Tutta colpa di Agave
scritto il 2026-11-08 tempo di lettura 8 min
di
Hotwriter83
genere
Dominazione, Etero
cura
A−
"... E fu così che Agave, in preda allo stordimento mistico indotto dal vendicativo Dioniso, frammisto alla vertigine dei lussuriosi atti che stavano consumando con avidità ed ingordigia, vide quella sagoma poco distante, e identificatala come un lurido cinghiale, si mise ad inseguirlo trascinadosi al seguito le altre donne, ebbre ed iraconde.
Raggiunsero il loro bersaglio e lo colpirono, e poi ancora e ancora, in modo furibondo, disumano, scomposto e violento, come nemmeno una fiera furente ed affamata avrebbe mai fatto sulla propria preda.
E Agave guidava quella carica, il sangue ne ammantava il corpo nudo e lucente ed il fuoco della ferocia ne sfigurava il volto.
E presero a fare a pezzi i resti di quel povero animale sfortunato, che non era porco di bosco ma uomo, e di nobile lignaggio.
Egli, o meglio quel sanguinoso ammasso di membra e budelli malamente scomposti che ne restava, altri non era se non il re di Tebe in persona, Penteo, figlio di Agave.
E come se non fosse bastato quell' orrifico spettacolo da vile macello, la donna, persa nei meandri di quella follia indotta e di quella lussuria consumata, afferrò la testa di quello che fu suo amorevole pargolo e la pose su di un tirso di ferula a guisa d'un trofeo di caccia.
I suoi occhi vedevano il grugno ritorto nel dolore della morte di un nero cinghiale, le lucide zanne scintillare alla luna con bagliori rubini del sangue che ne colava.
Ciò che videro gli occhi di Cadmo, invece, fu lo spettacolo più atroce che poteva manifestarsi: sua figlia che giungeva semi nuda, malamente coperta da brandelli di una tunica insanguinata, che sorreggeva quel bastone grondante di sangue rappreso sul di quale era stata malamente infilzata la testa di Penteo, sfigurato, deturpato, lacerato e profanato.
Afferrò dalle sudice mani di lei quell' agghiacciante trofeo e lo posò delicatamente, poi scosse la figlia cercando di fare tornare in lei i lumi di una ragione errabonda perduta nella vendetta di Dioniso.
Quando Agave si destò, ed il senno riprese a scorrere nel suo essere, la realizzazione di quanto accaduto per poco non la fece ripiombare nell' abisso della follia.
E si udì un grido disumano, misto di una rabbia e di un dolore che solo le orecchie di una divinità opulenta e vendicativa udirono come un segno di vittoria.
Chiunque altro udì quei suoni si sentì mancare e duolere il petto, una lacrima sgorgare dagli occhi ed un brivido di freddo scorrere lungo la schiena."
-Chiuse il libro e cercò il suo sguardo-
"Non male eh?"-disse con voce soddisfatta ed interrogante, da vera maestrina-
"A te piace leggere questa roba?"-gli rispose lui- che aveva ascoltato mentre lei leggeva quei passaggi comodamente sdraiato sul letto, ancora nudo e ormai quasi pronto ad un secondo round della sua ginnastica preferita.
"Io sta roba la studio... e si, adoro le tragedie greche, adoro la letteratura mitologica ellenica e adoro le figure femminili tormentate che speso ne sono protagoniste!"-e poggiò pesantemente il libro sul comodino- "Speravo potessi apprezzare un po', ma a quanto pare te ne frega il cazzo"
"Ho capito che volevi condividermi un po' della tua vita e dei tuoi interessi, ma hai sopravvalutato due cose:
uno il fatto che a me potesse interessare la storia di una puttana greca del non so quanto avanti cristo, e due che potesse interessarmi di te altro al di là di quel culo rotondo e di quelle tette che sbordano dalle mie mani quando le stringo."
"Stronzo!"
