L'universitaria lo confessa. 7
di
Sophos
genere
prime esperienze
Venerdì sera.
Alessia suonò al citofono alle 19:00 in punto, uscita dall'ascensore si fece ammirare con in dosso uno dei suoi vestiti nuovi; un abitino viola con gonna plissettata alle ginocchia, molto scollato e con bretelle sottili, décolleté nere con tacco pronunciato, il mio collare bene in vista ed in mano una borsa capiente. Giusto un filo di trucco a colorare il suo viso.
“Che te ne pare?”, alzando entrambe le braccia e facendo una giravolta sul pianerottolo.
“Buonasera a te, meravigliosa creatura emersa dalle acque per il mio diletto!”.
Varcò la soglia col sorriso ben marcato sulle labbra, gettò la borsa per terra, si avvolse stretta al mio collo e mi baciò con passione ed eccitazione.
“Accomodati Alessia, ben arrivata, sentiti pure a casa tua”, mentre raccoglievo la borsa da terra e chiudevo la porta d'ingresso.
I suoi tacchi suonarono sul pavimento mentre si dirigeva al divano, vi si sedette con calcolata eleganza, accavallando le gambe e sistemando con quasi una punta d’imbarazzo la gonna sollevatasi a mezza coscia.
“Sono contenta di essere qui, Davide. Non so cosa mi aspetti in questi giorni, ma ti assicuro che vorrò provare, con grande curiosità ed eccitazione, ogni emozione che mi regalerai; mi sento pienamente Tua!”.
“Intanto seguimi in cucina, aiutami ad ultimare la cena mentre beviamo un calice di vino”.
“Mmm, che gentleman, stai cucinando per me?”.
“Anche per me in realtà, ah ah ah”.
Giunti in cucina versai un ottimo Grillo freddo in due calici e ne diedi uno in mano ad Alessia:”Cin, al tuo fascino ed alla tua curiosità”.
“A te mio intrigante e stimolante Signore”.
Ella si sedette sullo sgabello alto davanti al bancone, vi si appoggiò sopra con un gomito e mi scrutò dalla testa ai piedi nel momento in cui mi girai, dandole le spalle, perché intento a giocare con le mie pentole; avevo indossato un paio di pantaloni blue scuro, una camicia bianca lasciata fuori penzolante ed arrotolata nelle maniche.
“C'è un profumino fantastico in questa cucina, cosa stai preparando?”.
“Sperando sia tutto di tuo gusto, ti servirò busiate coi ricci di mare e calamari ripieni con contorno di verdure grigliate; ma prima, giusto per cominciare bene il nostro weekend, un piccolo antipasto che son sicuro gradirai molto”.
Abbandonai la mia postazione, le andai dietro - lei mi stava seguendo con gli occhi - e cominciai ad accarezzarla, baciarle il collo, sfiorarle le spalle col dorso della mano; la sua pelle liscia diventò calda, i fremiti del suo corpo divennero sempre più accentuati.
Lentamente e delicatamente le feci scivolare le spalline scoprendo piano piano il suo petto e denudando completamente la sua schiena; aveva indossato un reggiseno a fascia di pizzo di un colore similare al vestito, sicuramente uno degli intimi acquistati o regalati da Greta. Le mie mani la percorsero dappertutto, avvolsero i suoi seni ancora costretti nel tessuto; le mie labbra saggiarono ed assaggiarono il calore intenso della sua pelle vellutata.
Le sollevai la gonna da dietro scoprendo uno striminzito perizoma, in tinta col reggiseno, che poco lasciava all'immaginazione. La mano sfiorò il suo culo, si insinuò tra le sue natiche fino ad arrivare tra le cosce. Lei si spinse più indietro sullo sgabello; voleva agevolare i miei movimenti, piacendo parecchio alla troietta ciò che stavo facendo.
La mutandina era già zuppa dei suoi umori, gli odori della cucina vennero resi più intensi dal profumo emanato dalla femmina in calore davanti a me.
Spostai il perizoma con indice e medio, infilandoli entrambi direttamente nella fica. Grandi labbra ardenti e piccole labbra dilatate mi accolsero frementi, la vagina grondante.
