In corsia 1
di
karen90x
genere
etero
Reparto di neurologia, turno di notte
Mi chiamo Karen. Ho ventitré anni e Medellín mi ha insegnato a portare il corpo come una promessa che si svela piano. La divisa bianca da studentessa infermiera mi accarezza la pelle in ogni movimento: la casacca si tende morbida sul seno pieno e i capezzoli si disegnano sotto il cotone sottile quando il desiderio inizia a salire. I pantaloni scivolano sui fianchi larghi e abbracciano il culo rotondo che ondeggia a ogni passo, come se la corsia fosse una pista illuminata solo dalla nostra presenza. I capelli neri lunghissimi sono raccolti in una coda alta che mi sfiora la schiena nuda ogni volta che mi chino su un paziente. La pelle olivastra brilla di un velo leggero di sudore sotto i neon freddi del reparto e le labbra piene si socchiudono piano quando inspiro il suo odore. So muovermi con il ritmo intimo del reggaeton: un cerchio lento di bacino, un rollio morbido di spalle, un passo che fa danzare le curve come un invito sussurrato solo per lui.
Matteo ha trentotto anni e occupa lo spazio con un metro e ottantacinque di presenza solida e stanca. Le spalle larghe ricordano chi ha spinto forte nella vita, il petto ampio si alza e si abbassa con respiri profondi sotto la divisa verde scura e un velo di pancia lo rende reale, umano, irresistibilmente desiderabile. I capelli castani mossi sono un po’ spettinati, con fili grigi che catturano la luce quando inclina la testa di lato. La barba di tre giorni graffia dolcemente la pelle e gli occhi verdi scurissimi si posano su di me come carezze pesanti e lente. Le mani grandi, venose, con nocche segnate sanno stringere con una dolcezza brutale che mi fa tremare le ginocchia.
Quella notte la pioggia tamburellava piano sui vetri, un battito lento che sembrava seguire il nostro. Il reparto era quasi deserto, solo il ronzio discreto dei monitor e il suono del nostro respiro che si faceva sempre più vicino. L’ho trovato alla postazione, gomiti appoggiati sul tavolo e testa china tra le mani. Mi sono avvicinata in silenzio, ho posato le mani sulle sue spalle e ho premuto con i pollici nei nodi duri del trapezio, scendendo piano lungo la schiena contratta. Ha emesso un sospiro lungo e profondo che mi è arrivato dritto tra le cosce come una scarica calda.
Ha alzato la testa lentamente, gli occhi verdi che cercavano i miei nel riflesso fioco del monitor. Per un lungo momento non ha detto niente, solo mi ha guardata come se stesse decidendo se lasciarsi andare o resistere ancora un po’. Poi è comparso un sorriso stanco ma caldo, di quelli che partono dagli angoli degli occhi prima che arrivino alle labbra.
«Non dovresti stare qui a quest’ora a massaggiarmi le spalle, Karen. Sei in tirocinio, non la mia fisioterapista personale.»
Ho sorriso anch’io, continuando a muovere le mani piano, scendendo un po’ più in basso lungo i muscoli tesi.
«E tu non dovresti avere questa faccia da chi non dorme da tre giorni. Ma eccoci qui.»
Ha lasciato andare un’altra aria lunga, quasi un gemito soffocato, e ha chiuso gli occhi per un secondo.
«Sai che effetto mi fai quando ti muovi così in corsia? Quando balli piano mentre cambi una flebo o sistemi le lenzuola? È come se portassi un pezzo di Colombia qui dentro, tra tutto questo freddo e disinfettante. Mi distrae. Mi fa venir voglia di… non so. Di qualcosa che non dovrei volere.»
Ho smesso di massaggiare per un attimo, ho lasciato le mani ferme sulle sue spalle e mi sono chinata un po’ di più, abbastanza da sfiorargli l’orecchio con le labbra.
«E se invece lo volessi anch’io? Se fossi io a non voler resistere più?»
Ha girato la testa piano, il suo profilo vicinissimo al mio. Sentivo il calore della sua guancia, l’odore della sua pelle misto a sapone ospedaliero e a qualcosa di più profondo, più maschile.
