Giulia e Adele - Un pomeriggio senza Nael (17)
scritto il 2026-10-08 tempo di lettura 33 min
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A−
Quella sera, dopo cena, non avevo ancora spento la luce. Il letto era stato rifatto alla meglio. L’odore no: restava, basso, nelle lenzuola e sulla pelle, anche dopo la doccia. Ero stesa a pancia in su, il telefono sul petto, quando Adele scrisse.
«Ancora non ci credo. Giulia. Giulia. Sono a letto e rido da sola come una deficiente.»
Sorrisi nel buio.
«Sei viva?»
«Tecnicamente. Il culo no. Il culo ha presentato le dimissioni. Brucia. Scommetto che brucerà per giorni. Giorni. Cammino come se avessi fatto equitazione con un cavallo cattivo.»
«Benvenuta nel mio mondo.»
«Il tuo mondo è illegale. E Nael è illegale. Come fa a essere così grosso e così… così. Non ho le parole. Ho solo il culo che brucia e la faccia da scema. E tu. Tu sei peggio di lui. Tu mi hai tenuto la testa. Tu mi hai leccato il culo come se fosse la cosa più normale del mondo. E di martedì pomeriggio. Cazzo!»
Risi forte. Dovetti mettere la faccia nel cuscino.
«Sì, di pomeriggio. Il martedì non c’entra, un giorno vale l’altro.»
«Il martedì c’entra eccome. Domani ho interrogazione e io ho il culo in fiamme e la bocca che sa ancora di voi due. Non dirmi che è normale.»
«Non è normale. È bello.»
«È bello da morire. Nael scopa come se il letto fosse suo. E lo è. L’ha detto lui. Odioso. Bravissimo. Odioso. E tu. La tua lingua. La tua faccia quando mi guardavi mentre lui mi apriva. Giulia, io ti amo e ti odio.»
«Ordine giusto.»
«Zitta.»
Restai a guardare i tre puntini. Comparvero. Sparirono. Ricomparvero.
«Ok. Seria un secondo. Poi torno scema. La cosa fra noi due. Non con lui. Noi. Mi è piaciuta da morire. Voglio rifarlo in tre. Lo voglio da morire. Nael mi ha rotta e io domani gli scriverei grazie, se non fosse che mi vergogno. Ma voglio anche solo noi. Senza di lui. Una volta. Per sapere com’è quando non c’è un cazzo in mezzo a decidere il ritmo.»
Il cuore mi fece la stessa cosa della sera sulla panchina. Un salto piccolo, netto.
«Anch’io. Mi è piaciuto. Non era un favore. Era vero.»
«Allora lo facciamo. Un pomeriggio. Casa tua o casa mia. Niente Nael. Niente sorprese. Solo noi due.»
Ci pensai un secondo. Non per dire di no. Per dire la cosa giusta.
«Sì. Ma non glielo nascondo. Nael lo deve sapere. Prima. Non dopo. Non è un tradimento se glielo dico. Se glielo nascondo, sì.»
«Ok. Giulia la moralista, che l’altro ieri gli ha sfondato il culo e oggi mi ha leccato il mio. Va bene. È giusto che glielo dici.»
«Sì, voglio dirglielo.»
«Allora la mia condizione. Niente tabù. Se siamo solo noi, siamo solo noi fino in fondo. Non una versione pulita.»
«Niente tabù.»
«Giura.»
«Giuro.»
«Allora sono già bagnata, e domani a scuola farò finta che non è successo nulla e non deve succedere nulla. Buonanotte, troia.»
«Buonanotte, rossa.»
«Non chiamarmi rossa. Lo odio!»
Spensi lo schermo. Il buio della camera. L’odore ancora lì. E la promessa, già intera, di un pomeriggio in cui Nael avrebbe saputo, e non ci sarebbe stato.
La mattina dopo la vidi prima della campanella, nello stesso corridoio di sempre, quello che sa di pavimento appena lavato e di qualcuno che ha già aperto una merendina. Adele veniva dai laboratori con lo zaino su una spalla sola. Non accelerò. Mi passò accanto, mi sfiorò il polso con due dita e, senza fermarsi, disse:
«Cammino ancora male.»
«Si vede poco.» Risi.
«A me si sente. Ho dormito di lato. E ho sonno.» Un mezzo sorriso, gli occhi verdi un po’ pesti. «A dopo.»
Era già oltre. Entrai in aula con le orecchie calde e mi sedetti al solito posto, in terza fila, il libro aperto sulla pagina sbagliata. Il professore cominciò subito. Ablativo assoluto, ablativo di causa, esempi alla lavagna. Copiai due righe e mi fermai.
Non riuscivo a stare sulla frase. La voce andava e veniva, e sotto tornava il pomeriggio di ieri. Il cazzo di Nael che entrava nella fica di Adele, poi nel suo culo, lo spessore scuro che le apriva le natiche piccole, i colpi che non rallentavano quando lei tendeva la mano indietro. L’odore, sudore, pelle e chiuso e quel dolce speziato, che mi era rimasto in faccia. Il sapore, quando lui era uscito di colpo e me l’aveva messo in bocca, sporco di lei, acre, e io avevo aperto senza esitare. Lo succhiavo ancora, nella testa, mentre il professore scriveva un ablativo che non avrei saputo ripetere. Strinsi le cosce sotto il banco. Copiai un’altra parola, a caso, e tornai lì. Adele a pecora, io in ginocchio, Nael che diceva «finalmente». La campanella, quando suonò, mi trovò con la pagina quasi vuota e la fica già sveglia.
All’intervallo la trovai alle macchinette, in fila, il tè già in mano quando mi vide. Non mi saltò addosso. Si spostò di un passo, mi fece spazio contro il muro, lontano dalla fila quel tanto che bastava.
«Avevo pensato una cosa stupida» disse, piano. «Il bagno. Adesso. Chiudo la porta e ti lecco, e torniamo come se niente fosse. Poi ho visto la fila e ho contato i minuti. Sono dodici. Non ci stiamo.»
Risi, bassa. «No. Non ci stiamo.»
«Pazienza, allora. Lo dico e non lo faccio. Contenta?»
«Un po’.»
Bevve il tè e fece una smorfia. «È acqua calda. Senti. Da me, oggi. I miei tornano verso le sette, mio padre ha il turno. Se vieni per le quattro abbiamo tempo, senza correre. Mia madre, dopo il lavoro, andrà a fare la spesa.»
«Le quattro. Da te.»
«Sì.» Mi guardò. Non un occhiolino. Una cosa più seria, da amica che ieri ha avuto la lingua nel posto sbagliato e oggi vuole il resto. «E a lui quando glielo dici? Perché ieri sera abbiamo detto così, e io non voglio che poi diventi un casino tuo.»
«Glielo scrivo più tardi, sul bus.»
«Ok.» Finì il tè e buttò il bicchiere. «Un’altra cosa. Non fare la doccia. Come piace a lui. Piace anche a me. Voglio l’odore vero, non il bagnoschiuma.»
«Allora nemmeno tu.»
«Nemmeno io. Promesso.»
Se ne andò. Restai un secondo contro il muro, poi tornai in classe. Storia. Non presi quasi appunti. Adesso, almeno, c’era un’ora.
All’uscita non ci incrociammo. Lei prese l’altra direzione, verso casa sua, a piedi. Io il bus del mio quartiere, pieno, in piedi, lo zaino tra i piedi, una signora che mi premeva la borsa sul fianco. Aprii la chat con Nael e restai a guardare lo schermo mentre il bus partiva.
«Ieri è stato tanto» scrissi.
«Sì. La rossa come sta?»
«Dice che le brucia. Ha dormito di lato. Ma sta bene. Era contenta.»
«Si vedeva. La rossa ha la faccia che non sa mentire.»
«Tu sì.»
«Io no. Io dico le cose.»
Il bus frenò e ripartì. Scrissi ancora.
«Oggi pomeriggio vado da lei. Da sole. Non con te. Te lo dico prima. Se per te non va, non ci vado.»
«Perché non dovrebbe andare?»
«Non lo so. Per quello te lo dico. Ieri eravamo in tre. Oggi saremmo noi due.»
«Ieri sembravate già affiatate. Pensavo che tu e la rossa aveste già fatto qualcosa, prima. Non solo i baci.»
«Baci sì. Qualche volta, da ubriache e anche no. Il resto no. Ieri è stato la prima volta vera.»
«Ok. Vai. È giusto che vediate com’è senza di me. Se vi piace, vi piace. Non è che devo esserci io in mezzo per forza, a tenervi i capelli.»
«Sicuro?»
«Sicuro. La rossa ieri ha retto. Tu ieri hai organizzato. Oggi fate la cosa vostra. Poi mi racconti tutto. Intanto lo so, che non farei la santa.»
«Ovvio che ti dirò tutto.»
«Brava. Dille di non fare la dura se le fa male. Ieri ha tirato. Il culo della rossa non è il tuo.»
«Glielo dico.»
«E, Giulia. Divertiti. Sul serio.»
Misi via il telefono. Alla mia fermata scesi. A casa non feci la doccia. Cambiai solo la maglietta, misi una tuta, e uscii di nuovo. Alle quattro Adele avrebbe aperto. E Nael lo sapeva già.
Il citofono è quello vecchio, il nome scritto a penna, il nastro che tiene fermo il cartoncino. Suonai alle quattro e due minuti. Il portone scattò senza che lei chiedesse chi era. La casa la conosco dalle medie: le scale strette, la bicicletta legata al corrimano, la porta del secondo piano che si apre prima ancora che bussi davvero.
Era già socchiusa. Odore di casa, quello di sempre, e sotto, subito, lei. Niente bagnoschiuma.
«Sei in ritardo» disse, dall’ingresso.
«Due minuti. Il bus.»
Comparve in corridoio. Maglietta larga, pantaloni della tuta, capelli rossi legati male. Ai piedi le ciabattine da casa, un po’ grandi per lei, e dentro i piedi piccoli, curati. Sul sinistro, un tatuaggio floreale: dalla caviglia scendeva sul dorso, foglie e un fiore piccolo, scuro sulla pelle chiara. Gli occhi verdi un po’ pesti. La bocca già mezza sorriso.
«Non ti sei lavata.»
«Nemmeno tu.»
«Bene.» Chiuse la porta. «I miei alle sette. Forse prima. Se senti le chiavi, non è un film. È mio padre. Vieni. Camera.»
La seguii. Il corridoio lo conosco, le giacche dei suoi, la foto di lei da bambina. Posai lo zaino e andai dietro.
La cameretta è in fondo, piccola. Letto singolo, poster mezzo staccato, vestiti sulla sedia, la finestra sul cortile. Chiuse la porta. La luce era quella del pomeriggio, bassa.