“Oh sì, sensazione fantastica questa. Adoro le tue lunghe dita affusolate dentro di me che masturbano, che prendono, che aprono. Sì, ti prego fammi godere, voglio venire adesso. Sì , sì, sì, così. Forte, veloce, profondo; sì, scopami la fica!”.
Con l'altra mano tirai giù la cerniera dei pantaloni e liberai il cazzo; sfilai le dita dalla fica e le infilai nella sua bocca. Si gustò l'aperitivo con lingua sinuosa e grondante di saliva, la bocca spalancata e forzata dal movimento sussultorio ondulatorio dell'indice e del medio.
Dalla tasca prelevai un preservativo e, dopo averlo indossato, le feci scivolare il cazzo tra le chiappe, lento e deciso, per poi piantarlo seccamente nella fica.
“Oh sì, cazzo! Lo sento tutto”, piegandosi in avanti e appoggiando il petto sul bancone; le sue mani iniziarono a stringerne con forza il bordo, mentre si gustava l'antipasto. “Sì, sì, scopami mio Padrone. Fotti la tua cagna in calore! Sono la tua schiava, fai di me ciò che vuoi per il tuo più perverso piacere!”, mentre il suo viso si appiattiva sempre di più sul bancone.
Affondi decisi con mani a stringere i suoi fianchi, un dentro e fuori ritmato che generava rumori di bagnato intenso, suoni gutturali ed urla che si rubavano il tempo l'uno con l'altro, alternandosi altresì a parole eroticamente incisive da parte di entrambi.
Avvenne all'unisono; lei grugnì il suo intenso orgasmo a squarciagola, come fosse una scrofa in calore, ed io le feci eco col mio ruglio da orso infoiato.
Mi accasciai su di lei - ancora con le dita delle mani ben strette al bordo del bancone - e respirammo insieme le nostre dispnee più profonde.
Dopo esserci acquietati (e confesso che ci vollero un bel po' più di pochi minuti), mi sollevai e l'aiutai ad alzarsi; le sue gambe erano prive di forza quando tentò di scendere dallo sgabello - sicuramente il tacco alto non aiutava affatto - e dovetti reggerla per non farla stramazzare a terra.
“Cazzo! Mi hai distrutta, mi sento tutta molliccia”.
“Tranquilla Alessia, siediti sulla poltrona e riprenditi; ecco, brava. Bevi un sorso di vino e rilassati”, porgendole il bicchiere, “io, intanto, cerco di portare a termine la nostra cena, se ci riesco, ahahah”.
Andai in bagno ed al mio ritorno la trovai tutta allungata sulla poltrona, a gambe spalancate, al fine di poter meglio appoggiare la testa sulla poltrona:”Ho bisogno di spogliarmi e farmi una veloce doccia adesso”.
“In bagno trovi tutto il necessario, fai con tranquillità. Hai bisogno d'aiuto?”.
“Non credo, ma se senti un tonfo sono io che sono cascata a terra perché senza più forze, ahahah”.
“Vai, ti aspetto. Andrà tutto bene“.
Quando rientrò in cucina aveva i capelli lunghi un po' arruffati e leggermente bagnati, viso rilassato e senza alcuna traccia di trucco; indossava un accappatoio di lino bianco che lasciava ben trasparire le sue forme ed ai piedi delle ciabattine da hotel.
“Hai pensato a tutto pur di mettermi a disagio, eh?” - mostrando le parti del suo corpo ben evidenziate grazie all’umidità - “pure le ciabatte, sei un adorabile porco, lo confesso, ahahah”.
“Sono souvenir degli hotel in cui sono stato, da solo o in compagnia, e dato che non ho mai potuto utilizzarli - accappatoi spesso di taglia troppo piccola per me e ciabatte di misure inconcepibili per uno che calza il 46 - li tengo di scorta per ogni evenienza; a te stanno divinamente invece, lo confesso anch'io, ahahah”.
“Sai che m'è venuta fame? Ma il tavolo in sala non è ancora apparecchiato, faccio io?”.
“No, no. Ceniamo in veranda, c'è una serata meravigliosa con la luna quasi piena”.
Mentre ero intento ad aprire il pacchetto di busiate trapanesi fatte a mano, il suo telefono cominciò a squillare; l'aveva lasciato nella borsa e ci mise qualche secondo a trovarlo e tirarlo fuori.
