Giulia e Nael - Di nuovo sotto (19)

scritto il 2026-10-15 tempo di lettura 22 min

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dominazione
cura
A

Era sabato mattina. Mi svegliai tardi, il corpo ancora segnato da venerdì. I fianchi un po’ indolenziti, le cosce che ricordavano le cinghie, le lenzuola storte sotto di me. L’odore di sesso era basso nel materasso, non se ne era andato del tutto. Il collare rosa stava sul comodino. La gabbia, lavata, nel cassetto insieme allo strap-on. Avevo dormito nuda. La casa era vuota. Francesca e Marco erano usciti presto: pranzo fuori, poi in giro per cose loro. Non sarebbero rientrati prima di dopo cena. Me l’aveva detto lei la sera, senza troppe parole. A me andava bene. Un sabato intero senza loro due in giro.

Presi il telefono, ancora a letto, i capelli in faccia.

«Buongiorno mio bellissimo amore. È sabato. Francesca e Marco non ci sono. Pranzo fuori e tornano dopo cena. Pranzi con me?»

Nael rispose dopo qualche minuto. Lo immaginai appena sveglio.

«A che ora?»

«Quando vuoi. Anche adesso. C’è pasta, o quello che trovi in frigo.»

«Arrivo. Ricordati che oggi comando io. Più del solito.»

Risi da sola, nuda sotto il lenzuolo. Il calore mi salì subito, basso, tra le gambe. Mi alzai. Mi guardai, nuda, riflessa nello specchio del bagno. Sorrisi, compiaciuta. Doccia veloce, solo per togliermi il sonno dalla faccia, non per cancellarmi. Maglietta larga, slip. Niente reggiseno. In cucina mi preparai un caffè e aspettai. Verso mezzogiorno suonò il campanello. Il mio maranza. Gli aprii. Mi baciò sulla porta, una mano sulla nuca, l’altra già sotto la maglietta, sul culo, le dita che scendevano nell’elastico dello slip. Lo sguardo era diverso. Più fermo. La voce più bassa. Quasi come se dovesse riprendersi qualcosa che ieri gli era stato tolto.

«Puzzi di pulito. Peccato.»

«Dopo no, se vuoi.»

«Dopo no. Adesso mangiamo. Ho fame, e dopo ho fame di te.»

In cucina misi l’acqua, la pasta, un sugo che Cinzia aveva lasciato. Lui si sedette all’isola, gomiti sul piano, e mi guardava muovermi. A un certo punto mi tirò tra le gambe, mi alzò la maglietta, mi prese un seno in bocca. Morse il capezzolo piano, poi più forte. Il seno pieno, il capezzolo duro sotto i denti. Sentii il filo di saliva che gli restava sulla pelle.

«Mangiamo, e poi ti uso. Chiaro?»

«Chiaro.»

Mangiammo. Pasta al pomodoro, un bicchiere del vino che Marco lasciava in frigo. Lui mi rubava dal piatto con la forchetta e rideva quando protestavo. Non parlammo molto. Abbastanza per sentire che oggi non era il Nael di sempre. Più deciso. Più presente. Come se ieri gli fosse rimasto addosso e oggi dovesse riprenderselo. Io annuivo, già umida sotto gli slip, e non acceleravo. Volevamo finire di mangiare. L’odore del sugo, il vino, e sotto, quando mi alzavo a prendere l’acqua, il mio, dolce, che iniziava a salire.

Quando i piatti furono nel lavello, mi prese per il polso. Stretto, non cattivo.

«Andiamo in camera. Adesso. Il sabato è nostro. Non sprecarlo rimettendo in ordine la cucina.»

Salimmo. In camera la luce era quella del primo pomeriggio, bassa sulla scrivania. Mi spogliò senza fretta. Maglietta via, seni pieni che ricadevano, capezzoli già duri. Slip giù. Restai nuda, la fica depilata, lucida, le labbra un po’ aperte. Ci passò due dita, lente, le tirò su viscide e me le mise in bocca.

«Assaggia. Dolce. Già così, e non ti ho ancora scopata. Apri.»

