Marco, il secondo money slave di Valentina la mia schiava e compagna

di
genere
dominazione

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La luce dell’alba filtrava dalle persiane, striando il corpo di Valentina di ombre lunghe. Era ancora sul tappeto di velluto, addormentata, un ghirigoro di membra abbandonate. Il velluto sotto di lei era ancora umido, macchiato del suo essudato e del mio seme. L’odore di gelsomino, sudore e sesso era ora stantio, denso, come l’aria dopo un temporale.

Io ero in piedi, una sagoma silenziosa che osservava. La gabbietta, pulita e luccicante, era posata sul comodino, accanto alla mia tazza di caffè nero. Un promemoria metallico del controllo. Un simbolo della sua resa.

Il mio telefono vibrò. Un bip sommesso, ma sufficiente.

Valentina si mosse, un brivido che le percorse la schiena. Aprì gli occhi, confusa per un attimo, poi la consapevolezza tornò come un pugno. Il ricordo della notte, della chat, della liberazione. Il suo sguardo cercò il mio, un misto di timore reverenziale e aspettativa.

“Buongiorno, schiava mia,” dissi, la voce ancora rauca dal sonno. Presi la gabbietta, facendola scorrere tra le dita. Il metallo era freddo. “Il tuo giocattolo ti aspetta.”

“Sì, Padrone,” sussurrò, la voce roca. Si mise a sedere, le ginocchia che si serravano per pudore istintivo, poi le aprì, offrendo la vista delle sue labbra ancora leggermente gonfie. Un’offerta. Un’invocazione.

Scossi la testa. “No. Non ancora.” Indicai il laptop, ancora sul tavolino. “Oggi è un altro giorno. Un altro schiavo. E tu sarai ancora più tagliente. Più crudele. Non voglio solo la sua sottomissione. Voglio la sua anima, strozzata dalle tue parole.”

Il mio sorriso fu una lama. “E voglio che tu sia ancora più inaccessibile. Un idolo di gelo e desiderio. E lui pagherà per ogni brivido che non potrà toccare.”

Le sue pupille si dilatarono. Capiva. Era più di un gioco. Era un rito di degradazione a distanza, e lei era il mio sacerdote sadico.

Le feci indossare la gabbietta senza preludio, senza lubrificante. Il metallo asciutto stridette sulle labbra sensibili. Il suo respiro si fece affannoso quando le sbarre interne si chiusero, schiacciando il clitoride ancora ipersensibile dalla notte precedente. Un piccolo gemito le sfuggì quando il lucchetto scattò.

“Dieci ore oggi,” annunciai, lasciando la chiave d’argento penzolare fuori dalla mia camicia. “E non un minuto di meno. Ogni suo pagamento ti avvicinerà all’orgasmo, ma non te lo concederà. Sarà il carburante della tua frustrazione. E della mia.”

Ore 14:30. Valentina apre la chat. Nuovo schiavo. Marco, 41 anni. Profilo anonimo, ma la sua storia di pagamenti parlava di una disperazione profonda.

Valentina “Sei connesso, scarafaggio? Gabbietta indossata? Se menti, ti blocco all’istante.”

Marco “Sì, Padrona Valentina. 5 giorni. Acciaio, lucchetto a combinazione. Sto male dal desiderio.”

Valentina “Il tuo desiderio mi fa vomitare. La mia gabbietta è chiusa da quattro ore. Asciutta. Le sbarre stanno lacerando le mie piccole labbra. Il clitoride è un nodo di dolore. Ogni volta che respiro, il metallo sfrega. È come una carta vetrata sulla carne viva. 75 euro. Ora. Per il privilegio di leggere del mio disagio, lurido.”

Ore 14:32

Marco “Fatto. 75€. Grazie, Padrona. Mi dispiace per il suo dolore.”

Valentina “Non ti dispiace un cazzo, ipocrita. Ti ecciti. Sei un malato. Il mio Padrone sta leggendo il giornale. Io sono qui, in ginocchio, con questo strumento di tortura tra le gambe. Lui mi ha detto che se mi muovo, aggiungerà un’ora. Tu, intanto, pagherai 150 euro per sentirti dire che il mio succo sta finalmente iniziando a scorrere. A scaldare il metallo. È una tortura bollente. Paga, o sparisci.”

Ore 14:35

Marco “Fatto. 150€. Il mio cazzo è durissimo nella gabbietta. È insopportabile.”

