L'unica cosa che conta. Una favola, o qualcosa del genere.

Scritto da , il 2019-03-27, genere sentimentali

L'unica cosa che conta

Un ragazzo in divisa nera si presentò davanti alla porta della stanza numero 76 dell'Oniron Hotel.
Allacciato alla cintura tintinnava il passe-partout di tutto l'albergo: due ombre si muovevano dietro le tende, ma al suo bussare non giungeva alcuna risposta.
"Che cazzo pensano di fare quelle due...?" Quanto odiava il turno di notte!
Voleva parlare con le due ragazze, chiedere soltanto che facessero meno rumore: il vicino, spazientito ed esausto - un omone tatuato, a torso nudo, con il collo pezzato di quello che pareva rossetto - ripeteva come un disco rotto di aver sentito sbattere qualcosa contro il muro ripetutamente.
"All'inizio è anche stato eccitante immaginare cosa stessero facendo... - se n'era uscito parlando più alla notte che al ragazzo, che faceva solo finta di ascoltarlo - Ci siamo capiti, no? Ma dopo un po' è diventato fastidioso..."
"Signorine, sono l'addetto al ricevimento notturno. Sto per entrare."
La porta si aprì senza resistenze.
La stanza, una matrimoniale con vista da cui si poteva guardare la luna frantumarsi in tanti piccoli diamanti sul mare nero, era vuota. Due paia di infradito bianche attendevano in entrata; due accappatoi, appesi vicino al termosifone spento da sempre, profumavano di bagnoschiuma; un asciugamano, gettato a terra vicino alla scrivania, aveva l'aria pesante dell'acqua che non riesce a evaporare.
Il letto, da cui emanava un odore acido, era completamente disfatto.
"Ah bene... Una macchia di vino rosso... Ci siamo date alla pazza gioia vedo..."
Un calice mezzo pieno era posato sul comodino, della bottiglia e dell'altro bicchiere non c'era traccia apparente.
Non c'era: né in camera, né in bagno, né sul terrazzino, così come non c'erano le due ragazze.
Sparite.
"Porca miseria..."
La finestra del bagno era aperta, le tendine svolazzavano lasciando entrare l'aria salmastra.



Sulla spiaggia luccicava un calice di vetro, incastonato nella sabbia smossa da una giornata di giochi e passeggiate.
Sul bagnasciuga una bottiglia di vino rotolava confondendosi con la schiuma marina: non si poteva più distinguere il suo contenuto e ben presto sarebbe stata rapita dalle onde placide della marea.
"Quand'ero piccola, una volta io e mamma salimmo sulla scogliera e lanciammo una bottiglietta di succo di frutta con dentro un messaggio... Sapeva ancora di albicocca, ma c'infilammo dentro un foglietto e la chiudemmo con un tappo di sughero, come nei film... Non ricordo più cosa ci fosse scritto." Disse districando un capello impigliatosi in uno dei suoi orecchini d'oro.
Erano stese l'una accanto all'altra, s'una coperta rubata dall'albergo: guardavano le stelle e rabbrividivano nelle felpe allacciate fino al collo.
"Raccontami qualcos'altro..." L'amica si era girata sul fianco per guardarla: conosceva il profilo del suo corpo meglio di chiunque altro e nonostante la sua pelle fosse coperta dai vestiti, avrebbe potuto tracciarne la costellazione dei nei a occhi chiusi.
"L'abitudine di camminare sempre con i sandali l'ho presa da lei, aveva paura che potessi farmi male con le conchiglie o pungermi con qualche schifosa siringa... La prima e unica volta che non l'ho fatto è stato un anno fa e guarda caso mi sono proprio fatta male..."
"Ed è stato lì che è iniziato tutto! - si era sporta a darle un bacio in fronte, contenta - Se chiudo gli occhi rivedo ancora la scena! Tu seduta sul bagnasciuga, che imprechi come uno scaricatore di porto!"
"Bruciava un sacco... - si era alzata sui gomiti, la sabbia, scomoda e dura, le faceva male ovunque - Dovevo andare in ospedale! Sembrava grave..."
"Per fortuna poi sono arrivata io... Tu mi avresti aiutata se fosse successo a me?"
"Certo che lo avrei fatto..." La ragazza sistemò una ciocca di capelli dietro l'orecchio dell'amica, scoprendo un piccolo spicchio di luna tatuato appena sotto il lobo.
Così vicine, separate solo dalla brezza notturna, bisbigliarono ancora qualcosa: le loro voci, troppo basse per essere udite sopra le onde, si spensero in un bacio.
Le cerniere delle felpe lasciarono spazio a mani delicate: s'insinuavano con studiata esperienza sotto la stoffa, scoprendo il piccolo sole tatuato tra i seni della ragazza con gli orecchini d'oro.



L'alba stava riportando sulla spiaggia i consueti colori del giorno.
Le due ragazze, avvolte insieme nella coperta, non avevano chiuso occhio.
Le felpe e gli shorts erano mezzi sepolti nella sabbia, le mutandine forse finite in fondo al mare...
"Andiamo?" Un brontolio di fame si levò in segno di approvazione.
Si guardarono e scoppiarono a ridere.
"Andiamo... Ma prima... Potrei avere ancora un bacio...?"



Il primo raggio di sole dissolse la ragazza dagli orecchini d'oro: fattasi luce nell'aria fresca del mattino, era scomparsa come se non fosse mai esistita.
"A domani sera!" - le disse l'amica con lo spicchio di luna tatuato.
"A sempre..." - le parve di udire, ma non sapeva se fosse stata la sua immaginazione.
Rispose comunque.
"Un domani alla volta..."
Come ogni sera, mentre la luna scompariva nel cielo azzurro, la ragazza rimasta sola, raggiunse l'amica, ovunque l'occhio umano non potesse arrivare: là dove l'unica cosa che conta è l'amore.

Questo racconto di è stato letto 7 9 7 volte

Segnala abuso in questo racconto erotico

commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.