Ri-Scopredo Lei
scritto il 2026-10-28 tempo di lettura 12 min
di
Hotwriter83
genere
dominazione
cura
B+
Ormai era inutile girarci attorno. Il desiderio reciproco, il fuoco dei primi anni, quella pulsione continua che si insinuava nella testa al mattino e cresceva per tutto il giorno prima di trovare un caldo, passionale sfogo la sera... beh non si vedevano da un po'. Dopo dieci anni di matrimonio la routine aveva un po' ingoiato, distrattamente senza sensualità, la loro libido.
Il sesso si era fatto occasionale e frettoloso, le priorità delle contingenze quotidiane li avevano portati ad un robotico e ciclico piattume esistenziale sotto le lenzuola.
Non che i due non avessero picchi di desiderio o momenti di grande eccitazione, ma non erano più pezzi combacianti dello stesso puzzle. Se lui si svegliava ingrifato come un toro lei doveva scappare per una urgenza a lavoro, se lei sentiva un bollore fra le gambe lui stava stressato e distante.
Non è che fra i due si era passati all' indifferenza fisica, lui si ritrovava a guardarla quando usciva dalla doccia, o quando indossava quel costume verde e giallo per andare al mare.. si perdeva ancora fra quelle natiche, non più sode come anni prima ma ancora rotonde, quei seni piccoli, a forma di cono con quei capezzoli svettanti che la sua lingua conosceva millimetro per millimetro. E anche lei spesso indugiava sulle sue spalle larghe e robuste, gli aveva sempre dato quel senso di protezione che la faceva sentire sicura. Dovevano solo riallinearsi, ritrovarsi in un limbo di spazio e tempo comune dove lo scenario sarebbe stato il godimento.
***
Litigavano di rado, generalmente il carattere pacato di lui ammortizzava il riflesso fumantino di lei nei disaccordi e nelle discussioni. E più lui stava calmo e rispondeva con voce posata e tempi calcolati e più lei si sentiva ribollire fino ad esplodere nel suo solito "vaffanculo!" conclusivo e andare a sbollire in solitudine. Ma si trattava sempre di piccolezze, routinarie incongruenze che servivano anche come valvole di sfogo.
Quel giorno a cena dalla sorella di lei però fu diverso.
Fra una fetta di salame, due olive e un crostino l' argomento si era portato sul delicato tema della violenza domestica. Il servizio del tg in TV che aveva appena snocciolato l' ennesimo racconto di un uomo che aveva aggredito e colpito la compagna fece salire l' animo della discussione, trovando due frazioni sbilanciate numericamente a confrontarsi. Lui riteneva che un operato del genere fosse da condannare assolutamente, ma che in realtà fosse necessario, per evitare di fare di tutta l' erba un fascio, che certe notizie fossero verificate seriamente e non utilizzate solo per avere seguito da parte dei media col sensazionalismo forzato. Riteneva che per un uomo arrivare ad un atto del genere poteva avere solo due cause: essere un miserabile pezzo di merda proprio nell' animo, oppure poteva anche essere la conseguenza del un logorio di un rapporto dove anche la compagna poteva avere un ruolo scatenante. Non giustificava la violenza nemmeno in quel caso, poneva solo il punto sulla necessità di valutare anche la posizione dell' uomo in tali vicende.
Apriti cielo!
Quello che sembravano aver sentito le orecchie della moglie fu : " ha fatto bene, che sicuramente lei gli rompeva le palle!"
Ovviamente non pensava veramente che il marito fosse un bieco maschilista da quattro soldi, ma qualcosa durante quel confronto l'aveva alterata a punto di farla scaldare più del dovuto.
Secondo lei il fatto che le prendessero sempre le donne era riprova che l' odio di quegli atti fosse unidirezionale, cieco e magari anche ponderato.
Gli faceva eco suo cognato, che "quei porci li avrebbe appesi per le palle!", mentre la sorella dalla cucina, intenta a preparare gli antipasti, cercava di riportare tutti alla calma con il materno grido : "wee dai tutti calmi che è quasi pronto!"- come se l' incombente pasto potesse spegnere come un telecomando la discussione.