Succhiai. Il mio sapore, pesca e sale, sulla sua pelle. Lui si spogliò: maglietta, pantaloni, niente sotto. Il cazzo gli pendeva grosso, scuro, mezzo sveglio, la pelle liscia. Oggi era libero. La differenza la sentii lo stesso, un colpo basso tra le gambe.

Prese il collare rosa dal comodino.

«Questo ieri era mio. Oggi è tuo. In ginocchio.»

Il cuoio morbido, il rosa sul collo. Quando chiuse la fibbia, qualcosa in me si abbassò. Obbedii. Il tappeto sotto le ginocchia, l’odore della camera ancora lì, mescolato al suo che entrava adesso: pelle, un filo di sudore del tragitto, e sotto il suo odore vero.

Si sedette sul bordo del letto. Si tolse i calzini, rimanendo completamente nudo. I piedi scuri, un po’ lunghi, le unghie corte. Me ne offrì uno.

«Leccalo. Con calma, ma sul serio. Oggi non chiedo due volte.»

Presi il piede. Lo baciai sul dorso. Pelle calda, un po’ ruvida sul tallone. Poi la lingua. Sale, pelle, un sapore semplice e maschio, un filo di scarpa asciutto che si scioglieva. La pianta, lenta, dal tallone alle dita. Le dita, una a una, succhiate fino all’unghia. Lui mi teneva i capelli. A un certo punto uno schiaffo sul culo, secco, la mano aperta. Mi fece sussultare e bagnare di più.

«Più lingua. Non fare la santarellina. Muoviti, troia.»

«Sì.»

«Di chi sei, adesso?»

Alzai gli occhi, la lingua ancora sulla pianta.

«La tua troia.»

«Bene.» Un altro schiaffo, più leggero, sullo stesso punto, che bruciava bello. «L’altro piede. Subito.»

Passai all’altro. Stesso rito. Saliva sul mento, il collare che tirava quando chinavo la testa. Tra le gambe ero fradicia, sentivo colare un filo sull’interno coscia. L’odore della fica saliva, dolce e caldo, e si mischiava al suo.

Quando ebbi finito mi prese per il collare e mi tirò su, la faccia all’altezza del cazzo. Duro, adesso, enorme, la cappella gonfia, una goccia di pre in punta.

«Prendilo in bocca. Fino in fondo. Oggi non ti darò tregua.»

Lo presi. Grosso, la pelle liscia, scura, il sapore di lui: sale, pre dolce in punta, caldo. Lo succhiai a fondo, le mani sulle cosce, il naso al pube. Muschio, pelle non lavata da stamattina, un acre buono che mi faceva salivare di più. Le palle, pesanti, mi sfioravano il mento quando scendevo. Lui mi teneva i capelli e spinse. Piano, poi meno. La gola si aprì, gli occhi lacrimarono un po’, il sapore più forte in fondo.

«Così. Continua. Non ti fermare. Guarda come ti cola la bava. Bella.»

Mi usò un po’, senza strozzarmi del tutto. Io lo lasciai fare, felice, il collare che mi ricordava chi decideva. Mi staccò prima di venire. Il cazzo gli luccicava, duro, una vena in rilievo.

«Sul letto. A pecora. Fammi vedere il culo. E non fare la timida.»

Obbedii. Ginocchia larghe, schiena inarcata, la faccia sul cuscino che sapeva di noi. Mi allargò le natiche con le mani, ruvide. L’aria sulla fica e sull’ano. Poi la bocca. Mi leccò la fica da dietro, lunga, fame vera: dolce, un filo salato, caldo, il mio sapore che lui conosceva. Poi salì. L’ano. Lingua larga sul solco, poi la punta che forzava lo sfintere, poi succhiò, bocca a ventosa. Io gemetti nel cuscino. L’odore, da lì, lo sentivo io stessa: più chiuso, intimo, pelle. Uno schiaffo sul culo, forte, che mi fece aprire di più.

«Resta aperta. Oggi decido io. Sei la mia troia.»

Mi sputò sull’ano. Un dito. Poi due. Li mosse, lenti, aprendomi, il bruciore piccolo che diventava pieno, le nocche che entravano. Con l’altra mano mi toccava il clitoride, appena, per tenermi lì.

