Giulia e Nael - La Padrona del gioco (20)

scritto il 2026-10-25 tempo di lettura 44 min

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Avvertenza: Questo racconto contiene scene esplicite e grafiche di dominazione femminile, fisting anale e pratiche scat. I contenuti sono estremi e possono risultare disturbanti. Sconsiglio la lettura a chi è sensibile a questo tipo di pratiche.

Lunedì. Uscita da scuola, il bus, come sempre la casa vuota fino a sera. Francesca e Marco al lavoro, Cinzia già andata. Avevo detto ad Adele le due e mezzo. Nael sarebbe arrivato prima.

Salii in camera. Quando aprii il cassetto dei sex toy, le dita mi si fermarono un istante sul bordo. Dentro c’erano le cose di sempre, disposte come le avevo lasciate: lo strap-on con l’asta un po’ incurvata, l’harness di pelle nera, il plug vibrante, la gabbia di acciaio, le cavigliere e le polsiere con i moschettoni. Ma per un secondo non pensai a Nael. Pensai a Cinzia.

Era stata lei, quella mattina, a entrare in camera mentre io ero a scuola. Aveva messo a posto la biancheria pulita, piegata e sistemata nei cassetti come faceva sempre. E aveva anche rifatto il letto. Aveva cambiato le lenzuola, quelle del fine settimana, che ancora odoravano di sesso. Io lo sapevo. Le macchie c’erano, di sborra e di broda di fica, e avevano ormai lasciato il segno sul materasso. Cinzia aveva visto tutto. Aveva toccato tutto. E mentre sistemava, aveva sicuramente sentito l’odore. Non più quello delle candele profumate e della biancheria pulita. Ma quello di sesso, di ormoni, di sudore adolescenziale. Un odore più forte, più sporco, che restava nella stanza anche dopo aver cambiato le lenzuola.

Non mi dava fastidio. Anzi. Mi stuzzicava. Cinzia mi aveva sempre vista come la figlia perfetta di Francesca. Quella educata, brava a scuola, ordinata, che non alzava la voce, che non dava problemi. La ragazzina composta, con i capelli a posto e i vestiti scelti da sua madre. Ora, se aveva guardato dentro quel cassetto e aveva sentito quell’odore, aveva visto tutto. Lo strap-on, la gabbia, le cavigliere, il plug, le macchie sul materasso. E poteva aver pensato che non ero più quella. Che ero una diciottenne bella, sexy, sessualmente attiva, così disinibita da chiudere un ragazzo in una cock cage e da incularlo con lo strap-on.

L’immagine mi fece sorridere, piano, mentre prendevo la gabbia e la facevo girare tra le dita. Mi piaceva. Mi piaceva sapere che, anche solo per un momento, Cinzia mi avesse vista così. Non più la figlia di Francesca. Ma me. Una ragazza che decideva, che prendeva, che metteva sotto se lo voleva.

E mentre chiudevo il cassetto, un altro pensiero mi attraversò. Francesca teneva tutto nascosto. I suoi giochi, i suoi segreti, le sue cose sporche. Tutto chiuso, tutto lontano dagli occhi. Io no. Io non nascondevo niente. Non a Cinzia, non a Nael, non a me stessa. E in quel momento mi sentii superiore a lei. Non perché facevo cose più sporche. Perché non avevo paura di farle.

Disposi tutto sul letto. Contro il muro, in un angolo, c’era un tubo di metallo che avevo preparato un paio di giorni prima. Uno scarto trovato in garage tra le cose di Marco, lungo poco più di un metro, due centimetri di diametro, avevo fatto passare dentro una catenella di acciaio e agganciato due moschettoni alle estremità. L’avevo portato di sopra la sera stessa e lasciato lì, pronto.

Mi spogliai. Doccia veloce. Maglietta larga, niente sotto.

Nael arrivò alle due e dieci. Mi baciò sulla porta. Lo sguardo era teso.

«Sei pronta?»

«Sì.»

«Ricordati il patto. Dopo comando io. Su tutte e due.»

«Lo so.»

Salimmo. Nael vide subito i giocattoli sul letto. Il collare, la gabbia, le cinghie. Si fermò un secondo. Io andai verso il muro, presi il tubo e glielo mostrai. Il metallo era freddo, la catenella scorreva dentro, i moschettoni tintinnavano. Ero entusiasta.

«Guarda. L’ho fatto io. Un paio di giorni fa. In garage, tra le cose di Marco, c’era questo scarto di tubo. Ci ho passato questa catenella. Serve a tenerti le gambe aperte. Alle cavigliere attacco questi, così resti divaricato.»

Nael lo guardò. Era nervoso. Si passò una mano sui ricci, lo sguardo basso.

«Adele mi vede così. Gambe aperte, legato… Non so se…»

«Lo so che ti rode. Ma hai detto sì. E io voglio questo. Voglio che ti veda così.»

Lui restò in silenzio un secondo. Poi annuì, corto.

Si spogliò. Maglietta, pantaloni della tuta, niente sotto. Il cazzo gli pendeva grosso, scuro, mezzo sveglio. Si sedette sul bordo del letto.

Presi il collare. Glielo allacciai. Poi, mentre era ancora seduto, gli presi il cazzo e glielo chiusi nella gabbia. Il click del lucchetto. Lui inspirò, corto.

«In ginocchio. Sul tappeto.»

Obbedì. Si mise in ginocchio, le cosce aperte. Gli allacciai le cavigliere. Presi il tubo, lo posai sulle sue caviglie, dietro, orizzontale. Agganciai i moschettoni delle cavigliere alla catenella, uno a ogni estremità. Le gambe restarono aperte, forzate.

Poi le polsiere. Gliele misi ai polsi, dietro la schiena. Agganciai i due moschettoni tra loro, facendoli passare sotto il tubo. Le braccia restarono bloccate indietro, il petto aperto, la gabbia ben visibile. Restò così: in ginocchio, gambe divaricate, petto e cazzo in gabbia esposti, inerme. Scomodo.

«Così. Offerto. Non puoi nasconderti.»

Lui non rispose. Gli occhi si alzarono sui miei. Era ancora nervoso, ma non si tirò indietro.

Adele suonò alle due e ventotto. Scesi. Mi baciò, corto.

«Sono in ritardo?»

«No. Lui è già di sopra.»

Mentre salimmo le scale, mi tolsi la maglietta con un movimento deliberatamente lento, rimanendo già completamente nuda. Quando entrò, si fermò sulla soglia. Nael era in ginocchio sul tappeto, gambe aperte dal tubo, polsi bloccati dietro, petto e gabbia esposti, collare rosa. Adele lo guardò, poi guardò me. Annuì, piano.

«Cazzo. Ok.»

«Ti avevo detto.»

«Sì. Sinceramente non mi aspettavo una cosa così. Ma sono qui, e sto al gioco.»

Nael alzò gli occhi su di lei. Non disse niente. Adele si avvicinò, gli mise una mano sui ricci.

«Ciao, maranza. Non lo racconto a nessuno.»

Lui non rispose. Io le feci cenno. Si spogliò. Restò nuda, piccola, il ciuffo rosso sulla fica. Rimase in piedi davanti a Nael, a guardarlo.

