Sotto la superficie Prt 4
di
Black Gotik
genere
saffico
Cinque giorni dopo, l’aria nella villa di Marzia era così densa da sembrare solida.
Monica entrò nella camera da letto con passo rapido, la schiena tesa, le spalle squadrate; Alessia la seguiva a due passi, il mento puntato in avanti come una lama. Nessuna parlava ma il silenzio era un ring: ogni respiro era un pugno trattenuto.
«Non ci sei mai stata, sai?» esplose Alessia, chiudendo la porta con un tonfo secco. «Neppure quando stai dentro di me.»
Monica si voltò di scatto. «Oh, perfetto. Facciamo la vittima adesso? Tu che te ne vai a Bangkok a prendere il sole sul cazzo degli altri?»
«Almeno io non fingo di non volerlo.» Il tono di Alessia era pungente, tagliente. «Tu invece te lo tieni tutto stretto, le mani fasciate di ragioni e poi guarda caso scopi come se stessi contando i secondi.»
Monica si fece vicina, un passo, due; le loro ciglia quasi si toccavano. «Sei tu che non reggi la velocità, bambina.»
«Bambina?» rise Alessia, amara. «Tu non sai neanche cosa ti perdi e ora che me ne vado ti rode il culo come una carie.»
«Il mio culo…»
«Basta.» La voce di Marzia arrivò lenta, modulata, un bisturi che tranciò l’urlo prima che nascesse. Era in camicia di seta nera, sbottonata sullo sterno, piedi nudi che non producevano suono. Entrò come chi scende in una piscina: l’acqua si apre, tutto il resto tace.
Le due si guardarono, fiato ancora a strapparsi le costole. Marzia si limitò a sollevare un sopracciglio, poi si sedette in fondo al letto, accarezzando il copriletto trapuntato. «Se continuate a mordervi, vi resteranno solo i denti. E io li ho già visti abbastanza.»
«Allora spiegaci tu come si fa a non sbranarsi», ringhiò Monica, senza staccare gli occhi da Alessia.
Marzia sorrise, un lampo sotto la lampada alogena. «Si fa un gioco. La tensione è soltanto energia mal indirizzata. Rindirizziamola.»
«Che gioco?» chiese Alessia, la voce più piccola, come se il suo stesso corpo temesse la risposta.
Marzia estrasse di tasca un foulard di seta color avorio, poi un secondo, poi un terzo. «Vi bendate. Poi vi leccate la fica a turno. Nessuna sa chi lecca chi. Nessuna sa da chi viene il piacere. Voi due siete già lontane? Perfetto. Così il vostro corpo parlerà senza che la testa interferisca.»
Un attimo di vuoto, fitto come cotone tra i denti. Poi Alessia annuì, quasi impercettibile. Monica spalancò le braccia, il gesto di chi sfida: «Fottiamoci, allora.»
Marzia rise piano. «Poi vi guarderò soltanto io. E deciderò se restare.»
Si spogliarono senza pompa, un gesto dopo l’altro: slip sul parquet, reggiseni lasciati cadere. Il lampo della lampada disegnava linee dorate sulle cosce, incideva ombra umida all’interno delle ginocchia. Marzia sistemò i tre foulard sul cuscino come una madre che apparecchia la colazione. «Chi vuole cominciare?»
«Io», disse Monica e si fece avanti, le mani già protese.
Marzia le legò il foulard dietro la testa, doppio nodo; fece lo stesso con Alessia, poi con sé stessa. «Mettetevi in ginocchio, l’una accanto all’altra, fronte al capezzale. Quando sentite toccarvi una spalla, vi voltate e… mangiate.»
Il battito d’ali nella stanza parve tacere. Le ginocchia affondarono nel materasso e i tre corpi formarono un triangolo irregolare, occhi bendati, respirazioni che danzavano fuori ritmo.
Un minuto, forse di più. Il primo contatto: dita leggere sulla spalla destra di Monica. Si voltò, ginocchia che stridevano sul tessuto. Sentì l’odore di pelle appena accesa e si chinò. La lingua trovò le pieghe umide, un sapore di mare e pomeriggio: era Alessia, doveva esserlo, eppure la regola del gioco era il dubbio. Monica leccò lento, poi più deciso, disegnando la forma con la punta, affondando tra le labbra maggiori come se stesse cercando un documento importante archiviato lì sotto. Il corpo di Alessia si sporse in avanti, un gemito trattenuto poi lasciato andare, un filo che si spezza.
