Orietta scopre il lato proibito del desiderio 1

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La luce fluorescente della mensa aziendale rifletteva sul pavimento di linoleum lucido come un lago artificiale. Orietta, 52 anni, cinque in più di quelli che dichiarava con un sorriso imbarazzato, infilava il grembiule grigio, allacciandolo con gesti automatici attorno alla vita ancora formosa, un'eredità di gioventù che il tempo non era riuscito a cancellare del tutto. Lo specchio nell'angolino dello spogliatoio, incorniciato da un bordo di plastica sbeccata, le rimandava l'immagine di una donna i cui capelli biondo-cenere cominciavano a sfumare verso l'argento. Gli angoli degli occhi color del mare in inverno erano segnati da rughe di sorrisi soffocati, di preoccupazioni divorate in silenzio.
Sua figlia Sara era all'università da tre anni, a duecento chilometri di distanza. Le loro telefonate settimanali erano piene di "stai bene, mamma?" a cui lei rispondeva sempre "perfettamente, tesoro". Suo marito, Marco, era un buon uomo, un geometra con le dita sempre macchiate di inchiostro blu. Dopo venticinque anni di matrimonio, la loro intimità si era ridotta a una routine silenziosa, come un libro già letto troppo volte. Orietta sentiva una fame che i pasti della mensa – minestrine insipide e arrosti di dubbia provenienza – non potevano saziare. Una fame di qualcosa di intenso, di reale, che potesse scalfire la patina di normalità che ricopriva le sue giornate.
Quel mercoledì di fine ottobre, mentre ripuliva con meticolosa attenzione il tavolo nell'area riservata alla direzione, il suo sguardo incontrò quello di Luca, il nuovo direttore operativo. Trentacinque anni, portamento sicuro, capelli scuri con le prime, audaci striature d'argento alle tempie. Gli occhi, di un verde-grigio intenso, sembravano vedere oltre le apparenze, attraverso il grembiule grigio e la fatica del giorno.
"Signora Orietta," disse, posando con delicatezza la tazza di porcellana fine, quella che riservava agli ospiti importanti. "Potrei chiederle un favore speciale?"
La voce era calma, professionale, ma c'era un'intonazione diversa, una vibrazione di basso che fece risuonare qualcosa di antico e dimenticato dentro il suo ventre. Orietta annuì, le mani leggermente tremanti nel reggere il vassoio di plastica con le tazze sporche di caffè.
"Dopo l'orario di chiusura, verso le sei, avrei bisogno di aiuto per... riordinare l'archivio nel mio ufficio. Alcuni documenti confidenziali. Mi fido del suo discreto silenzio. Potrebbe fermarsi?"
Orietta sentì un calore insolito salirle alle guance, un rossore da adolescente che la irritò e insieme la eccitò. "Certo, dottor Conti. Sono a sua disposizione."
Lui sorrise, un sorriso che non raggiunse completamente gli occhi. "Perfetto. Allora ci vediamo alle sei. La porta sarà aperta."
Il resto della giornata trascorse in un limbo sospeso. Orietta spazzò, lavò, asciugò con i movimenti automatici di chi ha svolto lo stesso lavoro per otto anni. Ma la sua mente era altrove, nella stanza al secondo piano con la vista sui tetti della città. Cosa c'era da riordinare? La segretaria di Luca, la precisa signora Fossati, si occupava di tutto con efficienza militare.