“Cazzo, è mia madre. Ho dimenticato di chiamarla. Scusami, ma devo proprio rispondere”.
“Fai pure, tranquilla. Aspetto che tu finisca la chiamata per calare la pasta”.
“Pronto? Ciao mamma, sì tutto bene. Sì, lo so, ma ti avevo detto che sarei andata a studiare dai colleghi oggi e, tra una cosa e l'altra, s’è fatto tardi. Stavo giusto per chiamarti”, sorridente e sorniona, “sì, adesso stiamo preparando la cena, mi fermo qui ancora un po'...”, allontanandosi e andando fuori in veranda.
La sua voce lontana ed ovattata fece compagnia al ribollío dell'acqua in pentola.
“Davide, ti prego di ricordami, tra un paio di ore, di mandarle un messaggio, altrimenti chiamerà di nuovo se non si assicura che io sia arrivata sana e salva allo studentato. Ma da questo momento in poi sono tutta tua, fai di me la tua cavia culinaria, ahahah”, quando rientrò e mi raggiunse in cucina.
“È forse una battuta a doppio senso la tua?. Guarda che potrebbe accadere quando meno te lo aspetti”.
Cercò di far finta di nulla, abbassando lo sguardo ed arrossendo in viso.
“Se vuoi togliere l'accappatoio bagnato c'è il kimono pronto per te, sai già dove trovarlo”, dissi per smorzare un attimo il suo imbarazzo.
“Si, lo so”, sorridente, “mi dovresti però spiegare perché finisco sempre a sedermi a tavola nuda, coperta soltanto da un tessuto leggero, ahahah”.
“Non chiedere mai spiegazioni ad uno stratega, ahahah”.
“Stronzo!”.
Il tavolo apparecchiato fuori in veranda, candele scintillanti a fare da giusta atmosfera, un cielo terso nel quale la luna irradiava la sua bellezza, delle ottime busiate - senza falsa modestia - e la sua espressione di leggiadría e piacevolezza furono l'incipit ideale per il nostro dialogo che spaziò in ogni direzione possibile.
Mi raccontò della sua infanzia, dei primi amori veri dell'adolescenza, delle sue passioni, dei suoi interessi; seppi quale fosse il suo colore preferito, il tipo di fiori che più gradiva ricevere. Mi disse anche che aveva cannato il primo esame pratico di scuola guida, di non non essere riuscita altresì a superare il primo esame all'università. Si aprì completamente, volle raccontarsi senza alcun filtro e questo mi piacque molto.
“Buonissima questa pasta, sai che forse non avevo mai assaggiato i ricci prima di adesso? Sono molto gustosi e profumati, sembra di cenare sulla battigia”.
“Ciò che mi stai dicendo è una eresia per una siciliana, vergognati!”
“Eh sì, lo confesso, sono una siciliana spuria, ho anche DNA piemontese nel mio corpo, ahahah”.
Continuammo la cena in piena armonia, i calici del vino non rimasero mai vuoti.
Le raccontai di me, dei miei trascorsi sentimentali veri e di quelli in cui a prevalere era stato soltanto l'aspetto erotico-sessuale; il mio grande amore per la lettura e la scrittura, la parola che diventa l'espressione più intima del proprio essere soltanto se utilizzata con assoluta verità.
Interruppi la magia creatasi tra di noi solo per ricordarle di mandare un messaggio a casa e lei lo fece, cercando di essere il più celere possibile nello scrivere.
Dopo continuammo a parlare, a confessarci l'uno con l'altra con assoluta verità.
Era attenta, quasi ipnotizzata dai discorsi; interveniva spesso mettendo sul piatto le sue pur esigue esperienze e, cercando di comprenderne il modo giusto, mi chiedeva come fare per aprirsi agli altri senza rimanere fregati.
“Impossibile, Alessia. Dovrai sempre tenere presente le velleità predatorie dell'altro; è un rischio che devi purtroppo affrontare ogni volta, con la piena consapevolezza che, se dovesse accadere, in ogni caso non potrà essere mai colpa tua perché tu, al contrario, sei genuina, aperta al prossimo, gioviale e spensierata; rimani sempre così, almeno fino a quando l'avanzare dell'età non ti toglierà queste virtù”, accarezzandole il viso e asciugandole una lacrima sfuggita al suo controllo.