Valentina “Bene. Ora ascolta, pezzo di merda. Il succo sta lubrificando le sbarre. Il clitoride non è più schiacciato solo, è strofinato. Ogni minima contrazione è un’ondata di piacere acuto, tagliente. È un coltello che mi trafigge dall’interno. E tu, verme, non avrai mai quel piacere. 200 euro. E voglio che tu ti dia uno schiaffo in faccia. Forte. E mi scrivi com’è stato. O ti umilio in un gruppo che conosci.”

Ore 14:39

Marco “Fatto. 200€. Mi sono schiaffeggiato. Forte. L’orecchio mi rimbomba. Sono il suo schiavo stupido.”

Valentina “Lo sei. E ora il mio Padrone si è alzato. Sta camminando verso di me. So cosa vuole. Vuole la chiave. Vuole aprirmi. Ma non lo farà. Per colpa tua. Perché tu paghi per tenermela addosso. Paghi per la mia sofferenza. 300 euro. Per sentirti dire che la chiave ha sfiorato il lucchetto. E poi è andata via.”

Ore 14:44

Marco “Fatto! 300€! Padrona, vi prego…”

Valentina “Troppo tardi. La chiave è tornata al collo del mio Padrone. Il mio clitoride sta pulsando come un cuore impazzito. È un martello che batte sull’incudine di acciaio. Voglio venire. Ma non verrò. Perché tu mi paghi per non farlo. Sei il mio personale infermiere. 500 euro. Ultimo tributo. O questa sensazione di orgasmo che esplode e subito muore diventerà il tuo ricordo di me.”

Ore 14:50

Marco “Fatto… 500€… Sono a pezzi, Padrona.”

Valentina “Ora guarda la foto che ti mando, maiale. E poi sparisci. Non voglio più sentirti ”

Ore 14:52 Valentina chiude la chat.

Valentina si lasciò cadere all’indietro, un singhiozzo le sfuggì. Non di dolore, ma di tensione pura. Il suo corpo era un arco teso, le dita artigliavano il velluto.

“Padrone… è… è troppo. È come se… come se l’orgasmo della scorsa notte non fosse mai finito. È lì, bloccato, e quelle parole… quei soldi… lo pompano dentro di me. Non posso…”

Mi inginocchiai accanto a lei. La mia mano si posò sul pube, sopra la gabbietta. Premetti. Lei urlò, un suono acuto, strozzato.

“È esattamente dove deve essere,” sussurrai. “Sei la mia arma perfetta. La mia puttana sadica. E ora,” continuai, la voce un ronzio vicino al suo orecchio, “ora che abbiamo il suo denaro e la sua dignità, possiamo giocare un po’ per noi.”

Non la aprii. Non ancora.

La feci rotolare a pancia in giù. Con un dito lubrificato dal suo stesso succo, che colava copioso dalle fessure della gabbietta, iniziai a tracciare cerchi sul suo ano, stretto e nervoso. Lei gemeva, sepolta nel velluto, il suo corpo che spingeva all’indietro contro la mia mano, cercando una penetrazione, una release.

“No,” ordinai. “Questo no. Non ancora.”

La penetrai con un dito, lentamente, mentre l’altra mano continuava a premere sulla gabbietta, moltiplicando le sensazioni che le esplodevano dentro. Il suo terzo orgasmo arrivò così, senza che io toccassi il suo clitoride, violento e catartico, un fiume di liquido caldo che inzuppò ancora il velluto mentre lei gridava, soffocata dal tessuto.

Solo allora, quando il suo corpo non era più che un tremulo relitto, inserii la chiave.

Il clic del lucchetto fu il suono più dolce che avesse mai sentito.

Quando le sbarre si aprirono, non ci fu l’esplosione immediata della volta precedente. Ci fu solo un tremante, infinito sospiro di liberazione. Il clitoride, libero, pulsava dolente e glorioso. Le carezzai con un dito, morbidamente, e un ultimo, piccolo orgasmo la scosse, come l’eco lontano di un tuono.

La sollevai tra le mie braccia e la portai a letto. Era esausta, distrutta, eppure nei suoi occhi c’era una luce nuova. La luce feroce di chi ha inflitto dolore e ne è stato consumato, di chi è stato strumento di una volontà superiore e ne è stato forgiato.

“Domani,” le sussurrai, mentre si addormentava, “c’è un banchiere. Molto, molto ricco. E tu sarai ancora più spietata.”

Un sorriso appena accennato le sfiorò le labbra. Era pronta.

@mistressvalentina2024




http://www.padronebastardo.org
scritto il
2025-11-29
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