La mensa si svuotò alle 15:00. Alle 17:55, dopo essersi cambiata, aveva messo, senza sapere bene perché, la camicetta di seta color crema, quella che Marco le aveva regalato per Natale. Orietta si fermò davanti allo specchio del bagno del personale. Si sistemò una ciocca di capelli, si morse le labbra per dar loro colore. "Cosa stai facendo?" guardandosi allo specchio. Non ricevette risposta, se non dal suo cuore che batteva all’impazzata..
Bussò alla porta d dell'ufficio 205 alle 18:02. Luca aprì quasi immediatamente, senza giacca, le maniche della camicia bianca di lino finemente arrotolate fino agli avambracci robusti. Aveva in mano un bicchiere con un dito di liquore ambrato.
"Entri, Orietta." Il tono era cambiato: più diretto, più caldo, il "signora" era evaporato. La porta si chiuse con un click decisivo alle sue spalle.
L'ufficio era ordinatissimo. Una scrivania monumentale, librerie piene di volumi rilegati in pelle, un divano di pelle marrone in un angolo. Non c'era un foglio fuori posto, nessun archivio da riordinare. Orietta capì immediatamente, con un tuffo al cuore che era metà terrore e metà sollievo, che non si trattava di documenti.
"Si sieda, per favore." Luca indicò la poltrona di pelle di fronte alla scrivania. Lei obbedì, sentendo il materiale fresco sotto le cosce. Lui rimase in piedi, appoggiato allo spigolo della scrivania, bevendo un sorso dal bicchiere.
"Lo sappiamo entrambi perché è qui," iniziò, senza preamboli. La sua voce riempiva la stanza ovattata. "Da settimane. Io la osservo mentre serve ai tavoli. La sua precisione, la sua... grazia. E lei osserva me. Non è curiosità, è riconoscimento. Vedo una voglia repressa nei suoi occhi, Orietta. Una fame che cerca uno sfogo che la sua vita ordinata non le offre."
Lei abbassò lo sguardo, le dita che si torcevano sulla borsetta di pelle consunta. "Sono una donna sposata, dottor Conti. Ho una famiglia. E ho... beh, ho quasi vent'anni più di lei." La sua voce le sembrò stranamente piccola.
"Titoli ed età sono irrilevanti," mormorò lui, posando il bicchiere e avvicinandosi. Si chinò, sollevandole il mento con un dito. Il tocco era fermo, ma non brutale. "Qui si tratta solo di due adulti che riconoscono un desiderio reciproco. Di una fame che lei, oggi, ha deciso di cominciare a sfamare. Ho ragione?"
Un fremito la percorse dalla nuca alla base della schiena. Sentiva il corpo rispondere prima ancora che la mente potesse formulare un rifiuto. Un calore umido tra le cosce, un restringimento del respiro. Annuì lentamente, incapace di staccare gli occhi dai suoi.
"Bene," disse Luca, ritraendosi come un predatore soddisfatto. "Allora cominciamo con delle regole. Quando siamo qui, in questo spazio e in questo tempo, lei non è Orietta, l'inserviente sposata, la madre. È semplicemente la mia. Un corpo, un desiderio, un'obbedienza. Capisce?"

"Sì," sussurrò, sorpresa dalla prontezza della sua risposta, dalla mancanza di vergogna.
"Più forte. Voglio sentire che lo desidera."
"Sì!" La parola echeggiò nella stanza silenziosa.
Un sorriso genuino gli illuminò finalmente il volto. "Eccellente. Per oggi, le regole sono semplici. Mi serva da bere."
La prima sera fu un rituale lento, ipnotico. Orietta imparò a versare il whisky con mani ferme, a porgerglielo stando in piedi accanto a lui mentre lui esaminava documenti, a rimanere immobile finché non le permetteva di sedersi. Scoprì un piacere sconcertante, quasi mistico, nell'obbedire a comandi precisi, nel mettere da parte il suo ruolo di donna matura e responsabile per diventare qualcosa di più primitivo, di più vero. Era un gioco, ma un gioco mortale, che faceva vibrare corde che credeva ormai spente.
Nei giorni seguenti, il gioco si fece più audace, più intricato. Cominciò con ordini apparentemente innocui. Il martedì successivo, un biglietto sotto il suo grembiule nello spogliatoio: "Oggi, niente sotto l'uniforme." Orietta passò la giornata in uno stato di perpetua eccitazione, il tessuto ruvido del grembiule che sfregava contro la pelle nuda, il peso dei suoi seni liberi sotto la stoffa. Ogni volta che incrociava lo sguardo di Luca, lui alzava appena un sopracciglio, un complice segreto nel pieno della mensa affollata.
Il venerdì, un altro biglietto: "Lingerie nera. Il tipo che immagino. Alle sei." Orietta aveva speso mezz'ora nel negozio per adulti nel centro commerciale, il volto avvampato, sentendosi ridicola e viva come non era stata da anni. Quella sera, Luca le ordinò di alzarsi e aprire il grembiule davanti a lui, lentamente. La sua approvazione, un brusco annuire, fu più appagante di qualsiasi complimento.
Una sera di pioggia, Luca la fece inginocchiare sul tappeto persiano accanto alla sua sedia mentre finiva una telefonata con un cliente tedesco, la sua voce calma e professionale in netto contrasto con la mano che accarezzava distrattamente i capelli di Orietta. Lei, con le guance appoggiate sulla sua gamba, respirava il profumo della sua pelle, della lana bagnata. In quel momento di umiliazione scelta, sentiva un potere paradossale. Era lei, con la sua sottomissione, a detenere il controllo del piacere, della trasgressione. Era un atto di creazione, non di distruzione.
"Ottimo," disse Luca, terminando la chiamata e posando il telefono. Le sue dita si persero tra i suoi capelli, stringendo dolcemente. "Vedo che sta imparando ad apprezzare la sua posizione. Ad accettare quello che veramente vuole."
"Grazie," mormorò lei, la fronte appoggiata sulla sua coscia, le labbra così vicine al tessuto della sua gonna.
"Grazie, signore," corresse lui, la voce un brusio basso.

