come vedere l’alba: presente, maestosa, romantica eppure inafferrabile, ogni nota ti attraversa il corpo.
Quando riapro gli occhi, Stefano è davanti a me. Indossa solo un paio di pantaloni di lino chiaro, leggerissimi. Mi guarda in silenzio, con quello sguardo che mi conosce meglio di chiunque altro. Mi è sempre piaciuto suonare per lui. È come un preliminare molto intimo, una promessa che solo lui può capire.
Passo a Chopin, la sonata in sol minore per violoncello e pianoforte. L’opera è delicata, triste, monumentale eppure effimera. È come stare davanti a un fuoco caldo in una notte d’inverno e sentire in lontananza sussurri di voci amate e perdute. Le note mi avvolgono, mi fanno tremare.
Appoggio l’archetto, sposto con cura il violoncello e resto seduta nella stessa posizione: schiena dritta, gambe aperte, lo guardo sorridendo. Lui si avvicina. La luce dorata del mattino lo colpisce di lato, illuminandogli il petto e le spalle come fosse il soggetto di un quadro. Mi accarezza il viso con dolcezza, scende lungo il collo, poi prende tra le mani il mio seno grande e pesante. Lo stringe, lo soppesa, passa i pollici sui capezzoli durissimi. Lo lascio fare, voglio sentire le sue mani grandi e calde su di me.
Mi alzo e lo faccio sedere sulla sedia. Mi metto davanti a lui, sollevo una gamba e appoggio il piede sul suo petto, poi più su, vicino alla sua bocca. Inizia a baciare il piede, a succhiare lentamente le dita una a una. La sua lingua è calda, agile, le labbra morbide. Intanto con la mano sale lungo la mia coscia chiara, arriva fino al centro. Le dita trovano la fica fradicia e gonfia, penetrano lentamente, giocano con il clitoride già sporgente, si inzuppano dei miei umori. Emetto un gemito basso quando due dita mi aprono con delicatezza.
Si sfila i pantaloni. Il suo grosso cazzo venoso svetta tra le gambe. Mi ci siedo sopra, le gambe larghe attorno alla sedia, in una posizione in cui non posso quasi muovermi, solo lasciarmi impalare. Prima sento che mi allarga le labbra, poi l’interno della vagina. Si muove lentamente su e giù, entrando un pochino di più ogni volta, strappandomi gemiti sempre più intensi mentre resto inerme, completamente aperta per lui.
Lo bacio a lungo. I capelli sciolti ricadono su di noi come un velo, ci avvolgono mentre le lingue si intrecciano, si accarezzano, si cercano con urgenza. Sento l’orgasmo salire rapido e forte. Mi invade all’improvviso, mi scuote tutta mentre continuo a baciarlo, mentre lui mi tiene il culo con una mano e spinge più a fondo. Subito dopo lo sento venire: getti caldi, fiotti lunghi e spessi che mi riempiono, mi invadono, mi marchiano dentro.
Il tempo di riprendere fiato e mi alzo lentamente. Non dico nulla. Sento il suo sperma denso che inizia a colarmi lungo le cosce mentre mi dirigo verso il bagno. Gli lancio solo uno sguardo breve, fugace, da sopra la spalla.
L’acqua della doccia è già calda quando entro. Stefano arriva pochi secondi dopo. Mi spinge piano contro le piastrelle, mi bacia il collo mentre l’acqua scorre sui nostri corpi. Sento di nuovo le sue mani su di me, possessive e tenere allo stesso tempo. Mi giro, appoggio le mani al muro e inarco la schiena, offrendogli il culo ancora bagnato del suo sperma. Lui non esita. Spinge dentro di me con un colpo deciso, riaprendomi. Mi strappa un gemito, un piccolo lamento di dolore e piacere. Inizia a incularmi sotto il getto d’acqua, una mano tra le mie gambe a toccarmi la fica mentre l’altra mi stringe un seno.
L’orgasmo arriva di nuovo, più profondo. Quando sento che sta per venire una seconda volta, mi giro, mi inginocchio e apro la bocca. Lui mi guarda con gli occhi pieni di desiderio, io lo prendo in bocca tutto, succhiandolo con avidità fino a farlo venire ancora, questa volta tra le mie labbra.
Ci laviamo a vicenda con calma, tra baci lenti e carezze. L’acqua calda porta via tutto, ma non la sensazione di lui ancora dentro di me.
È mattina presto, fa ancora relativamente fresco, ma so che non durerà. Sono nella stanza in cui tengo gli strumenti, un piccolo quanto incasinato angolo della casa in cui raramente entra qualcuno tranne me. La bambina è qualche giorno con la zia in montagna e possiamo prenderci qualche libertà extra, di quelle che lasciano segni e ricordi per giorni.