«Oggi niente giocattoli. Niente gabbia. Il mio cazzo. Nel tuo culo. Va bene?»

«Si. Sfondami.»

Si allineò. La cappella, grossa, premette. Non sulla fica. Sul culo. Spinse. Io mi tesi, le dita nel lenzuolo, poi cedetti. Il primo tratto bruciò, bello, familiare, un anello che si apriva e lo faceva passare. Entrò. Centimetro dopo centimetro, caldo, vivo, che pulsava. Fino in fondo. Il peso, la pienezza, il pube contro le natiche, le palle pesanti sulla fica bagnata. Restò fermo un secondo. Sentii il battito, suo e mio, nel punto in cui eravamo uniti. L’odore di sesso si fece subito più forte: sudore che gli nasceva sulla schiena, il mio dolce che gli bagnava le palle, e quel chiuso del culo che si apriva su di lui.

«Stretta. Senti. Oggi ti prendo tutto. Resta così.»

Iniziò a muoversi. Lungo, profondo. Ogni entrata mi riempiva fino a un punto che conoscevo. Quando usciva un poco, l’aria mi faceva stringere e il suono era bagnato, osceno. Ansimavo, il collare che mi sfregava il collo a ogni colpo. Schiaffi ogni tanto, secchi, la mano che restava sulla natica arrossata. Le palle che sbattevano sulla fica, umide di me. Più dominante del solito. Non chiedeva. Prendeva. Quasi una reazione, come se dovesse dimostrare a se stesso, e a me, chi comandava dopo quello che era successo ieri.

«Prendilo tutto. Muoviti indietro. Vienimi incontro.»

Obbedii. Gli andavo incontro, il culo che sbatteva sul suo pube. Il suono riempiva la cameretta. Sudore, fica, lui. Si fermò, a fondo, mi tirò i capelli, la bocca all’orecchio.

«Dimmi chi sei.»

«La tua troia. Usami.»

Rise, basso, cattivo e affettuoso insieme, e riprese. Più forte. Colpi pieni, che arrivavano in fondo, io che mi spegnevo. Non dovevo decidere il ritmo. Non dovevo guardare se lui reggeva. Dovevo solo prenderlo, e lo volevo.

Mi rigirò. Pancia in su, gambe sulle sue spalle, il collare ben visibile. Mi penetrò di nuovo, il culo già aperto, e mi guardò. Spinte profonde, il viso sopra il mio, sudore sulla fronte che mi cadeva sul petto, l’odore di lui che mi copriva.

«Guardami. Toccati. Vieni. Voglio sentirti squirtare addosso.»

Mi toccai. Due dita sul clitoride, veloci, il polpastrello che scivolava perché ero fradicia. Il piacere salì doppio: il culo pieno, la fica che pulsava vuota, le dita, i suoi occhi. L’odore di me più dolce, pesca e sale, il suo sudore. Venni. Forte. Un verso che non trattenni, la schiena inarcata, le cosce che gli strinsero il busto, lo squirt a fiotti, caldo, abbondante, chiaro, che gli bagnò la pancia, il cazzo alla base, il letto sotto il culo. Odore dolce che si sparse. Lui non si fermò. Mi scopò attraverso l’orgasmo, più animale, i colpi che non perdonavano, e io tremai sotto, svuotata e piena, gli occhi lucidi.

«Brava. Così.»

Mi tenne così mentre l’orgasmo scendeva a ondate. Poi si sfilò, lento. Il cazzo uscì lucido, grosso, un po’ sporco di me: un velo, il segno che era stato dentro davvero. L’ano restò aperto un istante, freddo d’aria, poi si richiuse a metà. Me lo mise davanti alla bocca. L’odore, da vicino, forte. Lui e io insieme.

«Puliscilo. Fino in fondo. Non è un limite, lo sai.»