Mi avvicinai ad Adele da dietro. Le circondai la vita con le braccia e salii subito ai seni, piccoli e sodi. Li presi nei palmi, li strinsi con possesso, i pollici sui capezzoli. Lei non si tirò indietro. Restammo così, io dietro di lei, entrambe nude, in piedi davanti a Nael. Lui era ancora in ginocchio sul tappeto, gambe aperte dal tubo, polsi bloccati dietro la schiena, petto e gabbia esposti, collare rosa. Non poteva muoversi. Non poteva coprirsi.

Sussurrai all'orecchio di Adele. La voce mi uscì bassa, vellutata.

«Così inerme non sembra l’animale che è di solito a letto.»

Adele annuì, piano. I suoi capezzoli si indurirono sotto le mie dita.

«No. Non sembra.»

Sorrisi contro il suo collo. Le strinsi i seni un po’ più forte, possessiva.

«Non ti preoccupare. Oggi c’è un animale peggiore. E più affamato.»

Risi, bassa, contro la sua pelle. Una risata che non prometteva niente di buono. Adele rabbrividì, ma non si spostò. Nael alzò gli occhi su di noi. Non disse niente.

Mi staccai da Adele. La presi per la mano e la tirai un po’ più vicina a Nael. Gli afferrai la nuca, le dita nei ricci, e gli spinsi la faccia sulla fica di Adele. Lei si avvicinò, le cosce aperte, e gli sfregò la vulva sulla bocca. Il ciuffo rosso gli sfiorò il naso. L’odore di Adele, caldo, un po’ più acido del mio, gli riempì il respiro. Lei gemette, bassa, e iniziò a muovere i fianchi, lenta, sfregandosi sulla sua lingua.

«Lecca. Dai, fai il bravo. Non stare lì fermo.»

Nael obbedì. La lingua uscì, larga, e leccò. Adele ansimò. Io le tenevo la testa, la stringevo, e ridevo piano.

«Così. Fagliela sentire. È tutto aperto, non può scappare.»

Adele si staccò dopo un po’, la fica lucida. Mi fece spazio. Io mi misi davanti a lui, gli afferrai di nuovo la nuca e gli schiacciai la bocca sulla mia fica. Ero già bagnata. Gli sfregai il clitoride sulle labbra, poi più in basso, sulle labbra interne. Il mio odore, dolce e caldo, gli coprì il viso. Lui leccò, la lingua che scivolava tra le pieghe, e io gli spinsi la testa più forte.

«Bravo. Continua. Non fare il timido, che tanto non puoi muoverti.»

Adele si chinò accanto a me, una mano sul mio fianco, e rise.

«Guardalo. Gli piace. Ha la faccia tutta bagnata.»

Ci scambiammo ancora. Adele gli riprese la bocca, io le tenevo i capelli e le dicevo di sfregarsi di più. Poi di nuovo io. Nael ansimava dal naso, la lingua che lavorava, la saliva e i nostri umori che gli colavano sul mento.

Quando fummo entrambe più bagnate, Adele si girò. Si mise a pecora davanti a lui, il culo piccolo e chiaro esposto. Io gli afferrai la nuca e gli spinsi la faccia tra le natiche. L’ano di Adele, stretto, gli arrivò sulla bocca. L’odore era più chiuso, intimo. Lui leccò. Lingua larga sul solco, poi la punta che chiedeva. Adele gemette, la schiena inarcata.

«Così. Leccaglielo. Fai il tuo lavoro.»

Lo tenni lì un po’. Adele si sfregava, lenta. Poi fu il mio turno. Mi girai, a pecora, il culo alto. Adele gli prese la testa con entrambe le mani e gliela tenne ferma, mentre io gli appoggiavo l’ano sulla bocca. Iniziai a muovermi, lenta, il culo sul suo viso. La lingua di Nael mi leccava, calda. Mi fermai un istante. L’ano esattamente sulla sua bocca, le labbra premute contro lo sfintere. Spinsi un po’. Un peto corto, caldo, gli finì dritto in bocca. L’odore si sentì subito, più acre. Nael ebbe un sussulto, ma Adele gli tenne la testa. Io risi, il culo ancora premuto sulla sua faccia.

«Prendilo. È tuo. Lecca e respira.»

Ripresi a muovermi, lenta. Adele gli teneva la testa, le dita nei ricci, e mi guardava con gli occhi lucidi. Nael ansimava dal naso, la faccia bagnata, il petto che si alzava e si abbassava.

Mi staccai dal viso di Nael. Adele gli lasciò i capelli. Lui ansimava, la faccia bagnata. Mi chinai e, con l’aiuto di Adele, slegai le polsiere. I moschettoni si aprirono. Nael mosse le braccia, piano.

«A pecora. Fronte sul tappeto.»

Obbedì. Si mise carponi, poi abbassò la testa, la fronte sul tappeto, il culo in alto. Io e Adele gli agganciammo la polsiere destra alla cavigliera destra, e la sinistra alla sinistra. I moschettoni si chiusero con un click. Le braccia restarono tirate indietro, bloccate alle caviglie. Non poteva alzarsi. Non poteva chiudere le gambe. Il tubo le teneva già aperte. Restò così, a pecora, impossibilitato a muoversi, il culo completamente esposto.

Mi alzai. Adele si mise accanto a me. Restammo in piedi, dietro di lui.

Il culo di Nael era sodo, rotondo, i fianchi stretti. La pelle scura, liscia, coperta da una leggera peluria nera, più fitta nel solco, intorno al buco. Le natiche si aprivano da sole. L’ano era lì, al centro: piccolo, stretto, di un marrone più scuro, con le pieghe sottili che si chiudevano su se stesse, un po’ rugose, asciutte. Pulsava appena. In quella posizione si vedevano anche i testicoli, grossi e pieni, stretti dall’anello di acciaio della gabbia, e il pene rinchiuso che ricadeva pesante tra le cosce, inutile, il metallo che gli segnava la pelle.

Adele si chinò, le mani sulle ginocchia, e rise, bassa.

«Guarda che culo. Sodo. E quel buco… sembra vergine. Quasi. E le palle… strette così. Povero.»

Io sorrisi. Mi accovacciai, le dita che gli sfioravano una natica.

«Sì. Scuro, stretto. Con quelle pieghe. E il cazzo in gabbia, che pende. Non può usarlo. Non può chiudere niente.»

Adele mi diede una spinta leggera sulla spalla.

«Peccato un cazzo. Oggi lo apri tu, e io ti guardo. Guarda come sta lì, offerto.»

«Lo apriamo noi. Te l'ho detto, ho in mente di far divertire anche te.»

Nael non disse niente. La fronte sul tappeto, le braccia bloccate alle caviglie, le gambe aperte. Il culo restava esposto, le natiche divaricate, l’ano visibile, le palle strette e il cazzo in gabbia che pendeva. Io e Adele ci guardammo. Ridemmo, piano. Poi io gli misi una mano sulla natica, la strinsi, e la aprii un po’ di più.

«Resta così. Non muoverti. Ora lo assaggiamo per bene.»

«Leccaglielo. Il buco. Adesso.»

Presi Adele per la nuca, piano, e la spinsi con gentilezza tra le natiche di Nael. Lei si chinò, obbediente, e appoggiò la bocca sull’ano. Io restai dietro di lei, vicinissima, una mano ancora sulla sua nuca.

