Orietta scopre il lato proibito del desiderio 3
di
padronebastardo
genere
dominazione
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Orietta rimase inginocchiata sul pavimento di teak lucido, le ginocchia arrossate e indolenzite, il sapore metallico del sangue misto a quello acre e animale che le rivestiva ancora la lingua e la gola. Il pitbull si era allontanato solo dopo un fischio secco di Luca, ma il suo odore le restava incollato alla pelle, ai capelli, alle narici. Ogni respiro era un promemoria umiliante di ciò che era appena successo.
Gli applausi lenti, sarcastici, quasi rituali, si spensero uno alla volta. Rimase solo il rollio leggero dello yacht, il tintinnio sporadico dei bicchieri, il jazz che continuava a scorrere come un sottofondo surreale, indifferente.
Luca si alzò dal divano di pelle bianca. Camminò verso di lei con passi misurati, le scarpe da barca immacolate che riflettevano le luci soffuse del salone. Si fermò esattamente davanti al suo viso chino. L’odore del suo dopobarba agrumi, legno di sandalo e una nota di cuoio la investì come uno schiaffo invisibile.
«Guardami.»
La voce era bassa, vellutata, ma conteneva un’autorità che non ammetteva ritardi. Orietta alzò lentamente gli occhi. Le palpebre erano gonfie, le ciglia appiccicate dal mascara sciolto e dalle lacrime. Eppure, in fondo alle pupille dilatate, qualcosa di nuovo scintillava: non solo terrore, non solo vergogna. Una crepa. Una fame oscura che si apriva come una ferita infetta.
Luca le sfiorò la guancia con il dorso delle dita. Un gesto lento, quasi paterno. Poi le infilò il pollice tra le labbra, premette contro la lingua, la costrinse a succhiare.
«Hai superato la selezione iniziale» disse, ruotando il pollice dentro la sua bocca. «Molte si spezzano già alla fase delle scarpe. Tu invece… hai continuato a leccare anche quando tossivi. Hai ingoiato piscio con i conati che ti squassavano lo stomaco. Hai aperto le gambe per un cane mentre piangevi “no, no, no”. E il tuo corpo ti ha tradita ogni singola volta.»
Ritirò il pollice, lucido di saliva, e lo pulì sulla sua guancia.
«Quello che hai vissuto finora non era il gran finale. Era il test di ammissione.»
Un brusio divertito attraversò la stanza. Elisa Fossati il rossetto scarlatto ormai sbavato fino al mento, i segni violacei dei morsetti ancora pulsanti sui capezzoli –rise piano, una risata roca e spezzata, quasi isterica.
Luca fece un cenno all’inserviente in nero. L’uomo tornò con un vassoio d’argento antico. Sopra, quattro collari di pelle nera lucida, spessi un dito, con fibbie in acciaio satinato che sembravano pesare come manette. Ognuno aveva un’incisione in corsivo argentato, minuscola ma leggibile anche da lontano.
Quando le posero il collare al collo, Orietta sentì il metallo freddo contro la trachea. Lesse il proprio nome riflesso nello specchio appeso alla parete opposta.
Orietta Proprietà esclusiva di L.P.
Non era un accessorio erotico da sexy shop. Era un atto notarile. Un marchio.
Luca si chinò fino a sfiorarle l’orecchio con le labbra.
«Da lunedì mattina lavorerai non più nella mensa, ma in un ufficio vicino al mio vestita così: tailleur grigio perla, camicetta avorio, capelli raccolti, sorriso cortese alla macchinetta del caffè. Dirai “buongiorno” alla signora Fossati come se non le avessi mai visto i capezzoli stretti da mollette da bucato. Ma sotto la gonna, sotto le mutandine che sceglierai tu stessa ogni mattina, porterai sempre questo collare. E indosserai quello che io deciderò di farti indossare, potrebbe essere un plug, un vibratore telecomandato, Catene per capezzoli con pesi leggeri che tintinnano quando cammini troppo in fretta nei corridoi. Ogni giorno. Ogni volta che te lo ordinerò con un messaggio di tre parole, con un cenno del capo in ascensore, con lo sguardo che ti rivolgerò mentre parli al telefono qualsiasi persona.»
Le strinse il collare con due dita, non abbastanza da soffocare, abbastanza da ricordarle che il respiro non era più un diritto.
«Se te lo togli senza il mio permesso, se provi a nasconderlo, se osi anche solo pensare di parlarne con qualcuno, ho otto telecamere ad alta definizione che hanno ripreso ogni secondo di stasera. Otto angoli diversi. Il primo piano del tuo viso mentre ingoiavi piscio. Il dettaglio del sangue che colava lungo le cosce quando ti ho sfondato il culo. Il momento esatto in cui hai iniziato a mugolare di piacere mentre il pitbull ti montava. Quelle immagini arriveranno in alta definizione, senza censura a tre destinatari precisi: tuo marito, che ancora crede che tu sia la moglie devota che spegne la luce prima di fare l’amore; tua figlia di ventidue anni, che sta per discutere la tesi e che ti considera un modello di rettitudine; il preside del liceo privato dove tuo figlio sta finendo il quinto anno. Non voglio distruggerti la vita, Orietta. Voglio solo che tu sappia che posso farlo in qualsiasi momento. E che tu scelga comunque di restare.»
