Orietta scopre il lato proibito del desiderio 2

di
genere
dominazione

Il biglietto era di carta pesante color avorio, con il bordo dorato. Non era stato infilato sotto il grembiule né lasciato nella sua borsa nello spogliatoio. Luca glielo aveva consegnato di persona, in mezzo alla mensa affollata dell’ora di pranzo, con la disinvoltura di chi passa un semplice promemoria.

«Per lei, Orietta» aveva detto con la sua solita voce calma, mentre lei riempiva il distributore di posate. Le loro dita si erano sfiorate. Un brivido elettrico.

«Lo legga quando è sola.»

Orietta si era chiusa nel bagno del personale, il cuore che le martellava nel petto. Il biglietto non era sigillato. All’interno, una calligrafia precisa e sicura:

Orietta,

sabato prossimo il mio yacht, L’Ondagrata, lascia il molo alle 21:00 per una breve crociera notturna. Si tratta di un raduno informale per alcuni colleghi selezionati. L’atmosfera sarà… liberatoria. Il dress code è eleganza informale, ma ricorderà certamente la nostra conversazione nella Sala delle Mappe. Porti ciò che ritiene appropriato sotto.

La attendo. Il capitano sa che fa parte degli ospiti.

L.P.S. La signora Fossati e altre dipendenti dell’amministrazione saranno presenti. Il loro ruolo nella serata sarà chiaro. Spero che il suo lo sarà altrettanto.

Orietta rimase a fissare quelle parole. Una festa. Altre persone. Altre donne. La signora Fossati, la severa capa dell’amministrazione, sui quarantacinque anni, sempre impeccabile nei suoi tailleur grigi. E altre ancora. La proposta era chiarissima e spaventosamente audace. Non sarebbe stata solo lei con Luca. Sarebbe stato un passo ulteriore. Un’esposizione, seppur velata, davanti ad altri.

La settimana trascorse in un turbine di ansia e desiderio contrastanti. Si osservava allo specchio con occhi nuovi. Cosa avrebbe messo «sopra»? Scelse un vestito semplice, nero, lungo fino al ginocchio, con le spalle scoperte: elegante, ma non provocante. Sotto… sotto indossò il corpetto in pizzo nero che Luca le aveva fatto comprare e un perizoma dello stesso tessuto, quasi invisibile. Si sentiva ridicola e, al tempo stesso, potentissima.

Sabato sera si presentò al molo privato con le mani leggermente sudate. L’Ondagrata era uno yacht di enormi dimensioni, bianco e azzurro, con linee sinuose che riflettevano le luci del porto. A bordo, musica jazz soft e risate soffuse.

Ad accoglierla c’era Luca, in pantaloni bianchi e maglietta blu scuro, l’aspetto rilassato ma con quello sguardo penetrante di sempre. Le baciò la mano in modo formale.

«Benvenuta a bordo, Orietta. La presento agli altri ospiti.»

La signora Fossati – Elisa – era irriconoscibile. Indossava un abito rosso scarlatto, aderente, con uno spacco vertiginoso. I capelli, sempre raccolti in uno chignon severo, le ricadevano sciolti sulle spalle. Sorrideva, ma il sorriso era teso, gli occhi brillavano di una luce febbrile. C’erano altre due donne: Marta, della contabilità, una ragazza sulla trentina timida e silenziosa, e Claudia, project manager sui quaranta, dall’aria sicura di sé che però vacillava appena.

C’erano anche tre dirigenti di medio livello che Orietta riconobbe di vista. L’atmosfera era cordiale, ma carica di una tensione sessuale appena celata sotto i convenevoli e i bicchieri di champagne.

La cena, servita da un equipaggio invisibile e discreto, fu sontuosa. Orietta sentiva gli sguardi degli uomini su di lei, su tutte loro. Luca presiedeva il tavolo con l’aria del padrone di casa perfetto, ma i suoi ordini – sempre sottili – erano inequivocabili.

«Elisa, sarebbe così gentile da passarmi il sale? Con quel vestito fa fatica ad allungarsi?»

La donna, arrossendo, si era alzata, chinandosi in modo da offrire una generosa scollatura.

«Marta, il suo bicchiere è vuoto. Vada in cucina a farselo riempire. E cammini lentamente, il mare è mosso.»

La ragazza obbedì, gli occhi bassi.