«Oggi comando io. Non solo su di lui. Anche su di te. Lui è il più in basso, adesso. Io sono la più in alto. E tu stai in mezzo. Capito? Magari un giorno comandi tu su tutti e tre. Ma non oggi.»

Adele annuì, la bocca già sull’ano di Nael. Non disse niente. Iniziò a leccare.

La lingua uscì, larga, e passò lenta sul solco. Poi si concentrò. La punta girò intorno allo sfintere, lenta, bagnandolo. Le pieghe si aprirono appena. Adele succhiò, bocca a ventosa, e la lingua forzò un poco. Nael gemette, basso, la fronte sul tappeto. Io osservavo da vicino: la lingua di Adele che lavorava, rosa e umida, che spingeva, che leccava a fondo.

«Che sapore ha il buco di un maranza? È buono? Ti piace?»

Adele non rispose con parole. Gemette, lunga, contro il buco, e aumentò l’intensità. La lingua spinse di più, girò più veloce, succhiò più forte. La saliva colava. Nael gemette di nuovo, più forte, il corpo che si tendeva. Io le accarezzavo i capelli.

«Così. Brava. Più a fondo. Continua.»

Diedi uno schiaffo sul culo di Nael, secco. Un altro. Adele non si fermò. La lingua entrava un po’ di più, leccava, succhiava. Io le stringevo la nuca, piano, e la incitavo.

Quando Adele fu ben impegnata, mi alzai. Andai davanti a Nael. Mi sedetti sul tappeto, le cosce larghe, la fica aperta davanti alla sua faccia. Gli afferrai i capelli e gli tirai la testa su.

«Lecca. La mia. Adesso. Fai il tuo lavoro.»

Nael tirò fuori la lingua. Larga, calda, passò sulle labbra, poi sul clitoride. Io lo spinsi più forte. La lingua scivolò tra le pieghe, leccò a fondo, succhiò. Sentii il calore, l’umido, il piacere che saliva. Gli tirai i capelli.

«Così. Continua. Non fare il pigro. Lecca, troia. È tuo dovere.»

La lingua lavorava, veloce sul clitoride, poi più a fondo. Io ansimavo. Sentivo il potere. Lui poteva solo leccare.

Il viso mi si era trasformato. Gli occhi socchiusi, le labbra aperte, il respiro corto e pesante. Non ero più la ragazza che si metteva in ginocchio per lui. Ero altro. Il corpo si contorceva sinuoso sotto la lingua di Nael, la schiena che si inarcava, i fianchi che ruotavano lenti, poi più decisi. Le mani gli tenevano la testa con possesso, le dita affondate nei ricci, che non lasciavano. Con il bacino mi muovevo sulla sua faccia, la fica che gli schiacciava la bocca, che gli toglieva il respiro a ogni spinta. Sentivo il naso premuto sul clitoride, la lingua che lavorava a fondo, e non gli davo tregua.

«Così. Continua. Non fermarti. Lecca, troia.»

Adele, dietro, non si era fermata. La sua lingua sul culo di Nael era più intensa, i gemiti bassi contro la pelle. Nael ansimava dal naso, strozzato, la lingua che non osava fermarsi. Io lo tenevo e lo usavo. Il piacere saliva, caldo, violento, dalle pieghe che si contraevano intorno alla sua lingua. Dopo alcuni minuti ero vicina. Il clitoride pulsava, la fica era fradicia, gli umori che gli colavano sul mento e sul collo.

Venni. Un orgasmo lungo, che mi scosse tutta. La schiena si inarcò di più, le cosce gli strinsero la testa, la fica si contrasse in spasmi forti. Dalla fica uscirono lunghi fiotti di umori, caldi, abbondanti, chiari, che gli finirono dritti in bocca. Io non lo lasciai. Gli tenni la testa premuta, il bacino che continuava a muoversi, e lo incitai, la voce rotta.

«Bevi. Bevi tutto. Non sputare. È tuo. Ingoia, troia.»

Lui ingoiò, ansimando, la lingua che continuava a leccare mentre io tremavo sopra di lui. L’orgasmo scese a ondate, e io lo tenni lì fino alla fine. Quando mi staccai, il suo viso era lucido, bagnato, gli occhi chiusi. Io ansimavo, il petto che si alzava.

«Continua» dissi ad Adele, la voce ancora spezzata. «Non fermarti. Leccaglielo.»

Mi alzai. Presi lo strap-on dal letto, lo indossai in fretta. L’harness stretto sui fianchi, il bulbo nella fica ancora sensibile. Mi avvicinai ad Adele. Lei era ancora chinata, la bocca sul culo di Nael. La scostai, piano ma decisa. Lei si spostò, gli occhi lucidi, la bocca bagnata. Le infilai due dita nella fica, senza preavviso. Era fradicia. Le labbra si aprirono intorno alle dita, calde, scivolose. La masturbai con energia, a fondo, il pollice sul clitoride, le dita che entravano fino alle nocche. Adele gemette, le ginocchia che le tremavano.

Dopo qualche istante tirai fuori le dita. Erano lucide, coperte dei suoi umori. Senza pulirle, le portai sull’ano di Nael e le infilai. Due dita, insieme, senza riguardo. Nael trasalì, un verso strozzato, il corpo che si tese.

«Piano… Giulia, piano.»

Non lo ascoltai. Le dita entrarono a fondo, le nocche che premevano, e iniziai a masturbarlo. Dentro e fuori, veloce, senza ritegno. L’ano si apriva e si chiudeva intorno alle dita, caldo, stretto. Nael si lamentava, si contorceva quanto poteva, le braccia bloccate alle caviglie, la fronte sul tappeto. Io lo insultavo, bassa.

«Zitto. Prendile. È il tuo culo. Oggi è mio.»

Adele era rimasta lì, inginocchiata, a guardare. Gli occhi fissi sulle mie dita che sparivano nel buco di Nael. Io continuai ancora un po’, poi estrassi le dita. Erano umide, un po’ sporche. Le portai subito alla bocca di Adele.

«Succhia. Impara il sapore.»

Adele aprì la bocca. Le spinsi le dita dentro, fino in fondo. Lei ebbe un conato, gli occhi che le si riempirono di lacrime, ma non si ritrasse. Io spinsi di più, le dita che le stimolavano la gola, il riflesso che le faceva contrarre la bocca. Lei gemette, strozzata, e succhiò.

«Così. Impara. Non ti tirare indietro.»

Tirai fuori le dita. Adele tossì, piano, la saliva che le colava sul mento. Io tornai sul culo di Nael. Le dita rientrarono, più forti, più a fondo. Lo masturbai peggio di prima, le nocche che sbattevano, le dita che si aprivano dentro. Nael si lamentò di più, la voce rotta.

«Fa male… Giulia…»

«Zitto. Prendile. Troia.»

Continuai. Quando tirai fuori le dita, erano più sporche. Pastose, con tracce evidenti. Le osservai un secondo, poi sorrisi. Le mostrai ad Adele, aperte, e gliele rimisi in bocca a forza. Lei ebbe un altro conato, più forte, ma aprì e succhiò. Io le spinsi le dita fino in gola, ancora, e lei le pulì, la lingua che lavorava, gli occhi lucidi.

«Puliscile. Tutto.»

Quando le tolsi, Adele ansimava. Le chiesi di mostrarmi la lingua. Lei mi guardò, la voce bassa.

