Camilla e la Disco
di
Black Gotik
genere
dominazione
Le luci stroboscopiche lambivano il corpo di Camilla come dita invisibili, facendo risplendere il vestito nero aderente che avvolgeva le sue curve con la cattiveria di un guanto di seta. Ogni movimento, ogni oscillazione delle anche, faceva tremare il tessuto sulla sua pelle abbronzata, mentre lei si muoveva tra la folla come un pesce che sfiora l'amo senza ancora sospettare di avere già deglutito l'amo. Il seno sodo, sostenuto da un reggiseno nero di pizzo, traboccava dal bordo superiore dell'abito corto, e lei lo sapeva: sapeva che ogni uomo si girava, che la fissava, che sentiva odore d'infinito desiderio nel punto dove il sudore le impregnava la schiena e le colava giù nella scollatura. Condivideva l'aria con cento persone, eppure nessuno le sembrava reale quanto il battito di sangue che le martellava contro le tempie. Al centro del dopobarba della pista, tra ragazzi che ballavano solo con l'intento di metterla dentro a qualcuno prima dell'alba, Camilla si sentiva nuda e trafitta da quel misto di eccitazione e paura che faceva fatica a riconoscere.
E, poi, le apparve Giacomo. O meglio, il suo sguardo: due punte di ghiaccio scuro che la inchiodavano dal bordo della pista come se la trascinassero già sopra il palcoscenico di un teatro a luci rosse. Lui si ergeva fra l'odore di birra e i riflessi blu del laser, spalle larghe che spaccavano la calca, lunghi capelli scinti e raccolti in una coda di cavallo spessa come un serpente. Barba folta che gli incorniciava mascelle d'acciaio, e il mento in avanti, avido di raccogliere ogni suo respiro. Camilla notò la maglietta nera stirata sul petto, dove il cuoio gli si increspava sopra il rullo delle costole, notò i jeans neri attillati che facevano risaltare la prominenza muscolosa delle cosce, e sentì qualcosa contrarsi dentro il ventre, un muscolo che non sapeva di avere e che adesso la stringeva. Per un secondo pensò di voltarsi, di confondersi nella bolgia di sudore, ma la sua volontà si era intoppata su quella bocca a metà sorriso, a metà minaccia. Così si muoveva ancora al ritmo della base techno, ma le ginocchia le tremavano, e il pensiero che lui potesse avvicinarsi e dirle nulla le fece sciogliere un bagliore di liquore scuro tra le cosce, caldo come caffè versato su un pavimento gelato.
Quando Giacomo varcò quei pochi metri di pista, la folla sembrò spostarsi per lui da sola, un fiume che si spacca davanti a un roccione. Camilla rimase ferma, il cuore in tumulto, finché non fu davanti a lei, così vicino da farle ombra sul viso, così potente da ridurre a nulla la musica e accendere soltanto il brusio del sangue che le impazzava nelle orecchie. Lui le cinse il polso con un anello di dita callose, il sorriso che si aprí in un filo di denti bianchi sotto la barba. «Vieni», disse, e non era una domanda. Era l'ordine di qualcuno che non amava ripetersi. Camilla annuì, incapace di parlare, sentendo la sua mano calda come una morsa che le riempiva la circolazione di chiazze di luce. La trascinò fuori dal campo visivo del bar, lungo un corridoio di cemento dove le luci non arrivavano, dove il sottofondo della discoteca si mutava in un boato assordante ma lontano, come un tuono sott'acqua. Il corridoio si restringeva, finiva in un angolo fra i bagni e l'uscita di sicurezza, un punto morto che la luce violenta della sala non lambiva più.
Camilla si sentì spinta contro il muro freddo, la spina dorsale che ricadeva sull'intonaco grezzo, il respiro tagliato corto. Sopra di lei Giacomo piantò l'avambraccio al lato della sua tempia, la guardò lasciando che i loro nasi quasi si toccassero. «Fammi un pompino», mormorò con voce di pietra levigata dal fiume. «Adesso». Vide la sua destra slacciarsi la cintura di cuoio nero, udí il fruscio della zip che scivolava come una lama. Non ebbe il tempo di immaginare che cosa stava per succedere: il suo cervello si era impallato come un vecchio computer, lasciando spazio a un misto di eccitazione pura e panico che le incendiava le guance.