Lo sapevo. Lo volevo. Aprii. Lo presi. Il sapore forte: lui, caldo, il mio culo, un acre intimo, un filo che si scioglieva sulla lingua. Non mi faceva fermare. Mi faceva pulsare ancora. Lo leccai con cura, cappella, frenulo, asta, fino a sentirlo pulito di saliva e non più di me. Gli occhi nei suoi. Lui mi accarezzò la guancia, il pollice sull’angolo della bocca.

«Perfetta. Adesso stenditi sulla schiena. Ho un altro buco per te.»

Obbedii. Mi stesi, la testa sul cuscino, il collare che mi tirava un poco il collo. Nael mi venne sopra. Si girò verso di me, faccia a faccia, e si accovacciò sul mio viso. Le cosce ai lati della testa, il culo sopra la mia bocca, e il cazzo, ancora duro e umido, che mi pendeva in avanti, verso la fronte e i capelli. Così poteva chinarsi e guardarmi. Contatto visivo, subito. Occhi scuri nei miei, un mezzo sorriso cattivo.

«Leccalo. Il buco. Quello che ieri sfondavi con il cazzo finto. Oggi ci metti la lingua. Apri, troia.»

Aprii. Tirai fuori la lingua. Lui si abbassò, lento, e l’ano mi arrivò sulla bocca. Caldo, un po’ umido di sudore, l’odore più chiuso: pelle scura, sale, muschio, un acre intimo. Lo leccai. Prima un cerchio, largo, intorno allo sfintere. Poi la punta, che chiedeva di entrare. Lui gemette, basso, e non distolse lo sguardo. Il cazzo gli batteva morbido sulla mia fronte, a ogni piccolo movimento, caldo, umido di saliva.

«Così. Guardami mentre lo fai. Ieri eri dietro di me, con lo strap-on. Oggi sei sotto, e mi lecchi lo stesso buco. Senti com’è diverso? Ieri lo aprivi. Oggi lo baci.»

Lo sentivo. Diverso, e lo stesso. Ieri il potere era nel entrare. Oggi era nel servire, e mi bagnava lo stesso, forse di più, perché sapevo dov’ero stata. La lingua entrò un poco, quando si rilassò. Sapore più forte, caldo, suo. Succhiavo, bocca a ventosa, e ogni tanto una leccata lunga sul perineo. L’odore mi riempiva. Io ansimavo dal naso, gli occhi fissi nei suoi, la fica che pulsava vuota.

A un certo punto non gli bastò. Mi afferrò per i capelli, alla base, e mi tirò la testa su, verso di lui. Con l’altra mano si tenne, e mi premette il culo sulla bocca, con forza. L’ano mi schiacciò le labbra, la lingua finì dentro senza che potessi dosare. Il fiato mi si mozzò un secondo.

«Così, troia. Non leccare come se fosse un favore. Ieri ci entrava tutto il cazzo finto, oggi almeno la faccia. Premi. Succhia. Forza quella lingua.»

Obbedii. La testa tirata su, i capelli che bruciavano un po’ nel suo pugno, il culo premuto sulla bocca, la lingua a fondo quanto potevo. Lui si strusciò, lento, e non lasciò i capelli.

«Brava. Guardami. Continua. Fammi sentire che ci tieni, non che reciti.»

Ci tenevo. Lo leccai così, la faccia schiacciata, la saliva che mi colava sulle tempie, il sapore di lui che mi restava, e il piacere di essere lì, sotto, tenuta per i capelli, a fare con la lingua quello che ieri avevo fatto con lo strap-on. Lui mi insultava e mi incitava, basso, e non smetteva di guardarmi. Quando allentò la presa e si sollevò, il mio viso era lucido, i capelli spettinati dal pugno, l’odore di lui addosso, e io ero più sua di prima.

«Basta. Adesso ti rinfilo il mio, ho voglia di fotterti.»

Nael si sollevò. Io ero ancora sdraiata sulla schiena, il viso umido della sua saliva, il collare che mi segnava il collo, le gambe aperte. Lui mi prese per le cosce e me le allargò di più, poi mi afferrò i fianchi e mi tirò verso di sé, sul bordo del letto. Il cazzo gli pendeva duro, enorme, lucido di saliva e di me. Lo prese in mano, lo allineò alla fica, e spinse.