«Gliel’hai detto?»
«Sul bus. Ha detto di andare. Di non fare la dura, se ti fa male. Ti chiama ancora la rossa.»
Adele sorrise. «Lo so. Mi sta bene, se lo dice lui.» Mi prese la mano. «Il culo fa male. Il resto no. Se una delle due dice basta, si ferma.»
«Si ferma.»
Mi baciò. Non come ieri, davanti a lui. Più lento. La bocca si aprì sulla mia senza fretta, la lingua arrivò dopo, calda, incerta un secondo, poi sicura. Non cercava di vincere. Cercava. Dentifricio, poi lei. Adele tremava un poco. Non di freddo. Di una cosa che le saliva dal petto. Quando riaprì gli occhi, verdi, lucidi, non stava recitando la rossa di ieri. Mi voleva. Non come favore. Come si vuole una persona che si conosce da quando si avevano undici anni. Io sentii il cuore nel collo. Non il colpo di quando Nael entra. Un calore più largo. La amai, in quel bacio, in un modo che non avevo il coraggio di dire.
Le sciolsi il nodo. I rossi le caddero sulla schiena. Salì sul letto, si sedette a gambe incrociate, e le ciabatte caddero, una e poi l’altra. I piedi nudi, piccoli, il fiore sul dorso. Io mi liberai delle scarpe, dei calzini, e mi sedetti accanto a lei. Le ginocchia si toccarono.
Ricominciammo. Carezze nei capelli, sul collo, un pollice sulla guancia. Sorrisi tra un bacio e l’altro. Poi ci spogliammo, con calma. Adele mi sfilò la maglietta, attenta ai capelli. Il reggiseno lo slacciai io. I seni mi ricaddero. Lei li guardò da meraviglia, non da fame. Un pollice sul capezzolo, appena. Le tolsi la maglietta. Sotto non aveva niente. Il seno piccolo, i capezzoli rosa. Li baciai, senza denti.
I pantaloni della tuta li prese ai fianchi. Un po’ di impaccio. La stoffa si impigliò, lei rise piano, io alzai il bacino, e insieme li calammo, mutande comprese. Lei si calò i suoi e li lasciò cadere oltre il bordo. Il ciuffo rosso, le labbra rosa. Restammo nude, sedute, le ginocchia che si toccavano.
«Sei bella» disse. «Lo sei sempre. Oggi di più.»
«Anche tu.»
Le carezze scesero. Dalla vita alle cosce, al polpaccio, ai piedi. Ci baciammo ancora, storte. Mi coricai su un fianco, il viso all’altezza dei suoi piedi. Il fiore a un palmo. Anche lei si sdraiò dall’altra parte, il viso verso i miei. Una mano sulla mia caviglia. Il letto era stretto. Ridemmo piano, senza staccarci. Poi trovammo il posto.
Chinai la bocca e baciai il dorso, sul fiore tatuato. Poi la lingua, lenta, che seguiva le foglie. Sale, pelle, il rilievo dell’inchiostro. Non fame da ieri. Gentilezza. Le baciai le dita, una a una, e tornai al tatuaggio. Adele trattenne il fiato. Il piede si tese e poi si abbandonò. Poi fece lo stesso. Bocca sul mio piede, incerta il primo secondo, poi dolce.
«Non so perché» disse, roca, contro le mie dita. «Mi viene da piangere e da ridere. È solo un piede. E sei tu.»
«Continua» sussurrò, gli occhi lucidi. «Per favore. Non come ieri. Come adesso. Come se mi volessi bene.»
Finii sul fiore. Un ultimo bacio. Mi spostai, risalii, faccia a faccia. La baciai sulla bocca. Seno contro seno. I capezzoli che si sfioravano e ci facevano sorridere.
La sua mano scese sulla vita e si fermò.
«Posso?»
«Sì.»
Scese tra le mie gambe. Un palmo caldo, il medio che mi trovava già bagnata. Io feci lo stesso. Ciuffo rosso, labbra morbide, clitoride piccolo. Ci toccammo insieme, gli occhi aperti.
«Guardami. Voglio vederti.»
«Mi piaci» sussurrò. «Non solo così. Tu. Da sempre, un po’. Oggi di più.»
«Anche tu. Non accelerare.»
«Non accelero. Voglio sentirti venire piano, con la mia mano, mentre mi guardi.»
Venni guardandola. Un sospiro lungo, le cosce che le strinsero la mano. Lei sorrise e non tolse la mano. Poi la mia riprese. Adele venne piano, un tremito, il mio nome, gli occhi che si chiudevano un secondo e si riaprivano. La baciai mentre finiva.
Restammo appiccicate. Un motorino nel cortile. Nessuna chiave.
«Adesso» disse. «Se ti va. La tua bocca. Piano, all’inizio.»
«Mi va.»
Scesi senza fretta. Sul collo la pelle sapeva di sale, di casa. Tra i seni l’odore si faceva più caldo. Sulla pancia, meno aria, più pelle, un filo dolce che non era ancora sesso. Al ciuffo cambiò. Chiuso, speziato, miele lasciato al caldo. La baciai. Pesca, miele, un filo piccante, e sotto, poco, ferro. Il sapore di una rossa.
La lingua, all’inizio, fu piatta. Lenta. Adele sospirò, una mano nei capelli.
«Così. Non hai fretta. Si sente.»
«Un po’ più su» disse poi. «Sempre piano. Il clitoride.»
Obbedii. Giri piccoli. Il sapore più intenso, il ferro che non spariva e non mi faceva staccare. Aumentai. Non di colpo. Due dita, quando annuì, entrarono facili. Il suono si fece bagnato. Un piede sul mio fianco, il fiore che si muoveva.
«Sì. Così. Un po’ più veloce. Ci sono. Non ti spostare. Guardami, se puoi.»
Alzai gli occhi. Venne. E con l’orgasmo arrivò lo squirt, abbondante, un fiotto caldo nella bocca aperta. Pesca diluita, acqua e miele, un filo salato, e in mezzo quel poco di sangue. Me ne riempì la bocca. Deglutii. Un sorso, poi un altro, gli occhi nei suoi. Lo ingoiai tutto.
«L’hai preso. Tutto. Anche quello. Lo senti?»
«Lo sento. È tuo. Non mi dà fastidio.»
Mi tirò su. Mi baciò. «Sa di me. Tutto. E tu l’hai bevuto guardandomi. Non me lo dimentico.»
Ci accoccolammo. La testa sul mio seno. Il fiato che tornava.
«Sto bene. Tu?»
«Bene. Sa ancora di te.»
«Meglio. Adesso io. Se ti va.»
«Mi va.»
Scese. Attenta. Baci sul seno, sulla pancia. Poi tra le gambe, e due dita, bagnate, fino in fondo. La lasciai fare.
«Va bene. Per un po’. Poi, se ti va, cambiami buco. Mettimele nel culo. La fica la voglio con la bocca.»
«Sicura? Ieri ti ha già presa. Non voglio farti male.»
«Sicura. Piano. Mi fido. Bagnali bene.»
Uscirono, lucide, e scesero. Un cerchio, il medio che chiedeva. Entrò. Poi l’indice. Due dita nel culo, lente, il bruciore piccolo che diventava pieno. E la bocca sulla fica. Lingua sul clitoride, le dita dietro che non acceleravano.
«Così. Non uscire. Baciami lì e tienimi aperta dietro. È nostro, adesso. Non di ieri.»
«Nostro.»
Il piacere salì doppio. Il culo pieno di lei, la fica nella sua bocca, gli occhi verdi che ogni tanto salivano.
«Ci sono. Resta. Bevi, se viene. Come ho fatto io. Voglio vederti.»
Venni. Il culo le strinse le dita, la fica pulsò sulla lingua, e lo squirt arrivò dopo, un fiotto caldo, abbondante, nella sua bocca. Acqua, sale, un filo dolce, meno pesca della sua, più mio. Adele deglutì. Gli occhi nei miei. Un altro sorso, il mento bagnato, e non si staccò finché non ebbi finito.
Le dita uscirono piano, lucide, un vuoto caldo nel culo. Adele non le pulì sul lenzuolo. Le tenne alzate, tra noi, e mi guardò. Gli occhi verdi non erano più solo dolci. Erano furbi, e sotto la furberia una voglia che ieri si era fermata sulla soglia. Se le portò alla bocca. Lenta. Il medio entrò tra le labbra, la lingua che prendeva il sapore del culo e della fica insieme, viscido, intimo, mio. Poi l’indice. Succhiò fino alla nocca, senza staccarmi lo sguardo, un verso basso, di chi scopre che la cosa che ieri le faceva paura oggi le bagna le cosce.
«Questo» disse, le dita ancora sulle labbra, un filo di me sul mento, «a Nael piacerebbe. Vedermi così. Con te ancora aperta, e io che mi pulisco.»
Risi. Una risata corta, vera, che non spegneva l’eccitazione.
«Ieri ti sei fermata. Oggi te le succhi da sola, fino in fondo, e mi guardi mentre lo fai. Brava. Sei più troia di ieri, e ti sta bene.»
Adele non rise subito. Si leccò il medio, lenta, raccogliendo quello che restava, e deglutì. La voce le uscì roca.
«Ieri mi sono fermata perché me lo metteva in bocca lui, di colpo, e non ero pronta. Poi ha pulito lui lo strap-on, con la bocca, e quella faccia da schiaffi, e dopo mi ha baciata. In quel bacio c’eri tu. Il tuo culo. Il tuo sapore. E mi ha detto che per voi non è un limite. Ci ho pensato tutta la notte. Non era schifo. Era che non l’avevo scelto io. Oggi l’ho scelto. Le ho messe io, le tiro fuori io, me le pulisco io. È il tuo sapore, e lo voglio. Mi eccita di più così, sapendo che ieri non ce l’ho fatta e oggi sì, con te che mi guardi.»
Le presi il polso. Le rimisi le dita in bocca, un secondo, e lei succhiò senza esitare.
«Allora non ti sei sporcata» dissi. «Ti sei messa in pari.»
Adele annuì, la bocca ancora intorno alle dita, gli occhi lucidi. Il bacio arrivò dopo, sporco di me. Restammo abbracciate. Il bacio si fece più lento. Adele mi passò il pollice sulla guancia. Parlavamo a pezzi, complici, il cuore che non correva più.
«Devo dirti una cosa» disse, la fronte sulla mia. «Su di lui. Non per rovinare questo.»
«Dilla.»
