Giulia e Nael - Desiderio femdom (18)
scritto il 2026-10-09 tempo di lettura 20 min
di
OpenMinded35
genere
dominazione
cura
C+
Erano passati alcuni giorni da quel pomeriggio da Adele. La vita, fuori, era la stessa. Scuola, interrogazioni, la cameretta, Nael che arrivava dopo le due. Dentro no. I rapporti con lui restavano quelli di sempre: lui sopra, io sotto, il suo ritmo, la sua voce, il mio sì. Mi piaceva. Non avevo smesso di volerlo. Però la conversazione con Adele mi tornava addosso la sera, quando spegnevo la luce. Il lato dominante. Non una posa. Una cosa che avevo sentito sul serio, con lo strap-on, e che da allora non si era richiusa.
Prima di dormire, spesso, aprivo Pornhub. Non cercavo più le stesse cose. Il genere che mi prendeva, adesso, era il femdom. Video amatoriali, una coppia giovane dell’Est, lei che decideva e lui che reggeva. Non li copiavo. Li guardavo e mi venivano immagini nostre. Nael con le mani ferme. Io che non chiedevo il permesso a ogni passo. Chiudevo il telefono con la fica sveglia e la testa già al giorno dopo.
A lui non dissi dei video. Non ancora. Quando stavamo insieme, però, ogni tanto glielo ricordavo. Non un discorso. Una frase, a letto, dopo, o mentre mi teneva.
«Anche io ho quel lato. Quello di quando comando. Non voglio lasciarlo lì.»
Lui non si chiudeva. Rideva, mi baciava, e diceva che, se lo volevo, lui c’era. Disponibile. La parola era quella. Non entusiasta da subito. Disponibile. A me bastava, per cominciare.
Cercai su Amazon senza dirglielo. Misure, recensioni, foto che non rendevano mai il peso vero. Alla fine ordinai. La notifica arrivò in fretta. Come sempre, il pacco lo ritirò la signora Cinzia e lo lasciò chiuso sullo scrittoio, senza aprirlo.
Rientrai da scuola, mangiai in fretta, salii. Aprii il cartone come si apre una cosa che si è già decisa. Lavai con acqua e sapone neutro quello che andava lavato. Il resto, quello che non si lava, finì nel cassetto dei giochi, insieme allo strap-on, all’harness, al plug, al lubrificante del primo ordine. Il cassetto stava diventando quello. Lo chiusi. Il cuore mi batteva già.
Nael arrivò poco dopo le due e un quarto. Gli aprii con la solita fame. Un bacio lungo, profondo, un abbraccio che non era solo sesso. Lui ricambiò. Quando mi vedeva, da un pezzo, perdeva lo sguardo da maranza. Restava Nael. Gli occhi si addolcivano prima della bocca.
Salimmo. Ci spogliammo insieme, aiutandoci, già vogliosi. Sul letto cominciammo a baciarci, a cercarci con le mani. Io avevo lo sguardo più carico del solito. Si vedeva. Lo sentivo io per prima.
«Oggi voglio essere io al comando» dissi. «Per te è ok?»
Ci pensò un attimo. Non un no. Una verifica.
«Lo strap-on?»
«Sì. Non solo quello. Voglio spingere un po’ di più. Sottometterti in modo più netto dell’altra volta.»
«Come?»
Non glielo spiegai a parole. Mi alzai. Nuda, e lo sapevo. Raggiunsi il comò, aprii il cassetto. Tornai con il collare. Quello rosa, comprato mesi prima, all’inizio, quando era lui a mettermelo al collo, nelle prime settimane. Glielo feci dondolare davanti al viso. Lo sguardo mi bruciava.
«Cominciamo con questo.»
Glielo allacciai. Delicata, e precisa. Il rosa sul collo scuro. Nael rise, divertito, un po’ teso.
«Amore, un po’ di paura ce l’ho. Non so cosa hai in mente.»
«Non ho finito.»
Tornai al cassetto. Lubrificante, e il nuovo toy. Glielo mostrai. Una cock cage di metallo cromato. Anello grosso, massiccio, da mettere dietro i testicoli. Lucchetto piccolo. Gabbia ricurva, di tondini. Nael la guardò e non trovò la frase. Spiazzato, per davvero.
