Befana(le)
di
Black Gotik
genere
etero
Marzia si lasciò scivolare contro la parete fredda del centro commerciale ormai deserto, sentendo il solco della matita nera colare leggermente sullo zigomo. La parrucca bianca le prudeva la fronte, il vestito di cotone grezzo le si era appiccicato alla schiena sotto l’impermeabile sgualcito. Lei era ancora lì a fingere la Befana per i bambini, a distribuire caramelle e a fingersi allegra. Le otto ore di turno l’avevano lasciata con i polpacci che tremavano e la voce roca per le troppe risate forzate. Chiuse gli occhi, godendosi l’aria condizionata che colava dal corridoio, quando un odore di cuoio e sigaretta si avvicinò. Alessio. Lo conosceva di vista da mesi: capelli neri tagliati corti, petto largo che riempiva la camicia blu della sicurezza, sguardo indolente che però adesso la pungeva con la precisione di un raggio laser. Si mosse con quella andatura felina che usava quando controllava i negozi, le suole che stridevano appena sul pavimento lucido. «Hai finito per oggi, Befana?» chiese, piegando leggermente la testa, un sorriso asimmetrico che tirava fuori un accenno di fossetta.
La voce di Marzia si impigliò in gola; si schiarì, cercando di non sembrare troppo vulnerabile. «Sì, finalmente.» Il battito le si accese immediatamente, come se il corpo riconoscesse un invito prima ancora che la mente lo elaborasse. Alessio abbassò lo sguardo sulle mani di lei: dita arrossate da quando, per tutto il pomeriggio, aveva stretto borse di dolciumi. Senza aggiungere nulla, le fece scivolare il palmo sotto il polso, stringendo appena, e la condusse lungo un corridoio di servizio che conosceva a memoria. Marzia si lasciò trascinare, il fruscio del suo vestito consumato che si impigliava nella glaciale luce al neon. Sentiva il cuore batterle all’altezza delle tempie, un misto di vergogna e curiosità le solcava lo stomaco.
Lo sgabuzzino era appena dietro l’angolo del magazzino, una porta di lamiera verde sprovvista di insegna. Alessio la spinse delicatamente dentro, poi la richiuse con un calcio secco. Il chiavistello scattò. Nel buio improvviso si percepivano solo l’odore di solvente e cartone bagnato, il ronzio lontano dell’impianto elettrico. Alessio accese il cellulare: la luce fioca colpì il volto di Marzia, trasformando la sua maschera da vecchia strega in qualcosa di quasi soprannaturale. «Sei sicura?» chiese ma la sua voce già vibrava di impazienza. Lei annuì senza osare parlare. Lui appoggiò il telefono contro una scatola di detersivo: il fascio di luce proiettava le loro ombre sul muro, rendendo tutto più teatrale e più eccitante.
Con un movimento rapido Alessio spinse Marzia contro il ripiano di metallo di uno scaffale; i cartoni oscillarono, qualcosa cadde rumorosamente dentro un secchio. Le sue mani, grandi e calde, affondarono sotto lo strato di stracci colorati fino a trovare la cotica di lana grezza del costume. Alzò la gonna fino alla vita, svelando cosce robuste e la linea morbida dei glutei, ancora contratti dal freddo. «Che bella sorpresa sotto la calza, Befana» mormorò, distruggendo la formalità con un tono più ruvido. Le dita strinsero il lembo delle mutandine di cotone rosa sgualcito e gliele calarono giù fino alle ginocchia. Il tessuto si impigliò sugli stivali di plastica; lui, senza perdere tempo, lo strappò via e lo lasciò cadere a terra come un trofeo dimesso.
La pelle di Marzia apparve chiara, quasi diafana sotto la luce azzurrina. Alessio si fermò un istante ad ammirare il globo sodo, le due chiappette tese che si contrapponevano all’abbaglio bianco della barba finta. Le sue mani scesero a separare i glutei, scoprendo l’anello terso e delicato che contrasse appena all’aria gelida. Si sentì crescere un brivido negli inguini: la vista di quel buchino innocente che lo aspettava lo faceva impazzire. Con gesto meccanico aprì la cerniera dei pantaloni: il suo cazzo si impose nell’aria a lume spento, steccato, duro come il marmo, con una vena dorsale che pulsava ritmicamente. «Sei pronta per il tuo regalo, Befana?» sibilò contro il suo orecchio, facendole vibrare il lobo. Marzia ansimò, la voce divenuta subito falsetto:
«Sì… dammelo.» Le mani di lei si tenevano alla ringhiera dello scaffale, nocche bianche per la tensione.