“Pochi sono stati gli amici veri che, con sincerità, mi hanno accompagnata nella mia crescita, almeno fino ad oggi. Amo tantissimo i miei genitori che hanno fatto di tutto pur di rendermi la vita meno complicata; ma forse questo mi ha bloccata nel momento in cui ho cominciato ad essere e voler essere più indipendente. Spesso mi sono trovata spaesata e ad ogni bivio ho inforcato la strada sbagliata”, con i lacrimoni che le solcavano il viso, “e sono anche stanca di dover indossare una maschera diversa ogni volta, lo confesso”.
“Vuoi essere Alessia e la vuoi essere sempre? Allora manda a fare in culo ogni possibile ipocrisia e sii come ti senti di essere, a dispetto di tutti e di tutto. Alessia deve diventare la persona più importante per Alessia, non c'è altra via; soltanto dopo potrai elargire energie positive anche agli altri”.
Si alzò dalla sedia e mi venne a baciare. Un bacio profondo e passionale, intenso e lungo, lingue che si assaggiarono con ardore e labbra già calde che, sfregandosi, divamparono.
La sollevai di peso tra le mie braccia, come a voler varcare la soglia di una nuova vita, e insieme a lei mi diressi nella mia camera; la adagiai sul letto e, aprendo completamente il kimono che la vestiva, iniziai ad accarezzarla, baciarla e leccarla in ogni dove sul suo corpo nudo e profumato.
Mi spogliai della camicia e mi distesi su di lei:”Prendimi, Davide. Fammelo sentire tutto il tuo desiderio di possedermi, ne ho bisogno. Fammi godere senza alcuna protezione, voglio il tuo piacere dentro di me e non preoccuparti di nulla, prendo la pillola già da qualche mese; sono già tua, ma voglio sigillare ancora di più la mia appartenenza a te, mio Signore”, con parole sussurrate nelle mie orecchie mentre le sue braccia stringevano forte il mio collo.
Alessia suonò al citofono alle 19:00 in punto, uscita dall'ascensore si fece ammirare con in dosso uno dei suoi vestiti nuovi; un abitino viola con gonna plissettata alle ginocchia, molto scollato e con bretelle sottili, décolleté nere con tacco pronunciato, il mio collare bene in vista ed in mano una borsa capiente. Giusto un filo di trucco a colorare il suo viso.
“Che te ne pare?”, alzando entrambe le braccia e facendo una giravolta sul pianerottolo.
“Buonasera a te, meravigliosa creatura emersa dalle acque per il mio diletto!”.
Varcò la soglia col sorriso ben marcato sulle labbra, gettò la borsa per terra, si avvolse stretta al mio collo e mi baciò con passione ed eccitazione.
“Accomodati Alessia, ben arrivata, sentiti pure a casa tua”, mentre raccoglievo la borsa da terra e chiudevo la porta d'ingresso.
I suoi tacchi suonarono sul pavimento mentre si dirigeva al divano, vi si sedette con calcolata eleganza, accavallando le gambe e sistemando con quasi una punta d’imbarazzo la gonna sollevatasi a mezza coscia.
“Sono contenta di essere qui, Davide. Non so cosa mi aspetti in questi giorni, ma ti assicuro che vorrò provare, con grande curiosità ed eccitazione, ogni emozione che mi regalerai; mi sento pienamente Tua!”.
“Intanto seguimi in cucina, aiutami ad ultimare la cena mentre beviamo un calice di vino”.
“Mmm, che gentleman, stai cucinando per me?”.
“Anche per me in realtà, ah ah ah”.
Giunti in cucina versai un ottimo Grillo freddo in due calici e ne diedi uno in mano ad Alessia:”Cin, al tuo fascino ed alla tua curiosità”.
“A te mio intrigante e stimolante Signore”.
Ella si sedette sullo sgabello alto davanti al bancone, vi si appoggiò sopra con un gomito e mi scrutò dalla testa ai piedi nel momento in cui mi girai, dandole le spalle, perché intento a giocare con le mie pentole; avevo indossato un paio di pantaloni blue scuro, una camicia bianca lasciata fuori penzolante ed arrotolata nelle maniche.
