Io, Valentina e Yusuf il suo moneyslave
di
padronebastardo
genere
dominazione
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account telegram mio: @padronebastardo49
Il vento gelido che risale dal Bosforo scuote le vetrate della società di logistica a Istanbul, portando con sé il sapore metallico dei container e la salsedine amara del porto. Ma Yusuf non sente il freddo della Turchia. Per lui, il mondo si è ristretto a un rettangolo luminoso e ossessivo: lo schermo del suo smartphone. Ogni vibrazione è una scossa elettrica che attraversa la sua colonna vertebrale, ogni notifica è un ordine imperativo che riprogramma i battiti del suo cuore. A migliaia di chilometri di distanza, nel cuore pulsante di Milano, Valentina sorseggia un calice di vino rosso in un locale di Brera, dove le luci soffuse accarezzano il marmo dei tavoli e il brusio della "Milano bene" fa da sfondo alla nostra serata. Accanto a lei, nel cono d’ombra del lusso e di un controllo assoluto, ci sono io.
Non sono un semplice spettatore di questa commedia umana. Sono l’architetto invisibile, la mente che traccia le linee di confine dietro ogni parola che Valentina digita. Ogni volta che Yusuf legge un messaggio, ogni volta che viene chiamato "worm", è la mia volontà che attraversa i confini dell'Europa, filtrata dalla bellezza distaccata e magnetica della mia donna. Il gioco è iniziato quasi per caso, ma sotto la mia guida si è trasformato in una precisa e spietata architettura di sottomissione. Yusuf, un uomo di quarantasei anni abituato a gestire la complessità dei carichi internazionali e la responsabilità di una vita adulta, si è arreso con una facilità quasi mistica, trovando nella nostra severità l'unico scopo reale delle sue giornate.
«Chiedigli delle sue erezioni notturne», le sussurro all'orecchio, sentendo il profumo della sua pelle che contrasta con la freddezza delle parole che sta per inviare. Valentina sorride, un movimento impercettibile delle labbra che solo io so come accendere, e le sue dita corrono veloci sulla tastiera. La sua eleganza milanese — i tacchi numero 38, l’abito che le fascia il corpo, la voce ferma — è l’esca perfetta. Yusuf risponde in pochi secondi, confessando con un misto di vergogna e bramosia la sua lotta contro la biologia, il tormento della castità che gli abbiamo imposto e il desiderio di essere "chiuso" e dimenticato. Non sospetta minimamente che dietro quel "Mmmm" di Valentina ci sia io, che valuto la sua resistenza psicologica come si valuta la tenuta di un carico sotto sforzo prima di una traversata oceanica.
Con il passare delle settimane, il controllo fisico è diventato solo il basamento di un edificio molto più alto e inquietante. Abbiamo introdotto il denaro come strumento di tortura e devozione suprema. Valentina non ha bisogno delle sue lire turche o dei suoi euro faticati; gestisce i negozi di famiglia e abita una realtà di privilegi che Yusuf può solo contemplare da lontano. Ma il tributo è l'unica preghiera che un uomo come lui può davvero sentire bruciare sulla propria pelle. «Per me il denaro è bdsm come lo sono corde, catene e fruste», gli scrive lei su mio suggerimento, definendo il perimetro della sua prigione finanziaria. Quando lui ha proposto di pagarci la cena mentre noi eravamo fuori a divertirci, il cerchio si è chiuso definitivamente. È l’estetica suprema del potere: un uomo che suda tra i moli di Istanbul per finanziare il piacere di una donna che lo considera un parassita e dell'uomo che, nel silenzio, tiene il guinzaglio di entrambi.
Il lunedì mattina è il momento del sacrificio rituale. Mentre il traffico di Milano scorre frenetico e indifferente sotto il suo appartamento, Valentina annuncia con una punta di noia, quasi fosse una pratica burocratica: «Il verme ha ricevuto lo stipendio». Decide allora di dare una struttura ferrea alla sua rovina. Non vuole regali casuali, vuole un sistema di spoliazione sistematica. Il "Tributo di Esistenza" deve essere la prima voce del suo bilancio: prima dell’affitto, prima della bolletta del riscaldamento, prima del cibo. Yusuf risponde in uno stato di estasi quasi religiosa; l’idea che ogni sua ora di straordinario, ogni turno pesante passato a contare colli di spedizione, serva a comprare lo champagne d’annata che io berrò con Valentina lo eccita più di qualsiasi contatto fisico mai provato. È la sindrome del prigioniero elevata a forma d'arte: lui non lavora più per costruirsi un futuro, ma per alimentare la nostra opulenza.