Le lasciò il collare. Orietta inspirò aria come se fosse stata sott’acqua per minuti.
Luca si rialzò e batté le mani una sola volta, secco.
«Signore, abbiamo ancora tre ore e quaranta minuti di navigazione. La notte è giovane e le signore hanno molto da farsi perdonare.»
Guardò Marta per prima. La ragazza tremava, le braccia strette al petto come per proteggersi.
«Tu inizierai servendo da bere. Niente bicchieri. Niente mani. Userai solo la bocca. Porterai lo champagne agli ospiti direttamente dalle labbra. Se versi una goccia, leccherai il pavimento.»
Poi Claudia, che cercava di mantenere un residuo di dignità.
«Tu scenderai nelle cabine inferiori. Una alla volta. Sceglierai tu l’ordine degli uomini, ma non potrai rifiutare nessuno. E quando avranno finito con te, tornerai qui con il seme che ti cola lungo le cosce. Lo mostrerai a tutti prima di pulirlo con la lingua.»
Elisa ricevette l’ordine successivo.
«Tu resti qui con me. Hai insultato Orietta chiamandola “cagna da suora”. Ora mi dimostrerai quanto sei brava a rimediare. Ti slegherò solo le mani. Userai solo quelle… e la bocca… per farmi godere mentre guardiamo le altre.»
E infine Orietta.
Luca le prese il mento tra pollice e indice, le sollevò il viso fino a costringerla a guardarlo negli occhi.
«Tu invece hai vinto un privilegio che le altre invidieranno per mesi. Stanotte dormirai nella mia cabina padronale. Non legata. Non costretta con corde o catene. Solo tu e io. Nuda. Con il collare. Voglio vedere cosa succede quando non c’è più pubblico, quando non c’è più la paura dello scandalo a spingerti. Voglio scoprire se sotto tutta quella vergogna da brava moglie c’è solo terrore… oppure se c’è una puttana che finalmente può smettere di fingere.»
Le passò il pollice sulle labbra gonfie.
«Vai a lavarti. Hai dodici minuti. Doccia fredda. Niente sapone profumato. Niente crema. Solo acqua gelida. Voglio che tu arrivi da me con i capezzoli duri come pietre e la pelle d’oca. Sali le scale a destra. Seconda porta a sinistra. Bussa una volta. Entra a quattro zampe. E non parlare finché non te lo ordino io.»
Orietta si alzò in silenzio. Le gambe le tremavano ancora, i muscoli delle cosce bruciavano per le posizioni innaturali, il fondoschiena pulsava per le frustate e la penetrazione brutale. Attraversò il salone sotto gli sguardi famelici degli uomini e le occhiate invidiose/malevole delle altre donne.
Entrò nel bagno privato. Si chiuse la porta alle spalle.
Si guardò allo specchio a figura intera.
Il trucco era una maschera disfatta. Segni rossi e viola le attraversavano i seni, l’interno delle cosce, il collo. Il collare nero spiccava contro la pelle chiara come un tatuaggio fresco. Tra le gambe, ancora umida di saliva canina, di sangue, di eccitazione involontaria.
Aprì l’acqua fredda. Si tolse tutto scarpe, vestito, biancheria tranne il collare.
Entrò sotto il getto gelido.
L’acqua le tolse il fiato. I capezzoli si indurirono all’istante fino a far male. La pelle si accapponò. Eppure, mentre tremava, mentre i brividi le correvano lungo la spina dorsale, Orietta sentì nascere un calore diverso, profondo, tra le gambe.
Chiuse gli occhi.
Per la prima volta dopo ore non pensò a suo marito, ai figli, alla casa, al lavoro. Pensò solo a una cosa: Tra dodici minuti sarebbe entrata in quella cabina a quattro zampe e una parte di lei sempre più grande, sempre più affamata non vedeva l’ora. Quando uscì dalla doccia, gocciolante, con i capelli appiccicati al collo e alla schiena, non si asciugò.
Camminò nuda lungo il corridoio illuminato solo da luci di emergenza. Bussò una volta alla porta della cabina padronale.
La aprì. Entrò a carponi, lentamente, lasciando una scia di gocce sul parquet.
Luca era seduto su una poltrona di pelle, completamente vestito con un bicchiere di whisky in mano. La guardò. A lungo. Senza parlare. Poi, con voce bassissima:” Chiudi la porta con il piede. E vieni qui.»
Orietta obbedì.
La porta si chiuse con un clic definitivo. La notte vera stava cominciando ora. E lei sapeva con una chiarezza spaventosa che non sarebbe mai più tornata la donna di prima.
Orietta avanzò carponi sul parquet della cabina padronale, le palme delle mani che scivolavano leggere sulle gocce che lei stessa aveva lasciato cadere. Il clic della porta alle sue spalle suonò come un sigillo definitivo. La stanza era ampia, illuminata solo da una lampada da lettura bassa e calda sulla scrivania di mogano, e da una fila di faretti incassati nel soffitto che proiettavano coni di luce morbida sul grande letto king-size al centro. Le lenzuola erano di seta nera, già sgualcite come se qualcuno vi si fosse sdraiato in attesa.