Stavano seduti sul divano, vicini, lui era rimasto comunque seduto tranquillo con la schiena poggiata sul largo cuscino mentre lei di era messa di tre quarti rivolta verso di lui seduta con una chiappa quasi fuori dal divano. Quando lui cercò di farle capire che comunque erano d'accordo a condannare gli atti violenti ma che, semplicemente, invitava ad una maggiore necessità di inquadrare i fatti caso per caso, senza dare per scontata la figura femminile angelicata e scevra da possibili comportamenti negativi... qualcosa nel cervello di lei fece corto circuito.
Il suo braccio destro si mosse quasi da solo, si allargò per prendere slancio e si stava abbattendo su di lui con la mano che saettava bersagliando il suo volto. La cinetica del gesto subì un brusco stop, la forte mano di lui si era mossa veloce e decisa ad intercettare quella assolutamente inattesa minaccia. le dita si strinsero attorno al polso di lei, tutto intorno piombò un silenzio funereo, rotto un istante dopo dal grido della sorella che si pietrificò con il tubetto della maionese in una mano e la tartina nell' altra. Un istante. Lui Immobile che bloccava quella mano con fermezza e lei che era rientrata nel suo io come in seguito ad uno sgradevole viaggio extra corporeo. ritrasse il braccio e due grosse lacrime già le gonfiavano gli occhi, negli occhi di lui non vide né rabbia né delusione, solo una infinita tenerezza. E questo la fece sentire in colpa due, dieci, mille volte. Si alzò di scatto e corse verso il bagno, lui si alzò di seguito chiamandone il nome con i suoni che parevano perdersi in un assordante silenzio. Il cognato si affrettò a raggiungere la moglie che era rimasta lì come un distributore automatico di maionese rotto.
Lei si gettò sul tappeto del bagno dopo aver sbattuto e chiuso la porta, cerco' invano la chiave per barricarsi dentro ma non c'era. si inginocchiò e si fece piccola piccola, si sentiva divorata da vergogna, senso di colpa, rabbia verso se stessa e altre mille emozioni. Lui la raggiunse, entrò ed accostò la porta. Stette un attimo in silenzio e poi disse :"Non è successo nulla dai... come stai?" e quella voce così serafica la fece scattare, perché non era arrabbiato? deluso? incazzato?? perché?! e si gettò su di lui caracollando come un'ubriaca, lui accolse quelle mani serrate in pugni inoffensivi sul suo petto e cerco di abbracciarla, lei fece un piccolo scatto indietro e lui le afferrò entrambi i polsi. Una stretta leggera solo per tenerla vicina e bloccarne l' armeggiare delle braccia ma calda, forte e protettiva. Lei si sentì pervadere da uno strano calore, sentirsi sotto il suo controllo, inerme le aveva dato un brivido strano che le aveva scosso il corpo.
Lui si rese conto che la situazione umorale era cambiata come con uno switch, e non fu difficile comprendere la reale natura di quella reazione così eccessiva da parte di lei.
A lei piaceva essere dominata.
Una fantasia forse, un desiderio covato dentro magari.. ma a lei piaceva subire.
E quella reazione era stata dettata dalle parole di lui poiché percepite come una possibile chiusura alla confessione di tali desideri. Lui non avrebbe mai trattato male una donna e per lei quel ribadire la sua pacatezza significava non poter condividere la sua voglia più segreta. Ma non voleva cercare altrove, lei amava e desiderava suo marito. Si era sentita persa in un istante, incapace di accettare la rinuncia ad un desiderio.
Queste e altre mille congetture si facevano strada nella sua mente in quell' istante così confuso, così caotico ed irrazionale.
Ma lui non le aveva lasciato i polsi. Li teneva saldamente fra le sue mani. E lo sguardo che gli gettò dritto dentro l' anima attraverso i suoi occhi urlò più forte delle parole che le sue labbra pronunciarono: "Ho capito. Hai paura che io ti consideri una sgualdrina"
Lei stava per aprir bocca ma lui la interruppe.
