Il pompino
di
IL MICROBO
genere
dominazione
IL POMPINO
Aveva lanciato un messaggio ben chiaro in un gruppo social di cui facevo parte: “Cerco giovane volontario da educare al pompino”. Nel luogo e all'ora fissati per la selezioni molti giovanotti erano in fila. Venivamo ammessi alla sua presenza uno alla volta. Fui scelto fra tanti candidati per il semplice motivo che al cospetto di quegli slip prorompenti, all'interno dei quali si delineavano già bene le forme dei suoi genitali, non ho mostrato fretta, non mi ci sono avventato di furia come avevano fatto gli altri pensando di fare bella figura, ma mi sono limitato ad accarezzarli e a massaggiarne a lungo il contenuto, come per volerlo sospirare, aspettando la sua approvazione prima di mordicchiarli e strusciarmi e scoccarvi un bacetto di timorosa attesa e sottomissione, e poi molti altri, leggeri, delicati, mirati un po' sopra la sagoma inconfondibile delle sue palle e un po' lungo il profilo della sua asta, quasi che tutto dovesse esaurirsi in un preliminare. Il Maestro era in piedi, io in ginocchio, e mi dischiudeva le cosce elargendomi delle impercettibili spinte.
-”Sei bravo ad avere pazienza. Non può che far aumentare il nostro desiderio, il mio di dartelo, il tuo di riceverlo in dono ”.
Mi ha arruolato subito per spiegarmi bene il da farsi. Mi dava indicazioni, quasi degli ordini che io eseguivo meglio che potevo. A morsi e a tratti gli ho abbassato le mutande lungo le gambe fino ai piedi, che ha sollevato uno alla volta per abbandonarle sul pavimento, dove me le ha fatte annusare e mordere e sventolare, stando sempre ad occhi bassi.
-”Guardami”.
Ho sollevato la testa e mi è apparsa da sotto in su una proboscide che sbucava dal folto del suo pube ritta fra le palle da toro che gli facevano guardia lungo lo scorcio di un possente e ispido torace, di un collo tozzo, e di un viso quadrato da perfetto dominatore.
-”Ti piace il mio dondolo?”
-”Ne sono incantato Maestro”.
-”Leccami i coglioni. Adorali”.
Slap, slurp.
-”Esplora il resto”.
Tutto fino alla cappella.
-”Ripassami bene l'uccello”.
La cappella sgusciava fuori ad ogiva.
-”Succhiala. Sbavala”.
Colavo salive.
-”Imbocca”.
L'ho preso in gola. Mi ha premuto contro. Mi toglieva il respiro.
-”I tuoi gemiti, i tuoi rantoli mi stanno deliziando”.
Poi non ho più capito niente. Non so se era più lui a spingermelo dentro a trivella o più io a prenderlo e farlo mio. Dopo non so quanto via vai, sempre più insistente, sempre più serrato nel caos di quella scopata ormai fuori controllo, ho ricevuto uno schizzo che mi ha fatto mandare giù.
-”Puliscimi”.
Mi è piaciuto farlo.
-”Sei da perfezionare ma come inizio anche troppo bene”.
A fine corso ho sostenuto “la prova dell'orale” davanti a una commissione di esperti che all'unanimità mi hanno promosso a pieni voti e subito prenotato per degli stage in separata sede.
Aveva lanciato un messaggio ben chiaro in un gruppo social di cui facevo parte: “Cerco giovane volontario da educare al pompino”. Nel luogo e all'ora fissati per la selezioni molti giovanotti erano in fila. Venivamo ammessi alla sua presenza uno alla volta. Fui scelto fra tanti candidati per il semplice motivo che al cospetto di quegli slip prorompenti, all'interno dei quali si delineavano già bene le forme dei suoi genitali, non ho mostrato fretta, non mi ci sono avventato di furia come avevano fatto gli altri pensando di fare bella figura, ma mi sono limitato ad accarezzarli e a massaggiarne a lungo il contenuto, come per volerlo sospirare, aspettando la sua approvazione prima di mordicchiarli e strusciarmi e scoccarvi un bacetto di timorosa attesa e sottomissione, e poi molti altri, leggeri, delicati, mirati un po' sopra la sagoma inconfondibile delle sue palle e un po' lungo il profilo della sua asta, quasi che tutto dovesse esaurirsi in un preliminare. Il Maestro era in piedi, io in ginocchio, e mi dischiudeva le cosce elargendomi delle impercettibili spinte.
-”Sei bravo ad avere pazienza. Non può che far aumentare il nostro desiderio, il mio di dartelo, il tuo di riceverlo in dono ”.
Mi ha arruolato subito per spiegarmi bene il da farsi. Mi dava indicazioni, quasi degli ordini che io eseguivo meglio che potevo. A morsi e a tratti gli ho abbassato le mutande lungo le gambe fino ai piedi, che ha sollevato uno alla volta per abbandonarle sul pavimento, dove me le ha fatte annusare e mordere e sventolare, stando sempre ad occhi bassi.
-”Guardami”.
Ho sollevato la testa e mi è apparsa da sotto in su una proboscide che sbucava dal folto del suo pube ritta fra le palle da toro che gli facevano guardia lungo lo scorcio di un possente e ispido torace, di un collo tozzo, e di un viso quadrato da perfetto dominatore.
-”Ti piace il mio dondolo?”
-”Ne sono incantato Maestro”.
-”Leccami i coglioni. Adorali”.
Slap, slurp.
-”Esplora il resto”.
Tutto fino alla cappella.
-”Ripassami bene l'uccello”.
La cappella sgusciava fuori ad ogiva.
-”Succhiala. Sbavala”.
Colavo salive.
-”Imbocca”.
L'ho preso in gola. Mi ha premuto contro. Mi toglieva il respiro.
-”I tuoi gemiti, i tuoi rantoli mi stanno deliziando”.
Poi non ho più capito niente. Non so se era più lui a spingermelo dentro a trivella o più io a prenderlo e farlo mio. Dopo non so quanto via vai, sempre più insistente, sempre più serrato nel caos di quella scopata ormai fuori controllo, ho ricevuto uno schizzo che mi ha fatto mandare giù.
-”Puliscimi”.
Mi è piaciuto farlo.
-”Sei da perfezionare ma come inizio anche troppo bene”.
A fine corso ho sostenuto “la prova dell'orale” davanti a una commissione di esperti che all'unanimità mi hanno promosso a pieni voti e subito prenotato per degli stage in separata sede.
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