«Sta tranquilla. Non mi tiro indietro.»

Tirò fuori la lingua. Oscenamente sporca, marrone, lucida di saliva. Io sorrisi, soddisfatta.

«Brava. Ora ricomincia. Leccaglielo. Ora apprezzerai di più il sapore.»

Adele annuì. Si chinò di nuovo, la bocca sull’ano di Nael, e ricominciò a leccare. La lingua più decisa, più a fondo. Nael gemette, basso. Io restai in piedi, lo strap-on che mi pendeva duro tra le cosce, e li guardai.

Mi alzai. Presi il flacone di lubrificante dal letto e tornai dietro Adele. Lei era ancora chinata a pecora, la bocca premuta sull’ano di Nael, la lingua che lavorava lenta e bagnata. Le diedi uno schiaffo sul culo, secco, la mano aperta che lasciò il segno rosso sulla pelle chiara. Lei sussultò, un gemito strozzato contro la pelle di Nael, ma non si staccò.

«Tocca a te. Resta lì.»

Mi chinai. Le allargai le natiche con le mani, le dita che affondavano nella carne, e le leccai la fica da dietro. La lingua uscì larga, avida, e passò sulle labbra già gonfie e fradice. Il sapore di Adele mi riempì la bocca: caldo, un po’ acido, intenso, con quel fondo dolce che conoscevo. Leccai a fondo, la punta che si infilava tra le pieghe, che succhiava il clitoride gonfio, che scendeva e risaliva. Adele gemette, lunga, la voce vibrava contro il culo di Nael. Io continuai, la bocca aperta, la saliva che si mischiava ai suoi umori, finché la fica non fu completamente coperta, lucida, che colava.

Poi salii. L’ano. La lingua larga sul solco, lenta, poi la punta che premette sullo sfintere. Forzai, insistente, bagnando tutto di saliva. L’ano di Adele era stretto, caldo, e si aprì appena sotto la lingua. Succhiavo, bocca a ventosa, la lingua che entrava un poco e usciva, che girava, che chiedeva di più. Adele ansimò, la schiena che si inarcava, il culo che mi veniva incontro. Io leccai fino a sentirlo bagnato, aperto, pronto.

Mi alzai. Lo strap-on prepotente, duro, l’harness stretto sui fianchi. Mi allineai dietro di lei. La punta del cazzo finto premette sulla fica fradicia. Spinsi. Entrai risoluta, senza fermarmi, fino in fondo. Adele gridò, corto, la bocca ancora sull’ano di Nael. Io sentii il bulbo premere sul mio clitoride, il piacere che saliva subito. Iniziai a scoparla. Colpi lunghi, profondi, il bacino che sbatteva sulle sue natiche a ogni affondo. Il suono era bagnato, osceno, lo strap-on che entrava e usciva coperto dei suoi umori.

Il trenino era chiaro, e io lo comandavo. Ogni spinta spingeva Adele più a fondo sul culo di Nael, la sua lingua che lavorava per forza, i gemiti strozzati. Io le tenevo i fianchi, le dita che affondavano, e non le davo tregua. Sentivo il potere, caldo, pieno, che mi bruciava nel petto e tra le gambe. Adele era mia. Nael era sotto di lei, bloccato, e lei era sotto di me. Lo strap-on pompava, il ritmo che aumentava, le palle finte che le sbattevano sul clitoride.

«Così. Prendilo tutto. Continua a leccarlo. Non osare fermarti.»

Adele obbediva, la lingua più frenetica, il corpo che tremava. Io scopavo più forte, i colpi più corti e cattivi, il suono delle natiche che sbattevano. Poi presi il gel dal tappeto, lì a portata di mano. Ne versai un filo abbondante tra le sue natiche. Il liquido freddo le colò sul solco, sull’ano già bagnato di saliva. Con il pollice iniziai a masturbarle il buco. Prima la punta, che girava, poi spinsi. Il pollice entrò, fino alla prima nocca, poi di più, fino in fondo. Adele gemette di piacere, la voce rotta, il culo che si stringeva intorno al dito.

Continuai. Lo strap-on nella fica, a fondo, martellante, il pollice nell’ano che pompava allo stesso ritmo, e ogni tanto uno schiaffo sul culo, secco, che la faceva sussultare e stringere. Il ritmo era mio. Adele ansimava, la bocca ancora premuta sul culo di Nael, la saliva che le colava, il corpo che tremava sempre di più. Io la scopavo più forte, il pollice che entrava e usciva, le natiche arrossate, gli schiaffi che risuonavano.

Adele venne. Un orgasmo forte, violento, che la scosse tutta. La fica si contrasse intorno allo strap-on in spasmi ripetuti, l’ano strinse il pollice, e un verso lungo, strozzato, le uscì dalla gola contro la pelle di Nael. Il corpo tremò, le ginocchia cedettero, le cosce si strinsero, e un fiotto di umori le colò lungo le gambe. Io non mi fermai. Continuai a scoparla attraverso l’orgasmo, il pollice ancora dentro, gli schiaffi più leggeri ma presenti, finché non smise di tremare e restò ansimante, la faccia bagnata, gli occhi lucidi.

Quando mi sfilai, lo strap-on uscì lucido, coperto dei suoi umori. Adele ansimava, la bocca ancora vicina al culo di Nael. Lui, sotto, gemette basso, la fronte sul tappeto. Io restai in piedi, il cazzo finto che mi pendeva duro tra le cosce, e li guardai.

Tirai Adele su per i capelli, piano ma decisa. Lei si alzò, ansimante, la faccia lucida di saliva, gli occhi umidi. Le presi il viso tra le mani.

«Ti è piaciuto?»

Lei gemette, un sì strozzato, e annuì. La baciai. La bocca di Adele sapeva di Nael: sale, pelle, quel fondo chiuso e intimo del suo culo che lei aveva leccato a lungo. L’odore era ancora lì, sulla sua pelle, sulle labbra, sulla lingua. Io lo sentii chiaro, e non mi fermai. La baciai a fondo, la lingua che cercava la sua.

Mi staccai. «Mostrami la lingua.»

Adele tirò fuori la lingua. Rosa, pulita, lucida di saliva. Nessuna traccia. Io sorrisi.

«Brava. Hai ingoiato tutto. Da vera troia.»

Le presi la lingua in bocca e la succhiai, lenta, possessiva. Lei gemette contro le mie labbra. Quando mi staccai, andai al letto. Presi il plug, piccolo, nero, già lubrificato. Tornai da Nael. Lui era ancora a pecora, la fronte sul tappeto, le braccia bloccate alle caviglie, il culo aperto. Gli appoggiai la punta sull’ano, ancora umido della leccata di Adele, e spinsi. Il plug entrò, lento, fino alla base. Nael gemette, basso, il corpo che si tese.

«Tienilo. Non farlo uscire.»

Poi mi rivolsi ad Adele. «Sotto. A 69. Il viso sotto il suo bacino. La gabbia davanti agli occhi. Lui avrà la tua fica in bocca.»