" Abbiamo dimenticato che i desideri lasciati nei cassetti puzzano. Ci siamo persi nella monotonia della vita, ma credi veramente che il la mia voglia di te sia diventata così distante e morigerata? puoi chiedermi tutto lo sai, e sai anche che lo otterrai."
La avvicinò verso la parete di fianco alla doccia spingendola sopra gli accappatoi appesi mentre pronunciava quelle parole. Le lasciò un polso ma lo tenne unito all' altro con una sola mano portando le braccia di lei sopra la sua testa.
Lei provò nuovamente a parlare ma lui la fulminò con lo sguardo e le disse con voce decisa ma sussurrata
:"Adesso devi stare zitta. Devi chiedermi scusa, ma senza dire una parola."
Sfilò la cinta in spugna di un accappatoio e le lego' i polsi, fissando sul gancetto che sosteneva gli asciugamani. Lei avrebbe potuto liberarsi semplicemente aprendo le braccia, ma in quel momento quelle erano delle catene pesantissime e chiuse dal pesante lucchetto del desiderio. Si stavano ritrovando lì, in quel bagno, in un palcoscenico strano, è vero, e attori di un copione che non avevano mai letto. Ma erano sulla stessa lunghezza d'onda, percorrevano lo stesso brivido e tornavano a percepire all' unisono quella voglia devastante che prendeva corpo e mente.
Lui le sollevò la maglia ed il reggiseno con un gesto' rapido e deciso, e si gettò su quei seni in modo animalesco. Lei sussulto' e fu subito redarguita. Doveva stare ferma. E zitta. E così fece, stette ferma mentre le mani di lui le stringevano con forza i seni, fino quasi a procuragli dolore che sublimava in piacere e liquide conseguenze fra le sue cosce. Le strinse i capezzoli così forte che avrebbe voluto urlare, forte, ma si buttò tutto dentro e lo spinse giù, dentro di sé, fino a sentire quel grido nel ventre e poi esplodere ancora umidamente. I suoi gesti erano rapidi e precisi, ponderati, sapeva che non poteva perdere tempo a spogliarla o a posizionarla come avrebbe preferito quindi l' atto andava consumato così, come un pasto frugale, come un panino caldo con la mortadella a metà mattina mentre sei nel bosco. Si era già bagnata come una fontana, non controllava più il suo corpo dalla testa in giù, una chiazza umida si affacciava sui leggings e stava iniziando a contagiare anche il tessuto della gonna. Insinuò le sue dita fra i vari strati di tessuto fino a ficcarli sotto l' elastico delle mutandine, con un gesto lento iniziò a tirare giù tutto ciò che copriva l' oggetto del suo desiderio. Si abbassò ritrovandosi in ginocchio davanti a lei con le mani che stiringevano assieme lembi di mutanda, gonna e leggings, aveva liberato quel triangolo di carne pulsante coperto da uno scuro ciuffetto di peli che brillavano alla luce di riflessi luminosi e bagnati. Ficcò la sua testa fra quelle cosce come un animale affamato si getta sulla preda e la sua lingua piatta e vogliosa passò da sotto a sopra a raccogliere quanti più di quegli umori bollenti potesse prendere. Due dita vogliose ma rudi si piantarono sul clitoride infuocato strizzandolo e segandolo cercando di mungere quando più succo possibile. Lei percepiva piacere, dolore, voglia, paura ma obbediva , ferma e silenziosa anche quando gli orgasmi la raggiungevano uno dopo l' altro. Il tempo era tiranno, la sorella di lei ed il cognato potevano arrivare da un momento all'altro e la porta non era chiusa a chiave. Doveva fotterla.
Non poteva però togliere i vestiti sotto e fra gonna e leggings si creava uno scomodo cuneo di vestiti che lo infastidivano perché non poteva aprirle bene le gambe. La prese per i fianchi e la voltò, riappendendola nuovamente come un prosciutto in maturazione. Le fece inarcare la schiena e saggio' l'umidità dal retro, come un meccanico che controlla il livello dell' olio. Era un lago, raccolse sul dito medio i suoi umori e li spalmo sulla sua figa scorrendo col dito fino ad incontrare l'altro buco. Ficcò quel dito impudente nel suo culo e la lubrificazione così casereccia risulto' solo parzialmente utile allo scopo regalando a lei quel misto di godimento e dolore della quale si stava nutrendo.