Appoggio il puntale del violoncello, sfioro le corde tese, sento il peso familiare dello strumento tra le gambe. Sono completamente nuda, i capelli sciolti e spettinati che mi ricadono sulle spalle e sul seno. L’aria fresca del mattino mi accarezza i capezzoli, li rende turgidi e sensibili. Comincio con Bach, le sei suites per violoncello solo. L’arco scorre veloce sulle corde, le fa vibrare profondamente dentro di me. Chiudo gli occhi e lascio che le dita scorrano agili sulla tastiera. Suonare Bach è come vedere l’alba: presente, maestosa, romantica eppure inafferrabile, ogni nota ti attraversa il corpo.
Quando riapro gli occhi, Stefano è davanti a me. Indossa solo un paio di pantaloni di lino chiaro, leggerissimi. Mi guarda in silenzio, con quello sguardo che mi conosce meglio di chiunque altro. Mi è sempre piaciuto suonare per lui. È come un preliminare molto intimo, una promessa che solo lui può capire.
Passo a Chopin, la sonata in sol minore per violoncello e pianoforte. L’opera è delicata, triste, monumentale eppure effimera. È come stare davanti a un fuoco caldo in una notte d’inverno e sentire in lontananza sussurri di voci amate e perdute. Le note mi avvolgono, mi fanno tremare.
Appoggio l’archetto, sposto con cura il violoncello e resto seduta nella stessa posizione: schiena dritta, gambe aperte, lo guardo sorridendo. Lui si avvicina. La luce dorata del mattino lo colpisce di lato, illuminandogli il petto e le spalle come fosse il soggetto di un quadro. Mi accarezza il viso con dolcezza, scende lungo il collo, poi prende tra le mani il mio seno grande e pesante. Lo stringe, lo soppesa, passa i pollici sui capezzoli durissimi. Lo lascio fare, voglio sentire le sue mani grandi e calde su di me.
Mi alzo e lo faccio sedere sulla sedia. Mi metto davanti a lui, sollevo una gamba e appoggio il piede sul suo petto, poi più su, vicino alla sua bocca. Inizia a baciare il piede, a succhiare lentamente le dita una a una. La sua lingua è calda, agile, le labbra morbide. Intanto con la mano sale lungo la mia coscia chiara, arriva fino al centro. Le dita trovano la fica fradicia e gonfia, penetrano lentamente, giocano con il clitoride già sporgente, si inzuppano dei miei umori. Emetto un gemito basso quando due dita mi aprono con delicatezza.
Si sfila i pantaloni. Il suo grosso cazzo venoso svetta tra le gambe. Mi ci siedo sopra, le gambe larghe attorno alla sedia, in una posizione in cui non posso quasi muovermi, solo lasciarmi impalare. Prima sento che mi allarga le labbra, poi l’interno della vagina. Si muove lentamente su e giù, entrando un pochino di più ogni volta, strappandomi gemiti sempre più intensi mentre resto inerme, completamente aperta per lui.
Lo bacio a lungo. I capelli sciolti ricadono su di noi come un velo, ci avvolgono mentre le lingue si intrecciano, si accarezzano, si cercano con urgenza. Sento l’orgasmo salire rapido e forte. Mi invade all’improvviso, mi scuote tutta mentre continuo a baciarlo, mentre lui mi tiene il culo con una mano e spinge più a fondo. Subito dopo lo sento venire: getti caldi, fiotti lunghi e spessi che mi riempiono, mi invadono, mi marchiano dentro.
Il tempo di riprendere fiato e mi alzo lentamente. Non dico nulla. Sento il suo sperma denso che inizia a colarmi lungo le cosce mentre mi dirigo verso il bagno. Gli lancio solo uno sguardo breve, fugace, da sopra la spalla.
L’acqua della doccia è già calda quando entro. Stefano arriva pochi secondi dopo. Mi spinge piano contro le piastrelle, mi bacia il collo mentre l’acqua scorre sui nostri corpi. Sento di nuovo le sue mani su di me, possessive e tenere allo stesso tempo. Mi giro, appoggio le mani al muro e inarco la schiena, offrendogli il culo ancora bagnato del suo sperma. Lui non esita. Spinge dentro di me con un colpo deciso, riaprendomi. Mi strappa un gemito, un piccolo lamento di dolore e piacere. Inizia a incularmi sotto il getto d’acqua, una mano tra le mie gambe a toccarmi la fica mentre l’altra mi stringe un seno.
L’orgasmo arriva di nuovo, più profondo. Quando sento che sta per venire una seconda volta, mi giro, mi inginocchio e apro la bocca. Lui mi guarda con gli occhi pieni di desiderio, io lo prendo in bocca tutto, succhiandolo con avidità fino a farlo venire ancora, questa volta tra le mie labbra.
Ci laviamo a vicenda con calma, tra baci lenti e carezze. L’acqua calda porta via tutto, ma non la sensazione di lui ancora dentro di me.
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