Adele obbedì. Si sdraiò sulla schiena, la testa sotto il bacino di Nael. Il cazzo in gabbia le pendeva davanti agli occhi, pesante, le palle strette dall’anello. Io presi un cuscino dal letto, lo piegai in due e glielo misi sotto le natiche. Il culo di Adele si sollevò, la fica aperta, offerta alla bocca di Nael. Le chiesi di piegare le gambe quanto poteva. Lei lo fece, le ginocchia verso il petto, le cosce aperte. La posizione era chiara: Nael a pecora sopra di lei, bloccato, la bocca sulla fica di Adele; Adele sotto, la faccia sotto il suo bacino, il culo sollevato e esposto.

«Così va bene. Perfetta.»

Nael iniziò a leccare. La lingua sulla fica di Adele, lenta, poi più decisa. Adele gemette, la testa sotto di lui. Io mi posizionai davanti al culo di Adele, sollevato dal cuscino. Presi il gel. Ne versai sullo strap-on, e di nuovo sull’ano di Adele, ancora umido. La punta premette. Spinsi, lenta. L’ano si aprì, cedette, e lo strap-on entrò, centimetro dopo centimetro, fino in fondo. Adele gemette, la voce rotta.

«Piano… Giulia, piano.»

Sorrisi, ironica, e le diedi uno schiaffo leggero sul culo.

«Piano? Con tutti i cazzi che hai preso nel culo, adesso fai la santa? Non è il momento.»

Iniziai a pompare. Prima lento, poi più veloce. Lo strap-on entrava e usciva dall’ano di Adele, bagnato, il suono osceno. Mentre la sodomizzavo, affondai le mani nei ricci di Nael. Gli afferrai la testa, le dita strette nei capelli, e gliela tenni premuta sulla fica di Adele. Non poteva alzarsi. Non poteva staccarsi. La lingua restava lì, costretta a lavorare.

Nael gemette, strozzato, ma obbedì. La lingua continuò, più a fondo, più decisa. Adele ansimava, la fica che gli schiacciava la bocca, il culo pieno dello strap-on. Io sentivo tutto. Il potere, chiaro, caldo. Le mani nei suoi ricci, il controllo totale sulla sua testa, mentre il mio bacino pompava il culo di Adele. Ogni spinta spingeva Adele più a fondo sulla lingua di Nael, e io lo tenevo fermo, possessiva.

«Così. Leccala. Non fermarti. Tieni la bocca lì.»

Pompaì più forte. I colpi diventarono furiosi, violenti. Lo strap-on entrava e usciva dall’ano di Adele senza pietà, fino in fondo a ogni spinta, le natiche che sbattevano contro il mio bacino con un suono secco, bagnato. Le mani restavano affondate nei ricci di Nael, la testa tenuta premuta sulla fica di Adele. Non gli lasciavo alzare il viso. La lingua era costretta a restare lì, a leccare, a succhiare.

Adele gemeva, la voce rotta, il corpo che si contorceva sotto di me. Il culo le bruciava, lo sentivo stringersi e aprirsi intorno allo strap-on, e allo stesso tempo la fica pulsava sotto la lingua di Nael. Dolore e piacere si mischiavano. Lei ansimava, le cosce tremavano, la schiena si inarcava quanto poteva nella posizione. Io non rallentavo. Ogni affondo era più profondo, più cattivo. Il bulbo dello strap-on mi stimolava il clitoride a ogni colpo, e il potere mi bruciava nel petto, caldo, totale.

«Prendilo. Tutto. Non fermarti. Leccala, Nael. Bevi quello che esce.»

Adele venne. Un orgasmo forte, che la scosse tutta. La fica si contrasse in spasmi ripetuti, e dalla vulva uscirono lunghi fiotti di umori, caldi, abbondanti, chiari, che finirono dritti nella bocca di Nael. Lui ingoiò, ansimando dal naso, la lingua che continuava a lavorare mentre Adele tremava sopra di lui. Io tenni la sua testa premuta, le dita strette nei ricci, e non gli lasciai staccarsi. Adele gridò, strozzata, il culo che stringeva lo strap-on, il corpo che si contorceva tra il dolore della sodomia e il piacere che le saliva dalla fica.

Mi fermai, a fondo, lo strap-on ancora dentro di lei. Adele ansimava, tremante, la fica ancora pulsante sulla bocca di Nael. Io sorrisi, le mani ancora nei ricci di lui.

«Ti ho fatta venire. Con la fica e con il culo. Tutte e due. Brava.»

Adele gemette, piano, gli occhi lucidi. Nael ansimava, la faccia bagnata dei suoi umori. Io restai lì, il potere chiaro, caldo, e non mi mossi ancora.

Mi sfilai dall’ano di Adele. Lo strap-on uscì lento, e la cappella era coperta. Sotto il cornicione nero restavano tracce pastose, spesse, marroni, che colavano un poco lungo l’asta. Più in basso, altre strisce, più chiare e più scure, si erano attaccate alla superficie. L’odore era forte, chiuso, acre, e si sentiva anche a distanza. L’ano di Adele rimase aperto, gonfio, slabbrato, con lo stesso sporco sul bordo e un filo che colava verso il cuscino. Io sorrisi. Non mi dispiaceva.

Con una mano ancora nei ricci di Nael, gli tirai i capelli e gli alzai la testa. Lui dovette sollevarsi quanto poteva, le braccia bloccate alle caviglie. Ci guardammo. I suoi occhi scuri nei miei. Vide il potere. Vide la perversione. Non distolse lo sguardo. Io sentii qualcosa di caldo nel petto, misto a tutto il resto. Lo amavo. E in quel momento lo stavo tenendo così, la testa alzata, la bocca ancora chiusa, lo strap-on sporco della merda di Adele a pochi centimetri dalle sue labbra. Il potere era chiaro, totale, e non volevo fermarmi. Mi eccitava vederlo così, inerme, pronto a prendere quello che gli avrei dato, perché ero io a decidere.

«Apri la bocca.»

Obbedì. La bocca si aprì, la lingua fuori. Gli infilai lo strap-on, la cappella sporca dritta sulla lingua. Il sapore gli arrivò subito, denso, pastoso. Nael ebbe un conato forte, il corpo che si contrasse violento, le spalle che tremavano, la gola che si chiudeva. Io gli tenni la testa saldamente tra le mani, le dita strette nei ricci, e non lo lasciai ritirarsi. Sentii il suo respiro corto, il tremito, e lo amai ancora di più per come cedeva.

«Pulisci. Assaggia. È la merda di Adele. È tua, adesso. Ingoia quello che viene. Cazzo se sei troia.»

Lui ricacciò il conato, a fatica. Gli occhi gli si riempirono di lacrime. Io spinsi un po’ di più, lo strap-on che gli entrava in bocca, la cappella sporca che gli sfregava la lingua e il palato, le tracce che si scioglievano. L’odore era lì, forte, e lui lo respirava dal naso. Io lo insultavo, bassa, la voce ferma, e nel frattempo gli accarezzavo i ricci con il pollice, possessiva.

«Troia. Puliscilo bene. Non fare il delicato. Lecca tutto. Fino in fondo.»

Nael cedette. La lingua iniziò a muoversi, lenta, poi più decisa. Lecava, succhiava, puliva le tracce pastose. Il corpo gli tremava ancora, i conati che tornavano e che lui ricacciava. Io gli scopavo la bocca, lenta, lo strap-on che entrava e usciva, e lui ubbidiva. La saliva gli colava sul mento, mista al resto. Io lo tenevo e lo guardavo, e sentivo l’amore e il potere mischiati, caldi, totali. Era mio. E io lo stavo usando così perché lo volevo, perché mi eccitava, perché era lui.