Mi chinai, la voce bassa.
«Oggi chiudo il tuo cazzone in gabbia. Lo voglio sotto il mio controllo. Ti voglio completamente in mano mia.»
Non gli chiesi se era d’accordo. Aprii il lubrificante, me ne versai un po’ sulla mano, mi inginocchiai fra le sue cosce e gliele aprii. Il cazzo era ancora flaccido. Lo lubrificai. L’anello passò senza troppa fatica, dietro i testicoli, alla base. L’uccello nella gabbia entrò a fatica. Era la più grande che avevo trovato su Amazon, e sembrava comunque piccola per lui. Infilai l’asola nell’alloggiamento, misi il lucchetto. Il clic fu secco, piccolo, definitivo.
Nael si guardò. Prima volta in vita sua. Un po’ di preoccupazione sul viso, e una risatina nervosa.
«Amore, un po’ mi fai paura.»
Ero in piedi davanti a lui. Dominanza, e sfida. Non cattiveria. Una cosa nuova, che mi stava bene addosso.
«Non ho finito.»
Ultimo giro al cassetto. Strap-on, harness, plug, e l’altro acquisto. Tornai, feci cadere sul letto, accanto a lui, strap-on, harness e plug. Gli mostrai l’ultimo. Due polsiere e due cavigliere di cuoio nero, un moschettone ciascuna.
«Ho ancora questi per te.»
Glieli misi. Polsi, caviglie. Il cuoio sulla pelle. Quando ebbi finito, gli tesi la mano.
«Alzati.»
Lo accompagnai davanti allo specchio grande dell’armadio. Io accanto a lui.
«Guardati.»
Si guardò. Nudo. Il collare rosa al collo. Il cazzo enorme, di solito, adesso inerme, ingabbiato, il metallo che luccicava di lubrificante. Polsi e caviglie cinti, e le cinghie che non promettevano niente di buono. Un po’ sconcertato. Poi vide me, nuda, accanto. Sguardo radioso. Uno strano sorriso sul viso, che non gli conosceva così.
«Guardati» dissi. «Oggi sei il mio maranza. Mio. Mi appartieni. Oggi io sarò più maranza di te.»
Gli assestai uno schiaffo sul culo. Giocoso, e già carico. Nael rise, nervoso.
«Cazzo, Giulia. Il collare rosa. Me lo mettevi tu, all’inizio, e adesso ce l’ho io. Sembro un cane tuo.»
«Sei un cane mio. Per oggi. Ti sta bene?»
Si guardò ancora la gabbia. Il cazzo premeva già un poco contro i tondini, senza poter fare niente.
«Mi sta bene se non mi lasci così fino a domani. Un po’ di paura resta. Però sì. Se lo vuoi tu, ci sto.»
«Lo voglio io. E tu obbedisci. Se è troppo, dici basta. Se non lo dici, io vado.»
«Non dico basta. Non ancora.» Rise, più corto. «Dea, però, non chiamarti da sola. Se no rido e mi passa.»
«Ti passa lo stesso. Guardati. Il tuo cazzone non decide più niente.»
Non rispose. Annuì. Il mezzo sorriso c’era, e sotto la tensione.
Tornai al letto. Mi sedetti, gambe fuori, appoggiata sui gomiti. Il viso, lo sapevo, aveva quello sguardo nuovo: acceso, fermo, un sorriso che non chiedeva. I capelli neri mi cadevano sulle spalle. Il seno, pieno, sodo, si muoveva appena quando respiravo, i capezzoli già duri. L’addome piatto, la pelle liscia. La fica depilata, già un po’ lucida. Le gambe lunghe, tese verso di lui. I piedi curati, le unghie chiare, un piede che sollevai, lento, sensuale.
«In ginocchio.»
Si inginocchiò. Il metallo della gabbia tintinnò, piccolo.
«Lo sai da dove si comincia.»