«Nael ha superato i racconti. Tutti. Io credevo che esagerassi. Inconsciamente. Per amore, e perché è il primo, e il primo sembra sempre più di quello che è. Invece no. Non hai esagerato per niente. Anzi. Dal vivo è di più. La fisicità, le dimensioni, la carica. Ieri ero spiazzata. Non solo dal cazzo. Da come sta a letto. Più duro, più dominante di come l’avevo capito dalle tue parole. Tu me lo raccontavi e io pensavo: vabbè, Giulia innamorata. Invece era la versione morbida.»
Lo presi bene. Un calore nel petto. Orgoglio.
«Certe cose non riesco a dirle. Come mi tiene. Come mi entra. La sensazione, quando decide lui e io smetto di pensare. Non ho le parole. Per quello i racconti ti sembravano troppo. Erano troppo poco.»
Adele annuì, mi baciò l’angolo della bocca.
«E tu? Ieri. Gelosia. Non mi hai detto se c’era.»
«All’inizio sì. Un filo. Quando me l’ha chiesto, e quando è entrato in te. Non così forte da bloccarmi. La voglia di accontentarlo era più grande. E quel filo, mentre scopavamo tutti e tre, è sparito. Non ero la ragazza che presta il fidanzato. Ero complice tua. Un gioco col mio ragazzo, e tu con noi, complice. Mi piaceva vedervi. Mi piaceva essere in mezzo.»
Adele espirò, sollevata, e mi strinse più forte.
«Meno male. Anche per me è stata coinvolgente. In ogni senso. Il culo che brucia, sì. Ma anche questo. Te. Lui. Noi. Non me l’aspettavo così intera.»
Restò un momento in silenzio. Poi la voce più bassa.
«Posso chiederti una cosa sui mesi passati con lui? Su quello che mi hai raccontato. Non per giudicare. Per capire se ho capito bene. Questo desiderio tuo, di sottometterti, di avere Nael che ti domina e in un certo modo ti umilia, c’entra davvero con Francesca? Con quanto è stata rigida. Con la figlia perfetta che voleva. È anche una risposta a lei, o io ho letto troppo?»
La crudezza mi arrivò netta. Sentii il magone, un nodo sotto lo sterno. Per un attimo non ero più nuda nel letto di Adele. Ero la figlia. Un po’ più triste. Adele non ritirò la domanda. Mi tenne la mano.
«Sì. C’entra. L’educazione di Francesca per me è opprimente. All’inizio in Nael vedevo l’antitesi di quello che lei si aspettava. Il maranza, non l’universitario di ottima famiglia. Quindi all’inizio l’attrazione era anche ripicca. Soprattutto ripicca. Volevo una cosa che lei non avrebbe potuto mettere in cornice.»
Presi fiato.
«Poi le settimane sono passate. I rapporti si sono fatti più profondi. E ho capito che quello che mi fa non mi fa stare bene solo per ripicca. Mi appaga. Fisicamente, e anche nella testa. Quando mi tiene, quando decide lui, io mi stacco. Dalla casa, da lei, dal dovere. È ossigeno. Puro. Non solo uno schiaffo a Francesca. Una cosa mia, che mi tiene in vita.»
Adele mi accarezzò. I capelli, la guancia, la schiena, lente.
«Lo sento, quando ne parli. Non è una posa. Francesca ti toglie l’aria, e Nael te la ridà. Anche se il modo è quello che è.»
«Il modo è quello che mi serve. Se fosse dolce sempre, tornerei in casa. Con la testa, almeno.»
«E ieri? Con me. C’entrava anche lei, o eravamo solo noi?»
«Ieri no. Ieri eri tu. E lui. Francesca non c’entrava. Forse per questo mi è piaciuto così tanto. Non dovevo dimostrare niente a nessuno.»
«Bene. Perché io non voglio essere la ripicca. Voglio essere Adele. La tua migliore amica di sempre, e quella di ieri, e questa. Se un giorno Nael non ci fosse, io resterei lo stesso. Non so se tu. Ma io sì.»
«Non lo so. Nael è Nael. Tu sei tu. Oggi posso tenerle tutte e due. Non chiedermi di scegliere adesso.»
«Non te lo chiedo. Te lo dico, così lo sai. E così, se Francesca un giorno ti chiede chi sono, non devi inventare. Sono l’amica. E anche l’altra. Se vuoi dirlo. Se non vuoi, non lo dico io.»
Risi, un soffio. Il nodo cedeva di un grado.
«Francesca non deve sapere niente. Né di te, né di lui, più di quanto già sa. Oggi basta che tu sia qui.»
«Sono qui. E il culo mi brucia ancora. Quindi, se dobbiamo rifarlo in tre, almeno aspetto due giorni. In due, invece, lo rifarei domani.»
«Avida.»
«Onesta. Tu?»
«Io anche. In due anche domani. In tre quando cammini dritta.»
Adele sorrise. Non lasciò cadere il sorriso subito.
«Posso chiederti una cosa? L’altro ieri. Quando l’hai inculato tu. Com’è stato, rispetto a quando sei tu sotto?»
«Diverso. Quando sono sotto mi spengo. Decide lui, io seguo, e smetto di pensare. Mi fa bene. Quando c’ero io, con lo strap-on, non mi sono spenta. Ero sveglia. Lui teso, sudato, che mi dice piano e poi di non mollare. Quella voce non gliela conoscevo. Mi è piaciuto. Non per ripicca. Perché ero io ad aprirlo, dopo mesi in cui è lui.»
«E ti è piaciuto di più?»
«No. Non di più. È un’altra cosa. Sotto mi riposo. Sopra comando, e mi piace, e poi voglio tornare sotto. Non è che una cancella l’altra. Alla fine mi ha detto che l’avevo sfondato. Ero contenta. E avrei potuto mettermi in ginocchio un minuto dopo.»
«Quindi le tieni tutte e due.»
«Con lui sì. Con te, ieri, un po’ c’era, quando ti tenevo la testa. Ma non è che devi farmi da Nael. È un gioco. Con lui è proprio così, da una parte e dall’altra.»
«Ok. Volevo sentirlo da te, non solo dal racconto. Adesso c’è.»
«Adesso c’è.»
Non si staccò.
«Spiegami meglio, però. Cosa ti dà. Dominare. Non la scena. La cosa.»
«Mi dà il contrario del sollievo, e mi piace lo stesso. Quando sono sotto, sparisco. Quando sono sopra, ci sono. Vedo l’effetto. Vedo lui che cede. E non mi sento cattiva. Mi sento capace. Come se una parte di me, quella che Francesca ha tenuto buona, potesse anche prendere, non solo farsi prendere.»
«E lo vuoi rifare.»
«Sì. Non tutti i giorni. Non al posto del resto. Ma sì. L’altro ieri non è stato un esperimento chiuso. È stato un inizio.»
«E con lui vuoi spingerti oltre? Non solo lo strap-on. Altre cose. Tu che decidi di più. O ti basta averlo fatto una volta, per sapere che puoi.»
«Non mi basta una volta. Non so ancora fino a dove. So che voglio tornarci. Con calma, perché lui all’inizio aveva paura che fosse roba da froci, e io non voglio spaventarlo. Ma le intenzioni ci sono. Non è un capriccio. È un pezzo del rapporto, adesso. Lui sopra, quasi sempre. Io sopra, quando lo chiedo e lui dice sì. E ieri, con te, ho visto che un filo di quella cosa posso averla anche senza di lui. Non so se la inseguirò. So che non la nego più.»
Adele restò in silenzio un secondo.
«Va bene. Non ti chiedo di scegliere. Ti chiedo di non raccontarmela a metà, la prossima volta. Se lo rifai, voglio la versione intera. Anche la paura. Anche se ti piace troppo.»
«Te la racconto. Come sempre.»
«Come sempre.»
La mano restò sulla mia schiena. Il silenzio non durò. La baciai io. Non il bacio di prima, da confessione. Bocca aperta, la lingua che cercava, il sapore di me ancora lì e sotto il suo. Adele rispose. Il fiato si fece pesante. I seni si schiacciarono, i capezzoli duri. La tensione tornò su, come se il discorso non l’avesse spenta.
Fui io a prendere l’iniziativa. Mi alzai sulle ginocchia. I seni, pieni, mi pendevano in avanti. Le presi le caviglie, le alzai le gambe verso le spalle, gliele divaricai. La fica restò esposta: labbra rosa, il ciuffo rosso, e sotto il buco, piccolo, ancora un po’ provato da ieri. Adele si tenne le cosce.
Mi avventai sul culo. La lingua trovò lo sfintere e lo leccò con fame, a fondo. Adele guaì. L’odore lì era più chiuso: pelle, sudore, il ferro dolce di prima, e sotto un acre intimo, suo. Il sapore era salato, un po’ amaro, vivo. A me fece voglia, non schifo. Misi saliva, tanta. La punta della lingua forzava. I polpastrelli di due dita massaggiavano lo sfintere mentre leccavo.
Poi entrai. Delicata, e risoluta. Due dita. Adele trasalì e le accettò. Le sditalinai a fondo, sputai sull’ano per bagnare ancora. La guardai da sotto.
«È ok?»
Annuì. «Sì. Vai. Non ti fermare.»
Passai sulla fica. Leccate profonde, poi sul clitoride. Era di nuovo bagnata. Con l’altra mano mi masturbai, ferocemente. Il ritmo salì. Dopo un paio di minuti levai le dita, lente, e risalii a guardarla. La faccia mi bruciava, la bocca ancora umida di lei. Mostrandole la lingua aperta, mi misi le due dita in bocca, succhiandole avidamente.
«Cazzo, Giulia. L’hai fatto. Il culo, la fica, tutto insieme. E ti piace. Si vede.»
«Mi piace. Sa di te. Ieri ti sei fermata. Oggi no, e mi piace vederti così.»
«Sei peggio di lui, quando vuoi. E io sono bagnata a vederti. Non so se odiarti o chiederti di non fermarti.»
«Dimmelo. O dimmi di smettere. Ma non restare zitta con le gambe aperte.»
Non chiuse le gambe.
«Non smettere. E poi torna su. Voglio baciarti così. Come ieri ha fatto lui con me. Oggi lo voglio da te.»
Restai ancora un momento fra le sue cosce. Due dita nel culo, lente, la lingua sulla fica, finché Adele non mi tirò su per i capelli, dolce e senza fiato. Risalii. I seni mi pendevano, la faccia a un palmo dalla sua. Non chiesi il permesso a parole. Un mugolio, un cenno degli occhi. Adele annuì, lenta, e aprì la bocca.
