Casa, chiesa e cazzo
di
George Sex
genere
incesti
“Ancora…. Si ancora…. Ancora” urlava Lilliana venendo come una cascata.
Alla matura cinquantenne non bastava mai, eravamo già alla terza trombata quella mattina e cominciavo ad avere le gambe stanche. Del resto lei trombava una volta a settimana io tutti i giorni, fra l’altro giusto il giorno prima mi ero ripassato il culo di suo figlio Riccardo a cui sarei sempre stato grato per avermi fatto conoscere così intimamente la sua bella mamma.
Bella donna la Lilliana, donna friulana, alta segaligna, cosce ben tornite di chi cammina tanto e tettone oltremodo gonfie (una quinta) che su un corpo esile parevano ancor più due palloncini di carne da strizzare, ciucciare, leccare e sborrare a più non posso.
Povera donna, un così bel corpo, una così alta carica sessuale e si ritrovava un marito con otto centimetri di uccello che non lo usava nemmeno tanto bene e che veniva più in fretta di quanto si potesse volere, senza bis.
Tra una trombata e l’altra mi racconto che prima di Giovanni si era divertita parecchio. Fin da ragazzina tirava pompe agli amici che era un piacere. Molto richiesta diceva e guadagnava anche qualche soldino solo per bersi un po’ di sperma.
Poi aveva iniziato a darla. Le piacevano grossi, li cercava enormi. Cazzoni di contadini maturi delle sue parti che ti portavano nella stalla e te lo mettevano dentro senza tante smancerie.
In effetti questi spiegava perché pur avendo un marito micro dotato aveva una patata così larga che le infilavo tre dita senza problemi.
Aveva sposato Giovanni perché era un maschio ricco, con un negozio di proprietà, belloccio ma non troppo e che tutto sommato era un gran bel partito per una che faceva la fame in Friuli.
Uomo all’antica non le aveva chiesto rapporti prematrimoniali anche se lei glieli avrebbe acconsentiti volentieri. Solo la prima sera, tolto l’abito da sposa lei e i pantaloni lui la deludente sorpresa. Un cazzetto da bambola e tre minuti scarsi per svuotarlo. Nessuna fantasia il Giovanni era quei tipi da uomo sopra e donna sotto e diamoci dentro.
Se almeno avesse usato le dita o la lingua, magari…
Ma lui era di quelli che scopano perché bisogna farlo non per dare o darsi vero piacere.
Col tempo era comunque rimasta incinta, aveva fatto Riccardo e si era subito accorta che anche il ragazzo aveva ereditato il pisello misero del padre. Poverino, mi spiace, aveva pensato mentre ripensava ai cazzoni da paura che aveva preso da ragazza o a quella volta in cui due contadini l’avevano presa insieme davanti e dietro sturandole i buchi come mai prima d’ora.
La sua famiglia era molto timorata di Dio, non mancava una messa. La benedizione di Dio era importante. A 16 anni aveva chiesto alla mamma se dovesse dire al prete cosa faceva nei fienili. La madre le aveva dato due schiaffi. Da allora, e per sempre, aveva deciso di non dare particolari agli uomini di Dio. Si limiti a a dire che aveva fatto atti impuri, prendeva la sua assoluzione e tornava a farsi i cazzi suoi per una settimana.
In verità dopo Giovanni non aveva più avuto altri maschi. Tradire il sacro vincolo del matrimonio le sembrava troppo e poi da quando aveva lasciato il Friuli le occasioni non parevano molte, tanto più che in città tutti sono conoscevano è mai avrebbe fatto girare la voce che era una che la dava in giro.
Così aveva iniziato coi cazzi finti.
I primi erano artigianali (zucchine, carote, un pezzo del manico della scopa) poi aveva trovato il coraggio di ordinarne uno dai cataloghi con spedizione anonima. Un bel cazzo di 20 cm.
Poi ne aveva presi uno di 30 e infine uno di 50.
Quando me lo mostrò ci rimasi un attimo perché pareva un serpente. “O questo lo dobbiamo provare” le dissi e, anche se era un po’ in imbarazzo, la convinsi a mettersi nuda sul letto, a gambe larghe e farmi un bello spettacolino ficcandosi dentro quel salame di lattice come la vacca che era.
Nonostante avessimo già chiavato abbondantemente mi venne duro. Mi misi sul letto al suo fianco con lei poggiata su di me e la mano che infilava e sfilava quel coso.
Ci misi una mano sopra, non era male la sensazione. Presi a muoverlo su e giù, si e giù sempre più forte e veloce. “Ooooo godo”,
“O si Lilliana dai che ti entra tutto” dicevo mentre glielo muovevo masturbandola a tutta forza.