Luca non si mosse dalla poltrona. Il bicchiere di whisky rifletteva la luce in piccoli bagliori ambrati mentre lo faceva roteare lentamente. I suoi occhi la seguirono senza fretta, catalogando ogni dettaglio: il tremito impercettibile delle cosce, i capezzoli contratti dal freddo della doccia, il collare che le segnava il collo come un livido permanente, i segni viola e rossi che le attraversavano la pelle come una mappa di ciò che era appena accaduto nel salone.
Quando fu a un metro da lui, Luca posò il bicchiere sul tavolino con un suono secco.
«Fermati.»
Orietta si immobilizzò, il respiro corto, il petto che si alzava e abbassava visibilmente.
«Alzati in piedi. Mani dietro la nuca. Piedi larghi quanto le spalle.»
Obbedì. Il movimento le strappò un piccolo gemito: i glutei e l’interno delle cosce pulsavano ancora per le frustate e la penetrazione precedente. Luca si alzò a sua volta. Le girò intorno una volta, lentamente, sfiorandole con le nocche della mano destra la curva della schiena, la vita, il fianco, senza mai stringere. Solo sfiorare. Come se stesse valutando un oggetto prezioso appena acquistato.
Si fermò dietro di lei. Le prese i polsi con una mano sola – forti, secchi e li tenne bloccati dietro la nuca. Con l’altra mano le sfiorò la gola, sopra il collare, poi scese lungo lo sterno fino a fermarsi sul seno sinistro. Pizzicò il capezzolo martoriato con pollice e indice, ruotando piano. Orietta inspirò bruscamente, le ginocchia che quasi cedettero.
«Fa male?» chiese lui, la voce neutra.
«Sì… padrone.» La parola le uscì spontanea, senza che lei l’avesse decisa.
Luca aumentò la pressione di una frazione. Lei emise un suono strozzato, tra dolore e qualcos’altro.
«Bene. Il dolore è il tuo nuovo punto di riferimento. Ti aiuterà a ricordare chi sei adesso.»
La lasciò andare. Tornò davanti a lei. Si slacciò la camicia blu scuro con gesti precisi, un bottone alla volta. Quando fu a torso nudo, Orietta vide per la prima volta le cicatrici: una lunga linea bianca orizzontale sotto le costole, un’altra più piccola e frastagliata sulla spalla sinistra. Segni di una vita che non era stata solo yacht e potere aziendale.
Luca si avvicinò fino a sfiorarle il corpo con il suo. Le prese il viso tra le mani, i pollici sulle guance, le dita che premevano leggermente sulle tempie.
«Guardami negli occhi e dimmi una cosa vera. Una sola. Cosa provi davvero in questo momento?»
Orietta deglutì. Le lacrime le risalirono agli angoli degli occhi, ma non caddero.
«Paura… disgusto per me stessa… vergogna… ma anche… voglia. Voglia di essere usata. Di non dover più fingere di essere brava. Di lasciarmi andare completamente.»
Luca annuì, come se avesse sentito esattamente la confessione che si aspettava.
«Allora stanotte non ti punirò più. Ti darò esattamente quello che desideri. E te lo toglierò quando sarò io a decidere.»
La spinse all’indietro verso il letto. Lei cadde supina sulle lenzuola fredde. Luca le salì sopra senza fretta, le ginocchia che le divaricavano le gambe. Non la penetrò subito. Le baciò il collo, sopra il collare, poi scese ai seni. Prese un capezzolo tra i denti, lo morse con forza controllata – abbastanza da farla inarcare e gemere – poi lo leccò lentamente, come per lenire il morso che aveva appena inflitto. Fece lo stesso con l’altro. Orietta si contorceva sotto di lui, le mani che cercavano istintivamente i suoi capelli, ma lui le bloccò i polsi sopra la testa con una mano sola.
«No. Mani ferme. Devi solo ricevere.»
Scese più in basso. Le aprì le cosce con le spalle. La leccò con una lentezza esasperante: lingua piatta su tutta la lunghezza, poi cerchi stretti intorno al clitoride senza mai toccarlo direttamente. Quando lei iniziò a implorare con suoni incoerenti, lui si fermò.
«Chiedimelo.»
«Per favore… Luca… padrone… fammi venire…»
Lui sorrise contro la sua carne bagnata.
«Non ancora.»
Si rialzò. Prese dal comodino un piccolo telecomando nero. Premette un pulsante.
Un ronzio profondo partì dal suo interno: il plug anale che le avevano infilato prima della doccia – lei lo aveva quasi dimenticato, tanto era intorpidita – si attivò a vibrazioni basse e costanti. Le contrasse l’utero, le fece stringere le cosce involontariamente.