Sollevai la gamba e gli offrii il piede. Capì. Per settimane era stato lui a dirmi quella frase. Adesso i ruoli erano girati. Prese il piede con le mani, cinte dal cuoio, e iniziò a leccare. Il dorso, prima. Poi la pianta. Lingua larga, un po’ incerta. Sale, pelle, il calore della mia pianta sulla sua bocca.
«Più passione» dissi. «Più impegno. Stai leccando il piede della tua dea. Non un favore.»
Obbedì. Succhiò le dita, una a una. La lingua si fece più bagnata, più lenta, più vera. Io sentii il desiderio di dominare che saliva, netto, dal basso ventre al petto. Non era solo eccitazione. Era il vedere lui lì, il collare rosa, la gabbia, la bocca sul mio piede, e io che decidevo il tempo. Nael, lo vedevo, era spiazzato. Abituato a essere lui quello che dice va’. Adesso seguiva. Non infelice. Spostato. Gli occhi ogni tanto salivano ai miei, cercavano il permesso di ridere, e tornavano giù.
Dopo lunghi minuti pensò di salire. Un bacio sulla caviglia, poi uno oltre. Gli misi il piede sul viso e lo spinsi giù. Calma. Decisa.
«Non ti ho detto di smettere.»
Mi guardò. Incredulo, un secondo. Vide lo sguardo. Diverso. Più deciso. Riprese a leccare, ad adorare il piede, la voce bassa.
«Scusami. Va bene.»
Sorrisi. Soddisfatta. Mi accarezzai, delicata, fra il seno e l’addome. I capezzoli sotto le dita.
«Mi piace vederti così. Il mio maranza sottomesso.»
Un mezzo sorriso, mentre mi succhiava il piede. Devoto, per davvero.
Dopo alcuni minuti i piedi erano umidi della sua saliva. Lo spinsi di nuovo.
«Stenditi. Sul tappeto. Pancia in su.»
Obbedì. Gli appoggiai la pianta sulle labbra.
«Tira fuori la lingua.»
La tirò. Gli strusciai il piede sulla lingua, lenta, il sale della pianta sulla sua bocca. L’altro piede lo appoggiai sul metallo della gabbia. Accarezzai, con la pianta, il cazzo rinchiuso e i testicoli stretti nell’anello.
«Non te l’ho mai visto così piccolo. Così innocuo.»
Gemette, sommesso. Il metallo era freddo sotto il piede, e sotto il metallo lui premeva, inutile.
Mi alzai. In piedi, sopra di lui, i piedi sui suoi fianchi. Torreggiante. Lo guardai, dominante e divertita.
«Ti sta piacendo?»
Ci pensò. Il tono era scherzoso, eccitato, tutte e due le cose.
«Un po’. E un po’ mi preoccupa la tua faccia. Non è la faccia di quando dici piano.»
«Non è la faccia di quando dico piano. È la faccia di quando decido io. Hai ancora paura?»
«Un filo. E il cazzo in gabbia, che è una novità di merda e anche una novità bella. Non lo so. Vai. Se è troppo, te lo dico.»
Mi abbassai. Il seno, pesante, gli sfiorò il viso, poi il petto. Faccia a faccia. Gli sfiorai le labbra con le mie e gli negai il bacio. Il bacino scese sulla gabbia. Lui sentì che ero già bagnata. Il metallo si fece umido di me.
Poi mi spostai. Il bacino sul suo viso.
«Leccami.»
Mi accovacciai sulla sua bocca. La fica, aperta, sulla lingua. Non gli lasciai il ritmo. Lo stabilii io. Lenta, all’inizio, un giro del bacino, la lingua che mi trovava il clitoride e io che non mi spostavo. Poi più a fondo. Gli presi i ricci, non per fargli male, per tenerlo lì.
«Così. Non pensare. Lavora. La tua dea è sopra, e tu hai la bocca occupata.»
Mugolò. Solo quello. La lingua si fece più larga, più bagnata. Io parlai, e lui no.
«Bravo. Più su. Il clitoride. Non accelerare se non te lo dico io. Senti come sono bagnata. È per questo. Per te in ginocchio, per te sotto, per il tuo cazzo che non può fare niente.»