Lei continuava a venire, le lenzuola erano luride e fu lì che mi venne l’idea.
Visto che lo avevo di marmo non ci misi molto, spinsi quel tanto che bastava per allargarli le chiappe a forza. Era già così bagnata e lubrificata che non c’era tempo da perdere.
Bastò spingere un altro po e il cazzo le entrò nel culo sfondato.
Per mia fortuna ho il diametro di un cavallo perché un cazzo normale poteva anche restare inghiottito in quel buco nero bagnato che aveva dietro e che faceva pari con la fessura a galleria che chiamava fica.
Andammo avanti così, con foga, con ritmo, con liquami che le uscivano schizzando dalla vulva fin che non le sborrai potentemente nel culo.
Ancora un po’ indolenzita ma sazia di cazzo si alzò dal letto colando contemporaneamente da entrambi i buchi. Si poteva davvero dire che l’avevo imburrata a dovere.
“Ti faccio un caffè amore mio?”.
“Si grazie” dissi non perché lo volessi davvero ma perché vederla agitarsi nuda in cucina mi piaceva da impazzire. Infatti quando mi porse la tazzina quasi poggiando le poppe sul tavolo sotto mi riprese un certo formicolio. “Amore lo sai che è finita la stagione di pesca?”.
“Ma dai? Non so, non vado a pesca”.
“Dice Giovanni che questa domenica è l’ultima, che ormai non gli abbocca più nulla”.
“A quindi dalla prossima settimana lo avremo in mezzo al cazzo?”.
“Ho sempre le ore libere della messa. Sai, pensavo che potrei uscire un po’ prima, andare alla messa delle sette invece che a quella delle otto e poi dire a lui che sono stata anche a quella delle nove. Avremmo dalle otto alle dieci per….le nostre cose”.
“A quindi alla messa delle sette ci vai davvero?”.
“Ma certo che si. Devo fare la confessione” mi disse come se fosse una cosa assai scontata.
“Glielo dici al parroco delle nostre porcate?”.
“Gli dico quel che basta. Senza dettagli”.
Che ipocrita pensai grattandomi le palle. “Se ti va bene potremmo vederci dietro al cimitero. C’è un bel boschetto tranquillo ed è a due passi dalla chiesa”.
“Mi sembra un ottima idea amore mio” disse la tardona e visto che ero seduto davanti a lei in semi erezione si chinò in avanti e mi baciò la cappella.
Tutta casa, chiesa e ovviamente cazzo la signora Lilliana che si faceva sborarre in bocca, venire in culo e se la sturava con i dildi di lattice come una scrofa.
Così la domenica la aspettai in auto aspettando che le campane suonassero la fine della messa delle otto pronto a far andare su e giù il mio cazzo gonfio. Quando la vidi arrivare coi soliti tacchi, le calze nere e la gonna al ginocchio già fantasticavo di trombarla con le calze addosso, una mia piccola perversione da amante del nylon che con lei non avevo ancora provato visto che quando andavo a casa sua mi aspettava già tutta nuda e pronta.
Poi però vidi anche lui. Riccardo, il mio amico, suo figlio. Anche lui era una anima pia e non si perdeva una messa.
“Oi ciao” dissi.
“Ciao” sorrise lui un po’ imbarazzato.
“Non si osa chiederlo ma vorrebbe restare con noi anche lui” disse spiccia Lilliana che comunque sapeva di avere il tempo contato.
Io mi passai palesemente la mano sull’inguine per mostrare che ero già duro “più siamo meglio è” sorrisi.
E così ci mettemmo comodi comodi nel boschetto, riparati dai pini da una parte e dal muro del cimitero dall’altra e mi diedi da fare. Riccardo frocio come non mai me lo lustrò di saliva sucvhiando come un pazzo mentre io leccavo la bernarda cicciotta di sua madre facendola colare.
Il fatto che avesse tolto le mutande ma tenuto le calze di nylon su cui strusciavo la testa mentre le lavoravo ben bene la patata mi eccitava ancora di più.
Quando passammo ai fatti il mio cazzone era più duro che mai.
Mi feci sedere Lilliana in braccio per poterle accarezzare ben bene le gambe inguantate nel nylon e lasciai che mi cavalcasse come una pazza ciondolando le tettone sul mio viso in modo da poterle leccare e mordicchiare come più mi andava.
Riccardo che di farsi sua madre propio non ne voleva sapere si limiti a a fare il guardone e segarsi come un pazzo incintandomi a fottere “la troia” come le piaceva chiamarla in intimità.