Luca tornò tra le sue gambe. La penetrò con due dita, curvandole verso l’alto, trovando subito quel punto gonfio e sensibile. Premette ritmicamente mentre il plug vibrava. Orietta urlò. Venne in pochi secondi, il corpo che si inarcava violentemente, schizzi caldi che le bagnarono le cosce e le lenzuola. Luca non si fermò: continuò a stimolarla attraverso l’orgasmo, prolungandolo fino a farla singhiozzare di sovraccarico.
Solo allora si ritrasse. Si tolse i pantaloni. Il suo sesso era duro, venoso, già lucido in punta. Le montò sopra. La penetrò con un unico affondo lento ma inesorabile, fino in fondo. Rimase immobile dentro di lei, lasciandola sentire ogni pulsazione.
«Guardami.»
Orietta aprì gli occhi gonfi. Lui iniziò a muoversi: affondi controllati, profondi, sempre più veloci. Le prese un capezzolo tra i denti, lo morse di nuovo. Lei strinse le gambe intorno ai suoi fianchi, i talloni che premevano contro le sue natiche come per trattenerlo.
Quando sentì che stava per venire di nuovo, Luca le sussurrò all’orecchio:
«Da stanotte non esisti più come prima. Ogni mattina, quando ti vesti per l’ufficio, infilerai il plug che ti darò io. Ogni volta che ti manderò “Ora, cagna mia”, andrai nel bagno del quarto piano, ti chiuderai dentro, ti solleverai la gonna e ti farai venire pensando a questa notte. E quando sarai a casa, con tuo marito che ti bacia sulla fronte prima di dormire, sentirai ancora il mio seme dentro di te. Capito?»
«Sì… sì… padrone…»
Luca accelerò. La riempì con un ultimo affondo brutale, venendo dentro di lei con un ringhio basso. Rimase sepolto fino all’ultima contrazione.
Si ritrasse lentamente. La guardò: sudata, tremante, con il suo seme che le colava tra le cosce, il collare lucido di sudore e lacrime.
Le slacciò i polsi che aveva tenuto bloccati tutto il tempo. Non le tolse il plug.
«Dormi qui. Nuda. Con me dentro di te fino a domani. Quando attraccheremo, scenderai dalla barca con il vestito di ieri, senza mutandine, e con un plug nuovo – più spesso, più lungo – che ti inserirò io stesso prima di lasciarti andare.»
Le accarezzò i capelli bagnati.
«Benvenuta nella tua vera vita, Orietta.»
Lei chiuse gli occhi. Non rispose. Ma il suo corpo si rannicchiò contro di lui, la testa sul suo petto, come un animale che ha finalmente trovato il suo posto.
Il resto della notte passò in un’alternanza di sonno pesante e risvegli improvvisi: Luca che la prendeva di nuovo, stavolta da dietro, tenendola per i fianchi mentre il plug vibrava; poi lei che, senza ordini, si chinava su di lui per succhiarlo lentamente, con una devozione che la spaventava; poi ancora sonno, con il suo braccio pesante intorno alla vita di lei.
Quando l’alba tinse il cielo di rosa oltre le vetrate, lo yacht rallentò. Il rombo dei motori si fece più basso. Si sentì l’ancora calare con un tonfo lontano.
Luca si alzò per primo. Si vestì con calma. Prese dal cassetto un plug di silicone nero, più grosso di quello che lei aveva indossato tutta la notte, con una base larga e un piccolo telecomando abbinato.
«In ginocchio sul letto. Culo in alto.»
Orietta obbedì, le guance in fiamme. Lui estrasse il plug vecchio con delicatezza quasi crudele, poi lubrificò il nuovo con il proprio seme ancora dentro di lei. Lo spinse dentro lentamente, centimetro dopo centimetro, ignorando i suoi gemiti soffocati. Quando fu completamente inserito, le diede una pacca leggera sul sedere.
«Vestiti. Niente biancheria intima. Solo il vestito. E il collare resta.»
Orietta indossò l’abito nero della sera prima, spiegazzato e macchiato in punti che solo lei notava. Scesero insieme sul ponte principale. Le altre donne erano già lì: Marta con gli occhi bassi e le labbra gonfie, Claudia con il trucco rifatto ma lo sguardo spento, Elisa con un sorriso teso e falsamente sereno.
Luca le salutò una per una con un bacio formale sulla guancia, come se fossero state a un normale cocktail aziendale.
Quando fu il turno di Orietta, le sfiorò l’orecchio.
«Domani mattina, ufficio, ore 9:15. Bagno del quarto piano. Messaggio in arrivo.»
Lei annuì impercettibilmente.
Scese la passerella per ultima. Il sole nascente le scaldò il viso. Il molo privato era deserto, tranne per l’autista in attesa con la Mercedes nera.
Mentre saliva in macchina, sentì il plug nuovo premere dentro di lei a ogni passo. Il collare le sfregava leggermente contro il colletto del vestito.
Guardò fuori dal finestrino mentre l’auto si allontanava dallo yacht.
Non pianse, non pensò al marito che l’aspettava a casa con il caffè pronto.
Pensò solo a una cosa: Tra poche ore avrebbe preso possesso del suo ufficio, avrebbe smesso di faticare, avrebbe aspettato quel messaggio di tre parole, con il cuore che batteva forte, non più solo di terrore.