"Si, puoi dirlo forte, è per questo che ti piace scoparmi, evita di fare la santarellina e di farti prendere da momenti di romanticismo."
"Se non te ne fregava un cazzo perché non mi hai fermato prima? perché mi hai lasciato finire?"
"Perché adoro il suono della tua voce. Perché quando fai una cosa che ti piace davvero diventi bellissima... come quando mi fai i pompini"
"Sei un pezzo di m..." - ma la mano di lui che si posava rapida e decisa sulla sua bocca le impedì di concludere la frase-
"Stai zitta ora, è il momento che ti faccia io una lezione prof"- e mettendosi dietro di lei le bloccò le gambe con le sue accavallandole sopra e aprendole-
"Ora tu stai zitta e parlo io va bene? parlo e ti scopo come una puttana greca hai capito?"
Lei fece solo un cenno col capo, si era già calata nella parte che lui le aveva imposto.
I muscoli delle sue cosce si tesero e costrinsero le gambe di lei a seguire il movimento aprendosi, e poi ancora fino a sentir tirare e duolere gli adduttori fra pube e interno coscia.
Quella posizione lasciava oscenamente aperta la voragine fre le sue gambe, già abbondantemente profanata qualche ora prima dal suo amante e ora nuovamente calda e già copiosamente bagnata dell' eccitazione per la piega che stavano prendendo gli eventi.
Lui fece scivolare la mano dalle sue labbra verso il suo seno, e l' altra la raggiunse nella stessa opera sull'altro lato.
Quelle mani così delicate qualche ora prima ora si stavano lasciando andare in più grevi maneggi, stringendo e strizzando, pinzando i capezzoli fino a farle male e poi tornando a stringere in tutta pienezza.
"È così che ti piace eh?"
Lei annui solamente, già immersa nel suo ruolo sottomesso e lascivo.
Lui morse l' elastico nero che le teneva legata una scomposta coda dei suoi capelli ribelli, forzandola a piegare la testa verso l' alto mentre le sue mani scendevano dai seni per andare a saggiare la situazione del suo sesso.
Lei sentiva il dolore causato da quello strattonamento di capelli e da quelle cosce forti che la inchiodavano sul letto, aperta come le pagine di un libro.
Le piaceva da impazzire.
Le dita di lui non furono delicate e curiose come lo furono prima, no, si erano fatte insolenti, sicure e dure come il marmo e stavano tastando ogni centimetro della sua bagnata intimità, veloci, maleducate e arroganti, ora ficcandosi dentro senza alcun preavviso e ora strusciando sul clitoride come se dovessero cancellarlo dalla faccia della terra.
Ogni tocco era una scossa che raggiungeva direttamente il suo cervello, ogni ficcata di quelle dita un brivido misto di dolore e godimento.
Si concentrò un po' sul suo bottoncino già arrossato, sfregandolo con due dita, segandolo come un piccolo cazzetto e poi battendoci sopra con la mano aperta.
Ciaf.. ciaf.. e gli schizzi dei suoi umori che schizzavano come lapilli di un vulcano.
E poi due dita buzzurre che varcavano quella soglia ormai sempre più aperta e desiderosa. Ma non bastava.
Sentì un terzo dito aggiungersi ed allargarla ancora, stavolta arrivò il brivido del dolore, quello che poi si mischia col godimento e non fa più distinguere le due cose.
Si sentiva come una strega inquisita, impalata, bloccata e dolorante ma senza una confessione che potesse salvarla.
Ci provò comunque.
"Sono una troia"- sussurrò con la voce rotta-
"Zitta! devi stare zitta! e non dirmi cose che so benissimo!"
E quelle dita spinsero più forte, col pollice che andava a torturare quel clitoride tormentato e sensibilissimo.
Iniziò a scoparla così, con le dita, e lei sentì subito che stava per esplodere in un orgasmo potentissimo.
Ma lui si fermò. La lasciò così, opera incompiuta, nel limbo fra il godere e la voglia.