Orietta stava cominciando a capire in che guaio si fosse cacciata, ma ne ebbe la prova definitiva quando la signora Fossati le sibilò:

«Ma come ti sei vestita da suora? Non hai capito che dopo cena dovremmo dare spettacolo? Non hai capito che sei una delle cagne di Luca?»

Orietta si sentiva in trappola su uno yacht in mezzo al mare. Tirarsi indietro avrebbe significato quasi certamente il licenziamento. Restare avrebbe dato una scossa devastante alla sua vita aziendale… ma il rischio di ripercussioni sulla sua vita familiare poteva essere altrettanto distruttivo.

Cominciò la serata vera e propria nell’enorme salone dello yacht: gli uomini si sedettero su enormi divani, lasciando intendere chiaramente che lei e le colleghe sarebbero state lo spettacolo. A Orietta si accapponò la pelle. Non sapeva esattamente a cosa stesse andando incontro, ma gli oggetti appesi alle pareti del salone non lasciavano presagire nulla di buono: vibratori, fruste di legno, fruste di cuoio, dildo e ogni tipo di sex toy.

Inizialmente tutte le donne furono costrette a pulire le scarpe degli ospiti con la lingua. Mentre vedeva le colleghe cominciare, Orietta rimase impalata come un pesce lesso, ma capì subito che non aveva scelta. Iniziò anche lei, scioccata.

Lei, Orietta, donna dedita solo alla famiglia, che a letto con il marito era sempre stata pudica al punto da fare l’amore solo con le luci spente, ora stava leccando scarpe altrui con la lingua. L’abisso in cui era caduta la terrorizzava, eppure – cosa che la sconvolse ancora di più – si stava eccitando e lasciando andare.

La serata però non era finita. Venne ordinato alle donne di leccare anche sotto le suole, tutte impolverate. Qui si vide tutta l’inesperienza di Orietta: cominciò a tossire, scatenando le risate sguaiate degli uomini.

Luca commentò:

«Chi l’avrebbe mai detto che dietro la signora Orietta si nascondesse una cagna di questo livello!»

Mentre accadeva tutto questo, Luca e i suoi invitati bevevano fiumi di champagne, il che inevitabilmente stimolò la loro vescica. Poco dopo Luca ordinò:

«Ingoiate la pipì degli ospiti.»

Orietta cercò di ribellarsi, ma Luca la fulminò:

«Siamo in mezzo al mare su uno yacht. Dove pensi di andare?»

Capì allora di essere definitivamente in trappola. Aveva passato il punto di non ritorno. Avrebbe dovuto obbedire a qualsiasi perversione fosse passata per la testa a Luca e ai suoi ospiti.

Arrivò un inserviente che la prese, le legò mani e piedi e annunciò:

«Mio padrone, è pronta per la punizione che merita.»

Luca prese una frusta di legno molto rigida e cominciò a colpirla sul sedere, facendola piangere dal dolore.

Quando finì, Orietta, senza fiatare, aprì la bocca davanti a uno degli uomini, che le urinò dentro costringendola a ingoiare tutto. Stava per vomitare dallo schifo e dai conati, ma si trattenne per paura di conseguenze peggiori.

Le donne che non riuscirono a trattenere i conati furono sottoposte a una pratica chiamata breath control (controllo del respiro): vennero messi dei fili al collo e stretti fino a far mancare loro il fiato. Paradossalmente, limitando l’afflusso di ossigeno al cervello si accumulava anidride carbonica, inducendo euforia, confusione e vertigini che intensificavano l’orgasmo. Ma la paura era enorme e le donne erano terrorizzate.

Seguì la tortura dei seni. La vera star della serata fu proprio Orietta, non abituata a quelle pratiche e quindi più sensibile al dolore. Luca iniziò applicandole mollette sui capezzoli: lei fece smorfie di dolore ma cercò di resistere in silenzio per evitare punizioni peggiori. Poi passò ad attaccapanni da gonne, veri e propri morsetti: fu durissimo, tanto da strapparle una supplica di pietà, ignorata.

Non era finita. Luca applicò morsetti con pesi sempre più pesanti, facendola urlare come una pazza. Il peggio arrivò quando prese gli anelli per tende e li usò come morsetti estremi sui capezzoli. Orietta pensò di morire dal dolore, finché Luca non li tolse dicendo:

«Guardate la brava madre di famiglia: capezzoli dritti e visibilmente eccitata. È proprio una cagna, nessuno l’avrebbe mai detto.»