Il Capodanno è stato il nostro capolavoro narrativo, il vertice della nostra complicità. Mentre la musica martellava in una nota discoteca milanese e Valentina ballava sotto i miei occhi, splendida e intoccabile, abbiamo deciso di testare il fondo del suo abisso personale. Valentina ha inviato un unico, secco comando: "Vai in bagno e restaci fino al mattino. Senza toccarti. Nel buio. Pensando a noi". È stato inebriante sapere che, mentre noi brindavamo all’anno nuovo tra le luci, le risate e il calore della carne, Yusuf era raggomitolato sul pavimento freddo di un bagno a Istanbul, prigioniero della sua stessa devozione, solo perché la mia donna glielo aveva ordinato. La sua solitudine forzata era il piedistallo invisibile su cui poggiava il nostro divertimento privato. Lui si definisce un "cuckold", immagina me che possiedo Valentina mentre lui soffre nell'ombra, e in questo ha ragione; ma la verità è ancora più profonda: lui non è un partecipante al nostro amore, è un accessorio della nostra casa, un oggetto di arredamento psicologico.
Oggi, nei suoi messaggi, Yusuf parla ossessivamente di "atrofia", dell'ambizione di rimpicciolirsi, di sparire, di diventare un manufatto inanimato nelle mani di Valentina. C'è una bellezza cupa nel modo in cui desidera che il suo corpo si adatti alla gabbia che gli abbiamo costruito. Valentina mi legge i suoi deliri mentre si trucca allo specchio per la nostra uscita serale, con un tono di divertita noncuranza che farebbe tremare chiunque la ascoltasse.
«Dice che ora vuole essere promosso a cane», mi riferisce lei, posando il rossetto e controllando la perfezione del tratto. «Non ancora», rispondo io, avvicinandomi e cingendole la vita da dietro. Guardo il nostro riflesso nello specchio: la coppia perfetta, padrona di un destino lontano. «Un cane deve saper obbedire senza il bisogno di essere lodato. Un cane mangia quando gli viene concesso. Per ora, deve restare un verme. Deve scavare ancora più a fondo nel fango della sua sottomissione. Voglio che senta la morsa della fame, quella vera, quella che ti toglie il sonno, mentre noi decidiamo in quale ristorante stellato farci portare stasera. Voglio che guardi il suo saldo bancario scendere a zero e provi un brivido di piacere sapendo che quei soldi sono diventati la seta che ti sfiora la pelle».
Mentre a Istanbul l’alba illumina il volto di un uomo svuotato di ogni autonomia e di ogni orgoglio, a Milano noi chiudiamo le pesanti tende di seta per goderci il silenzio e la nostra reciproca appartenenza. Il verme è tornato al lavoro, umile e solerte, e la sua fatica è il tributo più dolce, un nettare invisibile che io e la mia complice consumiamo ogni giorno con rinnovata crudeltà. Il suo mondo è un lucchetto, e la chiave non è nemmeno nelle sue mani: è sul tavolo del nostro soggiorno, accanto al prossimo calice di vino che lui ci pagherà.
Il rito del lunedì mattina non ammette deroghe, e il tempo, nella nostra architettura di potere, è una variabile spietata quanto il denaro. Mentre Milano si risveglia sotto una pioggia sottile e grigia, io osservo l’orologio sulla parete del nostro attico. Sono le 09:01. Il termine ultimo per il versamento del "Tributo di Esistenza" è scaduto da sessanta secondi.
Valentina è seduta in poltrona, avvolta in una vestaglia di seta nera, il telefono appoggiato con noncuranza sulla coscia. Non ci sono notifiche. A Istanbul, Yusuf deve aver avuto un intoppo, un ritardo della banca o forse un momento di esitazione nel vedere il suo conto corrente prosciugarsi. Ma nel nostro mondo, il ritardo non è un errore tecnico: è un atto di insubordinazione.
«È in ritardo», dice Valentina, alzando lo sguardo su di me. I suoi occhi brillano di quella scintilla fredda che io stesso ho alimentato. «Puniscilo», rispondo io con voce piatta. «Fagli capire che il suo tempo non vale nulla, se non è sincronizzato con il nostro.»