«Bravo. Così. Pulisci tutto. È il tuo lavoro.»

Adele, sotto, ansimava ancora, la fica bagnata, l’ano aperto. Io continuavo, le mani nei ricci di Nael, lo strap-on nella sua bocca, e il potere mi bruciava chiaro, caldo, totale.

Nael finì di pulire. La lingua lavorò fino all’ultimo, succhiò, ingoiò. Quando tirai fuori lo strap-on, la cappella era lucida di saliva. Tracce marroni gli restavano sulle labbra e sul pizzetto, un velo pastoso che non aveva pulito del tutto. Lui ansimava, gli occhi lucidi, la testa ancora tenuta dalle mie mani.

Mi alzai. Aiutai Adele a uscire da sotto di lui. Lei si tirò su, ansimante, la fica ancora bagnata, l’ano aperto. Restammo in piedi, io e lei, a guardare Nael. Lui era ancora a pecora, le braccia bloccate alle caviglie, il plug nel culo, la faccia sporca. Io sorrisi, sprezzante.

«Lo stiamo spezzando. Oggi il maranza non esiste. Guarda com’è.»

Mi tolsi lo strap-on. L’harness si aprì, il cazzo finto uscì dalla fica. Lo consegnai ad Adele.

«Indossalo tu.»

Lei lo prese. Le mani le tremavano un po’, ma lo indossò in fretta, l’harness stretto sui fianchi piccoli, il bulbo nella fica. Io mi chinai su Nael. Sganciai le polsiere dalle cavigliere. I moschettoni si aprirono. Lui si abbandonò, disteso sul tappeto, a pancia in giù, vinto. Le caviglie restavano fissate al tubo, le gambe aperte. Il respiro era corto.

Gli appoggiai un piede sulla testa. Il peso, piano, la pianta sulla nuca. Restai così qualche secondo. Lui non si mosse. Il mio dominio su di lui. Sollevai il piede.

«Girati. A pancia in su.»

Obbedì. Si girò, lento, le braccia libere ma deboli. Le gambe restavano aperte dal tubo. Gli appoggiai di nuovo il piede, questa volta sulla faccia. La pianta sulla bocca, sul naso. Guardai Adele. Lei era in piedi, lo strap-on duro tra le cosce, gli occhi lucidi.

«Oggi è mio. Più di quanto lo sia mai stata io di lui.»

Adele annuì. Insieme togliemmo il tubo dalle cavigliere. I moschettoni si aprirono. Agganciammo le cavigliere tra loro, strette. Nael non poteva più aprire le gambe. Io gli dissi di ritrarre le gambe verso il petto e di prendersi dietro le ginocchia con le mani. Obbedì. Le cosce al petto, le mani dietro le ginocchia. Gli riallacciai le polsiere, i moschettoni agganciati tra loro, così che le braccia restassero bloccate, le gambe tenute su. Il culo era di nuovo esposto, aperto, il plug ancora dentro.

Presi il cuscino che avevo usato per Adele. Glielo misi sotto le natiche. Il bacino si sollevò, il culo offerto, le palle strette nella gabbia, il cazzo in gabbia che pendeva. Guardai Adele.

«Inculalo.»

Lei sorrise, entusiasta. Prese il gel, ne versò sullo strap-on, abbondante, e un po’ sull’ano di Nael, intorno al plug. Tolse il plug, lento. L’ano restò aperto, un istante. Lei si posizionò, la punta dello strap-on sull’ano, e spinse. Nael gemette, basso. Adele entrò, lenta, il viso concentrato, felice.

I primi colpi furono cauti. Usciva un poco, rientrava, il ritmo incerto. Le mani le tremavano un po’ sulle cosce di Nael. Poi trovò l’angolo. Il cazzo finto scivolò meglio, più dritto, e lei spinse di più. Un colpo più profondo. Nael ansimò. Adele sorrise, corta, e ripeté. Uscì quasi del tutto, rientrò fino in fondo. Il suono era bagnato, il gel che faceva il suo lavoro.

Io restai in piedi, a guardare. Adele prese confidenza. I fianchi iniziarono a muoversi più decisi, il ritmo che aumentava. Non era più cauta. Spingeva, il bacino che sbatteva sulle natiche di Nael, lo strap-on che entrava e usciva senza fermarsi. Le mani le strinsero i fianchi, più ferme. Un colpo, un altro, più forte. Nael gemeva, la testa sul tappeto, il corpo che si tendeva. Adele ansimava, il viso concentrato, e a ogni spinta sembrava più convinta. Il potere le piaceva. Si vedeva.

Io la guardavo, le braccia conserte, e non intervenivo. Adele continuò, i colpi più lunghi, più profondi, il culo di Nael che si apriva e si chiudeva intorno allo strap-on. Lei non si fermava più.

Mi avvicinai al viso di Nael. Lui era ancora a pancia in su, le gambe tenute al petto dalle braccia bloccate, la testa sul tappeto. Adele continuava a incularlo, i colpi più decisi adesso, lo strap-on che entrava e usciva con un suono bagnato. Io mi chinai su di lui. Lo guardai negli occhi, da sopra. Il mio sguardo era fermo. Il suo più piccolo, più sottomesso, ma non distolse lo sguardo. Il respiro gli usciva corto dal naso.

«Oggi tocca a te.»

Mi accovacciai sul suo viso. L’ano sulla sua bocca, le cosce ai lati della testa. Sentii il suo fiato caldo sulla pelle, un po’ tremante. Con una mano scesi sulla gabbia. Il cazzo era duro dentro, imprigionato, e io lo massaggiai attraverso il metallo, le dita che premevano, che strofinavano lento. Un filo di precum colò dalla punta, chiaro, viscoso, e cadde sul tappeto. Adele, dietro, non si fermò. Ogni spinta faceva muovere un po’ il corpo di Nael sotto di me.

«L’antipasto l’hai già avuto. Ora la portata principale. Apri la bocca.»

Obbedì. La bocca si aprì, lenta, la lingua fuori. Io lo guardai fisso negli occhi e iniziai a spingere. Mi massaggiai l’addome con l’altra mano, piano, cercando il punto giusto. Un peto corto, caldo, gli finì in bocca. Poi un altro, più lungo, che gli fece chiudere gli occhi un istante. L’odore si alzò subito, acre. Nael non si ritrasse, ma il corpo gli si tese. Io spinsi di più, il peso sul suo viso. L’ano si dilatò, lento, con uno sforzo vero. Arrivò la merda, la mia.

Non fu immediata. Prima un pezzo duro, compatto, che gli premette sulla lingua e gli riempì la bocca a fatica. Calda, pastosa, con un sapore amaro e forte che gli fece avere un conato subito. Il corpo gli si contrasse, le spalle tremarono, gli occhi si riempirono di lacrime. Ma annuì, piccolo, e iniziò a masticare. Lento. I denti che lavoravano sulla massa, che si scioglieva un po’ sotto la pressione, calda. Deglutì, a fatica, la gola che si chiudeva e si riapriva. Io continuai a massaggiarmi l’addome e a strofinare il cazzo nella gabbia. Il precum colava più abbondante, viscoso sulle dita.