Poi annunciò:

«Cari amici, vi farò vedere quanto sono cagne queste colleghe. Godetevi lo spettacolo.»

Prese un dildo mostruoso (lunghezza stimata 40 cm) e, senza lubrificare, lo usò analmente sulle donne, che ormai erano abituate al dolore ma lo subivano comunque. Quando arrivò a Orietta, lei lo implorò piangendo:

«Sono vergine dietro, non l’ho mai fatto… abbi pietà!»

Luca non ne ebbe. La penetrò con violenza; il sangue comparve quasi subito, ma lui continuò finché non fu soddisfatto.

Disse poi:

«Adesso, per mostrare la mia bontà d’animo, offriremo loro un aperitivo… dopo di che ci sarà il gran finale.»

Quella frase terrorizzò Orietta: non sapeva cosa l’aspettasse, ma sarebbe stato sicuramente tremendo.

Le donne vennero messe in fila indiana per far scegliere al grosso alano di Luca chi scopare. Il cane era eccitatissimo e iniziò ad annusarle tutte tra le gambe. Si fermò proprio davanti a Orietta che, contro ogni sua volontà, si bagnò copiosamente.

«No, no, no… a me no! Perché proprio a me?» pianse disperata.

Le sue lacrime non suscitarono alcuna compassione, anche perché la sua eccitazione era evidente. Il cane tentò di montarla vaginalmente ma non ci riuscì; Luca interpretò il fallimento come insoddisfazione per il suo tentativo di resistenza.

Poi le fu lanciato contro un pitbull che le leccò la vagina freneticamente prima di montarla. Dopo l’atto, il cane prese ad abbaiare furioso. Luca intervenne:

«Fagli un pompino, non lo stai facendo contento.»

Terrorizzata all’idea di farlo arrabbiare ulteriormente, Orietta iniziò a stimolarlo oralmente finché il membro dell’animale non divenne duro. Le fu ordinato di mettersi a novanta gradi e di farsi inculare dal cane.

Lo spettacolo terminò. Luca concluse:

«Un applauso a tutte le cagne… soprattutto alla nuova, Orietta!»

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Il biglietto era di carta pesante color avorio, con il bordo dorato. Non era stato infilato sotto il grembiule né lasciato nella sua borsa nello spogliatoio. Luca glielo aveva consegnato di persona, in mezzo alla mensa affollata dell’ora di pranzo, con la disinvoltura di chi passa un semplice promemoria.

«Per lei, Orietta» aveva detto con la sua solita voce calma, mentre lei riempiva il distributore di posate. Le loro dita si erano sfiorate. Un brivido elettrico.

«Lo legga quando è sola.»

Orietta si era chiusa nel bagno del personale, il cuore che le martellava nel petto. Il biglietto non era sigillato. All’interno, una calligrafia precisa e sicura:

Orietta,

sabato prossimo il mio yacht, L’Ondagrata, lascia il molo alle 21:00 per una breve crociera notturna. Si tratta di un raduno informale per alcuni colleghi selezionati. L’atmosfera sarà… liberatoria. Il dress code è eleganza informale, ma ricorderà certamente la nostra conversazione nella Sala delle Mappe. Porti ciò che ritiene appropriato sotto.

La attendo. Il capitano sa che fa parte degli ospiti.

L.P.S. La signora Fossati e altre dipendenti dell’amministrazione saranno presenti. Il loro ruolo nella serata sarà chiaro. Spero che il suo lo sarà altrettanto.

Orietta rimase a fissare quelle parole. Una festa. Altre persone. Altre donne. La signora Fossati, la severa capa dell’amministrazione, sui quarantacinque anni, sempre impeccabile nei suoi tailleur grigi. E altre ancora. La proposta era chiarissima e spaventosamente audace. Non sarebbe stata solo lei con Luca. Sarebbe stato un passo ulteriore. Un’esposizione, seppur velata, davanti ad altri.

La settimana trascorse in un turbine di ansia e desiderio contrastanti. Si osservava allo specchio con occhi nuovi. Cosa avrebbe messo «sopra»? Scelse un vestito semplice, nero, lungo fino al ginocchio, con le spalle scoperte: elegante, ma non provocante. Sotto… sotto indossò il corpetto in pizzo nero che Luca le aveva fatto comprare e un perizoma dello stesso tessuto, quasi invisibile. Si sentiva ridicola e, al tempo stesso, potentissima.