«Karen… sei giovane. Bellissima. E io sono un casino ambulante. Turni infiniti, notti in bianco, un divorzio che ancora mi pesa sulle spalle. Non sono il tipo che dovrebbe avvicinarsi a una ragazza come te.»
Ho fatto scivolare una mano dal collo fino alla nuca, infilando le dita tra i suoi capelli mossi.
«E se fossi proprio io a volerlo? Se fossi io a dirti che non mi importa del casino? Che voglio solo vedere come sei quando lasci cadere un po’ di quella corazza?»
Ha sospirato di nuovo, ma stavolta era un suono più morbido, più arreso.
«Mi fai paura, lo sai?»
«Paura buona o paura cattiva?»
Ha sorriso appena, un sorriso piccolo e vulnerabile.
«Paura buona. Quella che ti fa sentire il cuore battere più forte dopo tanto tempo che lo sentivi solo quando arrivava un’emergenza in rianimazione. Non perché sei giovane o perché balli come se il mondo fosse tuo. Mi fai paura perché mi fai venir voglia di sentirmi vivo. E non ricordo più come si fa.»
Ho chiuso gli occhi per un istante, lasciando che le sue dita mi accarezzassero la linea della mandibola, poi il collo.
«Allora lasciati guidare. Solo per stasera. Lascia che ti mostri come si fa.»
Ha aperto gli occhi e mi ha guardata davvero, come se mi vedesse per la prima volta senza filtri.
«Sei sicura? Perché se cominciamo non so se riesco a fermarmi. E non voglio che tu te ne penta domani mattina quando il turno finisce e torniamo a essere tutor e tirocinante.»
Ho scosso la testa piano, le dita ancora tra i suoi capelli.
«Non me ne pentirò. E tu? Sei sicuro di voler continuare a resistere o preferisci provare a ricordarti come si respira davvero?»
Ha riso piano, un suono basso e roco che mi ha fatto vibrare la pelle.
«Cristo, Karen… mi stai distruggendo le difese una per una.»
«Bene. Era quello l’intento.»
Ha girato la sedia piano, mi ha presa per i fianchi con entrambe le mani e mi ha tirata più vicina, tra le sue gambe aperte. Non c’era fretta nei suoi movimenti, solo una dolcezza stanca e profonda. Ha alzato lo sguardo su di me, gli occhi verdi che brillavano di qualcosa di nuovo: non più solo stanchezza, ma desiderio calmo, controllato, ma bruciante.
«Va bene, colombiana. Mostrami. Fammi ricordare.»
Mi sono chinata e gli ho sfiorato il lobo dell’orecchio con le labbra, poi ho fatto scivolare la lingua lungo il collo assaporando il sale della sua pelle stanca e calda.
Mi ha girata piano, senza fretta né violenza. Ha preso il mio viso tra le mani grandi e mi ha guardata negli occhi per un lungo secondo infinito. Poi ha posato la bocca sulla mia in un bacio lento e profondo. Le lingue si sono cercate con calma bruciante, esplorandosi senza fretta. Le sue dita sono scivolate sotto la casacca bianca, hanno accarezzato la curva morbida del seno e hanno sfiorato il capezzolo già turgido. Lo ha pizzicato piano, girandoci intorno con il pollice fino a farmi inarcare il corpo contro il suo.
Ha sollevato la casacca con gesti lenti e quasi reverenti, ha abbassato il reggiseno quel tanto che bastava per liberare i seni. Ha chinato la testa e ha preso un capezzolo in bocca. Lo ha succhiato piano, girandoci la lingua intorno con cerchi morbidi, mordicchiandolo appena abbastanza da farmi sfuggire un gemito soffocato che si è perso nel suo palmo quando mi ha tappato la bocca con delicatezza.
Mi ha girata piano e mi ha fatto appoggiare le mani sul bancone. La schiena si è inarcata naturalmente, il culo offerto in silenzio. Ha preso due garze elastiche dal carrello e le ha avvolte intorno ai miei polsi con movimenti precisi e sensuali. Non le ha strette da far male, ma abbastanza da tenermi lì, esposta e vulnerabile. Ha legato i capi a un gancio basso, costringendomi le braccia sopra la testa. Il petto si è proteso in avanti e i seni hanno tremato a ogni respiro accelerato.