Un altro pezzo uscì, più morbido, che gli colò in bocca senza la stessa resistenza. Abbondante, caldo, che gli riempì di nuovo la bocca. Lui masticò, ingoiò, i conati che tornavano e che ricacciava. La bocca gli si sporcò, le labbra, il pizzetto. Io lo guardavo, e sentivo il potere, chiaro, e anche l’amore, caldo, perverso. Lo stavo usando così, la mia merda nella sua bocca, il cazzo che gli colava sotto le dita, mentre Adele lo inculava senza fermarsi. Mi eccitava. Mi faceva ansimare. Non volevo smettere.

«Ingoia tutto. Bravo. È la merda della tua dea quella che stai mangiando. È la mia merda. È un dono per te. Un sacramento. Sei fortunato.»

La cacata durò. Non fu infinita, ma lunga abbastanza. Abbondante. Dura all’inizio, poi più morbida, a tratti. Lui mangiava, deglutiva, ansimava dal naso, gli occhi lucidi che restavano nei miei quando poteva. Adele, dietro, continuava a pompare, i colpi più forti, e ogni spinta gli faceva gemere con la bocca piena. Io restai accovacciata, l’ano sulla sua bocca, la mano sulla gabbia, e finii. Il potere era mio. E lui lo aveva preso, tutto, senza tirarsi indietro.

Mi alzai. Il corpo mi vibrava ancora, caldo, soddisfatto. Dai piedi nudi sul tappeto, le gambe lunghe e toniche, le cosce lucide di sudore e umori, il ventre piatto che si alzava e si abbassava piano, i seni pieni e pesanti, i capezzoli duri, fino al viso: gli occhi scuri, lucidi, la bocca socchiusa, i capelli neri mossi che mi cadevano sulle spalle. Ero la padrona del gioco. Lo sentivo in ogni muscolo, nel modo in cui stavo in piedi, nel modo in cui li guardavo.

Mi spostai accanto ad Adele. Le misi una mano sulla spalla.

«Tira fuori. Voglio vedere il buco.»

Adele obbedì. Uscì lenta con lo strap-on. L’ano di Nael restò aperto, gonfio, livido, il bordo slabbrato, un po’ arrossato, che pulsava. L’odore del gel e del sesso si alzò forte. Io e Adele restammo a guardare, in silenzio un secondo. Poi sorrisi.

«Guarda com’è. Tutto aperto. Tutto usato. Non sembra più quello di un maranza, eh?»

Adele rise, bassa, complice.

«No. Sembra solo un buco. Un buco da riempire.»

Nael gemette, piano. Io presi la mano di Adele. La osservai. Piccola, le dita sottili, le unghie curate. Gliela baciai, dolce, sul dorso, poi sul palmo. La usai per accarezzarmi la guancia, lenta.

«Hai mani piccole. Bellissime.»

Lei sorrise, un po’ stupita. Poi il mio viso cambiò. Negli occhi tornò la scintilla, quella depravata, calda. Guardai l’ano aperto di Nael, poi la mano di Adele.

«Scommetto che entra. Tutta. Fino al polso.»

Nael protestò subito, la voce rotta.

«No… Giulia, no. Ti prego. Adele, non farlo. Non… vi faccio male, giuro…»

Gli diedi uno schiaffo sul culo, secco. La natica si arrossò. Lui sussultò, ma non poté muoversi.

«Zitto. Oggi decido io.»

Presi il gel. Ne versai abbondante sulla mano di Adele, sulle dita, sul palmo, fino al polso. Lei guardò me, poi il culo di Nael, e sorrise. Fra stupore e complicità. Era il mio strumento, e lo sapeva. Raccolse le dita a punta, a cuneo, e le appoggiò sull’ano già gonfio. Io mi chinai su Nael, le mani sulle sue spalle, il peso che lo bloccava. Non poteva sfuggire.

Adele spinse. Lenta. Le dita forzarono il bordo. Nael si tese subito. Un gemito lungo, strozzato.

«No… Giulia. Ti prego. Non farlo. È troppo.»

Adele spinse ancora. Le nocche premettero. Nael ansimò, il corpo che si contorceva, le gambe che tremavano.

«Fermala. Fa male. Ti prego. Non ce la faccio.»

«Spingi. Piano. Ma spingi.»

Versai altro gel. Adele spinse di più. L’ano si dilatò, lento. Nael gridò, corto. Le lacrime gli salirono agli occhi.

«Basta. Ti prego. È troppo. Mi fa male. Fermatevi.»

Io presi il polso di Adele e l’aiutai. Spinsi insieme a lei. L’ano cedette. Con un suono bagnato, la mano di Adele entrò, fino al polso. Tutta. Il polso piccolo e sottile sparì dentro. L’ano di Nael si chiuse intorno a esso, dilatato al massimo, il bordo slabbrato, teso, livido, che pulsava stretto intorno al polso. Si vedeva chiaro: l’apertura forzata, le pieghe tese, il metallo della gabbia che pendeva sotto.

Nael scoppiò in lacrime. Il corpo si tese tutto, le spalle tremarono sotto le mie mani, i singhiozzi strozzati. La voce gli si ruppe.

«Basta… ti prego… è troppo… fa male… non ce la faccio…»

Sentiva la pienezza, enorme, il polso di Adele che lo riempiva, la pressione che gli bruciava dentro, il dolore che non riusciva a contenere. Ogni movimento della mano di Adele lo faceva gemere, il respiro corto, le lacrime che colavano.

«Toglila… ti prego… fa troppo male…»

Io e Adele ci guardammo. Il sorriso di entrambe era lo stesso. Vittoria. Calda, totale. Adele mosse la mano, piano, dentro. Nael gemette, piangendo. Io gli accarezzai il viso, possessiva, e sorrisi, cruda.

«Così. Tutto dentro. Guarda com’è aperto. Guarda come soffre. Non mi fermo. Prendilo tutto.»

Il polso di Adele restava dentro, l’ano dilatato intorno a esso, teso e pulsante. Nael non smetteva di piangere, la voce rotta, disperata. Il dolore e la pienezza lo travolgevano, e io lo tenevo lì, dominante, mentre Adele, complice e strumento, restava dentro di lui, la mano che lo riempiva senza pietà.

«Chiudi le dita a pugno. Scopalo. Col pugno.»

Adele obbedì. Chiuse la mano a pugno dentro di lui e iniziò a muoverla. Lenta all’inizio, poi più decisa. Il pugno entrava e usciva, il polso che spariva e riappariva con un suono bagnato, osceno. Nael non smise di piangere. I singhiozzi gli scuotevano il petto, la voce rotta, il corpo che si contorceva, le gambe che tremavano a ogni spinta.

Presi la chiave della gabbia. Gliela tolsi. Il click. Il cazzo uscì, mezzo molle, scuro. Lo presi in mano. Mentre Adele gli scopava il culo col pugno, io iniziai a segarlo. Lento, la mano sull’asta, il pollice sulla cappella. Il precum colava.

Dopo poco si indurì. Non del tutto, non enorme come sempre, ma abbastanza. Caldo, pulsante nella mia mano. Continuai, più decisa. Adele pompava, più a fondo. Nael piangeva, ansimava, teso.

La voce gli uscì spezzata, piccola, umiliata. Gli occhi lucidi, fissi nei miei, le lacrime che gli colavano.