Sabato sera si presentò al molo privato con le mani leggermente sudate. L’Ondagrata era uno yacht di enormi dimensioni, bianco e azzurro, con linee sinuose che riflettevano le luci del porto. A bordo, musica jazz soft e risate soffuse.

Ad accoglierla c’era Luca, in pantaloni bianchi e maglietta blu scuro, l’aspetto rilassato ma con quello sguardo penetrante di sempre. Le baciò la mano in modo formale.

«Benvenuta a bordo, Orietta. La presento agli altri ospiti.»

La signora Fossati – Elisa – era irriconoscibile. Indossava un abito rosso scarlatto, aderente, con uno spacco vertiginoso. I capelli, sempre raccolti in uno chignon severo, le ricadevano sciolti sulle spalle. Sorrideva, ma il sorriso era teso, gli occhi brillavano di una luce febbrile. C’erano altre due donne: Marta, della contabilità, una ragazza sulla trentina timida e silenziosa, e Claudia, project manager sui quaranta, dall’aria sicura di sé che però vacillava appena.

C’erano anche tre dirigenti di medio livello che Orietta riconobbe di vista. L’atmosfera era cordiale, ma carica di una tensione sessuale appena celata sotto i convenevoli e i bicchieri di champagne.

La cena, servita da un equipaggio invisibile e discreto, fu sontuosa. Orietta sentiva gli sguardi degli uomini su di lei, su tutte loro. Luca presiedeva il tavolo con l’aria del padrone di casa perfetto, ma i suoi ordini – sempre sottili – erano inequivocabili.

«Elisa, sarebbe così gentile da passarmi il sale? Con quel vestito fa fatica ad allungarsi?»

La donna, arrossendo, si era alzata, chinandosi in modo da offrire una generosa scollatura.

«Marta, il suo bicchiere è vuoto. Vada in cucina a farselo riempire. E cammini lentamente, il mare è mosso.»

La ragazza obbedì, gli occhi bassi.

Orietta stava cominciando a capire in che guaio si fosse cacciata, ma ne ebbe la prova definitiva quando la signora Fossati le sibilò:

«Ma come ti sei vestita da suora? Non hai capito che dopo cena dovremmo dare spettacolo? Non hai capito che sei una delle cagne di Luca?»

Orietta si sentiva in trappola su uno yacht in mezzo al mare. Tirarsi indietro avrebbe significato quasi certamente il licenziamento. Restare avrebbe dato una scossa devastante alla sua vita aziendale… ma il rischio di ripercussioni sulla sua vita familiare poteva essere altrettanto distruttivo.

Cominciò la serata vera e propria nell’enorme salone dello yacht: gli uomini si sedettero su enormi divani, lasciando intendere chiaramente che lei e le colleghe sarebbero state lo spettacolo. A Orietta si accapponò la pelle. Non sapeva esattamente a cosa stesse andando incontro, ma gli oggetti appesi alle pareti del salone non lasciavano presagire nulla di buono: vibratori, fruste di legno, fruste di cuoio, dildo e ogni tipo di sex toy.

Inizialmente tutte le donne furono costrette a pulire le scarpe degli ospiti con la lingua. Mentre vedeva le colleghe cominciare, Orietta rimase impalata come un pesce lesso, ma capì subito che non aveva scelta. Iniziò anche lei, scioccata.

Lei, Orietta, donna dedita solo alla famiglia, che a letto con il marito era sempre stata pudica al punto da fare l’amore solo con le luci spente, ora stava leccando scarpe altrui con la lingua. L’abisso in cui era caduta la terrorizzava, eppure – cosa che la sconvolse ancora di più – si stava eccitando e lasciando andare.

La serata però non era finita. Venne ordinato alle donne di leccare anche sotto le suole, tutte impolverate. Qui si vide tutta l’inesperienza di Orietta: cominciò a tossire, scatenando le risate sguaiate degli uomini.

Luca commentò:

«Chi l’avrebbe mai detto che dietro la signora Orietta si nascondesse una cagna di questo livello!»

Mentre accadeva tutto questo, Luca e i suoi invitati bevevano fiumi di champagne, il che inevitabilmente stimolò la loro vescica. Poco dopo Luca ordinò:

«Ingoiate la pipì degli ospiti.»