Ma anche di attesa.
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Orietta rimase inginocchiata sul pavimento di teak lucido, le ginocchia arrossate e indolenzite, il sapore metallico del sangue misto a quello acre e animale che le rivestiva ancora la lingua e la gola. Il pitbull si era allontanato solo dopo un fischio secco di Luca, ma il suo odore le restava incollato alla pelle, ai capelli, alle narici. Ogni respiro era un promemoria umiliante di ciò che era appena successo.
Gli applausi lenti, sarcastici, quasi rituali, si spensero uno alla volta. Rimase solo il rollio leggero dello yacht, il tintinnio sporadico dei bicchieri, il jazz che continuava a scorrere come un sottofondo surreale, indifferente.
Luca si alzò dal divano di pelle bianca. Camminò verso di lei con passi misurati, le scarpe da barca immacolate che riflettevano le luci soffuse del salone. Si fermò esattamente davanti al suo viso chino. L’odore del suo dopobarba agrumi, legno di sandalo e una nota di cuoio la investì come uno schiaffo invisibile.
«Guardami.»
La voce era bassa, vellutata, ma conteneva un’autorità che non ammetteva ritardi. Orietta alzò lentamente gli occhi. Le palpebre erano gonfie, le ciglia appiccicate dal mascara sciolto e dalle lacrime. Eppure, in fondo alle pupille dilatate, qualcosa di nuovo scintillava: non solo terrore, non solo vergogna. Una crepa. Una fame oscura che si apriva come una ferita infetta.
Luca le sfiorò la guancia con il dorso delle dita. Un gesto lento, quasi paterno. Poi le infilò il pollice tra le labbra, premette contro la lingua, la costrinse a succhiare.
«Hai superato la selezione iniziale» disse, ruotando il pollice dentro la sua bocca. «Molte si spezzano già alla fase delle scarpe. Tu invece… hai continuato a leccare anche quando tossivi. Hai ingoiato piscio con i conati che ti squassavano lo stomaco. Hai aperto le gambe per un cane mentre piangevi “no, no, no”. E il tuo corpo ti ha tradita ogni singola volta.»
Ritirò il pollice, lucido di saliva, e lo pulì sulla sua guancia.
«Quello che hai vissuto finora non era il gran finale. Era il test di ammissione.»
Un brusio divertito attraversò la stanza. Elisa Fossati il rossetto scarlatto ormai sbavato fino al mento, i segni violacei dei morsetti ancora pulsanti sui capezzoli –rise piano, una risata roca e spezzata, quasi isterica.
Luca fece un cenno all’inserviente in nero. L’uomo tornò con un vassoio d’argento antico. Sopra, quattro collari di pelle nera lucida, spessi un dito, con fibbie in acciaio satinato che sembravano pesare come manette. Ognuno aveva un’incisione in corsivo argentato, minuscola ma leggibile anche da lontano.
Quando le posero il collare al collo, Orietta sentì il metallo freddo contro la trachea. Lesse il proprio nome riflesso nello specchio appeso alla parete opposta.
Orietta Proprietà esclusiva di L.P.
Non era un accessorio erotico da sexy shop. Era un atto notarile. Un marchio.
Luca si chinò fino a sfiorarle l’orecchio con le labbra.
«Da lunedì mattina lavorerai non più nella mensa, ma in un ufficio vicino al mio vestita così: tailleur grigio perla, camicetta avorio, capelli raccolti, sorriso cortese alla macchinetta del caffè. Dirai “buongiorno” alla signora Fossati come se non le avessi mai visto i capezzoli stretti da mollette da bucato. Ma sotto la gonna, sotto le mutandine che sceglierai tu stessa ogni mattina, porterai sempre questo collare. E indosserai quello che io deciderò di farti indossare, potrebbe essere un plug, un vibratore telecomandato, Catene per capezzoli con pesi leggeri che tintinnano quando cammini troppo in fretta nei corridoi. Ogni giorno. Ogni volta che te lo ordinerò con un messaggio di tre parole, con un cenno del capo in ascensore, con lo sguardo che ti rivolgerò mentre parli al telefono qualsiasi persona.»
Le strinse il collare con due dita, non abbastanza da soffocare, abbastanza da ricordarle che il respiro non era più un diritto.
«Se te lo togli senza il mio permesso, se provi a nasconderlo, se osi anche solo pensare di parlarne con qualcuno, ho otto telecamere ad alta definizione che hanno ripreso ogni secondo di stasera. Otto angoli diversi. Il primo piano del tuo viso mentre ingoiavi piscio. Il dettaglio del sangue che colava lungo le cosce quando ti ho sfondato il culo. Il momento esatto in cui hai iniziato a mugolare di piacere mentre il pitbull ti montava. Quelle immagini arriveranno in alta definizione, senza censura a tre destinatari precisi: tuo marito, che ancora crede che tu sia la moglie devota che spegne la luce prima di fare l’amore; tua figlia di ventidue anni, che sta per discutere la tesi e che ti considera un modello di rettitudine; il preside del liceo privato dove tuo figlio sta finendo il quinto anno. Non voglio distruggerti la vita, Orietta. Voglio solo che tu sappia che posso farlo in qualsiasi momento. E che tu scelga comunque di restare.»