La baciai. Fondo, bagnato, il sapore di lei ancora sulla lingua: dolce, un filo salato, pelle. Adele rispose subito. Mi tenne la nuca. Io le strinsi i capelli. Il bacio durò, i respiri corti dal naso, finché non ci staccammo di un millimetro.
«Adesso lo capisci un po’» dissi. «Perché con Nael non ci fermiamo al pezzo presentabile.»
Adele aveva gli occhi lucidi. «Un po’. Spiegamelo. Dimmi perché tu non ti fermi.»
«Perché se mi fermo dove una cosa si può raccontare pulita, resto la figlia di Francesca. Con lui il confine non reggeva. Il culo è il culo, il sudore è sudore, la bocca dopo è la bocca dopo. Non è un trofeo. È smettere di tenermi un pezzo buono da far vedere. Mi stacca. E mi fa stare bene.»
Adele deglutì. «Quindi non è per impressionarlo.»
«No. È per vedere se ci sto anche da lucida. Ci sto. Con te oggi è più piccolo, ma è lo stesso discorso. Ieri ti sei fermata. Oggi no.»
Mi prese la nuca. Un bacio corto. «Ok. Così lo capisco. Non so se ci arrivo fino in fondo. So che oggi non mi sono fermata. E che voglio sentirti ancora, mentre mi tocchi. Adesso.»
Riprendemmo a baciarci. Mi spostai. Le gambe fra le sue, a forbice, fica contro fica. Mi staccai quel tanto.
«Strusciamoci. Fica contro fica. Finché non sborriamo. Tutte e due.»
Sorrise. «Sì. Vieni.»
Il primo contatto fu un colpo caldo, bagnato. Io depilata, liscia, gonfia, le labbra aperte. Adele col ciuffo rosso che mi solleticava il pube, le labbra rosa lucide, già bagnate. Il sudore ci copriva. Il mio, tra i seni pesanti, sotto le ascelle, sale e sesso. Il suo, lentiggini lucide, capezzoli rosa duri, miele e sudore. Spinsi. Il clitoride trovò il suo. Poi il ritmo salì. Bacini che sbattevano, il suono bagnato, il ciuffo inzuppato dei miei umori e dei suoi. Io ansimavo, i capelli appiccicati al collo. Adele aveva la bocca aperta, il corpo minuto che si inarcava, l’odore che saliva dal punto in cui eravamo unite: pesca, sale, il mio più caldo, il suo più dolce.
«Ti sento. Tutta. Non fermarti.»
«Non mi fermo. Sborra. Con me.»
Adele cedette per prima. Un guaito, le unghie sul mio fianco, la fica che pulsò contro la mia, e lo squirt le uscì copioso. Un fiotto caldo, poi un altro, che mi prese il pube, la pancia, e scese sulle lenzuola. Pochi secondi e venni anch’io. La schiena inarcata, un verso che non tenni, e il mio squirt che rispose, più lungo, salato. Ci bagnò tutte e due. Il ciuffo rosso restò appiccicato. Il letto singolo non teneva niente: sotto il culo, una macchia scura che si allargava.
Il fiato era corto. Ci guardammo. Sguardo da troia, tutte e due, in silenzio. Poi ridemmo.
Cercai il telefono. Era finito tra i vestiti, vicino allo zaino. Lo presi con le dita ancora umide.
«Gli facciamo un regalo. Nael.»
Aprii la chat. Braccio teso, video dall’alto, pochi secondi. Corpi nudi, sudati, ancora a forbice, i sorrisi, il lenzuolo bagnato sotto di noi.
«Ciao. Stiamo bene.»
«Ciao» fece Adele, rossa in faccia, una risata a metà.
«Tira fuori la lingua.»
La tirò. Io la mia. Un gioco, dopo tutto quel baciare, niente di più. Chiusi. Il videomessaggio era partito. Il telefono lo posai sulla sedia.
Adele si passò una mano sulla faccia, ridendo. «Sei una deficiente. Gli hai mandato un video di noi così. Lingua compresa. Sul mio letto, che adesso è da buttare.»
«La lingua l’hai tirata fuori tu. Non ti ho costretta.»
«Non mi hai costretta. Ci sono stata.»
«Ma guardati. Ciuffo inzuppato, faccia da quella che ha sborrato e fa finta di scandalizzarsi.»
Mi diede un calcio piccolo, senza forza. «Non mi scandalizzo. Sono una troia. Tu di più. Tu organizzi, tu filmi, tu non ti fermi. Io almeno ho il culo che brucia da ieri e la decenza di dirlo.»
«La decenza di dirlo e di chiedere il bis. È andata bene. Troppo bene.»
«È andata bene.» Si guardò la pancia bagnata, rise ancora. «Se risponde con un vocale, lo ascoltiamo. Se non risponde subito, sta scoppiando da solo. E noi siamo troie lo stesso.»
«Siamo troie lo stesso.»
Il telefono vibrò sulla sedia. Un vocale. Adele rise già prima di sentirlo. La voce di Nael, divertita, un po’ roca.
«Cazzo. Complimenti per il casino. Il letto della rossa è da buttare. Quante volte siete venute, per ridurlo così? Non una. Si vede. E le lingue, pure. Ridicole. Rispondete. Tutte e due. Voglio il numero preciso.»
Adele si coprì la faccia, ridendo. «Il tuo ragazzo. Non chiede se stiamo bene. Chiede quante volte, e se le lingue erano uno scherzo.»
«Rispondiamo. Se no richiama, e qui si sente tutto.»
Presi il telefono. Lei si chinò, i capelli sulla mia spalla. Registrai.
«Due a testa, più o meno. Il letto è così perché abbiamo squirtato, tutte e due, tanto. Stiamo bene. Troppo.»
Adele rise nel microfono. «Ciao. Il letto è mio, grazie. Non lo butto!»
«Le lingue erano uno scherzo. Dopo i baci. Sul video ci siamo tutte e due, e il letto è davvero così.»
Adele, più vicino: «Quindi contento, immagino. Preciso pure. Oggi non mi sono fermata. Non fare il maranza, che qui puzziamo già abbastanza.»
Chiusi e inviai.
«Gli hai detto che era uno scherzo. Così non si fa un film.»
«Gli ho detto com’è andata. Se volevi la versione seria, non tiravi fuori la lingua.»
Rise e si lasciò ricadere sul bagnato. «La versione pulita è morta quando sei entrata. Se manda un altro vocale, rispondi tu. Io ho già parlato.»
Vibrò dopo un minuto. Lo aprii. Nael rideva ancora, all’inizio, poi la voce si assestò.
«Ok. Due a testa, ho capito. Si vedeva. La rossa, il letto cambialo tu, non dare la colpa a Giulia, che tanto l’hai voluto. Le lingue le ho viste. Ridicole, va bene. Meglio di ieri, che ti eri fermata. Giulia, dopo scrivimi quando esci. Adele, se cammini storta non è colpa mia, stavolta. Ci sentiamo.»
Adele rise dal naso.
Ci alzammo perché il tempo, a un certo punto, finisce davvero. Insieme togliemmo il lenzuolo, bagnato fino in fondo, e le federe. Il materasso sotto era macchiato. Lo asciugammo alla meglio con un asciugamano. Dall’armadio prese un lenzuolo pulito e due federe, quelle di ricambio, in fondo al ripiano. Li mettemmo. Il bagnato finì in un sacco, nel cesto, sotto i vestiti. L’odore restava. Aprì la finestra sul cortile.
Ci lavammo la faccia. Il resto no. Ci rivestimmo senza fretta. Io la tuta, lei un’altra maglietta. Le ciabatte le ritrovò sotto il letto. Il fiore sul dorso, quando si chinò, mi fece lo stesso effetto di quando ero entrata.
Sulla porta mi tenne un secondo.
«È stato grande» disse. «Da rifare. Non so quando. Ma da rifare.»
«Da rifare. Quando capita.»
Mi guardò la tuta. «Vai, troia. Puzzi di me. E di lesbica, che poi lesbica non sei, sei solo quella che mi ha distrutto il letto.»
«Lesbica sarai tu, che hai chiesto il bacio sporco. Io ho solo obbedito. Rotta in culo!»
«Rotta in culo e orgogliosa. Tu sei rotta in testa, che è peggio. Filmi, ingoi, e poi fai la santa.»
«La santa l’ho fatta prima. Dopo no. Dopo ero troia quanto te.»
«Di più.» Mi spinse fuori, ridendo. «Vai dal tuo maranza. Digli che la rossa è rotta e contenta.»
Mi baciò. Corto. Sapeva ancora un po’ di noi. Poi il portone, le scale, l’aria di fuori più fredda della camera.
Sul marciapiede gli scrissi.
«Esco. Dove ti raggiungo?»
La risposta arrivò mentre camminavo.
«Sono in macchina. Ti aspetto alla fermata del bus.»
Alla fermata, in fondo, c’era la Clio. Finestrino aperto, musica bassa. Quando mi vide spense lo stereo e mi aprì la portiera dal di dentro.
Salii. Nael mi tirò a sé e mi baciò. Corto, poi più fondo. Si staccò e rise, il naso ancora vicino al mio.
«Puzzi della fica della rossa. Forte. Si sente anche prima del bacio.»
«Lo so.»
«Ti è piaciuto?»
«Sì. È stato diverso. Ma intenso.»
Annuì. La mano mi scese sulla coscia, sopra la tuta, e restò lì, calda. Io lo guardai. Provocante, senza dirlo. Mi abbassai pantaloni e slip, un movimento solo, e scoprii la fica. L’odore salì subito. Caldo, mio, e sotto il suo, quello di Adele, che non se n’era andato. L’abitacolo si riempì.
Nael rise. Risi anch’io.
«Cazzo. Sento la puzza della fica di tutte e due. La tua e quella della rossa. Bel biglietto da visita.»
La mano lasciò la coscia e mi arrivò sulla fica. Mi palpò. Lenta, aperta, due dita che mi trovavano ancora bagnata. Non entrò. Tenne, e basta. Io non chiusi le gambe.
«È ok che ti diverti anche da sola con Adele» disse, gli occhi sulla strada che intanto aveva ripreso, la mano che non si muoveva. «Tanto io lo so. Né la tua fica, né il tuo culo, né la tua anima possono fare a meno del mio cazzo. Lei ti tiene un pomeriggio. Io ti tengo il resto.»
Non risposi. Non serviva. La mano restò lì fino al mio civico.
Sotto casa spense il motore. Ci baciammo. Più lungo, la sua lingua che trovava ancora Adele sulla mia. Poi mi risistemai la tuta, slip e pantaloni, alla meglio. Lui mi guardò farlo, mezzo sorriso.
«Vai. Domani mi racconti. In faccia.»
«Domani.»
