Orietta scopre il lato proibito del desiderio 4

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Orietta scese dalla Mercedes con un movimento rigido, quasi meccanico, come se le articolazioni del bacino fossero state slogate da un pestaggio prolungato. Erano le 7.58 di domenica mattina. Il vialetto era gelido, la brina scricchiolava sotto le suole consumate delle sue scarpe da sera, le uniche che aveva indossato per scendere dalla barca. Ogni passo era un’agonia: il plug nuovo era un’arma progettata per distruggere. Diametro massimo 7,8 cm alla base, lunghezza interna 24 cm, con una protuberanza bulbosa che premeva senza pietà contro il retto già lacerato e contro il punto più sensibile del colon. La base larga le separava le natiche in modo osceno, sfregando contro la pelle screpolata e sanguinante dell’ano, mentre il seme di Luca, denso, freddo, rappreso in grumi viscidi fuoriusciva a fiotti intermittenti a ogni contrazione spasmodica, mescolandosi a sangue fresco, muco e urina che le era scappata durante l’ultima penetrazione brutale del mattino.

La chiave le cadde tre volte prima di entrare nella toppa. Quando la porta si aprì, l’odore di casa la colpì come un pugno nello stomaco: caffè bruciacchiato, pane tostato, il profumo innocente di detersivo per bambini. Tutto così pulito, così fragile, così estraneo al tanfo di sudore, piscio, sperma canino e sangue che ancora le impregnava la pelle.

Marco apparve sulla soglia della cucina, pigiama stropicciato, tazza fumante in mano, sorriso da marito devoto che un tempo le dava calore. Ora le sembrava solo un idiota da compatire.

“Gesù, Orietta… che ti è successo? Sembra che tu sia stata investita da un camion. Hai litigato con Luca? O è stato un incidente sulla barca?”

Lei lo fissò. Vide le occhiaie leggere sotto i suoi occhi, la barba non fatta, le pantofole logore. Sentì un’ondata di disgusto puro, viscerale.

“Niente che ti riguardi” rispose con voce graffiata, quasi un ringhio. “Lasciami passare.”

Salì le scale strisciando quasi, aggrappandosi al corrimano. Ogni gradino le faceva esplodere fitte lancinanti: il plug si spostava, allargava, strappava. Arrivata in bagno sbatté la porta così forte da far tremare lo specchio. Si strappò il vestito di dosso con violenza, strappando una cucitura laterale. Cadde a terra come una pelle morta intrisa di fluidi.

Nuda. Davanti allo specchio a figura intera.

Il corpo era un relitto fresco di mattatoio.

Il culo era coperto da una ragnatela di frustate aperte, alcune ancora trasudanti sangue misto a siero giallastro. Le tette erano gonfie e violacee, i capezzoli lacerati in due punti ciascuno, con croste nere di sangue rappreso e piccole perle di pus che iniziavano a formarsi dove le mollette avevano strappato la pelle. Lividi a forma di mani intorno ai fianchi, impronte di dita che sembravano marchi a fuoco. Cosce interne solcate da graffi profondi: unghie umane, artigli canini, un morso netto sul monte di Venere. L’ano era un cratere violaceo e tumefatto, spalancato in modo permanente anche con il plug inserito: bordi gonfi, screpolati, sanguinanti, con filamenti di muco e sperma che colavano lungo le natiche. Tra le piccole labbra: carne gonfia, violacea, con abrasioni fresche dal pitbull e dal dildo mostruoso; il clitoride eretto e ipersensibile, quasi bluastro per il sovraccarico.

Si infilò tre dita nell’ano accanto al plug. Entrarono senza resistenza. Sentì il proprio interno caldo, bagnato, distrutto. Gemette forte: un suono gutturale, animalesco e spinse più a fondo fino a far uscire un fiotto di sangue misto a seme che schizzò sul pavimento.

Il telefono vibrò sul lavandino come un serpente.

Luca.

“Ora, troia rotta e putrida.”