Lui si abbassò i pantaloni frettolosamente, il suo cazzo duro e pulsante in ogni venuzza irrorata di sangue ormai caldissimo si presentò sfacciatamente già pronto all' uso e fu subito annegato in mezzo a quelle labbra umide e lascive. La riempì fin quanto era in grado di fare spingendo con forza col bacino, prendendola in una salda morsa sui fianchi e catapultandosi dentro di lei ad ogni colpo. Quel cazzo che veniva sbattuto fino alle palle dentro quella fornace non poteva però liberarsi dentro di lei, lo tirò fuori e rapidamente lo presentò al secondo ingresso, niente spazio per le presentazioni lo forzò in avanti aprendo le natiche alla ricerca di spazio, lei riuscì a rilassare un istante i suoi muscoli tesi e lasciò che avvolgessero quel membro duro e impertinente. Ormai era al limite, un paio di ficcate furono il massimo che riuscí a offrirle prima di schizzarle dentro tutto il suo seme. L' eiaculazione fu come una parola magica che spense le luci del teatro, chiuse il sipario e diede il via libera. Quello strappo nello spazio e nel tempo si era richiuso.
Lui si tiro' su mutande e pantaloni, la abbraccio teneramente da dietro mentre lei si liberava delle ormai inoffensive "catene" per poi voltarsi, perdersi un istante nei suoi occhi e sussurrargli :" Scusa"
lui la strinse a sé e avvicinando le labbra al suo orecchio rispose :" Questo è solo l' inizio"
Quelle sole parole, in quel momento avrebbero potuto farla esplodere in un ennesimo orgasmo, se non fosse che, dal mondo al di là della porta la voce del cognato interruppe l' idillio
" We tutto apposto la dentro?"
Lei si abbasso reggiseno e maglia e quasi contemporaneamente mutande,leggings e gonna ritrovarono la loro posizione, si asciugò le lacrime sulle guance, quelle della colpa, quelle del dolore e quelle del godimento...
Il sesso si era fatto occasionale e frettoloso, le priorità delle contingenze quotidiane li avevano portati ad un robotico e ciclico piattume esistenziale sotto le lenzuola.
Non che i due non avessero picchi di desiderio o momenti di grande eccitazione, ma non erano più pezzi combacianti dello stesso puzzle. Se lui si svegliava ingrifato come un toro lei doveva scappare per una urgenza a lavoro, se lei sentiva un bollore fra le gambe lui stava stressato e distante.
Non è che fra i due si era passati all' indifferenza fisica, lui si ritrovava a guardarla quando usciva dalla doccia, o quando indossava quel costume verde e giallo per andare al mare.. si perdeva ancora fra quelle natiche, non più sode come anni prima ma ancora rotonde, quei seni piccoli, a forma di cono con quei capezzoli svettanti che la sua lingua conosceva millimetro per millimetro. E anche lei spesso indugiava sulle sue spalle larghe e robuste, gli aveva sempre dato quel senso di protezione che la faceva sentire sicura. Dovevano solo riallinearsi, ritrovarsi in un limbo di spazio e tempo comune dove lo scenario sarebbe stato il godimento.
***
Litigavano di rado, generalmente il carattere pacato di lui ammortizzava il riflesso fumantino di lei nei disaccordi e nelle discussioni. E più lui stava calmo e rispondeva con voce posata e tempi calcolati e più lei si sentiva ribollire fino ad esplodere nel suo solito "vaffanculo!" conclusivo e andare a sbollire in solitudine. Ma si trattava sempre di piccolezze, routinarie incongruenze che servivano anche come valvole di sfogo.
Quel giorno a cena dalla sorella di lei però fu diverso.