"Grazie, signore," ripeté lei, e le parole, invece di umiliarla, la liberarono.
Il culmine, o forse solo un nuovo inizio, arrivò due settimane dopo, un giovedì. La mensa era chiusa per una disinfestazione straordinaria. Luca la condusse non nel suo ufficio, ma nella vasta sala riunioni al piano amministrativo, la "Sala delle Mappe", chiamata così per l'enorme planisfero antico che ne occupava una parete. La luce del tramonto filtrava dalle finestre a tutta altezza, tingendo tutto di arancio e oro. Al centro della stanza, un unico, lungo tavolo di mogano lucido.
"Oggi," disse Luca, chiudendo a chiave la porta a doppia mandata, "lei non servirà il pranzo. Sarà servita."
Le spiegò, con voce calma e didattica, quello che sarebbe accaduto. Orietta ascoltava, il respiro corto. Poi, senza esitazione, si lasciò condurre al tavolo. Lui le legò i polsi dietro la schiena con una delle sue cravatte di seta, un motivo sobrio a righe. Il tessuto era freddo e liscio. La fece sdraiare sulla superficie liscia e fredda del mogano. Il legno odorava di cera e vecchio potere.
Poi, con una lentezza esasperante, cominciò il banchetto. Aprì una piccola borsa termica che aveva portato con sé. Ne estrasse frutta, cioccolato, una bottiglia di vino rosso rubino. Orietta, nuda e legata sotto la luce morente che la illuminava come un'opera d'arte, si sentì esposta, venerata, posseduta. Luca le posò chicchi d'uva nera sulla pancia piatta, seguendo il contorno dell'ombelico. Le versò un filo di vino rosso fresco nell'incavo delle clavicole, poi si chinò a bere da quel calice umano, la sua lingua calda che seguiva il rivolo scarlatto. Spezzò quadrati di cioccolato fondente e li fece sciogliere sulla punta dei suoi seni, leccandoli via con una pazienza infinita.
Ogni tocco, ogni sorso, era un atto di possesso che lei accettava con un sussulto di piacere, con un gemito soffocato. Era un'umiliazione sublime, una degradazione che la elevava a qualcosa di sacro. Il suo corpo, che aveva considerato per anni solo uno strumento di lavoro e di dovere, veniva celebrato, esplorato, adorato in tutti i suoi dettagli.
Quando finalmente la liberò dalle legature, i suoi polsi portavano il segno rosso della seta. Luca la guardò, i suoi occhi verdi oscuri nel crepuscolo. "Ora," sussurrò. E la possedette lì, sul tavolo delle decisioni aziendali, con una furia controllata che la fece urlare, le unghie che cercavano una presa sul legno liscio. Il suo orgasmo fu un terremoto silenzioso che sembrò scuotere le fondamenta del suo essere, un'esplosione di luce bianca che cancellò per un istante ogni pensiero, ogni ruolo, ogni anno trascorso.
Dopo, mentre giacevano insieme sul tavolo, il suo corpo sudato aderente al suo, Luca le accarezzò i fianchi con gesti ora teneri.

"Tutto questo," le sussurrò all'orecchio, la voce roca, "accade perché lei lo vuole. Perché ogni volta che viene qui, sceglie. Sceglie di esplorare questa parte di sé, di darmi il permesso di guidarla in territori che ha sempre sognato. Il potere, Orietta, è sempre stato suo. Lo è sempre."
Lei lo guardò, gli occhi lucidi non di lacrime di vergogna, ma di una strana, profonda gratitudine. Era vero. In quell'ufficio, in quella sala riunioni, aveva scoperto un lato di sé che ignorava di possedere. Non era una vittima, ma un'esploratrice. La sua sottomissione era un atto di sovranità suprema sul proprio desiderio.
Quella sera, tornando a casa sotto una pioggia leggera, si sentì stranamente pulita, riconciliata. Baciò Marco sulla bocca appena varcata la porta, con una passione che lui non le vedeva da anni, spingendolo contro il muro dell'ingresso con un'urgenza che li lasciò entrambi senza fiato.
Lui la guardò sorpreso, confuso e felice, le labbra ancora umide del suo bacio. "Caspita, Orietta... che cosa ti è successo oggi? Sei... radianti."
Orietta sorrise, un sorriso ampio e genuino che le illuminò il volto, sistemandogli il colletto della camicia con un gesto affettuoso, possessivo. "Nulla di speciale, amore. Ho solo ricordato di avere ancora tanta, tanta fame. E ho deciso," aggiunse, guidandolo verso la camera da letto con una mano sicura, "di non aver più paura di saziarla, in tutti i modi che desidero."
La fame, capiva ora, non era una debolezza. Era una bussola. E per la prima volta dopo molto, molto tempo, aveva smesso di ignorarne l'ago magnetico.


http://www.padronebastardo.org
scritto il
2026-01-30
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