Alessio sputò saliva sulle dita e la passò su quel buco tremante, massaggiando il cerchio finché il muscolo non si rilassò di un millimetro. Poi prese il suo cazzo, allineò la cappella gonfia e cominciò a spingere. Il calore la accolse con una fitta che fece stringere i denti a entrambi. «Aaaah…» sussultò Marzia, la fronte contro il metallo freddo, la parrucca che scivolava in avanti coprendole un occhio. Lui entrava lento, millimetro dopo millimetro, divorando la strettoia che gli offriva il suo culo vergine di quel genere di attenzioni. Quando fu immerso fino all’orlo, si fermò a godersi la stretta fiammeggiante che lo attorcigliava. «Che buchetto delizioso hai qui, streghetta» ringhiò, afferrandole i fianchi con decisione.
Il primo colpo di coscia risuonò secco. Il secondo fece oscillare lo scaffale, che cigolò come se stesse per cedere. Alessio ritrovò subito un ritmo regolare: infilava e sfilava con forza misurata, facendo sussultare il corpo di Marzia avanti e indietro. Il suo cazzo sembrava ingrandirsi a ogni colpo, la carne che strisciava e si ribatteva alla carne, il sordo tu-pum, tu-pum che riempì l’angusto locale. Lei si aggrappava con le unghie al cartone davanti, lasciando solchi profondi; il sudore colava lungo la schiena, imprimendosi sotto il colletto di stoffa arrotolata. «Cristo, che cazzo stretto» ansimava lui, il viso contorto, le vene del collo in rilievo. Il piacere gli saliva dalle palle, fin nella punta dei piedi, mentre sentiva il culo di lei massaggiargli il glande a ogni incursione.
Marzia era in preda a un vortice di sensazioni nuove: il dolore sottile si era trasformato in una sorta di bruciore dolce che le saliva lungo la colonna, le convergeva tra le scapole, la faceva gemere con un filo di voce: «Avanti… non fermarti…» Il suo sesso cominciava a contrarsi al ritmo della penetrazione, un calore umido le colava lungo le cosce, testimone di quanto quella pecora le stesse piacendo. Con una mano si portò avanti, cercando di strofinare il clitoride sotto la bombardata di stoffa; l’altra mano rimaneva stretta al ripiano, come l’unica ancora di salvezza contro il mare di piacere in arrivo. Alessio colse il movimento e, con un sorriso torvo, spostò il palmo su di lei, scoprendole le dita e guidandole sul suo monte di venere.
«Toccarti mentre ti inculo… sei perfetta, Befana.»
Il ritmo di colpi si fece più selvaggio: Alessio affondava fino alla fine, sfiorando l’ultimo anello di muscoli, per poi strapparsi quasi del tutto prima di piombare dentro di nuovo, con un tonfo che faceva tremare l’intero ripiano. Le ginocchia di Marzia cedettero parzialmente, ma lui la teneva ferma, come un archetto teso a scoccare la freccia finale. Il sudore dei due corpi si mescolava nell’aria calda e umida: l’odore di sesso grezzo, di cartone e di metallo si fondeva in un cocktail inebriante. «Vengo… sto per venire!» urlò infine, la voce improvvisamente rotta. Sentì l’orgasmo esplodergli nella testa, le palle si contrassero violentemente e il primo fiotto di sperma caldo esplose nel culo di lei, seguito da un secondo, da un terzo. Marzia sentì quel liquido bollente riempirla, invadere ogni piega, colare giù lungo le pareti interne come lava dolce.
Quando l’ultima contrazione si spense, il palpito, Alessio si lasciò andare contro di lei, il petto che si schiacciava sulla stoffa di finto velluto. Due corpi sudati, ansimanti, avvinghiati al centro di quel minuscolo universo polveroso. Il cellulare si spense, relegandoli all’oscurità. Solo il battito dei loro cuori rimbombava, lento a scendere. Alla fine lui si ritrasse, il cazzo semi molle che scivolava via con un sordo «schlupp», accompagnato da un rivoletto biancastro che colò lungo la coscia di Marzia. Le sistemò la gonna con un gesto quasi tenero, come a voler rimettere ordine dopo il diluvio. «Sei stata una Befana molto cattiva» sussurrò sulle labbra di lei, affiorando un sorriso compiaciuto.