Alla fine sentendo che stava venendo si avvicinò e sparò tutto il seme inondandole faccia e seni…e anche un po’ il mio petto.
“Scusa” mi disse mentre la madre gli passava la lingua sul pene e glielo lustrava a dovere.
“È solo sborra” dissi e continuai a fare su e giù con Lilliana fin che anche io non mi svuotai a dovere i coglioni.
Riempita la donna mi dedicai al mio amico che da brava troietta si era già messo in posizione chinandosi in avanti col culo dritto e le mani poggiate a palmo su un pino.
Lo presi da dietro già ben lubrificato dalla fica di sua madre e me lo inchiappettai in un colpo solo facendolo gemere di piacere.
Lilliana intanto si dava il suo da fare. Si chinò vicino a noi, prese in mano il cazzetto del figlio e prese a segarlo raddoppiando il suo piacere. Poi, per far felice anche me, mi allungò la mano libera sulla gamba, salì facendomi il solletico fino al culo e mi mise un dito dentro.
Col dito di Lilliana nel culo fu una vera goduria. Sborrai dentro a Riccardo e lui a sua volta sborrò di nuovo sparando sull’erba un altro bel fiotto di roba.
Poteva anche bastare per quella mattina ma siccome Lilliana mezza nuda si accucciò a pisciare a me quella scena lo fece tornare duro. Una bagascia matura che orina come una vacca nel prato è uno spettacolo impagabile. Anche Riccardo di nuovo in erezione pareva condividere la mia opinione.
Quando Lilliana mi vide avvicinarmi duro e bellicoso disse solo “si ma fate veloce che sono già le dieci meno venti”.
Feci solo di si con la testa. Poi la aiutai ad alzarsi a mettersi contro il pino come aveva fatto il figlio e la presi da dietro entrandole nella ficona ancora bella lercia di piscio…
La montai a forza perché avevamo il tempo contato e venni facendole di nuovo il pieno. Meno male che non era più fertile perché continuavo a riempirla come una zampogna da più di un mese.
Riccardo riuscì a farsi una altra seghetta che per lui era quasi un record.
Mentre il campanile suonava le dieci ci rimettemmo i vestiti. Io andai per la mia strada mentre la mamma casa e chiesa e cazzo e il figlio frocio tornarono soddisfatti dal padre cornuto.
Johngalloclub@gmail.com
Alla matura cinquantenne non bastava mai, eravamo già alla terza trombata quella mattina e cominciavo ad avere le gambe stanche. Del resto lei trombava una volta a settimana io tutti i giorni, fra l’altro giusto il giorno prima mi ero ripassato il culo di suo figlio Riccardo a cui sarei sempre stato grato per avermi fatto conoscere così intimamente la sua bella mamma.
Bella donna la Lilliana, donna friulana, alta segaligna, cosce ben tornite di chi cammina tanto e tettone oltremodo gonfie (una quinta) che su un corpo esile parevano ancor più due palloncini di carne da strizzare, ciucciare, leccare e sborrare a più non posso.
Povera donna, un così bel corpo, una così alta carica sessuale e si ritrovava un marito con otto centimetri di uccello che non lo usava nemmeno tanto bene e che veniva più in fretta di quanto si potesse volere, senza bis.
Tra una trombata e l’altra mi racconto che prima di Giovanni si era divertita parecchio. Fin da ragazzina tirava pompe agli amici che era un piacere. Molto richiesta diceva e guadagnava anche qualche soldino solo per bersi un po’ di sperma.
Poi aveva iniziato a darla. Le piacevano grossi, li cercava enormi. Cazzoni di contadini maturi delle sue parti che ti portavano nella stalla e te lo mettevano dentro senza tante smancerie.
In effetti questi spiegava perché pur avendo un marito micro dotato aveva una patata così larga che le infilavo tre dita senza problemi.
Aveva sposato Giovanni perché era un maschio ricco, con un negozio di proprietà, belloccio ma non troppo e che tutto sommato era un gran bel partito per una che faceva la fame in Friuli.
Uomo all’antica non le aveva chiesto rapporti prematrimoniali anche se lei glieli avrebbe acconsentiti volentieri. Solo la prima sera, tolto l’abito da sposa lei e i pantaloni lui la deludente sorpresa. Un cazzetto da bambola e tre minuti scarsi per svuotarlo. Nessuna fantasia il Giovanni era quei tipi da uomo sopra e donna sotto e diamoci dentro.
Se almeno avesse usato le dita o la lingua, magari…
Ma lui era di quelli che scopano perché bisogna farlo non per dare o darsi vero piacere.