Le lasciò il collare. Orietta inspirò aria come se fosse stata sott’acqua per minuti.
Luca si rialzò e batté le mani una sola volta, secco.
«Signore, abbiamo ancora tre ore e quaranta minuti di navigazione. La notte è giovane e le signore hanno molto da farsi perdonare.»
Guardò Marta per prima. La ragazza tremava, le braccia strette al petto come per proteggersi.
«Tu inizierai servendo da bere. Niente bicchieri. Niente mani. Userai solo la bocca. Porterai lo champagne agli ospiti direttamente dalle labbra. Se versi una goccia, leccherai il pavimento.»
Poi Claudia, che cercava di mantenere un residuo di dignità.
«Tu scenderai nelle cabine inferiori. Una alla volta. Sceglierai tu l’ordine degli uomini, ma non potrai rifiutare nessuno. E quando avranno finito con te, tornerai qui con il seme che ti cola lungo le cosce. Lo mostrerai a tutti prima di pulirlo con la lingua.»
Elisa ricevette l’ordine successivo.
«Tu resti qui con me. Hai insultato Orietta chiamandola “cagna da suora”. Ora mi dimostrerai quanto sei brava a rimediare. Ti slegherò solo le mani. Userai solo quelle… e la bocca… per farmi godere mentre guardiamo le altre.»
E infine Orietta.
Luca le prese il mento tra pollice e indice, le sollevò il viso fino a costringerla a guardarlo negli occhi.
«Tu invece hai vinto un privilegio che le altre invidieranno per mesi. Stanotte dormirai nella mia cabina padronale. Non legata. Non costretta con corde o catene. Solo tu e io. Nuda. Con il collare. Voglio vedere cosa succede quando non c’è più pubblico, quando non c’è più la paura dello scandalo a spingerti. Voglio scoprire se sotto tutta quella vergogna da brava moglie c’è solo terrore… oppure se c’è una puttana che finalmente può smettere di fingere.»
Le passò il pollice sulle labbra gonfie.
«Vai a lavarti. Hai dodici minuti. Doccia fredda. Niente sapone profumato. Niente crema. Solo acqua gelida. Voglio che tu arrivi da me con i capezzoli duri come pietre e la pelle d’oca. Sali le scale a destra. Seconda porta a sinistra. Bussa una volta. Entra a quattro zampe. E non parlare finché non te lo ordino io.»
Orietta si alzò in silenzio. Le gambe le tremavano ancora, i muscoli delle cosce bruciavano per le posizioni innaturali, il fondoschiena pulsava per le frustate e la penetrazione brutale. Attraversò il salone sotto gli sguardi famelici degli uomini e le occhiate invidiose/malevole delle altre donne.
Entrò nel bagno privato. Si chiuse la porta alle spalle.
Si guardò allo specchio a figura intera.
Il trucco era una maschera disfatta. Segni rossi e viola le attraversavano i seni, l’interno delle cosce, il collo. Il collare nero spiccava contro la pelle chiara come un tatuaggio fresco. Tra le gambe, ancora umida di saliva canina, di sangue, di eccitazione involontaria.
Aprì l’acqua fredda. Si tolse tutto scarpe, vestito, biancheria tranne il collare.
Entrò sotto il getto gelido.
L’acqua le tolse il fiato. I capezzoli si indurirono all’istante fino a far male. La pelle si accapponò. Eppure, mentre tremava, mentre i brividi le correvano lungo la spina dorsale, Orietta sentì nascere un calore diverso, profondo, tra le gambe.
Chiuse gli occhi.
Per la prima volta dopo ore non pensò a suo marito, ai figli, alla casa, al lavoro. Pensò solo a una cosa: Tra dodici minuti sarebbe entrata in quella cabina a quattro zampe e una parte di lei sempre più grande, sempre più affamata non vedeva l’ora. Quando uscì dalla doccia, gocciolante, con i capelli appiccicati al collo e alla schiena, non si asciugò.
Camminò nuda lungo il corridoio illuminato solo da luci di emergenza. Bussò una volta alla porta della cabina padronale.
La aprì. Entrò a carponi, lentamente, lasciando una scia di gocce sul parquet.
Luca era seduto su una poltrona di pelle, completamente vestito con un bicchiere di whisky in mano. La guardò. A lungo. Senza parlare. Poi, con voce bassissima:” Chiudi la porta con il piede. E vieni qui.»
Orietta obbedì.
La porta si chiuse con un clic definitivo. La notte vera stava cominciando ora. E lei sapeva con una chiarezza spaventosa che non sarebbe mai più tornata la donna di prima.
Orietta avanzò carponi sul parquet della cabina padronale, le palme delle mani che scivolavano leggere sulle gocce che lei stessa aveva lasciato cadere. Il clic della porta alle sue spalle suonò come un sigillo definitivo. La stanza era ampia, illuminata solo da una lampada da lettura bassa e calda sulla scrivania di mogano, e da una fila di faretti incassati nel soffitto che proiettavano coni di luce morbida sul grande letto king-size al centro. Le lenzuola erano di seta nera, già sgualcite come se qualcuno vi si fosse sdraiato in attesa.