Marzia si voltò, lucida negli occhi per il rimasuglio di adrenalina e rise. Un riso pieno, vibrato, libero come non le capitava da tempo. «Allora aspetta l’anno prossimo… se porti un altro regalo così, ti aspetto di nuovo.»
La voce di Marzia si impigliò in gola; si schiarì, cercando di non sembrare troppo vulnerabile. «Sì, finalmente.» Il battito le si accese immediatamente, come se il corpo riconoscesse un invito prima ancora che la mente lo elaborasse. Alessio abbassò lo sguardo sulle mani di lei: dita arrossate da quando, per tutto il pomeriggio, aveva stretto borse di dolciumi. Senza aggiungere nulla, le fece scivolare il palmo sotto il polso, stringendo appena, e la condusse lungo un corridoio di servizio che conosceva a memoria. Marzia si lasciò trascinare, il fruscio del suo vestito consumato che si impigliava nella glaciale luce al neon. Sentiva il cuore batterle all’altezza delle tempie, un misto di vergogna e curiosità le solcava lo stomaco.
Lo sgabuzzino era appena dietro l’angolo del magazzino, una porta di lamiera verde sprovvista di insegna. Alessio la spinse delicatamente dentro, poi la richiuse con un calcio secco. Il chiavistello scattò. Nel buio improvviso si percepivano solo l’odore di solvente e cartone bagnato, il ronzio lontano dell’impianto elettrico. Alessio accese il cellulare: la luce fioca colpì il volto di Marzia, trasformando la sua maschera da vecchia strega in qualcosa di quasi soprannaturale. «Sei sicura?» chiese ma la sua voce già vibrava di impazienza. Lei annuì senza osare parlare. Lui appoggiò il telefono contro una scatola di detersivo: il fascio di luce proiettava le loro ombre sul muro, rendendo tutto più teatrale e più eccitante.
Con un movimento rapido Alessio spinse Marzia contro il ripiano di metallo di uno scaffale; i cartoni oscillarono, qualcosa cadde rumorosamente dentro un secchio. Le sue mani, grandi e calde, affondarono sotto lo strato di stracci colorati fino a trovare la cotica di lana grezza del costume. Alzò la gonna fino alla vita, svelando cosce robuste e la linea morbida dei glutei, ancora contratti dal freddo. «Che bella sorpresa sotto la calza, Befana» mormorò, distruggendo la formalità con un tono più ruvido. Le dita strinsero il lembo delle mutandine di cotone rosa sgualcito e gliele calarono giù fino alle ginocchia. Il tessuto si impigliò sugli stivali di plastica; lui, senza perdere tempo, lo strappò via e lo lasciò cadere a terra come un trofeo dimesso.
La pelle di Marzia apparve chiara, quasi diafana sotto la luce azzurrina. Alessio si fermò un istante ad ammirare il globo sodo, le due chiappette tese che si contrapponevano all’abbaglio bianco della barba finta. Le sue mani scesero a separare i glutei, scoprendo l’anello terso e delicato che contrasse appena all’aria gelida. Si sentì crescere un brivido negli inguini: la vista di quel buchino innocente che lo aspettava lo faceva impazzire. Con gesto meccanico aprì la cerniera dei pantaloni: il suo cazzo si impose nell’aria a lume spento, steccato, duro come il marmo, con una vena dorsale che pulsava ritmicamente. «Sei pronta per il tuo regalo, Befana?» sibilò contro il suo orecchio, facendole vibrare il lobo. Marzia ansimò, la voce divenuta subito falsetto:
«Sì… dammelo.» Le mani di lei si tenevano alla ringhiera dello scaffale, nocche bianche per la tensione.