«Ballami» ha sussurrato contro il mio orecchio, il fiato caldo che mi faceva venire la pelle d’oca.
Ho iniziato a muovermi piano: un rollio lento di fianchi, un cerchio morbido di bacino, il culo che sfregava contro la sua erezione dura attraverso i pantaloni. Sentivo il suo respiro farsi più pesante e irregolare. Ha slacciato la cintura con calma deliberata, ha abbassato la zip e ha liberato il cazzo grosso e venoso. La cappella era già lucida e calda. Me l’ha strofinato tra le natiche con lentezza esasperante, lasciando una scia umida, poi ha premuto la punta contro il buchino stretto solo sfiorandolo, facendomi tremare di pura anticipazione.
«Dimmi cosa vuoi, colombiana» ha mormorato con le labbra che mi sfioravano la nuca.
«Voglio sentirti ovunque. Piano. Poi forte. Fammi tua.»
Ha sputato sulla mano e ha lubrificato la cappella. Poi è scivolato dentro la figa con una lentezza torturante, centimetro dopo centimetro, fino a riempirmi completamente. Ho trattenuto il fiato sentendo ogni vena pulsare contro le pareti interne. Ha iniziato a muoversi con spinte lente e profonde, rotanti, strofinando la cappella contro quel punto sensibile che mi faceva inarcare la schiena e gemere piano. Le sue mani mi accarezzavano i fianchi, salivano ai seni, pizzicavano i capezzoli in perfetta sincronia con ogni spinta.
Mi ha tirato i capelli delicatamente, costringendomi a inclinare la testa all’indietro. Ha baciato il collo e ha morso piano la pelle olivastra lasciando segni rossi che bruciavano di piacere dolce. Ha accelerato poco alla volta, spinte sempre più profonde ma controllate. Il bacino sbatteva morbido contro il mio culo e il rumore umido dei nostri corpi si fondeva con il suono della pioggia fuori.
Con una mano è sceso tra le mie cosce e ha accarezzato il clitoride gonfio con cerchi lenti e bagnati mentre continuava a scoparmi con quel ritmo ipnotico. Ho sentito l’orgasmo montare piano, caldo e inevitabile. Un’onda lenta che mi ha travolta facendomi tremare tutta. I muscoli si sono contratti intorno a lui in spasmi dolci e profondi e un gemito lungo e basso mi è uscito dalle labbra socchiuse.
Non si è fermato. Si è ritratto piano, ha lubrificato di nuovo la cappella con la mia eccitazione e ha premuto contro il culo. È entrato con la stessa lentezza esasperante lasciandomi sentire ogni millimetro che mi apriva e mi riempiva. Dolore e piacere si sono fusi in una carezza bruciante. Ha iniziato a muoversi piano poi sempre più profondo. Una mano continuava a girare cerchi perfetti sul clitoride mentre l’altra mi stringeva un seno accarezzandolo e pizzicandolo con dolce fermezza.
Sono venuta di nuovo stavolta in silenzio assoluto. Bocca spalancata, occhi chiusi, corpo che vibrava contro il suo. Ho squirttato piano mentre lui mi scopava il culo con spinte intense ma sempre controllate. Pochi istanti dopo ha spinto fino in fondo e si è lasciato andare con un gemito rauco e profondo contro il mio collo. Ha pompato getti caldi e lenti dentro di me riempiendomi fino a traboccare. Il suo seme colava piano lungo le cosce in rivoli caldi.
Mi ha slegato i polsi con delicatezza infinita. Ha baciato i segni rossi lasciati dalle garze, ha accarezzato la pelle arrossata con i polpastrelli leggeri. Poi ha preso la mia bocca in un bacio lento e languido che sapeva di noi due.
«Domani ti sposto» ha sussurrato con voce distrutta e tenera.
Ho sorriso contro le sue labbra ancora tremante.
«Spostami dove vuoi. Basta che ogni notte mi leghi così e mi faccia ballare solo per te.»
Fuori la pioggia continuava morbida e incessante.
E io sentivo ancora il suo calore dentro di me, il morso leggero sul collo e il ritmo lento e profondo che mi aveva sciolta fino all’anima.