Il piacere salì netto. Non il piacere di quando mi spegnevo sotto di lui. Un piacere sveglio. Vedevo il collare. Vedevo le mani che non salivano se non glielo permettevo. L’odore di me gli copriva la faccia. Sudore, fica, il ferro dolce di quando ero gonfia.
«Più forte, adesso. Tieni la lingua ferma. Ci penso io.»
Mi strusciai. Il ritmo diventò mio. Ansimavo, i seni che pendevano, i capezzoli duri. Nael beveva, deglutiva, mugolava contro di me.
«Ci sono. Non ti spostare. Apri. Bevi.»
Venni. Intenso. Gli premetti la fica sulla bocca e lo squirt arrivò abbondante, un fiotto caldo, poi un altro, nella sua bocca. Lo bevve. Tutto. Io restai lì, tremante, il cuore in gola, una risata corta che non era risata. Potere, e affetto, insieme. La mia fica sulla sua faccia, e lui che non si era tirato indietro.
Rifiatai. Qualche secondo. Poi mi voltai, sempre accovacciata sul suo viso, rivolta verso il cazzo ingabbiato. Gli offrii il culo.
«Adesso qui.»
Allargai i glutei con le mani. L’ano, piccolo, esposto, a un palmo dalla sua bocca. Glielo avvicinai. Nael leccò. Prima un cerchio, poi la punta della lingua sullo sfintere. Io gli premetti il culo sul viso, lenta, e lo feci lavorare. Lingua larga sul solco, poi a fondo, poi succhiate, la bocca a ventosa sull’ano. L’odore, da lì, era più chiuso: pelle, sudore, me. A lui non dissi di fermarsi. A me piaceva il calore della sua faccia fra le natiche, la barba corta che pungeva, la lingua che entrava un poco quando mi rilassavo.
Con una mano giocai con la gabbia. La feci tintinnare. Lo sfottei, la voce roca.
«Guardalo. Il tuo cazzone, chiuso. Inutile. Io me lo bacio lo stesso.»
Mi chinai e baciai il metallo, e sotto il metallo lui. Uno stuzzico con la lingua sui tondini. Nael fremeva. La gabbia si tese. Non poteva indurirsi come voleva. Gemeva nel mio culo, la voce soffocata.
Dopo diversi minuti allungai la mano sul letto e presi il plug. Me lo portai alla bocca, lo lubrificai con la saliva, mi sollevai quel tanto. L’ano era rilassato, bagnato della sua saliva. Lo inserii. Facile. Un mugolio. Nael vide tutto, a pochi centimetri. Il plug che spariva. Il viso gli restò umido: saliva, sudore, umori.
Mi rialzai. Di nuovo sopra di lui, rivolta al suo viso. Presi harness e strap-on.
«Vieni qui. Aiutami a indossarlo.»
Obbedì. Come l’altra volta, lubrificò con la bocca la parte da inserire. Poi mise il bulbo nella fica, fradicia. Io feci passare l’asta nell’anello e strinsi le fibbie. Calzava. Mi guardai allo specchio. Il cazzo artificiale, nero, incurvato, minaccioso, sopra la mia fica. Sorrisi. Compiaciuta. Non era solo un gioco. Ero io, con un peso nuovo fra le gambe, e lui in gabbia che mi aveva aiutata a metterlo.
«Allora?» dissi. «Paura ancora, o ti piace la tua dea con il cazzo?»
Nael rise, nervoso, gli occhi sullo strap-on.
«Tutte e due. È grosso. Lo so, l’ho già preso. Oggi c’è anche la gabbia, e le mani. È di più.»
«È di più. E tu sei ancora qui. Bravo, il mio maranza.»
«Se ridi mentre mi sfondi, almeno guardami. Così so che sei tu.»
«Ti guardo. Sempre.»
Avvicinai allo specchio dell’armadio il puff imbottito.
«A pecora. Davanti allo specchio. Petto sul puff. Voglio che ti veda.»
Si mise. Il culo in alto, la gabbia che pendeva, inutile, fra le cosce.
«Mani dietro la schiena.»