Entrò con risolutezza. Non lento, non cauto. Una spinta piena, decisa, che mi aprì tutta e mi riempì fino in fondo in un colpo solo. Il cazzo grosso, scuro, mi dilatò le labbra, il frenulo che sfregava mentre affondava. Sentii ogni centimetro: la cappella che forzava, l’asta che mi riempiva, le palle che mi battevano sul culo quando arrivò a fondo. La fica reagì subito, si strinse intorno a lui, bagnata com’era, e un suono umido, osceno, riempì la camera.

Nael non si fermò. Iniziò a scoparmi con colpi lunghi e profondi, poi più corti e furiosi. Il cazzo pompava la fica bagnata, usciva quasi del tutto e rientrava fino in fondo, le labbra che si aprivano e si chiudevano intorno all’asta, il clitoride che sbatteva contro il suo pube a ogni affondo. Gli umori mi colavano lungo il perineo, sul lenzuolo, caldi e abbondanti. La fica pulsava, si contraeva, cercava di trattenerlo e di lasciarlo entrare di nuovo.

Mentre mi scopava, Nael mi afferrò i seni. Le mani grandi, ruvide, li presero pieni, li strinsero, li palparono con energia. I pollici sui capezzoli, che erano già duri, e li stropicciarono, li pizzicarono, li tirarono un po’. I seni erano pesanti, sodi, la pelle liscia che gli scivolava sotto le dita, i capezzoli che rispondevano, si indurivano ancora di più sotto il suo tocco. Mi piaceva da morire. Sentivo il calore salire dal petto, la scossa che partiva dai capezzoli e scendeva dritta alla fica, dove lui continuava a martellare. Ogni volta che mi stringeva i seni e spingeva a fondo, un gemito mi usciva dalla gola senza che potessi trattenerlo.

Le emozioni mi si accavallavano. Ero piena, usata, e allo stesso tempo completamente aperta. Il piacere saliva veloce, violento, dalla fica che si contraeva intorno al cazzo grosso, dai seni che lui non lasciava. Non dovevo fare niente. Dovevo solo prenderlo, e lo volevo. Gli occhi di Nael erano fissi nei miei, il respiro corto, il sudore che gli colava dalla fronte sul mio petto. Ogni tanto mi insultava, basso.

«Prendilo, troia. Senti come ti riempio. La tua fica è mia.»

Io annuivo, ansimavo, le mani che gli stringevano le braccia. Il ritmo aumentò. I colpi diventarono più forti, più profondi, il cazzo che mi sbatteva dentro senza pietà, le palle che mi colpivano il culo a ogni spinta. La fica era fradicia, gonfia, le labbra aperte e rosse intorno all’asta, gli umori che schizzavano a ogni uscita. Sentivo il clitoride pulsare, il piacere che montava, inarrestabile.

Venni. Un orgasmo vaginale intenso, violento. La schiena si inarcò, le cosce gli strinsero i fianchi, la fica si contrasse intorno al cazzo in spasmi forti, ripetuti. Un verso lungo mi uscì dalla gola, la bocca si aprì da sola, gli occhi che si chiudevano e si riaprivano. Nael non si fermò. Continuò a scoparmi attraverso l’orgasmo, i colpi che non perdonavano, e mentre io avevo la bocca aperta, nel pieno del piacere, lui si chinò e mi sputò in bocca. Uno sputo denso, abbondante, caldo, che mi finì sulla lingua e sul palato.

«Godi come le cagne. Prendilo, troia. Ingoia.»

Lo ingoiai, ancora scossa dagli spasmi, il sapore salato e denso che si mischiava al mio. L’orgasmo continuava, ondate che mi facevano tremare, la fica che lo stringeva e lo bagnava ancora di più. Nael mi teneva i seni, li stringeva forte, e mi guardava mentre venivo, mentre ingoiavo il suo sputo.