“C'è un profumino fantastico in questa cucina, cosa stai preparando?”.
“Sperando sia tutto di tuo gusto, ti servirò busiate coi ricci di mare e calamari ripieni con contorno di verdure grigliate; ma prima, giusto per cominciare bene il nostro weekend, un piccolo antipasto che son sicuro gradirai molto”.
Abbandonai la mia postazione, le andai dietro - lei mi stava seguendo con gli occhi - e cominciai ad accarezzarla, baciarle il collo, sfiorarle le spalle col dorso della mano; la sua pelle liscia diventò calda, i fremiti del suo corpo divennero sempre più accentuati.
Lentamente e delicatamente le feci scivolare le spalline scoprendo piano piano il suo petto e denudando completamente la sua schiena; aveva indossato un reggiseno a fascia di pizzo di un colore similare al vestito, sicuramente uno degli intimi acquistati o regalati da Greta. Le mie mani la percorsero dappertutto, avvolsero i suoi seni ancora costretti nel tessuto; le mie labbra saggiarono ed assaggiarono il calore intenso della sua pelle vellutata.
Le sollevai la gonna da dietro scoprendo uno striminzito perizoma, in tinta col reggiseno, che poco lasciava all'immaginazione. La mano sfiorò il suo culo, si insinuò tra le sue natiche fino ad arrivare tra le cosce. Lei si spinse più indietro sullo sgabello; voleva agevolare i miei movimenti, piacendo parecchio alla troietta ciò che stavo facendo.
La mutandina era già zuppa dei suoi umori, gli odori della cucina vennero resi più intensi dal profumo emanato dalla femmina in calore davanti a me.
Spostai il perizoma con indice e medio, infilandoli entrambi direttamente nella fica. Grandi labbra ardenti e piccole labbra dilatate mi accolsero frementi, la vagina grondante.
“Oh sì, sensazione fantastica questa. Adoro le tue lunghe dita affusolate dentro di me che masturbano, che prendono, che aprono. Sì, ti prego fammi godere, voglio venire adesso. Sì , sì, sì, così. Forte, veloce, profondo; sì, scopami la fica!”.
Con l'altra mano tirai giù la cerniera dei pantaloni e liberai il cazzo; sfilai le dita dalla fica e le infilai nella sua bocca. Si gustò l'aperitivo con lingua sinuosa e grondante di saliva, la bocca spalancata e forzata dal movimento sussultorio ondulatorio dell'indice e del medio.
Dalla tasca prelevai un preservativo e, dopo averlo indossato, le feci scivolare il cazzo tra le chiappe, lento e deciso, per poi piantarlo seccamente nella fica.
“Oh sì, cazzo! Lo sento tutto”, piegandosi in avanti e appoggiando il petto sul bancone; le sue mani iniziarono a stringerne con forza il bordo, mentre si gustava l'antipasto. “Sì, sì, scopami mio Padrone. Fotti la tua cagna in calore! Sono la tua schiava, fai di me ciò che vuoi per il tuo più perverso piacere!”, mentre il suo viso si appiattiva sempre di più sul bancone.
Affondi decisi con mani a stringere i suoi fianchi, un dentro e fuori ritmato che generava rumori di bagnato intenso, suoni gutturali ed urla che si rubavano il tempo l'uno con l'altro, alternandosi altresì a parole eroticamente incisive da parte di entrambi.
Avvenne all'unisono; lei grugnì il suo intenso orgasmo a squarciagola, come fosse una scrofa in calore, ed io le feci eco col mio ruglio da orso infoiato.
Mi accasciai su di lei - ancora con le dita delle mani ben strette al bordo del bancone - e respirammo insieme le nostre dispnee più profonde.
Dopo esserci acquietati (e confesso che ci vollero un bel po' più di pochi minuti), mi sollevai e l'aiutai ad alzarsi; le sue gambe erano prive di forza quando tentò di scendere dallo sgabello - sicuramente il tacco alto non aiutava affatto - e dovetti reggerla per non farla stramazzare a terra.