Luca non si mosse dalla poltrona. Il bicchiere di whisky rifletteva la luce in piccoli bagliori ambrati mentre lo faceva roteare lentamente. I suoi occhi la seguirono senza fretta, catalogando ogni dettaglio: il tremito impercettibile delle cosce, i capezzoli contratti dal freddo della doccia, il collare che le segnava il collo come un livido permanente, i segni viola e rossi che le attraversavano la pelle come una mappa di ciò che era appena accaduto nel salone.
Quando fu a un metro da lui, Luca posò il bicchiere sul tavolino con un suono secco.
«Fermati.»
Orietta si immobilizzò, il respiro corto, il petto che si alzava e abbassava visibilmente.
«Alzati in piedi. Mani dietro la nuca. Piedi larghi quanto le spalle.»
Obbedì. Il movimento le strappò un piccolo gemito: i glutei e l’interno delle cosce pulsavano ancora per le frustate e la penetrazione precedente. Luca si alzò a sua volta. Le girò intorno una volta, lentamente, sfiorandole con le nocche della mano destra la curva della schiena, la vita, il fianco, senza mai stringere. Solo sfiorare. Come se stesse valutando un oggetto prezioso appena acquistato.
Si fermò dietro di lei. Le prese i polsi con una mano sola – forti, secchi e li tenne bloccati dietro la nuca. Con l’altra mano le sfiorò la gola, sopra il collare, poi scese lungo lo sterno fino a fermarsi sul seno sinistro. Pizzicò il capezzolo martoriato con pollice e indice, ruotando piano. Orietta inspirò bruscamente, le ginocchia che quasi cedettero.
«Fa male?» chiese lui, la voce neutra.
«Sì… padrone.» La parola le uscì spontanea, senza che lei l’avesse decisa.
Luca aumentò la pressione di una frazione. Lei emise un suono strozzato, tra dolore e qualcos’altro.
«Bene. Il dolore è il tuo nuovo punto di riferimento. Ti aiuterà a ricordare chi sei adesso.»
La lasciò andare. Tornò davanti a lei. Si slacciò la camicia blu scuro con gesti precisi, un bottone alla volta. Quando fu a torso nudo, Orietta vide per la prima volta le cicatrici: una lunga linea bianca orizzontale sotto le costole, un’altra più piccola e frastagliata sulla spalla sinistra. Segni di una vita che non era stata solo yacht e potere aziendale.
Luca si avvicinò fino a sfiorarle il corpo con il suo. Le prese il viso tra le mani, i pollici sulle guance, le dita che premevano leggermente sulle tempie.
«Guardami negli occhi e dimmi una cosa vera. Una sola. Cosa provi davvero in questo momento?»
Orietta deglutì. Le lacrime le risalirono agli angoli degli occhi, ma non caddero.
«Paura… disgusto per me stessa… vergogna… ma anche… voglia. Voglia di essere usata. Di non dover più fingere di essere brava. Di lasciarmi andare completamente.»
Luca annuì, come se avesse sentito esattamente la confessione che si aspettava.
«Allora stanotte non ti punirò più. Ti darò esattamente quello che desideri. E te lo toglierò quando sarò io a decidere.»
La spinse all’indietro verso il letto. Lei cadde supina sulle lenzuola fredde. Luca le salì sopra senza fretta, le ginocchia che le divaricavano le gambe. Non la penetrò subito. Le baciò il collo, sopra il collare, poi scese ai seni. Prese un capezzolo tra i denti, lo morse con forza controllata – abbastanza da farla inarcare e gemere – poi lo leccò lentamente, come per lenire il morso che aveva appena inflitto. Fece lo stesso con l’altro. Orietta si contorceva sotto di lui, le mani che cercavano istintivamente i suoi capelli, ma lui le bloccò i polsi sopra la testa con una mano sola.
«No. Mani ferme. Devi solo ricevere.»
Scese più in basso. Le aprì le cosce con le spalle. La leccò con una lentezza esasperante: lingua piatta su tutta la lunghezza, poi cerchi stretti intorno al clitoride senza mai toccarlo direttamente. Quando lei iniziò a implorare con suoni incoerenti, lui si fermò.
«Chiedimelo.»
«Per favore… Luca… padrone… fammi venire…»
Lui sorrise contro la sua carne bagnata.
«Non ancora.»
Si rialzò. Prese dal comodino un piccolo telecomando nero. Premette un pulsante.
Un ronzio profondo partì dal suo interno: il plug anale che le avevano infilato prima della doccia – lei lo aveva quasi dimenticato, tanto era intorpidita – si attivò a vibrazioni basse e costanti. Le contrasse l’utero, le fece stringere le cosce involontariamente.
Luca tornò tra le sue gambe. La penetrò con due dita, curvandole verso l’alto, trovando subito quel punto gonfio e sensibile. Premette ritmicamente mentre il plug vibrava. Orietta urlò. Venne in pochi secondi, il corpo che si inarcava violentemente, schizzi caldi che le bagnarono le cosce e le lenzuola. Luca non si fermò: continuò a stimolarla attraverso l’orgasmo, prolungandolo fino a farla singhiozzare di sovraccarico.