«Io… non…» balbettò Camilla, ma Giacomo le poggiò un indice sulle labbra cosparse di rossetto, un gesto che sapeva di padrone. «Fai quello che ti dico, bimba». Le mani sui suoi capelli Castani la costrinsero a piegarsi, a piegarsi le ginocchia finché la pavimento gelata non le bruciò la pelle nuda. Si trovò occhi in linea con l'apertura dei jeans, e il cazzo di lui, grosso, più grosso di quanto avesse mai osato immaginar, si stagliò davanti a lei, nero contro la luce fioca, pulsante già da troppo tempo. Sentì l'odore del sesso di lui misto a cuoio e sapone da barba, e la sua bocca si riempì d'acquolina come in previsione di un boccone troppo caldo.
«Apri» disse Giacomo, e lei obbedì. Le labbra rosse scure si spalancarono, accettarono il calore e la consistenza vellutata della testa gonfia, il sapore salato di goccioline di nettare che le si erano già formate sull'aperture. Gli diede un timido passaggio di lingua, poi si lasciò trascinare, chinando la testa per farlo entrare finché lo sentì colmare la cavità di carne, una colonna scura di piacere che le occupava interamente la bocca. Giacomo emise un sospiro cupo, le dita affondarono fra le ciocche morbide di Camilla e spinsero, spinsero finché il pronto boccone di lei non imboccò il fondo. Il riflesso del vomito le solletico la gola, lei si irrigidì, ma il suo corpo non si ritrasse: anzi, si abbandono all'immobilità, lasciandosi usare.
Camilla non lo sapeva, ma la sua incompetenza nascondeva un valore prezioso per Giacomo: il privilegio di educarla, di plasmarla a sue immagine. Guidò con precisione da sadico istruttore l'inclinazione del cranio, lo spingere ritmico dei fianchi, finché Camilla non si convinse a succhiare nel momento esatto in cui lui ritraeva. Cosí si stabilì un gioco: affondo, vuoto, risucchio, soffio caldo dal naso, poi ancora dentro. Il ritrovo della gola, il battito all'impazzata della sua carotide contro il suo stelo, erano tutte coordinate che si susseguivano senza bisogno di parole. Le luci stroboscopiche ora filtravano appena dall'angolo, accarezzavano la testa piegata di Camilla come fari vaganti, mentre le sue guance si scavavano sotto la pressione e le sue labbra si gonfiavano di colore scuro.
Le mani di Giacomo la tempestavano, c'era prepotenza nella cadenza con cui le punte delle dita sfioravano la nuca, un ritratto che lasciava intendere quanto fosse vicino al limite. Camilla, dalla sua posizione di suddita, perceiva l'accelerarsi del sesso in bocca, il cuore di lui che batteva contro la sua lingua, il sapore salino che si intensificava goccia dopo goccia. Il boato della musica non era più nelle sue orecchie, sostituito dal frullo dell'orgasmo che saliva, saliva e non trovava solco. Giacomo premette di più, affondò finché il cazzo di lui non risultò tutto inghiottito in quella gola che si piegava, e Camilla vide le stelle: un'esplosione di luci bianche dietro le palpebre socchiuse, il sapore di metallo di un piacere che non era suo ma che le invadeva l'anima.
«Continua..» ringhiò lui, spostando l'asta fuori con un movimento repentino. La spinse contro la superficie fredda del muro, afferrò il proprio cazzo con mano ferma e lo menò due volte, forte, lasciando che un primo fuco schizzo di sperma caldo le colasse sulle labbra. Il secondo getto colpì la sua lingua distesa, il terzo e il quarto inondarono l'interno della bocca come un liquore cremoso che si espande e le imbratta i denti bianchi. Camilla ebbe un singulto di sorpresa, il volto arrossato, l'espressione smarrita di chi non sa se piangere o ridere. Il cazzo di Giacomo, ancora pulsante, premette fra le sue labbra e scarico l'ultima ondata, il suo sperma denso e caldo che colmò la gola di lei e le scese piano giù nell'esofago.