Orietta cercò di ribellarsi, ma Luca la fulminò:

«Siamo in mezzo al mare su uno yacht. Dove pensi di andare?»

Capì allora di essere definitivamente in trappola. Aveva passato il punto di non ritorno. Avrebbe dovuto obbedire a qualsiasi perversione fosse passata per la testa a Luca e ai suoi ospiti.

Arrivò un inserviente che la prese, le legò mani e piedi e annunciò:

«Mio padrone, è pronta per la punizione che merita.»

Luca prese una frusta di legno molto rigida e cominciò a colpirla sul sedere, facendola piangere dal dolore.

Quando finì, Orietta, senza fiatare, aprì la bocca davanti a uno degli uomini, che le urinò dentro costringendola a ingoiare tutto. Stava per vomitare dallo schifo e dai conati, ma si trattenne per paura di conseguenze peggiori.

Le donne che non riuscirono a trattenere i conati furono sottoposte a una pratica chiamata breath control (controllo del respiro): vennero messi dei fili al collo e stretti fino a far mancare loro il fiato. Paradossalmente, limitando l’afflusso di ossigeno al cervello si accumulava anidride carbonica, inducendo euforia, confusione e vertigini che intensificavano l’orgasmo. Ma la paura era enorme e le donne erano terrorizzate.

Seguì la tortura dei seni. La vera star della serata fu proprio Orietta, non abituata a quelle pratiche e quindi più sensibile al dolore. Luca iniziò applicandole mollette sui capezzoli: lei fece smorfie di dolore ma cercò di resistere in silenzio per evitare punizioni peggiori. Poi passò ad attaccapanni da gonne, veri e propri morsetti: fu durissimo, tanto da strapparle una supplica di pietà, ignorata.

Non era finita. Luca applicò morsetti con pesi sempre più pesanti, facendola urlare come una pazza. Il peggio arrivò quando prese gli anelli per tende e li usò come morsetti estremi sui capezzoli. Orietta pensò di morire dal dolore, finché Luca non li tolse dicendo:

«Guardate la brava madre di famiglia: capezzoli dritti e visibilmente eccitata. È proprio una cagna, nessuno l’avrebbe mai detto.»

Poi annunciò:

«Cari amici, vi farò vedere quanto sono cagne queste colleghe. Godetevi lo spettacolo.»

Prese un dildo mostruoso (lunghezza stimata 40 cm) e, senza lubrificare, lo usò analmente sulle donne, che ormai erano abituate al dolore ma lo subivano comunque. Quando arrivò a Orietta, lei lo implorò piangendo:

«Sono vergine dietro, non l’ho mai fatto… abbi pietà!»

Luca non ne ebbe. La penetrò con violenza; il sangue comparve quasi subito, ma lui continuò finché non fu soddisfatto.

Disse poi:

«Adesso, per mostrare la mia bontà d’animo, offriremo loro un aperitivo… dopo di che ci sarà il gran finale.»

Quella frase terrorizzò Orietta: non sapeva cosa l’aspettasse, ma sarebbe stato sicuramente tremendo.

Le donne vennero messe in fila indiana per far scegliere al grosso alano di Luca chi scopare. Il cane era eccitatissimo e iniziò ad annusarle tutte tra le gambe. Si fermò proprio davanti a Orietta che, contro ogni sua volontà, si bagnò copiosamente.

«No, no, no… a me no! Perché proprio a me?» pianse disperata.

Le sue lacrime non suscitarono alcuna compassione, anche perché la sua eccitazione era evidente. Il cane tentò di montarla vaginalmente ma non ci riuscì; Luca interpretò il fallimento come insoddisfazione per il suo tentativo di resistenza.

Poi le fu lanciato contro un pitbull che le leccò la vagina freneticamente prima di montarla. Dopo l’atto, il cane prese ad abbaiare furioso. Luca intervenne:

«Fagli un pompino, non lo stai facendo contento.»

Terrorizzata all’idea di farlo arrabbiare ulteriormente, Orietta iniziò a stimolarlo oralmente finché il membro dell’animale non divenne duro. Le fu ordinato di mettersi a novanta gradi e di farsi inculare dal cane.

Lo spettacolo terminò. Luca concluse:

«Un applauso a tutte le cagne… soprattutto alla nuova, Orietta!»













scritto il
2026-02-01
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