Marzia, in ginocchio, era immobile. Non toccava né veniva toccata; ascoltava soltanto, il viso appena piegato verso il soffitto, un sorriso sottile.
Monica accelerò: su, giù, tracciando un ritmo che conosceva a memoria, il battito di una canzone fatta di sbavature e respiri. Il sapore le si attaccava al palato, familiare come un nome d’infanzia. Alessia tremò le cosce, poi si chiuse la mano sulla bocca per trattenere l’urlo. In quel gesto Alessia riconobbe il modo in cui il respiro di Monica vibrava contro di lei: era Monica, senza possibilità d’errore. Il piacere le salì in gola, caldo come vino rovente.
Marzia si alzò, silenziosa. Il suo foulard scivolò giù da sotto: non aveva mai chiuso gli occhi. Con un cenno lento si ritirò verso il corridoio, chiudendo la porta alle spalle. Restò lì un secondo, ascoltando. Poi scomparve.
Alessia, ancora bendata, si accorse soltanto che il terzo respiro non c’era più. Il suo corpo, però, non voleva smettere: prese la testa di Monica con entrambe le mani, la tirò contro di sé, il bacino che ruotava, cercando la lingua più dentro. Monica obbedì, affamata. Poi la tensione delle due si spezzò in un gesto comune: le dita salirono, tolsero i foulard. Gli occhi si trovarono, lucidi, neri, carichi di fuoco.
«Sei sempre tu», sussurrò Alessia, la voce rotta.
«E tu sei ovunque», rispose Monica, portandosi le dita alla bocca, leccando il gusto di entrambe.
Non c’era più regola, adesso. Monica si slanciò in avanti, due dita scivolarono dentro Alessia, che accolse il colpo con un rantolo. Alessia ricambiò, la mano tremante ma decisa, affondando nel caldo di Monica, che si era fatta subito largo, bagnata senza fine. Le loro mani si muovevano in sincrono, polsi che si sfioravano, battiti che si cercavano. I respiri si sovrapponevano, un’unica aria calda.
«Guardami», disse Monica e si sollevò sopra Alessia, ginocchio tra le cosce. Le loro fiche si toccarono, un battito umido, il primo contatto diretto dopo giorni di indiretti. Monica mise le mani sulle spalle di Alessia, spingendo il bacino in avanti: carne contro carne, scivolo, attrito, il suono di acqua che incontra acqua. Alessia le afferrò i fianchi, le unghie che affondavano, poi la tirò giù, più pressione, più fuoco.
Il ritmo divenne feroce. Monica spingeva, si sollevava, ricadeva, come se volesse scendere dentro Alessia e non trovasse ingresso sufficiente. Alessia si curvava il busto, cercando il contatto del clitoride, trovandolo, perdendosi. Le loro urla echeggiarono contro il soffitto, un suono grezzo, animale.
Non c’era più pensiero, solo pelle, solo tempo da riempire. Monica accelerò, slanciando il bacino in avanti, poi indietro, poi ruotando, cercando l’angolo che facesse urlare più forte. Alessia le teneva i glutei, li stringeva, li guidava. Un grido si fece più acuto, poi un secondo, poi un corpo che si irrigidiva come corda tesa.
L’orgasmo colse Alessia per prima: un fremito che partì dalle dita dei piedi, salì lungo la schiena, le fece sbattere la testa sul cuscino, la bocca spalancata in un urlo disumano. Monica la seguì di lì a un battito: si sentì vacillare, il piacere le esplose dentro come colpo di frusta, le ginocchia si piegarono, il viso le cadde sulla spalla di Alessia, bocca che mordicchiava la pelle salata per non svenire.
Rimasero così, il sudore che univa la pelle più di quanto avesse fatto il sesso. Il respiro si placò per gradi, un fiume che rientrava nell’alveo. Monica si spostò appena, abbassando la fronte sul cuscino accanto al collo di Alessia. Alessia le accarezzò i capelli, lenti colpi, come pettinare una bambina appena sveglia.
Nessuna parlò. Le parole, in fondo, sarebbero state troppo piccole. Fuori, dal corridoio, si sentì Marzia che allontanava un mobile, il rumore sordo di un cassetto richiuso: un mondo che riprendeva posto. Dentro la stanza, però, c’era soltanto il battito lento di due cuori ancora sincronizzati, per la prima volta senza paura.
Niente era concluso, tutto era appena cominciato. Ma in quella foschia di respiro e lucore, entrambe sapevano che avevano appena oltrepassato il confine e che nessuna delle due avrebbe mai più potuto fingere di ignorare ciò che esisteva, caldo e tremante, tra loro.