Solo allora si ritrasse. Si tolse i pantaloni. Il suo sesso era duro, venoso, già lucido in punta. Le montò sopra. La penetrò con un unico affondo lento ma inesorabile, fino in fondo. Rimase immobile dentro di lei, lasciandola sentire ogni pulsazione.
«Guardami.»
Orietta aprì gli occhi gonfi. Lui iniziò a muoversi: affondi controllati, profondi, sempre più veloci. Le prese un capezzolo tra i denti, lo morse di nuovo. Lei strinse le gambe intorno ai suoi fianchi, i talloni che premevano contro le sue natiche come per trattenerlo.
Quando sentì che stava per venire di nuovo, Luca le sussurrò all’orecchio:
«Da stanotte non esisti più come prima. Ogni mattina, quando ti vesti per l’ufficio, infilerai il plug che ti darò io. Ogni volta che ti manderò “Ora, cagna mia”, andrai nel bagno del quarto piano, ti chiuderai dentro, ti solleverai la gonna e ti farai venire pensando a questa notte. E quando sarai a casa, con tuo marito che ti bacia sulla fronte prima di dormire, sentirai ancora il mio seme dentro di te. Capito?»
«Sì… sì… padrone…»
Luca accelerò. La riempì con un ultimo affondo brutale, venendo dentro di lei con un ringhio basso. Rimase sepolto fino all’ultima contrazione.
Si ritrasse lentamente. La guardò: sudata, tremante, con il suo seme che le colava tra le cosce, il collare lucido di sudore e lacrime.
Le slacciò i polsi che aveva tenuto bloccati tutto il tempo. Non le tolse il plug.
«Dormi qui. Nuda. Con me dentro di te fino a domani. Quando attraccheremo, scenderai dalla barca con il vestito di ieri, senza mutandine, e con un plug nuovo – più spesso, più lungo – che ti inserirò io stesso prima di lasciarti andare.»
Le accarezzò i capelli bagnati.
«Benvenuta nella tua vera vita, Orietta.»
Lei chiuse gli occhi. Non rispose. Ma il suo corpo si rannicchiò contro di lui, la testa sul suo petto, come un animale che ha finalmente trovato il suo posto.
Il resto della notte passò in un’alternanza di sonno pesante e risvegli improvvisi: Luca che la prendeva di nuovo, stavolta da dietro, tenendola per i fianchi mentre il plug vibrava; poi lei che, senza ordini, si chinava su di lui per succhiarlo lentamente, con una devozione che la spaventava; poi ancora sonno, con il suo braccio pesante intorno alla vita di lei.
Quando l’alba tinse il cielo di rosa oltre le vetrate, lo yacht rallentò. Il rombo dei motori si fece più basso. Si sentì l’ancora calare con un tonfo lontano.
Luca si alzò per primo. Si vestì con calma. Prese dal cassetto un plug di silicone nero, più grosso di quello che lei aveva indossato tutta la notte, con una base larga e un piccolo telecomando abbinato.
«In ginocchio sul letto. Culo in alto.»
Orietta obbedì, le guance in fiamme. Lui estrasse il plug vecchio con delicatezza quasi crudele, poi lubrificò il nuovo con il proprio seme ancora dentro di lei. Lo spinse dentro lentamente, centimetro dopo centimetro, ignorando i suoi gemiti soffocati. Quando fu completamente inserito, le diede una pacca leggera sul sedere.
«Vestiti. Niente biancheria intima. Solo il vestito. E il collare resta.»
Orietta indossò l’abito nero della sera prima, spiegazzato e macchiato in punti che solo lei notava. Scesero insieme sul ponte principale. Le altre donne erano già lì: Marta con gli occhi bassi e le labbra gonfie, Claudia con il trucco rifatto ma lo sguardo spento, Elisa con un sorriso teso e falsamente sereno.
Luca le salutò una per una con un bacio formale sulla guancia, come se fossero state a un normale cocktail aziendale.
Quando fu il turno di Orietta, le sfiorò l’orecchio.
«Domani mattina, ufficio, ore 9:15. Bagno del quarto piano. Messaggio in arrivo.»
Lei annuì impercettibilmente.
Scese la passerella per ultima. Il sole nascente le scaldò il viso. Il molo privato era deserto, tranne per l’autista in attesa con la Mercedes nera.
Mentre saliva in macchina, sentì il plug nuovo premere dentro di lei a ogni passo. Il collare le sfregava leggermente contro il colletto del vestito.
Guardò fuori dal finestrino mentre l’auto si allontanava dallo yacht.
Non pianse, non pensò al marito che l’aspettava a casa con il caffè pronto.
Pensò solo a una cosa: Tra poche ore avrebbe preso possesso del suo ufficio, avrebbe smesso di faticare, avrebbe aspettato quel messaggio di tre parole, con il cuore che batteva forte, non più solo di terrore.
Ma anche di attesa.
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