“Cazzo! Mi hai distrutta, mi sento tutta molliccia”.
“Tranquilla Alessia, siediti sulla poltrona e riprenditi; ecco, brava. Bevi un sorso di vino e rilassati”, porgendole il bicchiere, “io, intanto, cerco di portare a termine la nostra cena, se ci riesco, ahahah”.
Andai in bagno ed al mio ritorno la trovai tutta allungata sulla poltrona, a gambe spalancate, al fine di poter meglio appoggiare la testa sulla poltrona:”Ho bisogno di spogliarmi e farmi una veloce doccia adesso”.
“In bagno trovi tutto il necessario, fai con tranquillità. Hai bisogno d'aiuto?”.
“Non credo, ma se senti un tonfo sono io che sono cascata a terra perché senza più forze, ahahah”.
“Vai, ti aspetto. Andrà tutto bene“.
Quando rientrò in cucina aveva i capelli lunghi un po' arruffati e leggermente bagnati, viso rilassato e senza alcuna traccia di trucco; indossava un accappatoio di lino bianco che lasciava ben trasparire le sue forme ed ai piedi delle ciabattine da hotel.
“Hai pensato a tutto pur di mettermi a disagio, eh?” - mostrando le parti del suo corpo ben evidenziate grazie all’umidità - “pure le ciabatte, sei un adorabile porco, lo confesso, ahahah”.
“Sono souvenir degli hotel in cui sono stato, da solo o in compagnia, e dato che non ho mai potuto utilizzarli - accappatoi spesso di taglia troppo piccola per me e ciabatte di misure inconcepibili per uno che calza il 46 - li tengo di scorta per ogni evenienza; a te stanno divinamente invece, lo confesso anch'io, ahahah”.
“Sai che m'è venuta fame? Ma il tavolo in sala non è ancora apparecchiato, faccio io?”.
“No, no. Ceniamo in veranda, c'è una serata meravigliosa con la luna quasi piena”.
Mentre ero intento ad aprire il pacchetto di busiate trapanesi fatte a mano, il suo telefono cominciò a squillare; l'aveva lasciato nella borsa e ci mise qualche secondo a trovarlo e tirarlo fuori.
“Cazzo, è mia madre. Ho dimenticato di chiamarla. Scusami, ma devo proprio rispondere”.
“Fai pure, tranquilla. Aspetto che tu finisca la chiamata per calare la pasta”.
“Pronto? Ciao mamma, sì tutto bene. Sì, lo so, ma ti avevo detto che sarei andata a studiare dai colleghi oggi e, tra una cosa e l'altra, s’è fatto tardi. Stavo giusto per chiamarti”, sorridente e sorniona, “sì, adesso stiamo preparando la cena, mi fermo qui ancora un po'...”, allontanandosi e andando fuori in veranda.
La sua voce lontana ed ovattata fece compagnia al ribollío dell'acqua in pentola.
“Davide, ti prego di ricordami, tra un paio di ore, di mandarle un messaggio, altrimenti chiamerà di nuovo se non si assicura che io sia arrivata sana e salva allo studentato. Ma da questo momento in poi sono tutta tua, fai di me la tua cavia culinaria, ahahah”, quando rientrò e mi raggiunse in cucina.
“È forse una battuta a doppio senso la tua?. Guarda che potrebbe accadere quando meno te lo aspetti”.
Cercò di far finta di nulla, abbassando lo sguardo ed arrossendo in viso.
“Se vuoi togliere l'accappatoio bagnato c'è il kimono pronto per te, sai già dove trovarlo”, dissi per smorzare un attimo il suo imbarazzo.
“Si, lo so”, sorridente, “mi dovresti però spiegare perché finisco sempre a sedermi a tavola nuda, coperta soltanto da un tessuto leggero, ahahah”.
“Non chiedere mai spiegazioni ad uno stratega, ahahah”.
“Stronzo!”.
Il tavolo apparecchiato fuori in veranda, candele scintillanti a fare da giusta atmosfera, un cielo terso nel quale la luna irradiava la sua bellezza, delle ottime busiate - senza falsa modestia - e la sua espressione di leggiadría e piacevolezza furono l'incipit ideale per il nostro dialogo che spaziò in ogni direzione possibile.