Non le rimase altra scelta se non inghiottire: l'istinto di sopravvivenza le chiuse la glottide, fece scivolare tutto dentro, mentre il sapore amaro e dolciastro le anestetizzava il palato. Una parte del liquido le sguscio fuori dagli angoli della bocca, tracciando un solco lucido sul bordo del mento, finché non raggiunse il bordo superiore del vestito nero, lasciando una macchia umida sul bordo dello scollo. Un'altra goccia le colo direttamente sul seno sinistro, sotto il pizzo del reggiseno, e si diffuse fra la sua pelle calda e il tessuto, scivolando finché non raggiunse il capezzolo duro, ritti e sensibile. Camilla sentì il cuore batterle all'impazzata, l'adrenalina scorrerle nelle vene come un treno fuori controllo. Giacomo, senza proferire parola, si tolse di bocca il cazzo gocciolante, lo riportò nei jeans con gesto da soldato che rientra in riga. Un'ultima occhiata, né di ringraziamento né di disprezzo, solo un fuoco spento. Poi si voltò e si avvio verso la luce della pista, sparendo fra i corpi in movimento come una nave che rientra nel vento notturno.
Camilla rimase in ginocchio nell'oscurità, la bocca ancora piena del sapore di lui, il respiro corto, il mento che le tremava. Sentiva il battito forte nelle tempie, il sudore che le rivestiva il torace, il seno che palpitava del liquido semi-appassito. Lentamente si portò le dita alle labbra, tocco il residuo biancastro che ancora brillava, e si rese conto che qualcosa si era rotto dentro di lei per sempre. All'esterno la musica riprese il suo incessante martellare, il pubblico urlava, la bottiglia veniva aperta al bar con lo schiocco simile a un colpo di frusta. La discoteca continuava a vivere, ma Camilla non poteva più rientrare dentro come prima: tra le sue gambe il piacere di non aver avuto orgasmo la bruciava, eppure il sapore del suo primo dominatore le restava impigliato nel palato più forte di qualsiasi cocktail. Con un brivido, spalmò la goccia sul seno, sentendola fredda nella pelle viva, e, con il cuore che ancora le tremava, si mise in piedi, cercando di asciugarsi la boccola di sperma col pollice. Nulla, però, poteva cancellare l'impronta che Giacomo aveva lasciato dentro di lei, quella traccia di sottomissione che ora la rendeva consapevole di una sete che non sapeva di possedere. Mentre rientrava lentamente nella luce della pista, ogni stroboscopio le sembrava puntarle addosso un riflettore di colpa; e, tuttavia, il suo primo pensiero fu: «Di nuovo. Voglio farlo di nuovo».
E, poi, le apparve Giacomo. O meglio, il suo sguardo: due punte di ghiaccio scuro che la inchiodavano dal bordo della pista come se la trascinassero già sopra il palcoscenico di un teatro a luci rosse. Lui si ergeva fra l'odore di birra e i riflessi blu del laser, spalle larghe che spaccavano la calca, lunghi capelli scinti e raccolti in una coda di cavallo spessa come un serpente. Barba folta che gli incorniciava mascelle d'acciaio, e il mento in avanti, avido di raccogliere ogni suo respiro. Camilla notò la maglietta nera stirata sul petto, dove il cuoio gli si increspava sopra il rullo delle costole, notò i jeans neri attillati che facevano risaltare la prominenza muscolosa delle cosce, e sentì qualcosa contrarsi dentro il ventre, un muscolo che non sapeva di avere e che adesso la stringeva. Per un secondo pensò di voltarsi, di confondersi nella bolgia di sudore, ma la sua volontà si era intoppata su quella bocca a metà sorriso, a metà minaccia. Così si muoveva ancora al ritmo della base techno, ma le ginocchia le tremavano, e il pensiero che lui potesse avvicinarsi e dirle nulla le fece sciogliere un bagliore di liquore scuro tra le cosce, caldo come caffè versato su un pavimento gelato.
