Badante privata

di
genere
esibizionismo

Mi chiamo Anna, ho trentadue anni, capelli rossi lunghi e ricci che mi arrivano fino a metà schiena, e due tette grosse, pesanti, con capezzoli rosa scuro che si induriscono al minimo soffio d’aria. Quando ho visto l’annuncio su quel sito per badanti – “Anziano solo, cerca donna affidabile per convivenza full time, vitto e alloggio pagati” – ho capito subito che non era solo un lavoro. Ho risposto con una foto in cui il mio décolleté era ben in vista e dopo due giorni ero già sul treno per il paesino di campagna.
Il signor Carlo mi aspettava sulla porta di casa sua, un villino vecchio ma pulito. Ottantun anni, capelli bianchi radi, schiena un po’ curva, ma occhi ancora vivi. Mi ha guardata dalla testa ai piedi e ha mormorato: «Madonna, sei proprio come nelle foto… entra, rossa».
Dal primo giorno è stato chiaro il patto. Io cucinavo, lavavo, pulivo, e soprattutto mi prendevo cura di lui… di tutto lui. La mattina gli preparavo il caffè con i biscotti fatti in casa, poi lo aiutavo a lavarsi. Lo spogliavo piano nella stanza da bagno grande, gli sfilavo il pigiama, e lo mettevo sotto la doccia calda. Il suo corpo era magro, la pelle rugosa, il petto bianco e peloso. Gli insaponavo le spalle, la schiena, le gambe tremanti, e poi scendevo. Il suo cazzo, ancora morbido e raggrinzito, mi riposava nel palmo mentre lo lavavo con cura. Lo massaggiavo con il sapone, lo tiravo piano, lo accarezzavo tra le dita finché non sentivo che iniziava a gonfiarsi un pochino. Mi inginocchiavo sul tappetino bagnato, i capelli rossi bagnati attaccati alle tette, e lo prendevo in bocca. Succhiavo piano, con calma, la lingua che girava intorno al glande, sentendo il sapore di sapone e di pelle vecchia. Lui gemeva piano, una mano tra i miei ricci, e dopo qualche minuto i suoi testicoli si contraevano e mi svuotava in gola, caldo e denso, poco ma buono. Io ingoiavo tutto, lo pulivo con la lingua e gli dicevo: «Ecco, nonno, ora sei bello pulito e svuotato».
A pranzo gli cucinavo pasta al pomodoro fresco o risotto, sempre con tanto parmigiano. Il pomeriggio lo facevo riposare sul divano e, se voleva, glielo prendevo di nuovo. A volte solo con la mano, le mie dita grosse e morbide che stringevano il suo cazzo mentre lui guardava le mie tette che ballavano sotto la maglietta. Altre volte mi spogliavo completamente, mi mettevo a cavalcioni sulle sue gambe e glielo strofinavo tra le grandi labbra bagnate, senza penetrarmi, solo per farlo sentire quanto ero calda e bagnata. Lui veniva sempre, anche se piano, e ogni volta mi ringraziava con gli occhi lucidi.
Passavano i giorni e lui stava sempre meglio. Camminava più dritto, rideva di più, e il suo cazzo, anche se vecchio, ricominciava a tirarsi su quasi ogni mattina.
Una sera di giugno arrivarono i suoi due amici storici: il signor Gino, settantotto anni, grassottello e sempre allegro, e il signor Franco, magro come un chiodo, ottantatré anni, con gli occhiali spessi. Erano venuti a giocare a carte come una volta. Io avevo preparato la cena: arrosto con patate, vino rosso e torta di mele. Indossavo un vestitino leggero, corto, senza reggiseno, così le mie tette grosse ondeggiavano a ogni passo.
A tavola Carlo non la smetteva di vantarsi.
«Ragazzi, da quando c’è Anna io sto un’altra persona. Non sono più solo. Mangio bene, mi lavo bene… e soprattutto…» abbassò la voce con un sorriso malizioso, «ho ripreso a farmelo tirare. Ogni giorno, ragazzi. Ogni santo giorno. Questa rossa mi svuota i testicoli come una professionista».
Gino e Franco mi guardavano a bocca aperta, gli occhi fissi sulle mie tette che tendevano la stoffa. Carlo mi fece un cenno con la testa.
«Anna, tesoro, fai vedere a questi due scettici quanto sei brava. Vieni qui».
Mi alzai senza dire una parola. Il cuore mi batteva forte, ma ero già bagnata. Mi inginocchiai davanti a lui, lì, davanti ai suoi amici seduti al tavolo. Gli abbassai i pantaloni del pigiama e tirai fuori il suo cazzo ancora morbido. Lo presi in bocca subito, caldo e umido, le labbra rosse che lo avvolgevano tutto. Succhiavo con passione, la lingua che leccava sotto, le guance che si incavavano. Lo sentivo gonfiarsi un pochino, ma non abbastanza. Non si alzava come volevo.
Carlo ridacchiò, imbarazzato ma eccitato. «Vedi? A volte ci vuole un po’ di… incentivo».
Mi staccai solo un secondo, lo guardai negli occhi e, senza dire niente, mi alzai in piedi. Slacciai il vestitino e lo lasciai cadere a terra. Ero completamente nuda: tette grosse e pesanti che ondeggiavano libere, capezzoli duri come pietre, la figa rasata e già lucida di umori, i capelli rossi che mi coprivano una spalla. Mi rimisi in ginocchio, le ginocchia aperte sul pavimento freddo, le tette che sfioravano le sue cosce. Presi di nuovo il suo cazzo in bocca, stavolta con fame. Lo ingoiai fino in fondo, la gola che si stringeva intorno a lui, le tette che sbattevano contro le sue palle mentre pompavo su e giù. Sentivo gli occhi di Gino e Franco addosso, i loro respiri pesanti. Succhiavo più forte, più veloce, la saliva che colava sul mento e sulle mie tette. Il cazzo di Carlo finalmente si indurì del tutto, grosso e caldo nella mia bocca.
«Cazzo… guardate che bocca che ha…» mormorò Franco.
Io continuavo, gemendo piano intorno al suo cazzo, una mano che gli massaggiava i testicoli pesanti. Sentivo che stava per venire. Carlo mi afferrò i capelli rossi con entrambe le mani e spinse in avanti. Con un gemito rauco venne, forte, riempandomi la bocca di sborra calda e abbondante. Ingoiai tutto, fino all’ultima goccia, leccando il glande sensibile mentre lui tremava.
Quando mi staccai, avevo le labbra gonfie e lucide, un filo di sperma che mi colava sul mento e finiva tra le mie tette. Sorrisi ai tre vecchi, nuda e fiera.
Carlo, con il fiato corto, disse solo: «Visto, ragazzi? Questa è la mia badante. E da quando c’è lei… io sono rinato».
Gino e Franco non riuscirono nemmeno a rispondere. Io mi alzai lentamente, le tette che ballavano, e andai a prendere il caffè come se niente fosse.
Da quella sera, ogni volta che i suoi amici venivano a trovarlo, sapevano già cosa sarebbe successo dopo cena. E io… io ero felice di essere la loro piccola, calda, rossa sorpresa.
scritto il
2026-04-18
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