Per recensioni nella mail. karen90x@proton.me
Mi chiamo Karen. Ho ventitré anni e Medellín mi ha insegnato a portare il corpo come una promessa che si svela piano. La divisa bianca da studentessa infermiera mi accarezza la pelle in ogni movimento: la casacca si tende morbida sul seno pieno e i capezzoli si disegnano sotto il cotone sottile quando il desiderio inizia a salire. I pantaloni scivolano sui fianchi larghi e abbracciano il culo rotondo che ondeggia a ogni passo, come se la corsia fosse una pista illuminata solo dalla nostra presenza. I capelli neri lunghissimi sono raccolti in una coda alta che mi sfiora la schiena nuda ogni volta che mi chino su un paziente. La pelle olivastra brilla di un velo leggero di sudore sotto i neon freddi del reparto e le labbra piene si socchiudono piano quando inspiro il suo odore. So muovermi con il ritmo intimo del reggaeton: un cerchio lento di bacino, un rollio morbido di spalle, un passo che fa danzare le curve come un invito sussurrato solo per lui.
Matteo ha trentotto anni e occupa lo spazio con un metro e ottantacinque di presenza solida e stanca. Le spalle larghe ricordano chi ha spinto forte nella vita, il petto ampio si alza e si abbassa con respiri profondi sotto la divisa verde scura e un velo di pancia lo rende reale, umano, irresistibilmente desiderabile. I capelli castani mossi sono un po’ spettinati, con fili grigi che catturano la luce quando inclina la testa di lato. La barba di tre giorni graffia dolcemente la pelle e gli occhi verdi scurissimi si posano su di me come carezze pesanti e lente. Le mani grandi, venose, con nocche segnate sanno stringere con una dolcezza brutale che mi fa tremare le ginocchia.
Quella notte la pioggia tamburellava piano sui vetri, un battito lento che sembrava seguire il nostro. Il reparto era quasi deserto, solo il ronzio discreto dei monitor e il suono del nostro respiro che si faceva sempre più vicino. L’ho trovato alla postazione, gomiti appoggiati sul tavolo e testa china tra le mani. Mi sono avvicinata in silenzio, ho posato le mani sulle sue spalle e ho premuto con i pollici nei nodi duri del trapezio, scendendo piano lungo la schiena contratta. Ha emesso un sospiro lungo e profondo che mi è arrivato dritto tra le cosce come una scarica calda.
Ha alzato la testa lentamente, gli occhi verdi che cercavano i miei nel riflesso fioco del monitor. Per un lungo momento non ha detto niente, solo mi ha guardata come se stesse decidendo se lasciarsi andare o resistere ancora un po’. Poi è comparso un sorriso stanco ma caldo, di quelli che partono dagli angoli degli occhi prima che arrivino alle labbra.
«Non dovresti stare qui a quest’ora a massaggiarmi le spalle, Karen. Sei in tirocinio, non la mia fisioterapista personale.»
Ho sorriso anch’io, continuando a muovere le mani piano, scendendo un po’ più in basso lungo i muscoli tesi.
«E tu non dovresti avere questa faccia da chi non dorme da tre giorni. Ma eccoci qui.»
Ha lasciato andare un’altra aria lunga, quasi un gemito soffocato, e ha chiuso gli occhi per un secondo.
«Sai che effetto mi fai quando ti muovi così in corsia? Quando balli piano mentre cambi una flebo o sistemi le lenzuola? È come se portassi un pezzo di Colombia qui dentro, tra tutto questo freddo e disinfettante. Mi distrae. Mi fa venir voglia di… non so. Di qualcosa che non dovrei volere.»
Ho smesso di massaggiare per un attimo, ho lasciato le mani ferme sulle sue spalle e mi sono chinata un po’ di più, abbastanza da sfiorargli l’orecchio con le labbra.
«E se invece lo volessi anch’io? Se fossi io a non voler resistere più?»
Ha girato la testa piano, il suo profilo vicinissimo al mio. Sentivo il calore della sua guancia, l’odore della sua pelle misto a sapone ospedaliero e a qualcosa di più profondo, più maschile.