Fra una fetta di salame, due olive e un crostino l' argomento si era portato sul delicato tema della violenza domestica. Il servizio del tg in TV che aveva appena snocciolato l' ennesimo racconto di un uomo che aveva aggredito e colpito la compagna fece salire l' animo della discussione, trovando due frazioni sbilanciate numericamente a confrontarsi. Lui riteneva che un operato del genere fosse da condannare assolutamente, ma che in realtà fosse necessario, per evitare di fare di tutta l' erba un fascio, che certe notizie fossero verificate seriamente e non utilizzate solo per avere seguito da parte dei media col sensazionalismo forzato. Riteneva che per un uomo arrivare ad un atto del genere poteva avere solo due cause: essere un miserabile pezzo di merda proprio nell' animo, oppure poteva anche essere la conseguenza del un logorio di un rapporto dove anche la compagna poteva avere un ruolo scatenante. Non giustificava la violenza nemmeno in quel caso, poneva solo il punto sulla necessità di valutare anche la posizione dell' uomo in tali vicende.
Apriti cielo!
Quello che sembravano aver sentito le orecchie della moglie fu : " ha fatto bene, che sicuramente lei gli rompeva le palle!"
Ovviamente non pensava veramente che il marito fosse un bieco maschilista da quattro soldi, ma qualcosa durante quel confronto l'aveva alterata a punto di farla scaldare più del dovuto.
Secondo lei il fatto che le prendessero sempre le donne era riprova che l' odio di quegli atti fosse unidirezionale, cieco e magari anche ponderato.
Gli faceva eco suo cognato, che "quei porci li avrebbe appesi per le palle!", mentre la sorella dalla cucina, intenta a preparare gli antipasti, cercava di riportare tutti alla calma con il materno grido : "wee dai tutti calmi che è quasi pronto!"- come se l' incombente pasto potesse spegnere come un telecomando la discussione.
Stavano seduti sul divano, vicini, lui era rimasto comunque seduto tranquillo con la schiena poggiata sul largo cuscino mentre lei di era messa di tre quarti rivolta verso di lui seduta con una chiappa quasi fuori dal divano. Quando lui cercò di farle capire che comunque erano d'accordo a condannare gli atti violenti ma che, semplicemente, invitava ad una maggiore necessità di inquadrare i fatti caso per caso, senza dare per scontata la figura femminile angelicata e scevra da possibili comportamenti negativi... qualcosa nel cervello di lei fece corto circuito.
Il suo braccio destro si mosse quasi da solo, si allargò per prendere slancio e si stava abbattendo su di lui con la mano che saettava bersagliando il suo volto. La cinetica del gesto subì un brusco stop, la forte mano di lui si era mossa veloce e decisa ad intercettare quella assolutamente inattesa minaccia. le dita si strinsero attorno al polso di lei, tutto intorno piombò un silenzio funereo, rotto un istante dopo dal grido della sorella che si pietrificò con il tubetto della maionese in una mano e la tartina nell' altra. Un istante. Lui Immobile che bloccava quella mano con fermezza e lei che era rientrata nel suo io come in seguito ad uno sgradevole viaggio extra corporeo. ritrasse il braccio e due grosse lacrime già le gonfiavano gli occhi, negli occhi di lui non vide né rabbia né delusione, solo una infinita tenerezza. E questo la fece sentire in colpa due, dieci, mille volte. Si alzò di scatto e corse verso il bagno, lui si alzò di seguito chiamandone il nome con i suoni che parevano perdersi in un assordante silenzio. Il cognato si affrettò a raggiungere la moglie che era rimasta lì come un distributore automatico di maionese rotto.