«E fai la doccia. O non farla. A me piace così.»
Scesi. La Clio ripartì. Io restai un secondo sul marciapiede, la tuta che sapeva di tutte e due, e il pomeriggio, finalmente, chiuso. Il resto no.
«Ancora non ci credo. Giulia. Giulia. Sono a letto e rido da sola come una deficiente.»
Sorrisi nel buio.
«Sei viva?»
«Tecnicamente. Il culo no. Il culo ha presentato le dimissioni. Brucia. Scommetto che brucerà per giorni. Giorni. Cammino come se avessi fatto equitazione con un cavallo cattivo.»
«Benvenuta nel mio mondo.»
«Il tuo mondo è illegale. E Nael è illegale. Come fa a essere così grosso e così… così. Non ho le parole. Ho solo il culo che brucia e la faccia da scema. E tu. Tu sei peggio di lui. Tu mi hai tenuto la testa. Tu mi hai leccato il culo come se fosse la cosa più normale del mondo. E di martedì pomeriggio. Cazzo!»
Risi forte. Dovetti mettere la faccia nel cuscino.
«Sì, di pomeriggio. Il martedì non c’entra, un giorno vale l’altro.»
«Il martedì c’entra eccome. Domani ho interrogazione e io ho il culo in fiamme e la bocca che sa ancora di voi due. Non dirmi che è normale.»
«Non è normale. È bello.»
«È bello da morire. Nael scopa come se il letto fosse suo. E lo è. L’ha detto lui. Odioso. Bravissimo. Odioso. E tu. La tua lingua. La tua faccia quando mi guardavi mentre lui mi apriva. Giulia, io ti amo e ti odio.»
«Ordine giusto.»
«Zitta.»
Restai a guardare i tre puntini. Comparvero. Sparirono. Ricomparvero.
«Ok. Seria un secondo. Poi torno scema. La cosa fra noi due. Non con lui. Noi. Mi è piaciuta da morire. Voglio rifarlo in tre. Lo voglio da morire. Nael mi ha rotta e io domani gli scriverei grazie, se non fosse che mi vergogno. Ma voglio anche solo noi. Senza di lui. Una volta. Per sapere com’è quando non c’è un cazzo in mezzo a decidere il ritmo.»
Il cuore mi fece la stessa cosa della sera sulla panchina. Un salto piccolo, netto.
«Anch’io. Mi è piaciuto. Non era un favore. Era vero.»
«Allora lo facciamo. Un pomeriggio. Casa tua o casa mia. Niente Nael. Niente sorprese. Solo noi due.»
Ci pensai un secondo. Non per dire di no. Per dire la cosa giusta.
«Sì. Ma non glielo nascondo. Nael lo deve sapere. Prima. Non dopo. Non è un tradimento se glielo dico. Se glielo nascondo, sì.»
«Ok. Giulia la moralista, che l’altro ieri gli ha sfondato il culo e oggi mi ha leccato il mio. Va bene. È giusto che glielo dici.»
«Sì, voglio dirglielo.»
«Allora la mia condizione. Niente tabù. Se siamo solo noi, siamo solo noi fino in fondo. Non una versione pulita.»
«Niente tabù.»
«Giura.»
«Giuro.»
«Allora sono già bagnata, e domani a scuola farò finta che non è successo nulla e non deve succedere nulla. Buonanotte, troia.»
«Buonanotte, rossa.»
«Non chiamarmi rossa. Lo odio!»
Spensi lo schermo. Il buio della camera. L’odore ancora lì. E la promessa, già intera, di un pomeriggio in cui Nael avrebbe saputo, e non ci sarebbe stato.
La mattina dopo la vidi prima della campanella, nello stesso corridoio di sempre, quello che sa di pavimento appena lavato e di qualcuno che ha già aperto una merendina. Adele veniva dai laboratori con lo zaino su una spalla sola. Non accelerò. Mi passò accanto, mi sfiorò il polso con due dita e, senza fermarsi, disse:
«Cammino ancora male.»
«Si vede poco.» Risi.
«A me si sente. Ho dormito di lato. E ho sonno.» Un mezzo sorriso, gli occhi verdi un po’ pesti. «A dopo.»
Era già oltre. Entrai in aula con le orecchie calde e mi sedetti al solito posto, in terza fila, il libro aperto sulla pagina sbagliata. Il professore cominciò subito. Ablativo assoluto, ablativo di causa, esempi alla lavagna. Copiai due righe e mi fermai.
Non riuscivo a stare sulla frase. La voce andava e veniva, e sotto tornava il pomeriggio di ieri. Il cazzo di Nael che entrava nella fica di Adele, poi nel suo culo, lo spessore scuro che le apriva le natiche piccole, i colpi che non rallentavano quando lei tendeva la mano indietro. L’odore, sudore, pelle e chiuso e quel dolce speziato, che mi era rimasto in faccia. Il sapore, quando lui era uscito di colpo e me l’aveva messo in bocca, sporco di lei, acre, e io avevo aperto senza esitare. Lo succhiavo ancora, nella testa, mentre il professore scriveva un ablativo che non avrei saputo ripetere. Strinsi le cosce sotto il banco. Copiai un’altra parola, a caso, e tornai lì. Adele a pecora, io in ginocchio, Nael che diceva «finalmente». La campanella, quando suonò, mi trovò con la pagina quasi vuota e la fica già sveglia.
All’intervallo la trovai alle macchinette, in fila, il tè già in mano quando mi vide. Non mi saltò addosso. Si spostò di un passo, mi fece spazio contro il muro, lontano dalla fila quel tanto che bastava.
«Avevo pensato una cosa stupida» disse, piano. «Il bagno. Adesso. Chiudo la porta e ti lecco, e torniamo come se niente fosse. Poi ho visto la fila e ho contato i minuti. Sono dodici. Non ci stiamo.»
Risi, bassa. «No. Non ci stiamo.»
«Pazienza, allora. Lo dico e non lo faccio. Contenta?»
«Un po’.»
Bevve il tè e fece una smorfia. «È acqua calda. Senti. Da me, oggi. I miei tornano verso le sette, mio padre ha il turno. Se vieni per le quattro abbiamo tempo, senza correre. Mia madre, dopo il lavoro, andrà a fare la spesa.»
«Le quattro. Da te.»
«Sì.» Mi guardò. Non un occhiolino. Una cosa più seria, da amica che ieri ha avuto la lingua nel posto sbagliato e oggi vuole il resto. «E a lui quando glielo dici? Perché ieri sera abbiamo detto così, e io non voglio che poi diventi un casino tuo.»
«Glielo scrivo più tardi, sul bus.»
«Ok.» Finì il tè e buttò il bicchiere. «Un’altra cosa. Non fare la doccia. Come piace a lui. Piace anche a me. Voglio l’odore vero, non il bagnoschiuma.»
«Allora nemmeno tu.»
«Nemmeno io. Promesso.»
Se ne andò. Restai un secondo contro il muro, poi tornai in classe. Storia. Non presi quasi appunti. Adesso, almeno, c’era un’ora.
All’uscita non ci incrociammo. Lei prese l’altra direzione, verso casa sua, a piedi. Io il bus del mio quartiere, pieno, in piedi, lo zaino tra i piedi, una signora che mi premeva la borsa sul fianco. Aprii la chat con Nael e restai a guardare lo schermo mentre il bus partiva.
«Ieri è stato tanto» scrissi.
«Sì. La rossa come sta?»
«Dice che le brucia. Ha dormito di lato. Ma sta bene. Era contenta.»
«Si vedeva. La rossa ha la faccia che non sa mentire.»
«Tu sì.»
«Io no. Io dico le cose.»
Il bus frenò e ripartì. Scrissi ancora.
«Oggi pomeriggio vado da lei. Da sole. Non con te. Te lo dico prima. Se per te non va, non ci vado.»
«Perché non dovrebbe andare?»
«Non lo so. Per quello te lo dico. Ieri eravamo in tre. Oggi saremmo noi due.»
«Ieri sembravate già affiatate. Pensavo che tu e la rossa aveste già fatto qualcosa, prima. Non solo i baci.»
«Baci sì. Qualche volta, da ubriache e anche no. Il resto no. Ieri è stato la prima volta vera.»
«Ok. Vai. È giusto che vediate com’è senza di me. Se vi piace, vi piace. Non è che devo esserci io in mezzo per forza, a tenervi i capelli.»
«Sicuro?»
«Sicuro. La rossa ieri ha retto. Tu ieri hai organizzato. Oggi fate la cosa vostra. Poi mi racconti tutto. Intanto lo so, che non farei la santa.»
«Ovvio che ti dirò tutto.»
«Brava. Dille di non fare la dura se le fa male. Ieri ha tirato. Il culo della rossa non è il tuo.»
«Glielo dico.»
«E, Giulia. Divertiti. Sul serio.»
Misi via il telefono. Alla mia fermata scesi. A casa non feci la doccia. Cambiai solo la maglietta, misi una tuta, e uscii di nuovo. Alle quattro Adele avrebbe aperto. E Nael lo sapeva già.
Il citofono è quello vecchio, il nome scritto a penna, il nastro che tiene fermo il cartoncino. Suonai alle quattro e due minuti. Il portone scattò senza che lei chiedesse chi era. La casa la conosco dalle medie: le scale strette, la bicicletta legata al corrimano, la porta del secondo piano che si apre prima ancora che bussi davvero.
Era già socchiusa. Odore di casa, quello di sempre, e sotto, subito, lei. Niente bagnoschiuma.
«Sei in ritardo» disse, dall’ingresso.
«Due minuti. Il bus.»
Comparve in corridoio. Maglietta larga, pantaloni della tuta, capelli rossi legati male. Ai piedi le ciabattine da casa, un po’ grandi per lei, e dentro i piedi piccoli, curati. Sul sinistro, un tatuaggio floreale: dalla caviglia scendeva sul dorso, foglie e un fiore piccolo, scuro sulla pelle chiara. Gli occhi verdi un po’ pesti. La bocca già mezza sorriso.
«Non ti sei lavata.»
«Nemmeno tu.»
«Bene.» Chiuse la porta. «I miei alle sette. Forse prima. Se senti le chiavi, non è un film. È mio padre. Vieni. Camera.»
La seguii. Il corridoio lo conosco, le giacche dei suoi, la foto di lei da bambina. Posai lo zaino e andai dietro.
La cameretta è in fondo, piccola. Letto singolo, poster mezzo staccato, vestiti sulla sedia, la finestra sul cortile. Chiuse la porta. La luce era quella del pomeriggio, bassa.
«Gliel’hai detto?»
«Sul bus. Ha detto di andare. Di non fare la dura, se ti fa male. Ti chiama ancora la rossa.»