«Karen… sei giovane. Bellissima. E io sono un casino ambulante. Turni infiniti, notti in bianco, un divorzio che ancora mi pesa sulle spalle. Non sono il tipo che dovrebbe avvicinarsi a una ragazza come te.»
Ho fatto scivolare una mano dal collo fino alla nuca, infilando le dita tra i suoi capelli mossi.
«E se fossi proprio io a volerlo? Se fossi io a dirti che non mi importa del casino? Che voglio solo vedere come sei quando lasci cadere un po’ di quella corazza?»
Ha sospirato di nuovo, ma stavolta era un suono più morbido, più arreso.
«Mi fai paura, lo sai?»
«Paura buona o paura cattiva?»
Ha sorriso appena, un sorriso piccolo e vulnerabile.
«Paura buona. Quella che ti fa sentire il cuore battere più forte dopo tanto tempo che lo sentivi solo quando arrivava un’emergenza in rianimazione. Non perché sei giovane o perché balli come se il mondo fosse tuo. Mi fai paura perché mi fai venir voglia di sentirmi vivo. E non ricordo più come si fa.»
Ho chiuso gli occhi per un istante, lasciando che le sue dita mi accarezzassero la linea della mandibola, poi il collo.
«Allora lasciati guidare. Solo per stasera. Lascia che ti mostri come si fa.»
Ha aperto gli occhi e mi ha guardata davvero, come se mi vedesse per la prima volta senza filtri.
«Sei sicura? Perché se cominciamo non so se riesco a fermarmi. E non voglio che tu te ne penta domani mattina quando il turno finisce e torniamo a essere tutor e tirocinante.»
Ho scosso la testa piano, le dita ancora tra i suoi capelli.
«Non me ne pentirò. E tu? Sei sicuro di voler continuare a resistere o preferisci provare a ricordarti come si respira davvero?»
Ha riso piano, un suono basso e roco che mi ha fatto vibrare la pelle.
«Cristo, Karen… mi stai distruggendo le difese una per una.»
«Bene. Era quello l’intento.»
Ha girato la sedia piano, mi ha presa per i fianchi con entrambe le mani e mi ha tirata più vicina, tra le sue gambe aperte. Non c’era fretta nei suoi movimenti, solo una dolcezza stanca e profonda. Ha alzato lo sguardo su di me, gli occhi verdi che brillavano di qualcosa di nuovo: non più solo stanchezza, ma desiderio calmo, controllato, ma bruciante.
«Va bene, colombiana. Mostrami. Fammi ricordare.»
Mi sono chinata e gli ho sfiorato il lobo dell’orecchio con le labbra, poi ho fatto scivolare la lingua lungo il collo assaporando il sale della sua pelle stanca e calda.
Mi ha girata piano, senza fretta né violenza. Ha preso il mio viso tra le mani grandi e mi ha guardata negli occhi per un lungo secondo infinito. Poi ha posato la bocca sulla mia in un bacio lento e profondo. Le lingue si sono cercate con calma bruciante, esplorandosi senza fretta. Le sue dita sono scivolate sotto la casacca bianca, hanno accarezzato la curva morbida del seno e hanno sfiorato il capezzolo già turgido. Lo ha pizzicato piano, girandoci intorno con il pollice fino a farmi inarcare il corpo contro il suo.
Ha sollevato la casacca con gesti lenti e quasi reverenti, ha abbassato il reggiseno quel tanto che bastava per liberare i seni. Ha chinato la testa e ha preso un capezzolo in bocca. Lo ha succhiato piano, girandoci la lingua intorno con cerchi morbidi, mordicchiandolo appena abbastanza da farmi sfuggire un gemito soffocato che si è perso nel suo palmo quando mi ha tappato la bocca con delicatezza.
Mi ha girata piano e mi ha fatto appoggiare le mani sul bancone. La schiena si è inarcata naturalmente, il culo offerto in silenzio. Ha preso due garze elastiche dal carrello e le ha avvolte intorno ai miei polsi con movimenti precisi e sensuali. Non le ha strette da far male, ma abbastanza da tenermi lì, esposta e vulnerabile. Ha legato i capi a un gancio basso, costringendomi le braccia sopra la testa. Il petto si è proteso in avanti e i seni hanno tremato a ogni respiro accelerato.