Le dita di Valentina si muovono rapide, ma non per sollecitare il denaro. Il messaggio che invia è una lama: "Hai sprecato un minuto della mia pazienza, verme. Per ogni minuto di ritardo, aggiungerai dieci euro al tributo. E per ricordarti la tua posizione, oggi non avrai il permesso di sederti. Lavorerai in piedi, mangerai in piedi, e questa notte dormirai sul pavimento del bagno. Se il bonifico non arriva entro le 09:15, la multa raddoppierà e ti proibirò di parlarmi per tre giorni."
L’effetto è immediato. Alle 09:05 il telefono di Valentina vibra: il tributo è arrivato, maggiorato della penale per il ritardo. Yusuf è nel panico, lo sentiamo attraverso lo schermo. Invia messaggi disperati, suppliche, scuse incoerenti su un problema tecnico al terminale dell'azienda. Ma noi non rispondiamo. Il silenzio è la nostra arma più affilata.
«Guarda come striscia», mormora Valentina, leggendomi i messaggi in cui lui giura di aver già rimosso la sedia dalla sua scrivania e di essere pronto a passare la notte sulle piastrelle gelide per espiare la sua colpa. «Non basta», aggiungo io, versandole un po’ d’acqua. «Digli che per punizione stasera dovrà inviarti la foto del suo portafoglio vuoto accanto a un foglio con scritto: 'Sono un parassita che ruba il tempo alla mia Padrona'. Solo allora potrai concedergli di darti la buonanotte.»
Yusuf obbedisce. Sappiamo che ora, tra i rumori del porto di Istanbul, lui sta lavorando con le gambe che tremano per la stanchezza, mantenendo la posizione eretta solo per non tradire l'ordine ricevuto. Ogni suo muscolo dolente è un tributo alla mia volontà, eseguita attraverso la mano di Valentina.
Il denaro è arrivato, la punizione è in corso, e l'equilibrio è ripristinato. Mentre Valentina si prepara per andare in una delle sue profumerie a Milano, io sorrido pensando che quel piccolo ritardo ci ha fruttato una cena ancora più lussuosa e un uomo ancora più spezzato. Il verme ha imparato la lezione: il tempo di un padrone è sacro, e il costo per profanarlo è la sua totale umiliazione.
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Il vento gelido che risale dal Bosforo scuote le vetrate della società di logistica a Istanbul, portando con sé il sapore metallico dei container e la salsedine amara del porto. Ma Yusuf non sente il freddo della Turchia. Per lui, il mondo si è ristretto a un rettangolo luminoso e ossessivo: lo schermo del suo smartphone. Ogni vibrazione è una scossa elettrica che attraversa la sua colonna vertebrale, ogni notifica è un ordine imperativo che riprogramma i battiti del suo cuore. A migliaia di chilometri di distanza, nel cuore pulsante di Milano, Valentina sorseggia un calice di vino rosso in un locale di Brera, dove le luci soffuse accarezzano il marmo dei tavoli e il brusio della "Milano bene" fa da sfondo alla nostra serata. Accanto a lei, nel cono d’ombra del lusso e di un controllo assoluto, ci sono io.
Non sono un semplice spettatore di questa commedia umana. Sono l’architetto invisibile, la mente che traccia le linee di confine dietro ogni parola che Valentina digita. Ogni volta che Yusuf legge un messaggio, ogni volta che viene chiamato "worm", è la mia volontà che attraversa i confini dell'Europa, filtrata dalla bellezza distaccata e magnetica della mia donna. Il gioco è iniziato quasi per caso, ma sotto la mia guida si è trasformato in una precisa e spietata architettura di sottomissione. Yusuf, un uomo di quarantasei anni abituato a gestire la complessità dei carichi internazionali e la responsabilità di una vita adulta, si è arreso con una facilità quasi mistica, trovando nella nostra severità l'unico scopo reale delle sue giornate.
«Chiedigli delle sue erezioni notturne», le sussurro all'orecchio, sentendo il profumo della sua pelle che contrasta con la freddezza delle parole che sta per inviare. Valentina sorride, un movimento impercettibile delle labbra che solo io so come accendere, e le sue dita corrono veloci sulla tastiera. La sua eleganza milanese — i tacchi numero 38, l’abito che le fascia il corpo, la voce ferma — è l’esca perfetta. Yusuf risponde in pochi secondi, confessando con un misto di vergogna e bramosia la sua lotta contro la biologia, il tormento della castità che gli abbiamo imposto e il desiderio di essere "chiuso" e dimenticato. Non sospetta minimamente che dietro quel "Mmmm" di Valentina ci sia io, che valuto la sua resistenza psicologica come si valuta la tenuta di un carico sotto sforzo prima di una traversata oceanica.