Col tempo era comunque rimasta incinta, aveva fatto Riccardo e si era subito accorta che anche il ragazzo aveva ereditato il pisello misero del padre. Poverino, mi spiace, aveva pensato mentre ripensava ai cazzoni da paura che aveva preso da ragazza o a quella volta in cui due contadini l’avevano presa insieme davanti e dietro sturandole i buchi come mai prima d’ora.
La sua famiglia era molto timorata di Dio, non mancava una messa. La benedizione di Dio era importante. A 16 anni aveva chiesto alla mamma se dovesse dire al prete cosa faceva nei fienili. La madre le aveva dato due schiaffi. Da allora, e per sempre, aveva deciso di non dare particolari agli uomini di Dio. Si limiti a a dire che aveva fatto atti impuri, prendeva la sua assoluzione e tornava a farsi i cazzi suoi per una settimana.
In verità dopo Giovanni non aveva più avuto altri maschi. Tradire il sacro vincolo del matrimonio le sembrava troppo e poi da quando aveva lasciato il Friuli le occasioni non parevano molte, tanto più che in città tutti sono conoscevano è mai avrebbe fatto girare la voce che era una che la dava in giro.
Così aveva iniziato coi cazzi finti.
I primi erano artigianali (zucchine, carote, un pezzo del manico della scopa) poi aveva trovato il coraggio di ordinarne uno dai cataloghi con spedizione anonima. Un bel cazzo di 20 cm.
Poi ne aveva presi uno di 30 e infine uno di 50.
Quando me lo mostrò ci rimasi un attimo perché pareva un serpente. “O questo lo dobbiamo provare” le dissi e, anche se era un po’ in imbarazzo, la convinsi a mettersi nuda sul letto, a gambe larghe e farmi un bello spettacolino ficcandosi dentro quel salame di lattice come la vacca che era.
Nonostante avessimo già chiavato abbondantemente mi venne duro. Mi misi sul letto al suo fianco con lei poggiata su di me e la mano che infilava e sfilava quel coso.
Ci misi una mano sopra, non era male la sensazione. Presi a muoverlo su e giù, si e giù sempre più forte e veloce. “Ooooo godo”,
“O si Lilliana dai che ti entra tutto” dicevo mentre glielo muovevo masturbandola a tutta forza.
Lei continuava a venire, le lenzuola erano luride e fu lì che mi venne l’idea.
Visto che lo avevo di marmo non ci misi molto, spinsi quel tanto che bastava per allargarli le chiappe a forza. Era già così bagnata e lubrificata che non c’era tempo da perdere.
Bastò spingere un altro po e il cazzo le entrò nel culo sfondato.
Per mia fortuna ho il diametro di un cavallo perché un cazzo normale poteva anche restare inghiottito in quel buco nero bagnato che aveva dietro e che faceva pari con la fessura a galleria che chiamava fica.
Andammo avanti così, con foga, con ritmo, con liquami che le uscivano schizzando dalla vulva fin che non le sborrai potentemente nel culo.
Ancora un po’ indolenzita ma sazia di cazzo si alzò dal letto colando contemporaneamente da entrambi i buchi. Si poteva davvero dire che l’avevo imburrata a dovere.
“Ti faccio un caffè amore mio?”.
“Si grazie” dissi non perché lo volessi davvero ma perché vederla agitarsi nuda in cucina mi piaceva da impazzire. Infatti quando mi porse la tazzina quasi poggiando le poppe sul tavolo sotto mi riprese un certo formicolio. “Amore lo sai che è finita la stagione di pesca?”.
“Ma dai? Non so, non vado a pesca”.
“Dice Giovanni che questa domenica è l’ultima, che ormai non gli abbocca più nulla”.
“A quindi dalla prossima settimana lo avremo in mezzo al cazzo?”.
“Ho sempre le ore libere della messa. Sai, pensavo che potrei uscire un po’ prima, andare alla messa delle sette invece che a quella delle otto e poi dire a lui che sono stata anche a quella delle nove. Avremmo dalle otto alle dieci per….le nostre cose”.
“A quindi alla messa delle sette ci vai davvero?”.
“Ma certo che si. Devo fare la confessione” mi disse come se fosse una cosa assai scontata.
“Glielo dici al parroco delle nostre porcate?”.
“Gli dico quel che basta. Senza dettagli”.
Che ipocrita pensai grattandomi le palle. “Se ti va bene potremmo vederci dietro al cimitero. C’è un bel boschetto tranquillo ed è a due passi dalla chiesa”.