Quando l’orgasmo cominciò a scendere, lui si sfilò dalla fica. Il cazzo uscì lucido, grosso, coperto dei miei umori. Non mi diede tempo. Mi afferrò le gambe, me le alzò, e mi penetrò di nuovo, questa volta nel culo. Con violenza. Il culo era ancora aperto da prima, ma la spinta fu comunque forte, piena, fino in fondo. Io trasalii, un gemito strozzato, e lui iniziò a sodomizzarmi con colpi corti e cattivi, le palle che mi sbattevano sulla fica ancora pulsante.

«Ti piace, vero? Prendilo tutto, troia.»

Mi teneva per il collare con una mano, con l’altra mi schiaffeggiava il seno, poi lo stringeva di nuovo. Io ero ancora scossa dall’orgasmo, la fica che colava sul lenzuolo, il culo pieno del suo cazzo. Nael pompava, furioso, gli occhi fissi nei miei, e io lo prendevo, ansimando, felice di essere usata così.

«Dillo ancora. Chi sei?»
«La tua troia. Sborrami addosso.»

Quando venne, lo fece sul petto. Si sfilò all’ultimo, il cazzo che pulsava, e schizzò fiotti lunghi, caldi, densi, sui seni, sul collo, sul collare rosa. Odore forte, marino. Ne raccolsi dal seno con le dita e lo ingoiai, guardandolo, mentre lui ansimava sopra di me.

Si lasciò cadere accanto. Fiato corto. Letto inzuppato, seni sporchi di sborra e sudore.

«Ti è piaciuto stare sotto.»

«Sì. Oggi eri più deciso. Più tu. Come eri le prime volte. Mi è piaciuto.»

«Dovevo esserlo. Oggi eri la mia troia. Punto. Niente mezze misure.»

«E quando è il mio giorno?»

«Quando è il tuo, è il tuo. Oggi no.»

Il telefono vibrò più tardi, mentre eravamo ancora appiccicati. Adele. Nael lesse con me, il mento sulla spalla.

«Ciao Amo, come stai? Che fai oggi?»

«Alla grande. Sono a casa con Nael. Francesca e Marco fuori fino a dopo cena, quindi giornata libera.»

«Ah, certo. La giornata libera classica: tu e lui chiusi in camera. Passi più tempo a scopare con Nael che a respirare, lo sai? Salutamelo, digli che la rossa lo saluta e che il culo è quasi guarito, grazie per la domanda che non hai fatto.»

Risi. Nael alzò un sopracciglio.

«Non sbagli. Mi conosci troppo bene. E dovresti capire perché ho sempre voglia di lui, no? Dopo l’altro giorno, dico. Non è che tu sia uscita indenne.»

«Ragione da vendere. L’altro giorno è stato intenso. Infatti ci stavo pensando. Il trio lo rifarei, ma non solo come allora, noi due sotto di lui. Mi piacerebbe vedere te che lo metti sotto. Sul serio. Se lui ci sta e tu ci stai, ovviamente.»

Nael lesse. Non rise. Mi prese il telefono e lo posò sul letto, tra di noi.

«Aspetta. Non rispondere subito.»

«Perché?»

«Perché farsi vedere sotto da lei è diverso. Mi ha già visto scopare, inculare te e lei. Non mi ha visto così. La reputazione, anche solo con lei, mi dà fastidio. Il maranza che si fa mettere sotto, davanti all’amica.»

«Se non vuoi, non lo facciamo. Non deve essere una cosa forzata. Però ieri ti è piaciuto. E lei non lo va a raccontare in giro.»

Ci pensò. Si passò una mano sui ricci, lo sguardo sul soffitto.

«Mi dà fastidio, sì. Però mi stuzzica anche. Vederti comandare, davanti a lei. Non è solo io che mi faccio vedere. Sei tu che domini e che decidi, e lei che guarda. Quello, alla fine, non mi dispiace. Anzi.»

Si girò verso di me.

«Quindi ci sto. A una condizione. Quando hai finito di giocare da capa, passo io al comando. Su tutte e due. E con Adele, se lo voglio, la tratto come tratto te. Non a metà, non come l’altro giorno e basta. Tutto. Anche pisciarle in bocca, se mi va. Anche cagarle in bocca, come ho già fatto con te. Se lei accetta sapendo questo, io ci sto. Se vuole solo lo spettacolo e poi uscire pulita, no.»