Quando Giacomo varcò quei pochi metri di pista, la folla sembrò spostarsi per lui da sola, un fiume che si spacca davanti a un roccione. Camilla rimase ferma, il cuore in tumulto, finché non fu davanti a lei, così vicino da farle ombra sul viso, così potente da ridurre a nulla la musica e accendere soltanto il brusio del sangue che le impazzava nelle orecchie. Lui le cinse il polso con un anello di dita callose, il sorriso che si aprí in un filo di denti bianchi sotto la barba. «Vieni», disse, e non era una domanda. Era l'ordine di qualcuno che non amava ripetersi. Camilla annuì, incapace di parlare, sentendo la sua mano calda come una morsa che le riempiva la circolazione di chiazze di luce. La trascinò fuori dal campo visivo del bar, lungo un corridoio di cemento dove le luci non arrivavano, dove il sottofondo della discoteca si mutava in un boato assordante ma lontano, come un tuono sott'acqua. Il corridoio si restringeva, finiva in un angolo fra i bagni e l'uscita di sicurezza, un punto morto che la luce violenta della sala non lambiva più.
Camilla si sentì spinta contro il muro freddo, la spina dorsale che ricadeva sull'intonaco grezzo, il respiro tagliato corto. Sopra di lei Giacomo piantò l'avambraccio al lato della sua tempia, la guardò lasciando che i loro nasi quasi si toccassero. «Fammi un pompino», mormorò con voce di pietra levigata dal fiume. «Adesso». Vide la sua destra slacciarsi la cintura di cuoio nero, udí il fruscio della zip che scivolava come una lama. Non ebbe il tempo di immaginare che cosa stava per succedere: il suo cervello si era impallato come un vecchio computer, lasciando spazio a un misto di eccitazione pura e panico che le incendiava le guance.
«Io… non…» balbettò Camilla, ma Giacomo le poggiò un indice sulle labbra cosparse di rossetto, un gesto che sapeva di padrone. «Fai quello che ti dico, bimba». Le mani sui suoi capelli Castani la costrinsero a piegarsi, a piegarsi le ginocchia finché la pavimento gelata non le bruciò la pelle nuda. Si trovò occhi in linea con l'apertura dei jeans, e il cazzo di lui, grosso, più grosso di quanto avesse mai osato immaginar, si stagliò davanti a lei, nero contro la luce fioca, pulsante già da troppo tempo. Sentì l'odore del sesso di lui misto a cuoio e sapone da barba, e la sua bocca si riempì d'acquolina come in previsione di un boccone troppo caldo.
«Apri» disse Giacomo, e lei obbedì. Le labbra rosse scure si spalancarono, accettarono il calore e la consistenza vellutata della testa gonfia, il sapore salato di goccioline di nettare che le si erano già formate sull'aperture. Gli diede un timido passaggio di lingua, poi si lasciò trascinare, chinando la testa per farlo entrare finché lo sentì colmare la cavità di carne, una colonna scura di piacere che le occupava interamente la bocca. Giacomo emise un sospiro cupo, le dita affondarono fra le ciocche morbide di Camilla e spinsero, spinsero finché il pronto boccone di lei non imboccò il fondo. Il riflesso del vomito le solletico la gola, lei si irrigidì, ma il suo corpo non si ritrasse: anzi, si abbandono all'immobilità, lasciandosi usare.
Camilla non lo sapeva, ma la sua incompetenza nascondeva un valore prezioso per Giacomo: il privilegio di educarla, di plasmarla a sue immagine. Guidò con precisione da sadico istruttore l'inclinazione del cranio, lo spingere ritmico dei fianchi, finché Camilla non si convinse a succhiare nel momento esatto in cui lui ritraeva. Cosí si stabilì un gioco: affondo, vuoto, risucchio, soffio caldo dal naso, poi ancora dentro. Il ritrovo della gola, il battito all'impazzata della sua carotide contro il suo stelo, erano tutte coordinate che si susseguivano senza bisogno di parole. Le luci stroboscopiche ora filtravano appena dall'angolo, accarezzavano la testa piegata di Camilla come fari vaganti, mentre le sue guance si scavavano sotto la pressione e le sue labbra si gonfiavano di colore scuro.