«Ballami» ha sussurrato contro il mio orecchio, il fiato caldo che mi faceva venire la pelle d’oca.
Ho iniziato a muovermi piano: un rollio lento di fianchi, un cerchio morbido di bacino, il culo che sfregava contro la sua erezione dura attraverso i pantaloni. Sentivo il suo respiro farsi più pesante e irregolare. Ha slacciato la cintura con calma deliberata, ha abbassato la zip e ha liberato il cazzo grosso e venoso. La cappella era già lucida e calda. Me l’ha strofinato tra le natiche con lentezza esasperante, lasciando una scia umida, poi ha premuto la punta contro il buchino stretto solo sfiorandolo, facendomi tremare di pura anticipazione.
«Dimmi cosa vuoi, colombiana» ha mormorato con le labbra che mi sfioravano la nuca.
«Voglio sentirti ovunque. Piano. Poi forte. Fammi tua.»
Ha sputato sulla mano e ha lubrificato la cappella. Poi è scivolato dentro la figa con una lentezza torturante, centimetro dopo centimetro, fino a riempirmi completamente. Ho trattenuto il fiato sentendo ogni vena pulsare contro le pareti interne. Ha iniziato a muoversi con spinte lente e profonde, rotanti, strofinando la cappella contro quel punto sensibile che mi faceva inarcare la schiena e gemere piano. Le sue mani mi accarezzavano i fianchi, salivano ai seni, pizzicavano i capezzoli in perfetta sincronia con ogni spinta.
Mi ha tirato i capelli delicatamente, costringendomi a inclinare la testa all’indietro. Ha baciato il collo e ha morso piano la pelle olivastra lasciando segni rossi che bruciavano di piacere dolce. Ha accelerato poco alla volta, spinte sempre più profonde ma controllate. Il bacino sbatteva morbido contro il mio culo e il rumore umido dei nostri corpi si fondeva con il suono della pioggia fuori.
Con una mano è sceso tra le mie cosce e ha accarezzato il clitoride gonfio con cerchi lenti e bagnati mentre continuava a scoparmi con quel ritmo ipnotico. Ho sentito l’orgasmo montare piano, caldo e inevitabile. Un’onda lenta che mi ha travolta facendomi tremare tutta. I muscoli si sono contratti intorno a lui in spasmi dolci e profondi e un gemito lungo e basso mi è uscito dalle labbra socchiuse.
Non si è fermato. Si è ritratto piano, ha lubrificato di nuovo la cappella con la mia eccitazione e ha premuto contro il culo. È entrato con la stessa lentezza esasperante lasciandomi sentire ogni millimetro che mi apriva e mi riempiva. Dolore e piacere si sono fusi in una carezza bruciante. Ha iniziato a muoversi piano poi sempre più profondo. Una mano continuava a girare cerchi perfetti sul clitoride mentre l’altra mi stringeva un seno accarezzandolo e pizzicandolo con dolce fermezza.
Sono venuta di nuovo stavolta in silenzio assoluto. Bocca spalancata, occhi chiusi, corpo che vibrava contro il suo. Ho squirttato piano mentre lui mi scopava il culo con spinte intense ma sempre controllate. Pochi istanti dopo ha spinto fino in fondo e si è lasciato andare con un gemito rauco e profondo contro il mio collo. Ha pompato getti caldi e lenti dentro di me riempiendomi fino a traboccare. Il suo seme colava piano lungo le cosce in rivoli caldi.
Mi ha slegato i polsi con delicatezza infinita. Ha baciato i segni rossi lasciati dalle garze, ha accarezzato la pelle arrossata con i polpastrelli leggeri. Poi ha preso la mia bocca in un bacio lento e languido che sapeva di noi due.
«Domani ti sposto» ha sussurrato con voce distrutta e tenera.
Ho sorriso contro le sue labbra ancora tremante.
«Spostami dove vuoi. Basta che ogni notte mi leghi così e mi faccia ballare solo per te.»
Fuori la pioggia continuava morbida e incessante.
E io sentivo ancora il suo calore dentro di me, il morso leggero sul collo e il ritmo lento e profondo che mi aveva sciolta fino all’anima.
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