Annuii. «Glielo faccio capire. Non glielo spiattello. Se dice sì, lunedì.»

«Scrivi.»

Ripresi il telefono.

«Nael è qui. Ci stiamo. Però, te lo dico, ieri abbiamo di nuovo giocato con me al comando, e ho spinto un po’ oltre. L’ho messo sotto in modo più pesante. Se ti va di vederlo, e di entrarci, lunedì da me.»

«Più pesante come? Che gli hai fatto? Dettagli, non fare la misteriosa. Muoio dalla voglia di sapere tutto quello che hai fatto.»

«Niente dettagli per messaggio. Lo vedi di persona. E non solo lo vedi: ci entri. Ho già un paio di idee in testa, e tu ci stai in mezzo, non in panchina. Ma aspetta a dire sì.»

«Ok, stronza. Curiosità alle stelle e zero informazioni. Classico. Dimmi.»

«Nael non è proprio entusiasta di farsi vedere mentre lo domino, davanti a te. Gli dà fastidio, la reputazione, il fatto che qualcuno lo veda così. Però alla fine ci sta, a una condizione. Quando ho finito di dominare io, comanda lui. Su tutte e due. E con te non si ferma dove si è fermato l'altro giorno. Se lui lo vuole, deve poter fare a te quello che fa con me. Tutto. Anche le cose da non mettere in curriculum. Hai capito il genere. Se non ci stai su questo, non si fa.»

Silenzio. Più lungo del solito. I puntini comparvero, sparirono, tornarono.

«Ho capito il genere, sì. Non sono nata ieri, e dopo quel pomeriggio da te ancora meno. E ti dico la verità: un po’ mi si è chiuso lo stomaco. Certe cose non le ho mai fatte, e non so se la testa e il resto sono d’accordo. Però ho voglia di vedere te che lo metti sotto. Quella voglia è più forte del dubbio. E se lui, dopo, vuole provarci con me come fa con te, non mi tiro indietro. Se Nael vuole farmi certe cose, spero solo di non vomitargli addosso, ma giuro che sono pronta a provare tutto.»

«Ok. Allora lunedì ci sei. Non fare la dura se poi ti tremano le gambe.»

«A parte gli scherzi. Io di scopate ne ho avute, lo sai. Il trio con voi, e poi quel pomeriggio solo noi due, sono la cosa più pazza e più eccitante che mi sia capitata. Non voglio perderla, e non voglio rovinarla facendo la preziosa a metà. Quindi lunedì ci sono. Alle due e mezzo? E non esagerare con lui prima che arrivi, lasciamene un pezzo. Anche perché, se è come dici, lunedì non sarà una passeggiata.»

«Due e mezzo. Promesso, te ne lascio. A lunedì, scema. Preparati.»

«A lunedì. E preparati tu, che le domande te le faccio dal vivo. Prima che inizi.»

Posai il telefono. Nael aveva letto tutto. Annuì, più quieto di prima.

«Ha detto sì. Anche a quello. Almeno non arrivo e faccio finta che la reputazione sia salva, e nemmeno che con lei mi fermi dove mi sono fermato l’altro giorno.»

«No. Sa. E ci sta.»

Mi baciò, più lento, la mano tra le gambe, non per ricominciare, per sentire che ero ancora bagnata. Lo ero.

«Lunedì fai quello che devi, se ti va. Poi basta. Ti inginocchi, e lei con te. E io, con lei, non ho intenzione di avere limiti. Tutto. Come ti ho detto.»

«Chiaro.»

Restammo appiccicati. Il collare mi segnava il collo, il suo sperma si asciugava sul petto, l’odore di lui ancora sulla faccia, dalla leccata. Aprii la finestra. L’aria del sabato entrò, più fredda, e portò via un po’. Non tutto. La casa era nostra fino a dopo cena.

«Ti amo.»

«Ti amo. Non immagini quanto. Anche se oggi ti ho trattato da troia.» rise, più dolce.

Risi anch'io. Fuori il sabato andava avanti. Noi, in casa, ci abbandonammo alla tenerezza.
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