Orietta sentì il basso ventre contrarsi in uno spasmo violento. Un rivolo di piscio le scappò involontario, mescolandosi al resto sul pavimento.

Uscì dalla doccia senza lavarsi – solo un getto freddo sulle ferite aperte per farle bruciare fino alle lacrime. Si infilò l’accappatoio. Scese scalza, lasciando impronte umide e rosse sul parquet.

Marco era di spalle, versava succo.

“Vado in garage” ringhiò lei.

“Ok… stai attenta al freddo.”

Garage. Porta sbattuta. Luce al neon che sfrigola.

Si sedette sullo sgabello di legno grezzo, il sedile duro le schiacciò il plug ancora di più, strappandole un urlo strozzato. Aprì l’accappatoio. Gambe spalancate fino a slogare le anche. Il plug sporgeva come un mostro nero dal suo culo devastato.

Fotocamera. Registra.

Primo piano: viso devastato, occhi iniettati di sangue, labbra spaccate, mascara colato in righe nere fino al mento, un livido fresco sullo zigomo dove un ospite l’aveva schiaffeggiata per aver tossito troppo.

Zoom: seni, afferrò un capezzolo lacerato, lo torse fino a far uscire sangue fresco, urlò nel microfono.

Zoom: addome, contrasse addominali e retto: un fiotto di seme, piscio, sangue e muco schizzò fuori dal plug, colò sullo sgabello e sul pavimento.

Zoom estremo: tra le gambe dita che allargano le labbra tumefatte, mostrando l’interno roseo e distrutto, il clitoride pulsante, tre dita infilate nell’ano accanto al plug che spingono fino a far uscire altro sangue. Ultimi secondi: si pisciò addosso volontariamente, un getto caldo e lungo che bagnò lo sgabello e le sue cosce.

Quarantotto secondi di gemiti rotti, singhiozzi, insulti a sé stessa sussurrati alla telecamera: “Guardami… guardami quanto sono schifosa… quanto sono rotta…”

Invio.

Risposta in sette secondi.

“Troia perfetta. Domani 9.15 bagno quarto piano” .Porta il telecomando sadico quello con la modalità picco casuale fino a 120 secondi. Durante la riunione delle 10 lo terrò acceso per venti minuti pieni, intensità random. Se vieni senza permesso ti faccio pisciare in un bicchiere davanti allo specchio dell’ascensore, te lo bevi tutto mentre scendiamo al parcheggio, poi ti faccio leccare il pavimento dell’ascensore pulito. Se resisti… ti aspetto nel parcheggio sotterraneo alle 23:00. Ti legherò al cofano della mia auto, ti scoperò il culo con il cambio fino a farti sanguinare di nuovo, poi ti lascerò lì con il plug più grosso che ho, senza mutandine, fino a lunedì mattina. Scegli tu se deludermi o no.”

Orietta spense il telefono. Tremava in preda a spasmi.

Tornò a casa. Si vestì: jeans strettissimi che schiacciavano il plug contro ogni nervo, maglione spesso senza reggiseno, i capezzoli lacerati sfregavano contro la lana come lame.

Colazione.

Marco le sfiorò la guancia.

«Ti senti meglio, amore?»

Orietta lo guardò dritto negli occhi. Sorrise, un sorriso vuoto, crudele, da predatore.

“Sì. Molto meglio.”

Mentre i figli ridevano e Marco chiacchierava del tempo, lei masticava il pane.

Sentiva il plug pulsare, il collare strangolare, il sangue colare piano nelle mutandine che non indossava.

E mentre annuiva alle stupidaggini familiari, pensò una sola cosa, con una fame gelida e assoluta:

Domani alle 9:15.

Venti minuti di inferno random.

E pregava davvero di non resistere.

Perché la punizione in ascensore sarebbe stata solo l’inizio.

E la vera notte quella nel parcheggio l’avrebbe spezzata del tutto.

Finalmente.

http://www.padronebastardo.org
scritto il
2026-04-01
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