Lei si gettò sul tappeto del bagno dopo aver sbattuto e chiuso la porta, cerco' invano la chiave per barricarsi dentro ma non c'era. si inginocchiò e si fece piccola piccola, si sentiva divorata da vergogna, senso di colpa, rabbia verso se stessa e altre mille emozioni. Lui la raggiunse, entrò ed accostò la porta. Stette un attimo in silenzio e poi disse :"Non è successo nulla dai... come stai?" e quella voce così serafica la fece scattare, perché non era arrabbiato? deluso? incazzato?? perché?! e si gettò su di lui caracollando come un'ubriaca, lui accolse quelle mani serrate in pugni inoffensivi sul suo petto e cerco di abbracciarla, lei fece un piccolo scatto indietro e lui le afferrò entrambi i polsi. Una stretta leggera solo per tenerla vicina e bloccarne l' armeggiare delle braccia ma calda, forte e protettiva. Lei si sentì pervadere da uno strano calore, sentirsi sotto il suo controllo, inerme le aveva dato un brivido strano che le aveva scosso il corpo.
Lui si rese conto che la situazione umorale era cambiata come con uno switch, e non fu difficile comprendere la reale natura di quella reazione così eccessiva da parte di lei.
A lei piaceva essere dominata.
Una fantasia forse, un desiderio covato dentro magari.. ma a lei piaceva subire.
E quella reazione era stata dettata dalle parole di lui poiché percepite come una possibile chiusura alla confessione di tali desideri. Lui non avrebbe mai trattato male una donna e per lei quel ribadire la sua pacatezza significava non poter condividere la sua voglia più segreta. Ma non voleva cercare altrove, lei amava e desiderava suo marito. Si era sentita persa in un istante, incapace di accettare la rinuncia ad un desiderio.
Queste e altre mille congetture si facevano strada nella sua mente in quell' istante così confuso, così caotico ed irrazionale.
Ma lui non le aveva lasciato i polsi. Li teneva saldamente fra le sue mani. E lo sguardo che gli gettò dritto dentro l' anima attraverso i suoi occhi urlò più forte delle parole che le sue labbra pronunciarono: "Ho capito. Hai paura che io ti consideri una sgualdrina"
Lei stava per aprir bocca ma lui la interruppe.
" Abbiamo dimenticato che i desideri lasciati nei cassetti puzzano. Ci siamo persi nella monotonia della vita, ma credi veramente che il la mia voglia di te sia diventata così distante e morigerata? puoi chiedermi tutto lo sai, e sai anche che lo otterrai."
La avvicinò verso la parete di fianco alla doccia spingendola sopra gli accappatoi appesi mentre pronunciava quelle parole. Le lasciò un polso ma lo tenne unito all' altro con una sola mano portando le braccia di lei sopra la sua testa.
Lei provò nuovamente a parlare ma lui la fulminò con lo sguardo e le disse con voce decisa ma sussurrata
:"Adesso devi stare zitta. Devi chiedermi scusa, ma senza dire una parola."
Sfilò la cinta in spugna di un accappatoio e le lego' i polsi, fissando sul gancetto che sosteneva gli asciugamani. Lei avrebbe potuto liberarsi semplicemente aprendo le braccia, ma in quel momento quelle erano delle catene pesantissime e chiuse dal pesante lucchetto del desiderio. Si stavano ritrovando lì, in quel bagno, in un palcoscenico strano, è vero, e attori di un copione che non avevano mai letto. Ma erano sulla stessa lunghezza d'onda, percorrevano lo stesso brivido e tornavano a percepire all' unisono quella voglia devastante che prendeva corpo e mente.