Con il passare delle settimane, il controllo fisico è diventato solo il basamento di un edificio molto più alto e inquietante. Abbiamo introdotto il denaro come strumento di tortura e devozione suprema. Valentina non ha bisogno delle sue lire turche o dei suoi euro faticati; gestisce i negozi di famiglia e abita una realtà di privilegi che Yusuf può solo contemplare da lontano. Ma il tributo è l'unica preghiera che un uomo come lui può davvero sentire bruciare sulla propria pelle. «Per me il denaro è bdsm come lo sono corde, catene e fruste», gli scrive lei su mio suggerimento, definendo il perimetro della sua prigione finanziaria. Quando lui ha proposto di pagarci la cena mentre noi eravamo fuori a divertirci, il cerchio si è chiuso definitivamente. È l’estetica suprema del potere: un uomo che suda tra i moli di Istanbul per finanziare il piacere di una donna che lo considera un parassita e dell'uomo che, nel silenzio, tiene il guinzaglio di entrambi.
Il lunedì mattina è il momento del sacrificio rituale. Mentre il traffico di Milano scorre frenetico e indifferente sotto il suo appartamento, Valentina annuncia con una punta di noia, quasi fosse una pratica burocratica: «Il verme ha ricevuto lo stipendio». Decide allora di dare una struttura ferrea alla sua rovina. Non vuole regali casuali, vuole un sistema di spoliazione sistematica. Il "Tributo di Esistenza" deve essere la prima voce del suo bilancio: prima dell’affitto, prima della bolletta del riscaldamento, prima del cibo. Yusuf risponde in uno stato di estasi quasi religiosa; l’idea che ogni sua ora di straordinario, ogni turno pesante passato a contare colli di spedizione, serva a comprare lo champagne d’annata che io berrò con Valentina lo eccita più di qualsiasi contatto fisico mai provato. È la sindrome del prigioniero elevata a forma d'arte: lui non lavora più per costruirsi un futuro, ma per alimentare la nostra opulenza.
Il Capodanno è stato il nostro capolavoro narrativo, il vertice della nostra complicità. Mentre la musica martellava in una nota discoteca milanese e Valentina ballava sotto i miei occhi, splendida e intoccabile, abbiamo deciso di testare il fondo del suo abisso personale. Valentina ha inviato un unico, secco comando: "Vai in bagno e restaci fino al mattino. Senza toccarti. Nel buio. Pensando a noi". È stato inebriante sapere che, mentre noi brindavamo all’anno nuovo tra le luci, le risate e il calore della carne, Yusuf era raggomitolato sul pavimento freddo di un bagno a Istanbul, prigioniero della sua stessa devozione, solo perché la mia donna glielo aveva ordinato. La sua solitudine forzata era il piedistallo invisibile su cui poggiava il nostro divertimento privato. Lui si definisce un "cuckold", immagina me che possiedo Valentina mentre lui soffre nell'ombra, e in questo ha ragione; ma la verità è ancora più profonda: lui non è un partecipante al nostro amore, è un accessorio della nostra casa, un oggetto di arredamento psicologico.
Oggi, nei suoi messaggi, Yusuf parla ossessivamente di "atrofia", dell'ambizione di rimpicciolirsi, di sparire, di diventare un manufatto inanimato nelle mani di Valentina. C'è una bellezza cupa nel modo in cui desidera che il suo corpo si adatti alla gabbia che gli abbiamo costruito. Valentina mi legge i suoi deliri mentre si trucca allo specchio per la nostra uscita serale, con un tono di divertita noncuranza che farebbe tremare chiunque la ascoltasse.
«Dice che ora vuole essere promosso a cane», mi riferisce lei, posando il rossetto e controllando la perfezione del tratto. «Non ancora», rispondo io, avvicinandomi e cingendole la vita da dietro. Guardo il nostro riflesso nello specchio: la coppia perfetta, padrona di un destino lontano. «Un cane deve saper obbedire senza il bisogno di essere lodato. Un cane mangia quando gli viene concesso. Per ora, deve restare un verme. Deve scavare ancora più a fondo nel fango della sua sottomissione. Voglio che senta la morsa della fame, quella vera, quella che ti toglie il sonno, mentre noi decidiamo in quale ristorante stellato farci portare stasera. Voglio che guardi il suo saldo bancario scendere a zero e provi un brivido di piacere sapendo che quei soldi sono diventati la seta che ti sfiora la pelle».
