Il sugo

di
genere
confessioni

Ciao a tutti, sono Luisa Damore e il mio ultimo romanzo erotico sentimentale è "Fame".
Lo trovi su Amazon. Buona lettura di questo racconto, che non fa parte del romanzo.
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La cucina sapeva di basilico fresco e aglio soffritto. Luisa aveva appoggiato i palmi sul ripiano di marmo, le dita ancora umide di acqua di cottura, quando sentì lo scatto della porta a vetri che si chiudeva.

«Tuo fratello è uscito» disse Marina, entrando con la sua andatura molle, i sandali che schioccavano contro le mattonelle di cotto. Si era raccolta i capelli neri in una coda bassa, ma alcune ciocche le sfuggivano lungo le tempie, incollate dal caldo di luglio. Indossava un prendisole di lino azzurro, così sottile che Luisa poteva distinguere la linea scura dei capezzoli sotto la stoffa.

Luisa deglutì. Si era sempre imposta di non guardare, di non soffermarsi su quel dettaglio. Ma quella sera, con l'aria densa e il ventilatore che girava lento sul soffitto, qualcosa cedeva.

«Lo so» rispose. Si voltò verso i fornelli, girò il cucchiaio di legno nella pentola del ragù. Il pomodoro scoppiettava, rosso e denso, e il vapore le salì al viso arrossandole le guance.

Marina si appoggiò al bordo del tavolo, a meno di un metro da lei. Incrociò le braccia sotto il seno, sollevandolo appena. «Sei tesa da tutta la sera.»

«Non sono tesa.»

«Luisa.» Il suo nome nella bocca di Marina suonava diverso, allungato sulla seconda sillaba, come se lo assaporasse. Si avvicinò di un passo. Il profumo della sua pelle — cocco e sudore acre — si mescolò al soffritto. «Ti ho vista come mi guardavi a tavola.»

Il cucchiaio si fermò. Luisa fissò il movimento lento del sugo che colava dal legno, denso e rosso. Il cuore le batteva in gola.

Marina allungò la mano e le scostò una ciocca di capelli dietro l'orecchio. Il polpastrello le sfiorò il lobo, scese lungo il collo, seguì la clavicola. Luisa chiuse gli occhi. Un brivido le percorse la schiena, partendo da quel punto esatto dove il dito di Marina indugiava.

«Dimmi di fermarmi» sussurrò Marina. Il suo sesso sapeva di vino rosso.

Luisa non disse nulla. Non si mosse. Il ventilatore girava, lento, e le mosche sbattevano contro la zanzariera.

Marina le prese il viso tra le mani e la baciò.

La bocca di Marina era morbida, umida, sapeva di Chianti e sigaretta. La lingua scivolò tra le labbra di Luisa con una sicurezza che le fece piegare le ginocchia. Luisa si aggrappò al bordo del ripiano. Il marmo era freddo sotto le dita sudate. Marina le prese i fianchi, la girò con delicatezza, la spinse contro il mobile. Il bordo del ripiano le premeva nella zona lombare.

Si baciarono ancora. Marina le teneva il mento sollevato con due dita, l'altra mano scesa lungo il fianco, fino all'orlo della gonna. Le nocche sfregarono contro la coscia nuda, risalirono lente, sollevando il tessuto azzurro.

Luisa emise un suono basso, un gemito soffocato che le vibrò in gola. Marina si staccò appena, il respiro corto, gli occhi scuri lucidi. «Sei bagnata» disse, e non era una domanda. Le dita avevano trovato l'umidità attraverso le mutandine di cotone.

Luisa annuì. Non riusciva a parlare. La mano di Marina premeva, muoveva piccoli cerchi lenti, e ogni giro le strappava un sussulto dal petto.

Marina la spinse verso il tavolo. La spinse con forza, con decisione, facendola sedere sul piano di legno. I bicchieri tintinnarono. La caraffa dell'acqua oscillò. Luisa si appoggiò indietro sui palmi, le gambe aperte, la gonna sollevata fino ai fianchi.

Marina si inginocchiò. Le mattonelle erano fredde sotto le sue ginocchia, ma non ci badò. Afferrò le mutandine di Luisa per l'elastico e le tirò giù lungo le cosce, fino alle caviglie. L'aria della cucina le sfiorò la fica, calda e aperta, e Luisa trattenne il respiro.

«Sei bellissima» disse Marina, e il suo alito le arrivò sulla pelle nuda, caldo, facendola contrarre. Le labbra erano gonfie, lucide di umori. Marina usò i pollici per aprirla, per vedere bene, per guardare il clitoride che spuntava dal suo cappuccio, rosa e turgido.

Poi la sua bocca fu lì.

La lingua di Marina era calda, bagnata, esperta. Partì dal basso, dalla fessura della fica, e risalì leccando lunga e lenta fino al clitoride. Luisa gettò la testa indietro. I capelli si sparsero sul tavolo, tra i bicchieri e i tovaglioli di stoffa. La lingua di Marina girava intorno al clitoride, lo succhiava appena, poi scendeva di nuovo a raccogliere i suoi umori.