“Mi sembra un ottima idea amore mio” disse la tardona e visto che ero seduto davanti a lei in semi erezione si chinò in avanti e mi baciò la cappella.
Tutta casa, chiesa e ovviamente cazzo la signora Lilliana che si faceva sborarre in bocca, venire in culo e se la sturava con i dildi di lattice come una scrofa.
Così la domenica la aspettai in auto aspettando che le campane suonassero la fine della messa delle otto pronto a far andare su e giù il mio cazzo gonfio. Quando la vidi arrivare coi soliti tacchi, le calze nere e la gonna al ginocchio già fantasticavo di trombarla con le calze addosso, una mia piccola perversione da amante del nylon che con lei non avevo ancora provato visto che quando andavo a casa sua mi aspettava già tutta nuda e pronta.
Poi però vidi anche lui. Riccardo, il mio amico, suo figlio. Anche lui era una anima pia e non si perdeva una messa.
“Oi ciao” dissi.
“Ciao” sorrise lui un po’ imbarazzato.
“Non si osa chiederlo ma vorrebbe restare con noi anche lui” disse spiccia Lilliana che comunque sapeva di avere il tempo contato.
Io mi passai palesemente la mano sull’inguine per mostrare che ero già duro “più siamo meglio è” sorrisi.
E così ci mettemmo comodi comodi nel boschetto, riparati dai pini da una parte e dal muro del cimitero dall’altra e mi diedi da fare. Riccardo frocio come non mai me lo lustrò di saliva sucvhiando come un pazzo mentre io leccavo la bernarda cicciotta di sua madre facendola colare.
Il fatto che avesse tolto le mutande ma tenuto le calze di nylon su cui strusciavo la testa mentre le lavoravo ben bene la patata mi eccitava ancora di più.
Quando passammo ai fatti il mio cazzone era più duro che mai.
Mi feci sedere Lilliana in braccio per poterle accarezzare ben bene le gambe inguantate nel nylon e lasciai che mi cavalcasse come una pazza ciondolando le tettone sul mio viso in modo da poterle leccare e mordicchiare come più mi andava.
Riccardo che di farsi sua madre propio non ne voleva sapere si limiti a a fare il guardone e segarsi come un pazzo incintandomi a fottere “la troia” come le piaceva chiamarla in intimità.
Alla fine sentendo che stava venendo si avvicinò e sparò tutto il seme inondandole faccia e seni…e anche un po’ il mio petto.
“Scusa” mi disse mentre la madre gli passava la lingua sul pene e glielo lustrava a dovere.
“È solo sborra” dissi e continuai a fare su e giù con Lilliana fin che anche io non mi svuotai a dovere i coglioni.
Riempita la donna mi dedicai al mio amico che da brava troietta si era già messo in posizione chinandosi in avanti col culo dritto e le mani poggiate a palmo su un pino.
Lo presi da dietro già ben lubrificato dalla fica di sua madre e me lo inchiappettai in un colpo solo facendolo gemere di piacere.
Lilliana intanto si dava il suo da fare. Si chinò vicino a noi, prese in mano il cazzetto del figlio e prese a segarlo raddoppiando il suo piacere. Poi, per far felice anche me, mi allungò la mano libera sulla gamba, salì facendomi il solletico fino al culo e mi mise un dito dentro.
Col dito di Lilliana nel culo fu una vera goduria. Sborrai dentro a Riccardo e lui a sua volta sborrò di nuovo sparando sull’erba un altro bel fiotto di roba.
Poteva anche bastare per quella mattina ma siccome Lilliana mezza nuda si accucciò a pisciare a me quella scena lo fece tornare duro. Una bagascia matura che orina come una vacca nel prato è uno spettacolo impagabile. Anche Riccardo di nuovo in erezione pareva condividere la mia opinione.
Quando Lilliana mi vide avvicinarmi duro e bellicoso disse solo “si ma fate veloce che sono già le dieci meno venti”.
Feci solo di si con la testa. Poi la aiutai ad alzarsi a mettersi contro il pino come aveva fatto il figlio e la presi da dietro entrandole nella ficona ancora bella lercia di piscio…
La montai a forza perché avevamo il tempo contato e venni facendole di nuovo il pieno. Meno male che non era più fertile perché continuavo a riempirla come una zampogna da più di un mese.
Riccardo riuscì a farsi una altra seghetta che per lui era quasi un record.
Mentre il campanile suonava le dieci ci rimettemmo i vestiti. Io andai per la mia strada mentre la mamma casa e chiesa e cazzo e il figlio frocio tornarono soddisfatti dal padre cornuto.
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