Lui le sollevò la maglia ed il reggiseno con un gesto' rapido e deciso, e si gettò su quei seni in modo animalesco. Lei sussulto' e fu subito redarguita. Doveva stare ferma. E zitta. E così fece, stette ferma mentre le mani di lui le stringevano con forza i seni, fino quasi a procuragli dolore che sublimava in piacere e liquide conseguenze fra le sue cosce. Le strinse i capezzoli così forte che avrebbe voluto urlare, forte, ma si buttò tutto dentro e lo spinse giù, dentro di sé, fino a sentire quel grido nel ventre e poi esplodere ancora umidamente. I suoi gesti erano rapidi e precisi, ponderati, sapeva che non poteva perdere tempo a spogliarla o a posizionarla come avrebbe preferito quindi l' atto andava consumato così, come un pasto frugale, come un panino caldo con la mortadella a metà mattina mentre sei nel bosco. Si era già bagnata come una fontana, non controllava più il suo corpo dalla testa in giù, una chiazza umida si affacciava sui leggings e stava iniziando a contagiare anche il tessuto della gonna. Insinuò le sue dita fra i vari strati di tessuto fino a ficcarli sotto l' elastico delle mutandine, con un gesto lento iniziò a tirare giù tutto ciò che copriva l' oggetto del suo desiderio. Si abbassò ritrovandosi in ginocchio davanti a lei con le mani che stiringevano assieme lembi di mutanda, gonna e leggings, aveva liberato quel triangolo di carne pulsante coperto da uno scuro ciuffetto di peli che brillavano alla luce di riflessi luminosi e bagnati. Ficcò la sua testa fra quelle cosce come un animale affamato si getta sulla preda e la sua lingua piatta e vogliosa passò da sotto a sopra a raccogliere quanti più di quegli umori bollenti potesse prendere. Due dita vogliose ma rudi si piantarono sul clitoride infuocato strizzandolo e segandolo cercando di mungere quando più succo possibile. Lei percepiva piacere, dolore, voglia, paura ma obbediva , ferma e silenziosa anche quando gli orgasmi la raggiungevano uno dopo l' altro. Il tempo era tiranno, la sorella di lei ed il cognato potevano arrivare da un momento all'altro e la porta non era chiusa a chiave. Doveva fotterla.
Non poteva però togliere i vestiti sotto e fra gonna e leggings si creava uno scomodo cuneo di vestiti che lo infastidivano perché non poteva aprirle bene le gambe. La prese per i fianchi e la voltò, riappendendola nuovamente come un prosciutto in maturazione. Le fece inarcare la schiena e saggio' l'umidità dal retro, come un meccanico che controlla il livello dell' olio. Era un lago, raccolse sul dito medio i suoi umori e li spalmo sulla sua figa scorrendo col dito fino ad incontrare l'altro buco. Ficcò quel dito impudente nel suo culo e la lubrificazione così casereccia risulto' solo parzialmente utile allo scopo regalando a lei quel misto di godimento e dolore della quale si stava nutrendo.
Lui si abbassò i pantaloni frettolosamente, il suo cazzo duro e pulsante in ogni venuzza irrorata di sangue ormai caldissimo si presentò sfacciatamente già pronto all' uso e fu subito annegato in mezzo a quelle labbra umide e lascive. La riempì fin quanto era in grado di fare spingendo con forza col bacino, prendendola in una salda morsa sui fianchi e catapultandosi dentro di lei ad ogni colpo. Quel cazzo che veniva sbattuto fino alle palle dentro quella fornace non poteva però liberarsi dentro di lei, lo tirò fuori e rapidamente lo presentò al secondo ingresso, niente spazio per le presentazioni lo forzò in avanti aprendo le natiche alla ricerca di spazio, lei riuscì a rilassare un istante i suoi muscoli tesi e lasciò che avvolgessero quel membro duro e impertinente. Ormai era al limite, un paio di ficcate furono il massimo che riuscí a offrirle prima di schizzarle dentro tutto il suo seme. L' eiaculazione fu come una parola magica che spense le luci del teatro, chiuse il sipario e diede il via libera. Quello strappo nello spazio e nel tempo si era richiuso.
Lui si tiro' su mutande e pantaloni, la abbraccio teneramente da dietro mentre lei si liberava delle ormai inoffensive "catene" per poi voltarsi, perdersi un istante nei suoi occhi e sussurrargli :" Scusa"
lui la strinse a sé e avvicinando le labbra al suo orecchio rispose :" Questo è solo l' inizio"
Quelle sole parole, in quel momento avrebbero potuto farla esplodere in un ennesimo orgasmo, se non fosse che, dal mondo al di là della porta la voce del cognato interruppe l' idillio
" We tutto apposto la dentro?"
Lei si abbasso reggiseno e maglia e quasi contemporaneamente mutande,leggings e gonna ritrovarono la loro posizione, si asciugò le lacrime sulle guance, quelle della colpa, quelle del dolore e quelle del godimento...
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