Mi raccontò della sua infanzia, dei primi amori veri dell'adolescenza, delle sue passioni, dei suoi interessi; seppi quale fosse il suo colore preferito, il tipo di fiori che più gradiva ricevere. Mi disse anche che aveva cannato il primo esame pratico di scuola guida, di non non essere riuscita altresì a superare il primo esame all'università. Si aprì completamente, volle raccontarsi senza alcun filtro e questo mi piacque molto.
“Buonissima questa pasta, sai che forse non avevo mai assaggiato i ricci prima di adesso? Sono molto gustosi e profumati, sembra di cenare sulla battigia”.
“Ciò che mi stai dicendo è una eresia per una siciliana, vergognati!”
“Eh sì, lo confesso, sono una siciliana spuria, ho anche DNA piemontese nel mio corpo, ahahah”.
Continuammo la cena in piena armonia, i calici del vino non rimasero mai vuoti.
Le raccontai di me, dei miei trascorsi sentimentali veri e di quelli in cui a prevalere era stato soltanto l'aspetto erotico-sessuale; il mio grande amore per la lettura e la scrittura, la parola che diventa l'espressione più intima del proprio essere soltanto se utilizzata con assoluta verità.
Interruppi la magia creatasi tra di noi solo per ricordarle di mandare un messaggio a casa e lei lo fece, cercando di essere il più celere possibile nello scrivere.
Dopo continuammo a parlare, a confessarci l'uno con l'altra con assoluta verità.
Era attenta, quasi ipnotizzata dai discorsi; interveniva spesso mettendo sul piatto le sue pur esigue esperienze e, cercando di comprenderne il modo giusto, mi chiedeva come fare per aprirsi agli altri senza rimanere fregati.
“Impossibile, Alessia. Dovrai sempre tenere presente le velleità predatorie dell'altro; è un rischio che devi purtroppo affrontare ogni volta, con la piena consapevolezza che, se dovesse accadere, in ogni caso non potrà essere mai colpa tua perché tu, al contrario, sei genuina, aperta al prossimo, gioviale e spensierata; rimani sempre così, almeno fino a quando l'avanzare dell'età non ti toglierà queste virtù”, accarezzandole il viso e asciugandole una lacrima sfuggita al suo controllo.
“Pochi sono stati gli amici veri che, con sincerità, mi hanno accompagnata nella mia crescita, almeno fino ad oggi. Amo tantissimo i miei genitori che hanno fatto di tutto pur di rendermi la vita meno complicata; ma forse questo mi ha bloccata nel momento in cui ho cominciato ad essere e voler essere più indipendente. Spesso mi sono trovata spaesata e ad ogni bivio ho inforcato la strada sbagliata”, con i lacrimoni che le solcavano il viso, “e sono anche stanca di dover indossare una maschera diversa ogni volta, lo confesso”.
“Vuoi essere Alessia e la vuoi essere sempre? Allora manda a fare in culo ogni possibile ipocrisia e sii come ti senti di essere, a dispetto di tutti e di tutto. Alessia deve diventare la persona più importante per Alessia, non c'è altra via; soltanto dopo potrai elargire energie positive anche agli altri”.
Si alzò dalla sedia e mi venne a baciare. Un bacio profondo e passionale, intenso e lungo, lingue che si assaggiarono con ardore e labbra già calde che, sfregandosi, divamparono.
La sollevai di peso tra le mie braccia, come a voler varcare la soglia di una nuova vita, e insieme a lei mi diressi nella mia camera; la adagiai sul letto e, aprendo completamente il kimono che la vestiva, iniziai ad accarezzarla, baciarla e leccarla in ogni dove sul suo corpo nudo e profumato.
Mi spogliai della camicia e mi distesi su di lei:”Prendimi, Davide. Fammelo sentire tutto il tuo desiderio di possedermi, ne ho bisogno. Fammi godere senza alcuna protezione, voglio il tuo piacere dentro di me e non preoccuparti di nulla, prendo la pillola già da qualche mese; sono già tua, ma voglio sigillare ancora di più la mia appartenenza a te, mio Signore”, con parole sussurrate nelle mie orecchie mentre le sue braccia stringevano forte il mio collo.
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