Mentre a Istanbul l’alba illumina il volto di un uomo svuotato di ogni autonomia e di ogni orgoglio, a Milano noi chiudiamo le pesanti tende di seta per goderci il silenzio e la nostra reciproca appartenenza. Il verme è tornato al lavoro, umile e solerte, e la sua fatica è il tributo più dolce, un nettare invisibile che io e la mia complice consumiamo ogni giorno con rinnovata crudeltà. Il suo mondo è un lucchetto, e la chiave non è nemmeno nelle sue mani: è sul tavolo del nostro soggiorno, accanto al prossimo calice di vino che lui ci pagherà.
Il rito del lunedì mattina non ammette deroghe, e il tempo, nella nostra architettura di potere, è una variabile spietata quanto il denaro. Mentre Milano si risveglia sotto una pioggia sottile e grigia, io osservo l’orologio sulla parete del nostro attico. Sono le 09:01. Il termine ultimo per il versamento del "Tributo di Esistenza" è scaduto da sessanta secondi.
Valentina è seduta in poltrona, avvolta in una vestaglia di seta nera, il telefono appoggiato con noncuranza sulla coscia. Non ci sono notifiche. A Istanbul, Yusuf deve aver avuto un intoppo, un ritardo della banca o forse un momento di esitazione nel vedere il suo conto corrente prosciugarsi. Ma nel nostro mondo, il ritardo non è un errore tecnico: è un atto di insubordinazione.
«È in ritardo», dice Valentina, alzando lo sguardo su di me. I suoi occhi brillano di quella scintilla fredda che io stesso ho alimentato. «Puniscilo», rispondo io con voce piatta. «Fagli capire che il suo tempo non vale nulla, se non è sincronizzato con il nostro.»
Le dita di Valentina si muovono rapide, ma non per sollecitare il denaro. Il messaggio che invia è una lama: "Hai sprecato un minuto della mia pazienza, verme. Per ogni minuto di ritardo, aggiungerai dieci euro al tributo. E per ricordarti la tua posizione, oggi non avrai il permesso di sederti. Lavorerai in piedi, mangerai in piedi, e questa notte dormirai sul pavimento del bagno. Se il bonifico non arriva entro le 09:15, la multa raddoppierà e ti proibirò di parlarmi per tre giorni."
L’effetto è immediato. Alle 09:05 il telefono di Valentina vibra: il tributo è arrivato, maggiorato della penale per il ritardo. Yusuf è nel panico, lo sentiamo attraverso lo schermo. Invia messaggi disperati, suppliche, scuse incoerenti su un problema tecnico al terminale dell'azienda. Ma noi non rispondiamo. Il silenzio è la nostra arma più affilata.
«Guarda come striscia», mormora Valentina, leggendomi i messaggi in cui lui giura di aver già rimosso la sedia dalla sua scrivania e di essere pronto a passare la notte sulle piastrelle gelide per espiare la sua colpa. «Non basta», aggiungo io, versandole un po’ d’acqua. «Digli che per punizione stasera dovrà inviarti la foto del suo portafoglio vuoto accanto a un foglio con scritto: 'Sono un parassita che ruba il tempo alla mia Padrona'. Solo allora potrai concedergli di darti la buonanotte.»
Yusuf obbedisce. Sappiamo che ora, tra i rumori del porto di Istanbul, lui sta lavorando con le gambe che tremano per la stanchezza, mantenendo la posizione eretta solo per non tradire l'ordine ricevuto. Ogni suo muscolo dolente è un tributo alla mia volontà, eseguita attraverso la mano di Valentina.
Il denaro è arrivato, la punizione è in corso, e l'equilibrio è ripristinato. Mentre Valentina si prepara per andare in una delle sue profumerie a Milano, io sorrido pensando che quel piccolo ritardo ci ha fruttato una cena ancora più lussuosa e un uomo ancora più spezzato. Il verme ha imparato la lezione: il tempo di un padrone è sacro, e il costo per profanarlo è la sua totale umiliazione.
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