Monica entrò nella camera da letto con passo rapido, la schiena tesa, le spalle squadrate; Alessia la seguiva a due passi, il mento puntato in avanti come una lama. Nessuna parlava ma il silenzio era un ring: ogni respiro era un pugno trattenuto.
«Non ci sei mai stata, sai?» esplose Alessia, chiudendo la porta con un tonfo secco. «Neppure quando stai dentro di me.»
Monica si voltò di scatto. «Oh, perfetto. Facciamo la vittima adesso? Tu che te ne vai a Bangkok a prendere il sole sul cazzo degli altri?»
«Almeno io non fingo di non volerlo.» Il tono di Alessia era pungente, tagliente. «Tu invece te lo tieni tutto stretto, le mani fasciate di ragioni e poi guarda caso scopi come se stessi contando i secondi.»
Monica si fece vicina, un passo, due; le loro ciglia quasi si toccavano. «Sei tu che non reggi la velocità, bambina.»
«Bambina?» rise Alessia, amara. «Tu non sai neanche cosa ti perdi e ora che me ne vado ti rode il culo come una carie.»
«Il mio culo…»
«Basta.» La voce di Marzia arrivò lenta, modulata, un bisturi che tranciò l’urlo prima che nascesse. Era in camicia di seta nera, sbottonata sullo sterno, piedi nudi che non producevano suono. Entrò come chi scende in una piscina: l’acqua si apre, tutto il resto tace.
Le due si guardarono, fiato ancora a strapparsi le costole. Marzia si limitò a sollevare un sopracciglio, poi si sedette in fondo al letto, accarezzando il copriletto trapuntato. «Se continuate a mordervi, vi resteranno solo i denti. E io li ho già visti abbastanza.»
«Allora spiegaci tu come si fa a non sbranarsi», ringhiò Monica, senza staccare gli occhi da Alessia.
Marzia sorrise, un lampo sotto la lampada alogena. «Si fa un gioco. La tensione è soltanto energia mal indirizzata. Rindirizziamola.»
«Che gioco?» chiese Alessia, la voce più piccola, come se il suo stesso corpo temesse la risposta.
Marzia estrasse di tasca un foulard di seta color avorio, poi un secondo, poi un terzo. «Vi bendate. Poi vi leccate la fica a turno. Nessuna sa chi lecca chi. Nessuna sa da chi viene il piacere. Voi due siete già lontane? Perfetto. Così il vostro corpo parlerà senza che la testa interferisca.»
Un attimo di vuoto, fitto come cotone tra i denti. Poi Alessia annuì, quasi impercettibile. Monica spalancò le braccia, il gesto di chi sfida: «Fottiamoci, allora.»
Marzia rise piano. «Poi vi guarderò soltanto io. E deciderò se restare.»
Si spogliarono senza pompa, un gesto dopo l’altro: slip sul parquet, reggiseni lasciati cadere. Il lampo della lampada disegnava linee dorate sulle cosce, incideva ombra umida all’interno delle ginocchia. Marzia sistemò i tre foulard sul cuscino come una madre che apparecchia la colazione. «Chi vuole cominciare?»
«Io», disse Monica e si fece avanti, le mani già protese.
Marzia le legò il foulard dietro la testa, doppio nodo; fece lo stesso con Alessia, poi con sé stessa. «Mettetevi in ginocchio, l’una accanto all’altra, fronte al capezzale. Quando sentite toccarvi una spalla, vi voltate e… mangiate.»
Il battito d’ali nella stanza parve tacere. Le ginocchia affondarono nel materasso e i tre corpi formarono un triangolo irregolare, occhi bendati, respirazioni che danzavano fuori ritmo.
Un minuto, forse di più. Il primo contatto: dita leggere sulla spalla destra di Monica. Si voltò, ginocchia che stridevano sul tessuto. Sentì l’odore di pelle appena accesa e si chinò. La lingua trovò le pieghe umide, un sapore di mare e pomeriggio: era Alessia, doveva esserlo, eppure la regola del gioco era il dubbio. Monica leccò lento, poi più deciso, disegnando la forma con la punta, affondando tra le labbra maggiori come se stesse cercando un documento importante archiviato lì sotto. Il corpo di Alessia si sporse in avanti, un gemito trattenuto poi lasciato andare, un filo che si spezza.
Marzia, in ginocchio, era immobile. Non toccava né veniva toccata; ascoltava soltanto, il viso appena piegato verso il soffitto, un sorriso sottile.