Le mani di Giacomo la tempestavano, c'era prepotenza nella cadenza con cui le punte delle dita sfioravano la nuca, un ritratto che lasciava intendere quanto fosse vicino al limite. Camilla, dalla sua posizione di suddita, perceiva l'accelerarsi del sesso in bocca, il cuore di lui che batteva contro la sua lingua, il sapore salino che si intensificava goccia dopo goccia. Il boato della musica non era più nelle sue orecchie, sostituito dal frullo dell'orgasmo che saliva, saliva e non trovava solco. Giacomo premette di più, affondò finché il cazzo di lui non risultò tutto inghiottito in quella gola che si piegava, e Camilla vide le stelle: un'esplosione di luci bianche dietro le palpebre socchiuse, il sapore di metallo di un piacere che non era suo ma che le invadeva l'anima.
«Continua..» ringhiò lui, spostando l'asta fuori con un movimento repentino. La spinse contro la superficie fredda del muro, afferrò il proprio cazzo con mano ferma e lo menò due volte, forte, lasciando che un primo fuco schizzo di sperma caldo le colasse sulle labbra. Il secondo getto colpì la sua lingua distesa, il terzo e il quarto inondarono l'interno della bocca come un liquore cremoso che si espande e le imbratta i denti bianchi. Camilla ebbe un singulto di sorpresa, il volto arrossato, l'espressione smarrita di chi non sa se piangere o ridere. Il cazzo di Giacomo, ancora pulsante, premette fra le sue labbra e scarico l'ultima ondata, il suo sperma denso e caldo che colmò la gola di lei e le scese piano giù nell'esofago.
Non le rimase altra scelta se non inghiottire: l'istinto di sopravvivenza le chiuse la glottide, fece scivolare tutto dentro, mentre il sapore amaro e dolciastro le anestetizzava il palato. Una parte del liquido le sguscio fuori dagli angoli della bocca, tracciando un solco lucido sul bordo del mento, finché non raggiunse il bordo superiore del vestito nero, lasciando una macchia umida sul bordo dello scollo. Un'altra goccia le colo direttamente sul seno sinistro, sotto il pizzo del reggiseno, e si diffuse fra la sua pelle calda e il tessuto, scivolando finché non raggiunse il capezzolo duro, ritti e sensibile. Camilla sentì il cuore batterle all'impazzata, l'adrenalina scorrerle nelle vene come un treno fuori controllo. Giacomo, senza proferire parola, si tolse di bocca il cazzo gocciolante, lo riportò nei jeans con gesto da soldato che rientra in riga. Un'ultima occhiata, né di ringraziamento né di disprezzo, solo un fuoco spento. Poi si voltò e si avvio verso la luce della pista, sparendo fra i corpi in movimento come una nave che rientra nel vento notturno.
Camilla rimase in ginocchio nell'oscurità, la bocca ancora piena del sapore di lui, il respiro corto, il mento che le tremava. Sentiva il battito forte nelle tempie, il sudore che le rivestiva il torace, il seno che palpitava del liquido semi-appassito. Lentamente si portò le dita alle labbra, tocco il residuo biancastro che ancora brillava, e si rese conto che qualcosa si era rotto dentro di lei per sempre. All'esterno la musica riprese il suo incessante martellare, il pubblico urlava, la bottiglia veniva aperta al bar con lo schiocco simile a un colpo di frusta. La discoteca continuava a vivere, ma Camilla non poteva più rientrare dentro come prima: tra le sue gambe il piacere di non aver avuto orgasmo la bruciava, eppure il sapore del suo primo dominatore le restava impigliato nel palato più forte di qualsiasi cocktail. Con un brivido, spalmò la goccia sul seno, sentendola fredda nella pelle viva, e, con il cuore che ancora le tremava, si mise in piedi, cercando di asciugarsi la boccola di sperma col pollice. Nulla, però, poteva cancellare l'impronta che Giacomo aveva lasciato dentro di lei, quella traccia di sottomissione che ora la rendeva consapevole di una sete che non sapeva di possedere. Mentre rientrava lentamente nella luce della pista, ogni stroboscopio le sembrava puntarle addosso un riflettore di colpa; e, tuttavia, il suo primo pensiero fu: «Di nuovo. Voglio farlo di nuovo».
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