Adele sorrise. «Lo so. Mi sta bene, se lo dice lui.» Mi prese la mano. «Il culo fa male. Il resto no. Se una delle due dice basta, si ferma.»
«Si ferma.»
Mi baciò. Non come ieri, davanti a lui. Più lento. La bocca si aprì sulla mia senza fretta, la lingua arrivò dopo, calda, incerta un secondo, poi sicura. Non cercava di vincere. Cercava. Dentifricio, poi lei. Adele tremava un poco. Non di freddo. Di una cosa che le saliva dal petto. Quando riaprì gli occhi, verdi, lucidi, non stava recitando la rossa di ieri. Mi voleva. Non come favore. Come si vuole una persona che si conosce da quando si avevano undici anni. Io sentii il cuore nel collo. Non il colpo di quando Nael entra. Un calore più largo. La amai, in quel bacio, in un modo che non avevo il coraggio di dire.
Le sciolsi il nodo. I rossi le caddero sulla schiena. Salì sul letto, si sedette a gambe incrociate, e le ciabatte caddero, una e poi l’altra. I piedi nudi, piccoli, il fiore sul dorso. Io mi liberai delle scarpe, dei calzini, e mi sedetti accanto a lei. Le ginocchia si toccarono.
Ricominciammo. Carezze nei capelli, sul collo, un pollice sulla guancia. Sorrisi tra un bacio e l’altro. Poi ci spogliammo, con calma. Adele mi sfilò la maglietta, attenta ai capelli. Il reggiseno lo slacciai io. I seni mi ricaddero. Lei li guardò da meraviglia, non da fame. Un pollice sul capezzolo, appena. Le tolsi la maglietta. Sotto non aveva niente. Il seno piccolo, i capezzoli rosa. Li baciai, senza denti.
I pantaloni della tuta li prese ai fianchi. Un po’ di impaccio. La stoffa si impigliò, lei rise piano, io alzai il bacino, e insieme li calammo, mutande comprese. Lei si calò i suoi e li lasciò cadere oltre il bordo. Il ciuffo rosso, le labbra rosa. Restammo nude, sedute, le ginocchia che si toccavano.
«Sei bella» disse. «Lo sei sempre. Oggi di più.»
«Anche tu.»
Le carezze scesero. Dalla vita alle cosce, al polpaccio, ai piedi. Ci baciammo ancora, storte. Mi coricai su un fianco, il viso all’altezza dei suoi piedi. Il fiore a un palmo. Anche lei si sdraiò dall’altra parte, il viso verso i miei. Una mano sulla mia caviglia. Il letto era stretto. Ridemmo piano, senza staccarci. Poi trovammo il posto.
Chinai la bocca e baciai il dorso, sul fiore tatuato. Poi la lingua, lenta, che seguiva le foglie. Sale, pelle, il rilievo dell’inchiostro. Non fame da ieri. Gentilezza. Le baciai le dita, una a una, e tornai al tatuaggio. Adele trattenne il fiato. Il piede si tese e poi si abbandonò. Poi fece lo stesso. Bocca sul mio piede, incerta il primo secondo, poi dolce.
«Non so perché» disse, roca, contro le mie dita. «Mi viene da piangere e da ridere. È solo un piede. E sei tu.»
«Continua» sussurrò, gli occhi lucidi. «Per favore. Non come ieri. Come adesso. Come se mi volessi bene.»
Finii sul fiore. Un ultimo bacio. Mi spostai, risalii, faccia a faccia. La baciai sulla bocca. Seno contro seno. I capezzoli che si sfioravano e ci facevano sorridere.
La sua mano scese sulla vita e si fermò.
«Posso?»
«Sì.»
Scese tra le mie gambe. Un palmo caldo, il medio che mi trovava già bagnata. Io feci lo stesso. Ciuffo rosso, labbra morbide, clitoride piccolo. Ci toccammo insieme, gli occhi aperti.
«Guardami. Voglio vederti.»
«Mi piaci» sussurrò. «Non solo così. Tu. Da sempre, un po’. Oggi di più.»
«Anche tu. Non accelerare.»
«Non accelero. Voglio sentirti venire piano, con la mia mano, mentre mi guardi.»
Venni guardandola. Un sospiro lungo, le cosce che le strinsero la mano. Lei sorrise e non tolse la mano. Poi la mia riprese. Adele venne piano, un tremito, il mio nome, gli occhi che si chiudevano un secondo e si riaprivano. La baciai mentre finiva.
Restammo appiccicate. Un motorino nel cortile. Nessuna chiave.
«Adesso» disse. «Se ti va. La tua bocca. Piano, all’inizio.»
«Mi va.»
Scesi senza fretta. Sul collo la pelle sapeva di sale, di casa. Tra i seni l’odore si faceva più caldo. Sulla pancia, meno aria, più pelle, un filo dolce che non era ancora sesso. Al ciuffo cambiò. Chiuso, speziato, miele lasciato al caldo. La baciai. Pesca, miele, un filo piccante, e sotto, poco, ferro. Il sapore di una rossa.
La lingua, all’inizio, fu piatta. Lenta. Adele sospirò, una mano nei capelli.
«Così. Non hai fretta. Si sente.»
«Un po’ più su» disse poi. «Sempre piano. Il clitoride.»
Obbedii. Giri piccoli. Il sapore più intenso, il ferro che non spariva e non mi faceva staccare. Aumentai. Non di colpo. Due dita, quando annuì, entrarono facili. Il suono si fece bagnato. Un piede sul mio fianco, il fiore che si muoveva.
«Sì. Così. Un po’ più veloce. Ci sono. Non ti spostare. Guardami, se puoi.»
Alzai gli occhi. Venne. E con l’orgasmo arrivò lo squirt, abbondante, un fiotto caldo nella bocca aperta. Pesca diluita, acqua e miele, un filo salato, e in mezzo quel poco di sangue. Me ne riempì la bocca. Deglutii. Un sorso, poi un altro, gli occhi nei suoi. Lo ingoiai tutto.
«L’hai preso. Tutto. Anche quello. Lo senti?»
«Lo sento. È tuo. Non mi dà fastidio.»
Mi tirò su. Mi baciò. «Sa di me. Tutto. E tu l’hai bevuto guardandomi. Non me lo dimentico.»
Ci accoccolammo. La testa sul mio seno. Il fiato che tornava.
«Sto bene. Tu?»
«Bene. Sa ancora di te.»
«Meglio. Adesso io. Se ti va.»
«Mi va.»
Scese. Attenta. Baci sul seno, sulla pancia. Poi tra le gambe, e due dita, bagnate, fino in fondo. La lasciai fare.
«Va bene. Per un po’. Poi, se ti va, cambiami buco. Mettimele nel culo. La fica la voglio con la bocca.»
«Sicura? Ieri ti ha già presa. Non voglio farti male.»
«Sicura. Piano. Mi fido. Bagnali bene.»
Uscirono, lucide, e scesero. Un cerchio, il medio che chiedeva. Entrò. Poi l’indice. Due dita nel culo, lente, il bruciore piccolo che diventava pieno. E la bocca sulla fica. Lingua sul clitoride, le dita dietro che non acceleravano.
«Così. Non uscire. Baciami lì e tienimi aperta dietro. È nostro, adesso. Non di ieri.»
«Nostro.»
Il piacere salì doppio. Il culo pieno di lei, la fica nella sua bocca, gli occhi verdi che ogni tanto salivano.
«Ci sono. Resta. Bevi, se viene. Come ho fatto io. Voglio vederti.»
Venni. Il culo le strinse le dita, la fica pulsò sulla lingua, e lo squirt arrivò dopo, un fiotto caldo, abbondante, nella sua bocca. Acqua, sale, un filo dolce, meno pesca della sua, più mio. Adele deglutì. Gli occhi nei miei. Un altro sorso, il mento bagnato, e non si staccò finché non ebbi finito.
Le dita uscirono piano, lucide, un vuoto caldo nel culo. Adele non le pulì sul lenzuolo. Le tenne alzate, tra noi, e mi guardò. Gli occhi verdi non erano più solo dolci. Erano furbi, e sotto la furberia una voglia che ieri si era fermata sulla soglia. Se le portò alla bocca. Lenta. Il medio entrò tra le labbra, la lingua che prendeva il sapore del culo e della fica insieme, viscido, intimo, mio. Poi l’indice. Succhiò fino alla nocca, senza staccarmi lo sguardo, un verso basso, di chi scopre che la cosa che ieri le faceva paura oggi le bagna le cosce.
«Questo» disse, le dita ancora sulle labbra, un filo di me sul mento, «a Nael piacerebbe. Vedermi così. Con te ancora aperta, e io che mi pulisco.»
Risi. Una risata corta, vera, che non spegneva l’eccitazione.
«Ieri ti sei fermata. Oggi te le succhi da sola, fino in fondo, e mi guardi mentre lo fai. Brava. Sei più troia di ieri, e ti sta bene.»
Adele non rise subito. Si leccò il medio, lenta, raccogliendo quello che restava, e deglutì. La voce le uscì roca.
«Ieri mi sono fermata perché me lo metteva in bocca lui, di colpo, e non ero pronta. Poi ha pulito lui lo strap-on, con la bocca, e quella faccia da schiaffi, e dopo mi ha baciata. In quel bacio c’eri tu. Il tuo culo. Il tuo sapore. E mi ha detto che per voi non è un limite. Ci ho pensato tutta la notte. Non era schifo. Era che non l’avevo scelto io. Oggi l’ho scelto. Le ho messe io, le tiro fuori io, me le pulisco io. È il tuo sapore, e lo voglio. Mi eccita di più così, sapendo che ieri non ce l’ho fatta e oggi sì, con te che mi guardi.»
Le presi il polso. Le rimisi le dita in bocca, un secondo, e lei succhiò senza esitare.
«Allora non ti sei sporcata» dissi. «Ti sei messa in pari.»
Adele annuì, la bocca ancora intorno alle dita, gli occhi lucidi. Il bacio arrivò dopo, sporco di me. Restammo abbracciate. Il bacio si fece più lento. Adele mi passò il pollice sulla guancia. Parlavamo a pezzi, complici, il cuore che non correva più.
«Devo dirti una cosa» disse, la fronte sulla mia. «Su di lui. Non per rovinare questo.»
«Dilla.»
«Nael ha superato i racconti. Tutti. Io credevo che esagerassi. Inconsciamente. Per amore, e perché è il primo, e il primo sembra sempre più di quello che è. Invece no. Non hai esagerato per niente. Anzi. Dal vivo è di più. La fisicità, le dimensioni, la carica. Ieri ero spiazzata. Non solo dal cazzo. Da come sta a letto. Più duro, più dominante di come l’avevo capito dalle tue parole. Tu me lo raccontavi e io pensavo: vabbè, Giulia innamorata. Invece era la versione morbida.»