Monica accelerò: su, giù, tracciando un ritmo che conosceva a memoria, il battito di una canzone fatta di sbavature e respiri. Il sapore le si attaccava al palato, familiare come un nome d’infanzia. Alessia tremò le cosce, poi si chiuse la mano sulla bocca per trattenere l’urlo. In quel gesto Alessia riconobbe il modo in cui il respiro di Monica vibrava contro di lei: era Monica, senza possibilità d’errore. Il piacere le salì in gola, caldo come vino rovente.
Marzia si alzò, silenziosa. Il suo foulard scivolò giù da sotto: non aveva mai chiuso gli occhi. Con un cenno lento si ritirò verso il corridoio, chiudendo la porta alle spalle. Restò lì un secondo, ascoltando. Poi scomparve.
Alessia, ancora bendata, si accorse soltanto che il terzo respiro non c’era più. Il suo corpo, però, non voleva smettere: prese la testa di Monica con entrambe le mani, la tirò contro di sé, il bacino che ruotava, cercando la lingua più dentro. Monica obbedì, affamata. Poi la tensione delle due si spezzò in un gesto comune: le dita salirono, tolsero i foulard. Gli occhi si trovarono, lucidi, neri, carichi di fuoco.
«Sei sempre tu», sussurrò Alessia, la voce rotta.
«E tu sei ovunque», rispose Monica, portandosi le dita alla bocca, leccando il gusto di entrambe.
Non c’era più regola, adesso. Monica si slanciò in avanti, due dita scivolarono dentro Alessia, che accolse il colpo con un rantolo. Alessia ricambiò, la mano tremante ma decisa, affondando nel caldo di Monica, che si era fatta subito largo, bagnata senza fine. Le loro mani si muovevano in sincrono, polsi che si sfioravano, battiti che si cercavano. I respiri si sovrapponevano, un’unica aria calda.
«Guardami», disse Monica e si sollevò sopra Alessia, ginocchio tra le cosce. Le loro fiche si toccarono, un battito umido, il primo contatto diretto dopo giorni di indiretti. Monica mise le mani sulle spalle di Alessia, spingendo il bacino in avanti: carne contro carne, scivolo, attrito, il suono di acqua che incontra acqua. Alessia le afferrò i fianchi, le unghie che affondavano, poi la tirò giù, più pressione, più fuoco.
Il ritmo divenne feroce. Monica spingeva, si sollevava, ricadeva, come se volesse scendere dentro Alessia e non trovasse ingresso sufficiente. Alessia si curvava il busto, cercando il contatto del clitoride, trovandolo, perdendosi. Le loro urla echeggiarono contro il soffitto, un suono grezzo, animale.
Non c’era più pensiero, solo pelle, solo tempo da riempire. Monica accelerò, slanciando il bacino in avanti, poi indietro, poi ruotando, cercando l’angolo che facesse urlare più forte. Alessia le teneva i glutei, li stringeva, li guidava. Un grido si fece più acuto, poi un secondo, poi un corpo che si irrigidiva come corda tesa.
L’orgasmo colse Alessia per prima: un fremito che partì dalle dita dei piedi, salì lungo la schiena, le fece sbattere la testa sul cuscino, la bocca spalancata in un urlo disumano. Monica la seguì di lì a un battito: si sentì vacillare, il piacere le esplose dentro come colpo di frusta, le ginocchia si piegarono, il viso le cadde sulla spalla di Alessia, bocca che mordicchiava la pelle salata per non svenire.
Rimasero così, il sudore che univa la pelle più di quanto avesse fatto il sesso. Il respiro si placò per gradi, un fiume che rientrava nell’alveo. Monica si spostò appena, abbassando la fronte sul cuscino accanto al collo di Alessia. Alessia le accarezzò i capelli, lenti colpi, come pettinare una bambina appena sveglia.
Nessuna parlò. Le parole, in fondo, sarebbero state troppo piccole. Fuori, dal corridoio, si sentì Marzia che allontanava un mobile, il rumore sordo di un cassetto richiuso: un mondo che riprendeva posto. Dentro la stanza, però, c’era soltanto il battito lento di due cuori ancora sincronizzati, per la prima volta senza paura.
Niente era concluso, tutto era appena cominciato. Ma in quella foschia di respiro e lucore, entrambe sapevano che avevano appena oltrepassato il confine e che nessuna delle due avrebbe mai più potuto fingere di ignorare ciò che esisteva, caldo e tremante, tra loro.
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