«Cristo, Marina—» Le parole le morirono in gola. Marina infilò due dita dentro di lei, lentamente, sentendo le pareti della fica stringersi intorno alle nocche. Erano bagnate, scivolose, e le muoveva avanti e indietro mentre la sua lingua continuava a lavorare il clitoride.

Il rumore era osceno. Il suono della fica di Luisa che si apriva e chiudeva intorno alle dita di Marina, il risucchio della sua bocca, il loro respiro affannato. Luisa si aggrappò al bordo del tavolo. Le nocche sbiancarono.

Marina succhiò più forte. Infilò un terzo dito. La fica di Luisa lo accolse con un suono umido, osceno, e Marina gemette contro la sua carne, vibrando sul clitoride turgido. La lingua si muoveva in cerchi stretti, rapidi, e le dita pompavano con un ritmo costante, implacabile.

Luisa venne con un grido roco. Le cosce si strinsero intorno alla testa di Marina, tremando. Le pareti della sua fica si contrassero intorno alle dita, ancora e ancora, e Marina continuò a leccare, più piano, accompagnando ogni ondata, raccogliendo gli umori che le colavano sul mento.

Quando Luisa si rilassò, Marina si rialzò. Aveva il viso lucido, le labbra gonfie. Si pulì il mento con il dorso della mano, poi si portò le dita alla bocca e le succhiò una a una, assaggiando Luisa con gli occhi chiusi.

Luisa la guardava dal tavolo, ancora ansimante, la gonna aggrovigliata intorno alla vita, le gambe aperte e tremanti. Allungò la mano e afferrò Marina per il bordo del prendisole. La tirò a sé.

«Ora tocca a me» disse.

La sua voce era roca, bassa, irriconoscibile. Fece alzare Marina sul tavolo, la fece sedere accanto a lei. Il legno scricchiolò sotto il loro peso combinato. Luisa le sollevò il prendisole fino alla vita. Marina non portava mutandine.

Luisa scivolò giù dal tavolo, si inginocchiò sulle mattonelle fredde. Le ginocchia protestarono, ma non le importava. Si trovò davanti la fica di Marina, nera di peli ricci, le labbra interne che sporgevano appena, rosse e bagnate.

L'odore era forte, muschiato, diverso dal suo. Luisa lo respirò a fondo, chiuse gli occhi un istante. Poi affondò il viso.

La fica di Marina era saporita, salata, acida. Luisa la leccò con foga, con una fame che non sapeva di avere. La lingua scivolava tra le pieghe, raccoglieva gli umori, risaliva fino al clitoride e lo premeva, lo succhiava. Marina si appoggiò sui gomiti, la testa gettata all'indietro, i capelli sciolti che le cadevano sulle spalle. Mugolava, un suono continuo, basso, che saliva e scendeva con il movimento della lingua di Luisa.

Luisa infilò due dita. La fica di Marina era più stretta della sua, le pareti lisce e bagnate. Le curvò verso l'alto, cercando quel punto ruvido all'interno, e quando lo trovò Marina gridò. Un suono acuto, strozzato, che rimbalzò sulle mattonelle e sui muri della cucina.

«Lì— lì, cazzo, non ti fermare—»

Luisa non si fermò. Pompava le dita, succhiava il clitoride, leccava in cerchi stretti e rapidi. Marina venne con un fremito violento, le cosce che si chiudevano intorno alla testa di Luisa, le mani che le afferravano i capelli tirandoli con forza. Gli umori le bagnarono il mento, il collo, le colarono sul petto.

Rimasero così, immobili, il respiro che si calmava lentamente. Il ragù bolliva piano sul fornello. Il ventilatore girava. Fuori, una vespa urtava contro la zanzariera.

Marina si sollevò sui gomiti. Guardò Luisa, ancora in ginocchio, il viso bagnato, gli occhi lucidi. Le scostò una ciocca di capelli dietro l'orecchio, lo stesso gesto di prima, ma ora la sua mano tremava.

«Lo rifaremo» disse Marina. Non era una domanda.

Luisa si alzò. Le ginocchia scricchiolarono. Si pulì il mento con il dorso della mano, come aveva fatto Marina, e si appoggiò al ripiano di marmo. Il cuore le batteva ancora forte, ma il nodo che aveva portato nel petto per mesi, per anni, si era sciolto in qualcosa di liquido e caldo.

Annuì. «Sì.»

Marina si aggiustò il prendisole, scese dal tavolo, si lisciò i capelli. Raccolse i sandali dal pavimento. Si avvicinò a Luisa, le posò un bacio leggero sulla bocca — un bacio che sapeva di fica, di vino, di qualcosa di nuovo — e uscì dalla cucina.

Luisa rimase sola. Si appoggiò al marmo, le dita che tremavano ancora, e guardò la pentola del ragù. Il sugo aveva formato una crosta scura sui bordi. Lo mescolò con il cucchiaio di legno, lentamente, e il profumo del pomodoro si mescolò al ricordo della pelle di Marina, al sapore della sua fica, al suono del suo piacere.

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Ciao a tutti, sono Luisa Damore e il mio ultimo romanzo erotico sentimentale è "Fame".
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scritto il
2026-10-04
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