Eh no bella, troppo facile così, vuoi godere eh? bene decido io come.
Quella figa mi ha stufato ormai è tutta aperta.
Lei riprese un po' di coscienza dopo essersi fatta trasportare e percepì che il suo cazzo si era fatto duro come un pezzo di legno, duro e nodoso com'era poteva benissimo essere un ciocco di faggio.
La fece girare e mettere su quattro zampe come una brava cagnolina ma poi gli mise le mani sulla testiera del letto.
La cinta in cuoio che ancora faceva il suo lavoro sui suoi pantaloni fu raccolta velocemente e usata per legarle le mani. Lei ebbe un brivido nel vederlo con quella cinta in mano, per un attimo fu sicura che sarebbe andata a tormentare le sue natiche...
Ma lui aveva altri piani.
Le bloccò così le mani, diede un'altra tastata a quelle tette che adorava e poi la mano scivolò sul suo fianco fin dietro a fermarsi sulla natica.
Paf.
Un suono secco, pieno e rimbombante. Il palmo della sua mano che si abbatteva sulle natiche di lei.
Paf.
Un altra volta.
quei due colpi la fulminarono come una scossa elettrica, e il calore che poi saliva dalla sua pelle arrossata e tesa evaporava in una voglia ormai materiale.
Non andò oltre, non voleva punirla o farle male, il suo scopo era portarla al limite della sensibilità fisica e del desiderio di essere il suo oggetto sessuale in quel momento.
"Lo sai che ora ti inculo vero?"
Lei annui.
"E tu vuoi essere inculata?"
Altro cenno di assenso.
Le domande erano finite.
Le sue dita andarono a raccogliere i suoi umori scorrendo verso il culo, adorava quella figa che si bagnava così tanto.
Accostò la cappella del suo ciocco di carne a quel pertugio che era stato volutamente ignorato in tutto il gioco precedente.
E mentre quel cazzo duro entrava dentro di lei e un gemito scappò dalle sue labbra serrate lui rise e disse:
"E comunque è tutta colpa di Agave! ...non doveva rompere il cazzo a Dioniso!"
E affondò dentro con un gesto secco, spingendo con forza, quasi che quella fosse la sua vendetta divina.
Raggiunsero il loro bersaglio e lo colpirono, e poi ancora e ancora, in modo furibondo, disumano, scomposto e violento, come nemmeno una fiera furente ed affamata avrebbe mai fatto sulla propria preda.
E Agave guidava quella carica, il sangue ne ammantava il corpo nudo e lucente ed il fuoco della ferocia ne sfigurava il volto.
E presero a fare a pezzi i resti di quel povero animale sfortunato, che non era porco di bosco ma uomo, e di nobile lignaggio.
Egli, o meglio quel sanguinoso ammasso di membra e budelli malamente scomposti che ne restava, altri non era se non il re di Tebe in persona, Penteo, figlio di Agave.
E come se non fosse bastato quell' orrifico spettacolo da vile macello, la donna, persa nei meandri di quella follia indotta e di quella lussuria consumata, afferrò la testa di quello che fu suo amorevole pargolo e la pose su di un tirso di ferula a guisa d'un trofeo di caccia.
I suoi occhi vedevano il grugno ritorto nel dolore della morte di un nero cinghiale, le lucide zanne scintillare alla luna con bagliori rubini del sangue che ne colava.
Ciò che videro gli occhi di Cadmo, invece, fu lo spettacolo più atroce che poteva manifestarsi: sua figlia che giungeva semi nuda, malamente coperta da brandelli di una tunica insanguinata, che sorreggeva quel bastone grondante di sangue rappreso sul di quale era stata malamente infilzata la testa di Penteo, sfigurato, deturpato, lacerato e profanato.
Afferrò dalle sudice mani di lei quell' agghiacciante trofeo e lo posò delicatamente, poi scosse la figlia cercando di fare tornare in lei i lumi di una ragione errabonda perduta nella vendetta di Dioniso.