Alessio sputò saliva sulle dita e la passò su quel buco tremante, massaggiando il cerchio finché il muscolo non si rilassò di un millimetro. Poi prese il suo cazzo, allineò la cappella gonfia e cominciò a spingere. Il calore la accolse con una fitta che fece stringere i denti a entrambi. «Aaaah…» sussultò Marzia, la fronte contro il metallo freddo, la parrucca che scivolava in avanti coprendole un occhio. Lui entrava lento, millimetro dopo millimetro, divorando la strettoia che gli offriva il suo culo vergine di quel genere di attenzioni. Quando fu immerso fino all’orlo, si fermò a godersi la stretta fiammeggiante che lo attorcigliava. «Che buchetto delizioso hai qui, streghetta» ringhiò, afferrandole i fianchi con decisione.
Il primo colpo di coscia risuonò secco. Il secondo fece oscillare lo scaffale, che cigolò come se stesse per cedere. Alessio ritrovò subito un ritmo regolare: infilava e sfilava con forza misurata, facendo sussultare il corpo di Marzia avanti e indietro. Il suo cazzo sembrava ingrandirsi a ogni colpo, la carne che strisciava e si ribatteva alla carne, il sordo tu-pum, tu-pum che riempì l’angusto locale. Lei si aggrappava con le unghie al cartone davanti, lasciando solchi profondi; il sudore colava lungo la schiena, imprimendosi sotto il colletto di stoffa arrotolata. «Cristo, che cazzo stretto» ansimava lui, il viso contorto, le vene del collo in rilievo. Il piacere gli saliva dalle palle, fin nella punta dei piedi, mentre sentiva il culo di lei massaggiargli il glande a ogni incursione.
Marzia era in preda a un vortice di sensazioni nuove: il dolore sottile si era trasformato in una sorta di bruciore dolce che le saliva lungo la colonna, le convergeva tra le scapole, la faceva gemere con un filo di voce: «Avanti… non fermarti…» Il suo sesso cominciava a contrarsi al ritmo della penetrazione, un calore umido le colava lungo le cosce, testimone di quanto quella pecora le stesse piacendo. Con una mano si portò avanti, cercando di strofinare il clitoride sotto la bombardata di stoffa; l’altra mano rimaneva stretta al ripiano, come l’unica ancora di salvezza contro il mare di piacere in arrivo. Alessio colse il movimento e, con un sorriso torvo, spostò il palmo su di lei, scoprendole le dita e guidandole sul suo monte di venere.
«Toccarti mentre ti inculo… sei perfetta, Befana.»
Il ritmo di colpi si fece più selvaggio: Alessio affondava fino alla fine, sfiorando l’ultimo anello di muscoli, per poi strapparsi quasi del tutto prima di piombare dentro di nuovo, con un tonfo che faceva tremare l’intero ripiano. Le ginocchia di Marzia cedettero parzialmente, ma lui la teneva ferma, come un archetto teso a scoccare la freccia finale. Il sudore dei due corpi si mescolava nell’aria calda e umida: l’odore di sesso grezzo, di cartone e di metallo si fondeva in un cocktail inebriante. «Vengo… sto per venire!» urlò infine, la voce improvvisamente rotta. Sentì l’orgasmo esplodergli nella testa, le palle si contrassero violentemente e il primo fiotto di sperma caldo esplose nel culo di lei, seguito da un secondo, da un terzo. Marzia sentì quel liquido bollente riempirla, invadere ogni piega, colare giù lungo le pareti interne come lava dolce.
Quando l’ultima contrazione si spense, il palpito, Alessio si lasciò andare contro di lei, il petto che si schiacciava sulla stoffa di finto velluto. Due corpi sudati, ansimanti, avvinghiati al centro di quel minuscolo universo polveroso. Il cellulare si spense, relegandoli all’oscurità. Solo il battito dei loro cuori rimbombava, lento a scendere. Alla fine lui si ritrasse, il cazzo semi molle che scivolava via con un sordo «schlupp», accompagnato da un rivoletto biancastro che colò lungo la coscia di Marzia. Le sistemò la gonna con un gesto quasi tenero, come a voler rimettere ordine dopo il diluvio. «Sei stata una Befana molto cattiva» sussurrò sulle labbra di lei, affiorando un sorriso compiaciuto.
Marzia si voltò, lucida negli occhi per il rimasuglio di adrenalina e rise. Un riso pieno, vibrato, libero come non le capitava da tempo. «Allora aspetta l’anno prossimo… se porti un altro regalo così, ti aspetto di nuovo.»
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