Lo presi bene. Un calore nel petto. Orgoglio.
«Certe cose non riesco a dirle. Come mi tiene. Come mi entra. La sensazione, quando decide lui e io smetto di pensare. Non ho le parole. Per quello i racconti ti sembravano troppo. Erano troppo poco.»
Adele annuì, mi baciò l’angolo della bocca.
«E tu? Ieri. Gelosia. Non mi hai detto se c’era.»
«All’inizio sì. Un filo. Quando me l’ha chiesto, e quando è entrato in te. Non così forte da bloccarmi. La voglia di accontentarlo era più grande. E quel filo, mentre scopavamo tutti e tre, è sparito. Non ero la ragazza che presta il fidanzato. Ero complice tua. Un gioco col mio ragazzo, e tu con noi, complice. Mi piaceva vedervi. Mi piaceva essere in mezzo.»
Adele espirò, sollevata, e mi strinse più forte.
«Meno male. Anche per me è stata coinvolgente. In ogni senso. Il culo che brucia, sì. Ma anche questo. Te. Lui. Noi. Non me l’aspettavo così intera.»
Restò un momento in silenzio. Poi la voce più bassa.
«Posso chiederti una cosa sui mesi passati con lui? Su quello che mi hai raccontato. Non per giudicare. Per capire se ho capito bene. Questo desiderio tuo, di sottometterti, di avere Nael che ti domina e in un certo modo ti umilia, c’entra davvero con Francesca? Con quanto è stata rigida. Con la figlia perfetta che voleva. È anche una risposta a lei, o io ho letto troppo?»
La crudezza mi arrivò netta. Sentii il magone, un nodo sotto lo sterno. Per un attimo non ero più nuda nel letto di Adele. Ero la figlia. Un po’ più triste. Adele non ritirò la domanda. Mi tenne la mano.
«Sì. C’entra. L’educazione di Francesca per me è opprimente. All’inizio in Nael vedevo l’antitesi di quello che lei si aspettava. Il maranza, non l’universitario di ottima famiglia. Quindi all’inizio l’attrazione era anche ripicca. Soprattutto ripicca. Volevo una cosa che lei non avrebbe potuto mettere in cornice.»
Presi fiato.
«Poi le settimane sono passate. I rapporti si sono fatti più profondi. E ho capito che quello che mi fa non mi fa stare bene solo per ripicca. Mi appaga. Fisicamente, e anche nella testa. Quando mi tiene, quando decide lui, io mi stacco. Dalla casa, da lei, dal dovere. È ossigeno. Puro. Non solo uno schiaffo a Francesca. Una cosa mia, che mi tiene in vita.»
Adele mi accarezzò. I capelli, la guancia, la schiena, lente.
«Lo sento, quando ne parli. Non è una posa. Francesca ti toglie l’aria, e Nael te la ridà. Anche se il modo è quello che è.»
«Il modo è quello che mi serve. Se fosse dolce sempre, tornerei in casa. Con la testa, almeno.»
«E ieri? Con me. C’entrava anche lei, o eravamo solo noi?»
«Ieri no. Ieri eri tu. E lui. Francesca non c’entrava. Forse per questo mi è piaciuto così tanto. Non dovevo dimostrare niente a nessuno.»
«Bene. Perché io non voglio essere la ripicca. Voglio essere Adele. La tua migliore amica di sempre, e quella di ieri, e questa. Se un giorno Nael non ci fosse, io resterei lo stesso. Non so se tu. Ma io sì.»
«Non lo so. Nael è Nael. Tu sei tu. Oggi posso tenerle tutte e due. Non chiedermi di scegliere adesso.»
«Non te lo chiedo. Te lo dico, così lo sai. E così, se Francesca un giorno ti chiede chi sono, non devi inventare. Sono l’amica. E anche l’altra. Se vuoi dirlo. Se non vuoi, non lo dico io.»
Risi, un soffio. Il nodo cedeva di un grado.
«Francesca non deve sapere niente. Né di te, né di lui, più di quanto già sa. Oggi basta che tu sia qui.»
«Sono qui. E il culo mi brucia ancora. Quindi, se dobbiamo rifarlo in tre, almeno aspetto due giorni. In due, invece, lo rifarei domani.»
«Avida.»
«Onesta. Tu?»
«Io anche. In due anche domani. In tre quando cammini dritta.»
Adele sorrise. Non lasciò cadere il sorriso subito.
«Posso chiederti una cosa? L’altro ieri. Quando l’hai inculato tu. Com’è stato, rispetto a quando sei tu sotto?»
«Diverso. Quando sono sotto mi spengo. Decide lui, io seguo, e smetto di pensare. Mi fa bene. Quando c’ero io, con lo strap-on, non mi sono spenta. Ero sveglia. Lui teso, sudato, che mi dice piano e poi di non mollare. Quella voce non gliela conoscevo. Mi è piaciuto. Non per ripicca. Perché ero io ad aprirlo, dopo mesi in cui è lui.»
«E ti è piaciuto di più?»
«No. Non di più. È un’altra cosa. Sotto mi riposo. Sopra comando, e mi piace, e poi voglio tornare sotto. Non è che una cancella l’altra. Alla fine mi ha detto che l’avevo sfondato. Ero contenta. E avrei potuto mettermi in ginocchio un minuto dopo.»
«Quindi le tieni tutte e due.»
«Con lui sì. Con te, ieri, un po’ c’era, quando ti tenevo la testa. Ma non è che devi farmi da Nael. È un gioco. Con lui è proprio così, da una parte e dall’altra.»
«Ok. Volevo sentirlo da te, non solo dal racconto. Adesso c’è.»
«Adesso c’è.»
Non si staccò.
«Spiegami meglio, però. Cosa ti dà. Dominare. Non la scena. La cosa.»
«Mi dà il contrario del sollievo, e mi piace lo stesso. Quando sono sotto, sparisco. Quando sono sopra, ci sono. Vedo l’effetto. Vedo lui che cede. E non mi sento cattiva. Mi sento capace. Come se una parte di me, quella che Francesca ha tenuto buona, potesse anche prendere, non solo farsi prendere.»
«E lo vuoi rifare.»
«Sì. Non tutti i giorni. Non al posto del resto. Ma sì. L’altro ieri non è stato un esperimento chiuso. È stato un inizio.»
«E con lui vuoi spingerti oltre? Non solo lo strap-on. Altre cose. Tu che decidi di più. O ti basta averlo fatto una volta, per sapere che puoi.»
«Non mi basta una volta. Non so ancora fino a dove. So che voglio tornarci. Con calma, perché lui all’inizio aveva paura che fosse roba da froci, e io non voglio spaventarlo. Ma le intenzioni ci sono. Non è un capriccio. È un pezzo del rapporto, adesso. Lui sopra, quasi sempre. Io sopra, quando lo chiedo e lui dice sì. E ieri, con te, ho visto che un filo di quella cosa posso averla anche senza di lui. Non so se la inseguirò. So che non la nego più.»
Adele restò in silenzio un secondo.
«Va bene. Non ti chiedo di scegliere. Ti chiedo di non raccontarmela a metà, la prossima volta. Se lo rifai, voglio la versione intera. Anche la paura. Anche se ti piace troppo.»
«Te la racconto. Come sempre.»
«Come sempre.»
La mano restò sulla mia schiena. Il silenzio non durò. La baciai io. Non il bacio di prima, da confessione. Bocca aperta, la lingua che cercava, il sapore di me ancora lì e sotto il suo. Adele rispose. Il fiato si fece pesante. I seni si schiacciarono, i capezzoli duri. La tensione tornò su, come se il discorso non l’avesse spenta.
Fui io a prendere l’iniziativa. Mi alzai sulle ginocchia. I seni, pieni, mi pendevano in avanti. Le presi le caviglie, le alzai le gambe verso le spalle, gliele divaricai. La fica restò esposta: labbra rosa, il ciuffo rosso, e sotto il buco, piccolo, ancora un po’ provato da ieri. Adele si tenne le cosce.
Mi avventai sul culo. La lingua trovò lo sfintere e lo leccò con fame, a fondo. Adele guaì. L’odore lì era più chiuso: pelle, sudore, il ferro dolce di prima, e sotto un acre intimo, suo. Il sapore era salato, un po’ amaro, vivo. A me fece voglia, non schifo. Misi saliva, tanta. La punta della lingua forzava. I polpastrelli di due dita massaggiavano lo sfintere mentre leccavo.
Poi entrai. Delicata, e risoluta. Due dita. Adele trasalì e le accettò. Le sditalinai a fondo, sputai sull’ano per bagnare ancora. La guardai da sotto.
«È ok?»
Annuì. «Sì. Vai. Non ti fermare.»
Passai sulla fica. Leccate profonde, poi sul clitoride. Era di nuovo bagnata. Con l’altra mano mi masturbai, ferocemente. Il ritmo salì. Dopo un paio di minuti levai le dita, lente, e risalii a guardarla. La faccia mi bruciava, la bocca ancora umida di lei. Mostrandole la lingua aperta, mi misi le due dita in bocca, succhiandole avidamente.
«Cazzo, Giulia. L’hai fatto. Il culo, la fica, tutto insieme. E ti piace. Si vede.»
«Mi piace. Sa di te. Ieri ti sei fermata. Oggi no, e mi piace vederti così.»
«Sei peggio di lui, quando vuoi. E io sono bagnata a vederti. Non so se odiarti o chiederti di non fermarti.»
«Dimmelo. O dimmi di smettere. Ma non restare zitta con le gambe aperte.»
Non chiuse le gambe.
«Non smettere. E poi torna su. Voglio baciarti così. Come ieri ha fatto lui con me. Oggi lo voglio da te.»
Restai ancora un momento fra le sue cosce. Due dita nel culo, lente, la lingua sulla fica, finché Adele non mi tirò su per i capelli, dolce e senza fiato. Risalii. I seni mi pendevano, la faccia a un palmo dalla sua. Non chiesi il permesso a parole. Un mugolio, un cenno degli occhi. Adele annuì, lenta, e aprì la bocca.
La baciai. Fondo, bagnato, il sapore di lei ancora sulla lingua: dolce, un filo salato, pelle. Adele rispose subito. Mi tenne la nuca. Io le strinsi i capelli. Il bacio durò, i respiri corti dal naso, finché non ci staccammo di un millimetro.
«Adesso lo capisci un po’» dissi. «Perché con Nael non ci fermiamo al pezzo presentabile.»