Quando Agave si destò, ed il senno riprese a scorrere nel suo essere, la realizzazione di quanto accaduto per poco non la fece ripiombare nell' abisso della follia.
E si udì un grido disumano, misto di una rabbia e di un dolore che solo le orecchie di una divinità opulenta e vendicativa udirono come un segno di vittoria.
Chiunque altro udì quei suoni si sentì mancare e duolere il petto, una lacrima sgorgare dagli occhi ed un brivido di freddo scorrere lungo la schiena."
-Chiuse il libro e cercò il suo sguardo-
"Non male eh?"-disse con voce soddisfatta ed interrogante, da vera maestrina-
"A te piace leggere questa roba?"-gli rispose lui- che aveva ascoltato mentre lei leggeva quei passaggi comodamente sdraiato sul letto, ancora nudo e ormai quasi pronto ad un secondo round della sua ginnastica preferita.
"Io sta roba la studio... e si, adoro le tragedie greche, adoro la letteratura mitologica ellenica e adoro le figure femminili tormentate che speso ne sono protagoniste!"-e poggiò pesantemente il libro sul comodino- "Speravo potessi apprezzare un po', ma a quanto pare te ne frega il cazzo"
"Ho capito che volevi condividermi un po' della tua vita e dei tuoi interessi, ma hai sopravvalutato due cose:
uno il fatto che a me potesse interessare la storia di una puttana greca del non so quanto avanti cristo, e due che potesse interessarmi di te altro al di là di quel culo rotondo e di quelle tette che sbordano dalle mie mani quando le stringo."
"Stronzo!"
"Si, puoi dirlo forte, è per questo che ti piace scoparmi, evita di fare la santarellina e di farti prendere da momenti di romanticismo."
"Se non te ne fregava un cazzo perché non mi hai fermato prima? perché mi hai lasciato finire?"
"Perché adoro il suono della tua voce. Perché quando fai una cosa che ti piace davvero diventi bellissima... come quando mi fai i pompini"
"Sei un pezzo di m..." - ma la mano di lui che si posava rapida e decisa sulla sua bocca le impedì di concludere la frase-
"Stai zitta ora, è il momento che ti faccia io una lezione prof"- e mettendosi dietro di lei le bloccò le gambe con le sue accavallandole sopra e aprendole-
"Ora tu stai zitta e parlo io va bene? parlo e ti scopo come una puttana greca hai capito?"
Lei fece solo un cenno col capo, si era già calata nella parte che lui le aveva imposto.
I muscoli delle sue cosce si tesero e costrinsero le gambe di lei a seguire il movimento aprendosi, e poi ancora fino a sentir tirare e duolere gli adduttori fra pube e interno coscia.
Quella posizione lasciava oscenamente aperta la voragine fre le sue gambe, già abbondantemente profanata qualche ora prima dal suo amante e ora nuovamente calda e già copiosamente bagnata dell' eccitazione per la piega che stavano prendendo gli eventi.
Lui fece scivolare la mano dalle sue labbra verso il suo seno, e l' altra la raggiunse nella stessa opera sull'altro lato.
Quelle mani così delicate qualche ora prima ora si stavano lasciando andare in più grevi maneggi, stringendo e strizzando, pinzando i capezzoli fino a farle male e poi tornando a stringere in tutta pienezza.
"È così che ti piace eh?"
Lei annui solamente, già immersa nel suo ruolo sottomesso e lascivo.
Lui morse l' elastico nero che le teneva legata una scomposta coda dei suoi capelli ribelli, forzandola a piegare la testa verso l' alto mentre le sue mani scendevano dai seni per andare a saggiare la situazione del suo sesso.
Lei sentiva il dolore causato da quello strattonamento di capelli e da quelle cosce forti che la inchiodavano sul letto, aperta come le pagine di un libro.
Le piaceva da impazzire.