«Giulia… ti prego. Falle smettere. Il pugno… fa troppo male. Non ce la faccio più. Sono una troia. La tua troia. Lo sai. Ti prego… dille di smettere. Mi fa male. Sono tuo. Ma basta. Ti supplico.»

Io non mi fermai. La mano continuava a segarlo, Adele a pompare. Lo guardai, e il sorriso mi salì lento, freddo. La tensione era tutta nel suo respiro corto, nel modo in cui si umiliava, nel tremito delle sue spalle.

«No. Troia. Non smette. Prendi il pugno. È il tuo culo. Oggi è nostro. Piangi, supplica, umiliati quanto vuoi. Ma lei non si ferma. E io non le dico di fermarsi. Resta lì. Prendi tutto. È quello che meriti.»

Lui gemette, un suono piccolo, spezzato. Non disse più niente. Chiuse gli occhi. Io continuai, e sentii la tensione crescere, calda, nel petto. Il potere era chiaro, totale. Mi eccitava vederlo così, spezzato, umiliato, e allo stesso tempo duro nella mia mano. Non avevo intenzione di fermarmi.

Dopo alcuni minuti Nael si irrigidì. Il corpo si tese tutto, le gambe tremarono, e sborrò. Copioso. Fiotti lunghi, abbondanti, caldi, che schizzarono sul ventre, sul petto, sulla mia mano. Lui gemette, strozzato, tra i singhiozzi, gli occhi chiusi, le lacrime che gli colavano sulle tempie. L’orgasmo lo scosse, violento, e io non smisi di segarlo. Continuai, più veloce, la mano che pompava sull’asta ancora dura, coperta della sua sborra.

Adele non si fermò. Il pugno continuava a entrare e uscire. Nael ansimava, tremante, e dopo alcuni minuti si irrigidì di nuovo. Sborrò ancora. Meno abbondante, ma ancora forte, fiotti che gli colarono sul ventre già sporco. Lui gridò, corto, la voce spezzata, e poi crollò, ansimante, le lacrime che non si fermavano.

«Tira fuori.»

Adele obbedì. Estrasse il pugno, lenta. L’ano di Nael restò aperto, slabbrato, gonfio, livido, il bordo che non si chiudeva, pulsante, un po’ sporco di gel e di quello che era uscito. L’odore era forte. Io e Adele restammo a guardare, soddisfatte. Nael piangeva ancora, piano, il cazzo che gli pendeva mezzo duro sul ventre sporco di sborra.

Io e Adele ci chinammo su di lui. Sganciai le polsiere, i moschettoni si aprirono piano. Adele fece lo stesso con le cavigliere. Le gambe gli ricaddero sul tappeto, lente, come se non gli appartenessero più. Lui restò fermo un istante, poi si portò le mani al viso. Si asciugò gli occhi, le dita che tremavano appena. Il fiato gli usciva ancora spezzato, tra i lamenti bassi che gli salivano dal petto. Piano, molto piano, si calmò. Il respiro trovò un ritmo più regolare, anche se ogni tanto un singhiozzo gli scuoteva le spalle, residuo di quello che gli avevamo fatto.

Restammo in piedi, io e Adele, a guardarlo. Nude, il corpo ancora caldo, la pelle lucida. Io sentivo il silenzio della stanza, pesante, e dentro di me qualcosa che si era spostato per sempre.

«L’abbiamo spezzato» dissi, piano.

Adele annuì. Non c’era più ironia. Solo la consapevolezza di quello che era successo.

Nael si toccò l’ano, lento. Le dita sul bordo aperto, gonfio, che non si chiudeva. Gemette, basso, di dolore. Si tirò su a fatica e si mise seduto. Le gambe aperte, il cazzo che gli pendeva mezzo duro sul ventre sporco, la faccia ancora umida. Ci guardò. La voce gli uscì roca, piccola.

«Mi avete distrutto.»

Io lo guardai, e in quel momento capii quanto ero cambiata. Quando l’avevo conosciuto, ero solo una ragazza che voleva essere presa, che cercava in lui l’opposto di tutto quello che le avevano insegnato. Poi, piano, ogni volta che lui mi metteva sotto, qualcosa in me rispondeva. E ogni volta che ero io a metterlo sotto, quella risposta diventava più forte. La fiducia non era più solo nel suo potere. Era anche nel mio. La consapevolezza di quello che potevo fare, di quello che volevo fare, si era fatta chiara, calda, senza più vergogna. Oggi, con Adele accanto e lui spezzato sul tappeto, la dominanza non era più un gioco che provavo. Era diventata parte di me. La sentivo nel petto, nelle mani, nel modo in cui lo guardavo senza più paura.

«Ho finito» dissi, la voce ferma ma bassa. «Ora, se vuoi, tocca a te.»

Nael restò in silenzio. Poi si lasciò ricadere sulla schiena, le braccia aperte, gli occhi chiusi. Il corpo abbandonato.

«No. Per oggi ne ho avuto abbastanza.»

Dentro di me qualcosa esultò, piano, come una fiamma che finalmente brucia libera. Non era trionfo rumoroso. Era qualcosa di più profondo. La certezza che l’avevo spezzato davvero. Che oggi, per la prima volta, non era stato lui a decidere fino in fondo. Ero stata io.

Mi chinai di nuovo su di lui. Vicinissima. Il viso a pochi centimetri dal suo. Lo fissai negli occhi. Lui distrutto, sudato, gli occhi lucidi. Io incredibilmente sicura, assertiva.

«Avevi detto che ci avresti dominate entrambe. Che se volevi, avresti cagato in bocca ad Adele. Invece sei stato tu. Completamente. Tu hai assaggiato la merda di Adele. Tu hai mangiato la mia. Lo sappiamo tutti e tre. Ora sono io che comando. Tu non hai più il controllo. Non hai più il potere. Sei sotto di me. Completamente.»

Lui non distolse lo sguardo. Ascoltava.

«Il maranza è morto. Finito. Così come è morta la vecchia Giulia creata da Francesca. Io mi sono rigenerata grazie a te. E la Giulia che è uscita ha spezzato il vecchio Nael. L’ha soppresso. Il nuovo Nael sarà diverso. Completamente. Come lo voglio io.»

Nael restò in silenzio un momento. Respirò, piano. Poi annuì, appena.

«Sì… è vero. Hai ragione. Io ti amo. Davvero. Mi sento tuo.»

Lo guardai. Gli sorrisi, piano. Presi atto della sua sottomissione, chiara, totale.

«Così va bene.»

Mi voltai verso Adele. Lei era ancora in piedi, nuda, lo sguardo un po’ perso.

«E tu? Com’è stato?»

Adele si passò una mano sui capelli, sorrise piccola.

«Pesante. Nel senso buono. Non me l’aspettavo così. Ma… sì. Mi è piaciuto. Vedere te così. E lui ridotto così. Non mi tiro indietro, Giulia. Mai.»

Io annuii. Le strinsi la mano un istante.
Adele mi guardò. Nei suoi occhi c’era la stessa consapevolezza che sentivo io. Nael restò sul tappeto, ansimante, distrutto. Io restai in piedi, a guardarlo. Il gioco era cambiato. Ero io, adesso, a decidere fino a dove si poteva arrivare. E lui lo sapeva.
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