Adele aveva gli occhi lucidi. «Un po’. Spiegamelo. Dimmi perché tu non ti fermi.»
«Perché se mi fermo dove una cosa si può raccontare pulita, resto la figlia di Francesca. Con lui il confine non reggeva. Il culo è il culo, il sudore è sudore, la bocca dopo è la bocca dopo. Non è un trofeo. È smettere di tenermi un pezzo buono da far vedere. Mi stacca. E mi fa stare bene.»
Adele deglutì. «Quindi non è per impressionarlo.»
«No. È per vedere se ci sto anche da lucida. Ci sto. Con te oggi è più piccolo, ma è lo stesso discorso. Ieri ti sei fermata. Oggi no.»
Mi prese la nuca. Un bacio corto. «Ok. Così lo capisco. Non so se ci arrivo fino in fondo. So che oggi non mi sono fermata. E che voglio sentirti ancora, mentre mi tocchi. Adesso.»
Riprendemmo a baciarci. Mi spostai. Le gambe fra le sue, a forbice, fica contro fica. Mi staccai quel tanto.
«Strusciamoci. Fica contro fica. Finché non sborriamo. Tutte e due.»
Sorrise. «Sì. Vieni.»
Il primo contatto fu un colpo caldo, bagnato. Io depilata, liscia, gonfia, le labbra aperte. Adele col ciuffo rosso che mi solleticava il pube, le labbra rosa lucide, già bagnate. Il sudore ci copriva. Il mio, tra i seni pesanti, sotto le ascelle, sale e sesso. Il suo, lentiggini lucide, capezzoli rosa duri, miele e sudore. Spinsi. Il clitoride trovò il suo. Poi il ritmo salì. Bacini che sbattevano, il suono bagnato, il ciuffo inzuppato dei miei umori e dei suoi. Io ansimavo, i capelli appiccicati al collo. Adele aveva la bocca aperta, il corpo minuto che si inarcava, l’odore che saliva dal punto in cui eravamo unite: pesca, sale, il mio più caldo, il suo più dolce.
«Ti sento. Tutta. Non fermarti.»
«Non mi fermo. Sborra. Con me.»
Adele cedette per prima. Un guaito, le unghie sul mio fianco, la fica che pulsò contro la mia, e lo squirt le uscì copioso. Un fiotto caldo, poi un altro, che mi prese il pube, la pancia, e scese sulle lenzuola. Pochi secondi e venni anch’io. La schiena inarcata, un verso che non tenni, e il mio squirt che rispose, più lungo, salato. Ci bagnò tutte e due. Il ciuffo rosso restò appiccicato. Il letto singolo non teneva niente: sotto il culo, una macchia scura che si allargava.
Il fiato era corto. Ci guardammo. Sguardo da troia, tutte e due, in silenzio. Poi ridemmo.
Cercai il telefono. Era finito tra i vestiti, vicino allo zaino. Lo presi con le dita ancora umide.
«Gli facciamo un regalo. Nael.»
Aprii la chat. Braccio teso, video dall’alto, pochi secondi. Corpi nudi, sudati, ancora a forbice, i sorrisi, il lenzuolo bagnato sotto di noi.
«Ciao. Stiamo bene.»
«Ciao» fece Adele, rossa in faccia, una risata a metà.
«Tira fuori la lingua.»
La tirò. Io la mia. Un gioco, dopo tutto quel baciare, niente di più. Chiusi. Il videomessaggio era partito. Il telefono lo posai sulla sedia.
Adele si passò una mano sulla faccia, ridendo. «Sei una deficiente. Gli hai mandato un video di noi così. Lingua compresa. Sul mio letto, che adesso è da buttare.»
«La lingua l’hai tirata fuori tu. Non ti ho costretta.»
«Non mi hai costretta. Ci sono stata.»
«Ma guardati. Ciuffo inzuppato, faccia da quella che ha sborrato e fa finta di scandalizzarsi.»
Mi diede un calcio piccolo, senza forza. «Non mi scandalizzo. Sono una troia. Tu di più. Tu organizzi, tu filmi, tu non ti fermi. Io almeno ho il culo che brucia da ieri e la decenza di dirlo.»
«La decenza di dirlo e di chiedere il bis. È andata bene. Troppo bene.»
«È andata bene.» Si guardò la pancia bagnata, rise ancora. «Se risponde con un vocale, lo ascoltiamo. Se non risponde subito, sta scoppiando da solo. E noi siamo troie lo stesso.»
«Siamo troie lo stesso.»
Il telefono vibrò sulla sedia. Un vocale. Adele rise già prima di sentirlo. La voce di Nael, divertita, un po’ roca.
«Cazzo. Complimenti per il casino. Il letto della rossa è da buttare. Quante volte siete venute, per ridurlo così? Non una. Si vede. E le lingue, pure. Ridicole. Rispondete. Tutte e due. Voglio il numero preciso.»
Adele si coprì la faccia, ridendo. «Il tuo ragazzo. Non chiede se stiamo bene. Chiede quante volte, e se le lingue erano uno scherzo.»
«Rispondiamo. Se no richiama, e qui si sente tutto.»
Presi il telefono. Lei si chinò, i capelli sulla mia spalla. Registrai.
«Due a testa, più o meno. Il letto è così perché abbiamo squirtato, tutte e due, tanto. Stiamo bene. Troppo.»
Adele rise nel microfono. «Ciao. Il letto è mio, grazie. Non lo butto!»
«Le lingue erano uno scherzo. Dopo i baci. Sul video ci siamo tutte e due, e il letto è davvero così.»
Adele, più vicino: «Quindi contento, immagino. Preciso pure. Oggi non mi sono fermata. Non fare il maranza, che qui puzziamo già abbastanza.»
Chiusi e inviai.
«Gli hai detto che era uno scherzo. Così non si fa un film.»
«Gli ho detto com’è andata. Se volevi la versione seria, non tiravi fuori la lingua.»
Rise e si lasciò ricadere sul bagnato. «La versione pulita è morta quando sei entrata. Se manda un altro vocale, rispondi tu. Io ho già parlato.»
Vibrò dopo un minuto. Lo aprii. Nael rideva ancora, all’inizio, poi la voce si assestò.
«Ok. Due a testa, ho capito. Si vedeva. La rossa, il letto cambialo tu, non dare la colpa a Giulia, che tanto l’hai voluto. Le lingue le ho viste. Ridicole, va bene. Meglio di ieri, che ti eri fermata. Giulia, dopo scrivimi quando esci. Adele, se cammini storta non è colpa mia, stavolta. Ci sentiamo.»
Adele rise dal naso.
Ci alzammo perché il tempo, a un certo punto, finisce davvero. Insieme togliemmo il lenzuolo, bagnato fino in fondo, e le federe. Il materasso sotto era macchiato. Lo asciugammo alla meglio con un asciugamano. Dall’armadio prese un lenzuolo pulito e due federe, quelle di ricambio, in fondo al ripiano. Li mettemmo. Il bagnato finì in un sacco, nel cesto, sotto i vestiti. L’odore restava. Aprì la finestra sul cortile.
Ci lavammo la faccia. Il resto no. Ci rivestimmo senza fretta. Io la tuta, lei un’altra maglietta. Le ciabatte le ritrovò sotto il letto. Il fiore sul dorso, quando si chinò, mi fece lo stesso effetto di quando ero entrata.
Sulla porta mi tenne un secondo.
«È stato grande» disse. «Da rifare. Non so quando. Ma da rifare.»
«Da rifare. Quando capita.»
Mi guardò la tuta. «Vai, troia. Puzzi di me. E di lesbica, che poi lesbica non sei, sei solo quella che mi ha distrutto il letto.»
«Lesbica sarai tu, che hai chiesto il bacio sporco. Io ho solo obbedito. Rotta in culo!»
«Rotta in culo e orgogliosa. Tu sei rotta in testa, che è peggio. Filmi, ingoi, e poi fai la santa.»
«La santa l’ho fatta prima. Dopo no. Dopo ero troia quanto te.»
«Di più.» Mi spinse fuori, ridendo. «Vai dal tuo maranza. Digli che la rossa è rotta e contenta.»
Mi baciò. Corto. Sapeva ancora un po’ di noi. Poi il portone, le scale, l’aria di fuori più fredda della camera.
Sul marciapiede gli scrissi.
«Esco. Dove ti raggiungo?»
La risposta arrivò mentre camminavo.
«Sono in macchina. Ti aspetto alla fermata del bus.»
Alla fermata, in fondo, c’era la Clio. Finestrino aperto, musica bassa. Quando mi vide spense lo stereo e mi aprì la portiera dal di dentro.
Salii. Nael mi tirò a sé e mi baciò. Corto, poi più fondo. Si staccò e rise, il naso ancora vicino al mio.
«Puzzi della fica della rossa. Forte. Si sente anche prima del bacio.»
«Lo so.»
«Ti è piaciuto?»
«Sì. È stato diverso. Ma intenso.»
Annuì. La mano mi scese sulla coscia, sopra la tuta, e restò lì, calda. Io lo guardai. Provocante, senza dirlo. Mi abbassai pantaloni e slip, un movimento solo, e scoprii la fica. L’odore salì subito. Caldo, mio, e sotto il suo, quello di Adele, che non se n’era andato. L’abitacolo si riempì.
Nael rise. Risi anch’io.
«Cazzo. Sento la puzza della fica di tutte e due. La tua e quella della rossa. Bel biglietto da visita.»
La mano lasciò la coscia e mi arrivò sulla fica. Mi palpò. Lenta, aperta, due dita che mi trovavano ancora bagnata. Non entrò. Tenne, e basta. Io non chiusi le gambe.
«È ok che ti diverti anche da sola con Adele» disse, gli occhi sulla strada che intanto aveva ripreso, la mano che non si muoveva. «Tanto io lo so. Né la tua fica, né il tuo culo, né la tua anima possono fare a meno del mio cazzo. Lei ti tiene un pomeriggio. Io ti tengo il resto.»
Non risposi. Non serviva. La mano restò lì fino al mio civico.
Sotto casa spense il motore. Ci baciammo. Più lungo, la sua lingua che trovava ancora Adele sulla mia. Poi mi risistemai la tuta, slip e pantaloni, alla meglio. Lui mi guardò farlo, mezzo sorriso.
«Vai. Domani mi racconti. In faccia.»
«Domani.»
«E fai la doccia. O non farla. A me piace così.»
Scesi. La Clio ripartì. Io restai un secondo sul marciapiede, la tuta che sapeva di tutte e due, e il pomeriggio, finalmente, chiuso. Il resto no.
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