Le dita di lui non furono delicate e curiose come lo furono prima, no, si erano fatte insolenti, sicure e dure come il marmo e stavano tastando ogni centimetro della sua bagnata intimità, veloci, maleducate e arroganti, ora ficcandosi dentro senza alcun preavviso e ora strusciando sul clitoride come se dovessero cancellarlo dalla faccia della terra.
Ogni tocco era una scossa che raggiungeva direttamente il suo cervello, ogni ficcata di quelle dita un brivido misto di dolore e godimento.
Si concentrò un po' sul suo bottoncino già arrossato, sfregandolo con due dita, segandolo come un piccolo cazzetto e poi battendoci sopra con la mano aperta.
Ciaf.. ciaf.. e gli schizzi dei suoi umori che schizzavano come lapilli di un vulcano.
E poi due dita buzzurre che varcavano quella soglia ormai sempre più aperta e desiderosa. Ma non bastava.
Sentì un terzo dito aggiungersi ed allargarla ancora, stavolta arrivò il brivido del dolore, quello che poi si mischia col godimento e non fa più distinguere le due cose.
Si sentiva come una strega inquisita, impalata, bloccata e dolorante ma senza una confessione che potesse salvarla.
Ci provò comunque.
"Sono una troia"- sussurrò con la voce rotta-
"Zitta! devi stare zitta! e non dirmi cose che so benissimo!"
E quelle dita spinsero più forte, col pollice che andava a torturare quel clitoride tormentato e sensibilissimo.
Iniziò a scoparla così, con le dita, e lei sentì subito che stava per esplodere in un orgasmo potentissimo.
Ma lui si fermò. La lasciò così, opera incompiuta, nel limbo fra il godere e la voglia.
Eh no bella, troppo facile così, vuoi godere eh? bene decido io come.
Quella figa mi ha stufato ormai è tutta aperta.
Lei riprese un po' di coscienza dopo essersi fatta trasportare e percepì che il suo cazzo si era fatto duro come un pezzo di legno, duro e nodoso com'era poteva benissimo essere un ciocco di faggio.
La fece girare e mettere su quattro zampe come una brava cagnolina ma poi gli mise le mani sulla testiera del letto.
La cinta in cuoio che ancora faceva il suo lavoro sui suoi pantaloni fu raccolta velocemente e usata per legarle le mani. Lei ebbe un brivido nel vederlo con quella cinta in mano, per un attimo fu sicura che sarebbe andata a tormentare le sue natiche...
Ma lui aveva altri piani.
Le bloccò così le mani, diede un'altra tastata a quelle tette che adorava e poi la mano scivolò sul suo fianco fin dietro a fermarsi sulla natica.
Paf.
Un suono secco, pieno e rimbombante. Il palmo della sua mano che si abbatteva sulle natiche di lei.
Paf.
Un altra volta.
quei due colpi la fulminarono come una scossa elettrica, e il calore che poi saliva dalla sua pelle arrossata e tesa evaporava in una voglia ormai materiale.
Non andò oltre, non voleva punirla o farle male, il suo scopo era portarla al limite della sensibilità fisica e del desiderio di essere il suo oggetto sessuale in quel momento.
"Lo sai che ora ti inculo vero?"
Lei annui.
"E tu vuoi essere inculata?"
Altro cenno di assenso.
Le domande erano finite.
Le sue dita andarono a raccogliere i suoi umori scorrendo verso il culo, adorava quella figa che si bagnava così tanto.
Accostò la cappella del suo ciocco di carne a quel pertugio che era stato volutamente ignorato in tutto il gioco precedente.
E mentre quel cazzo duro entrava dentro di lei e un gemito scappò dalle sue labbra serrate lui rise e disse:
"E comunque è tutta colpa di Agave! ...non doveva rompere il cazzo a Dioniso!"
E affondò dentro con un gesto secco, spingendo con forza, quasi che quella fosse la sua vendetta divina.
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