Allacciai i moschettoni delle polsiere. Polso con polso. Rise, nervoso, la voce bassa.
«Amore, mi fai un po’ paura.»
Sorrisi. Gli diedi un morso leggero sul culo.
«Non ti preoccupare. Se è troppo, lo dici. Se non lo dici, ti apro.»
Mi misi dietro. Iniziai a leccargli il buco. Fame, e passione. L’odore era il suo: pelle scura, sudore, un chiuso caldo, sale, un filo amaro che non era sporco e non era pulito. Lo leccai a fondo. Lingua larga, poi punta, poi succhiate. Qualche morso leggero sulle natiche. Lo sfottevo, tra una leccata e l’altra.
«Il culo del maranza. Oggi è mio. Resta aperto.»
Scesi sul perineo, sulle palle strette nell’anello d’acciaio. Le succhiai, attenta al metallo. Nael gemeva, la faccia sul puff. Io sentivo la dominanza che cresceva a ogni suo verso. Non cattiva. Piena. La saliva mi colava sul mento. Gli bagnai l’ano finché non fu lucido, spesso, pronto.
Un dito. Poi, quando il sussulto passò, due. Lo masturbai così, lenta.
«Resta rilassato. Tranquillo.»
Gemette. A un movimento poco delicato sussultò.
«Piano.»
«Piano» ripetei, e non mi fermai. Due dita, più a fondo. Presi il flacone e feci colare una buona dose di gel. Il viso gli restava sul puff. Lo sditalinavo con più intensità, gli presi i capelli e gli tirai su la testa.
«Guardati. Nello specchio. Voglio che tu veda me. Voglio che tu veda come la tua dea ti ha in pugno.»
«Ok» disse, sommesso.
Tolsi le dita. Gli accarezzai i glutei, il solco, l’ano con i polpastrelli. Altro gel sull’asta. Lo spalmai.
Un attimo prima, il cuore mi batteva in gola. Non paura. Una voglia ferma, quasi calma. Volevo entrare. Volevo che si vedesse. Volevo il clic, e dopo il ritmo. Lo amai, in quel secondo, e lo volli sotto.
Mi posizionai. Punta sull’ano. Altro lubrificante sul buco. Spinsi, lenta. Chiusi il flacone, lo posai, e con una mano aiutai l’asta a entrare.
«Non distogliere lo sguardo.»
Ci guardammo nello specchio. La punta penetrò. Il clic, inconfondibile. Nael gemette. Io sorrisi, ed entrai. Centimetro dopo centimetro, il nero che spariva nel culo aperto. Il lubrificante luccicava. Il suono, quando arrivai in fondo, fu bagnato, pieno.
Iniziai. Lenta, profonda. Poi meno lenta. Gli afferrai i moschettoni dietro la schiena e lo tenni. Il petto sul puff, le mani bloccate, la testa alzata verso lo specchio. Lo chiavai. I colpi si fecero foga. Il rumore delle mie anche sulle sue natiche, umido, ripetuto. Nael gemeva, cercava una posizione, non la trovava, e restava. Dalla gabbia colavano gocce di pre-eiaculato, chiare, sul tappeto. Io ansimavo. Il plug nel mio culo si muoveva a ogni spinta. Il bulbo dello strap-on mi premeva il clitoride. Sudore sulla schiena, sui seni.
«Guardati» dissi. «Aperto. In gabbia. Mio.»
Dopo molti minuti, senza riguardo, gli slegai i polsi. Lo feci girare, pancia in su. Gambe verso il busto. Allacciai la polsiera destra alla caviglia destra, la sinistra alla sinistra. L’ano restò esposto. Presi un cuscino, lo piegai in due, glielo misi sotto le natiche.
«Così è perfetto.»
Mi riposizionai fra le cosce. Ricominciai, più dura. Lo specchio ci prendeva di lato. Nael teso, i muscoli del ventre disegnati, la pelle scura coperta di sudore. Il respiro rotto dai colpi. L’ano, all’ingresso, era aperto, lucido, rosso, i bordi che cedevano e si richiudevano sull’asta a ogni uscita parziale. Il nero entrava fino in fondo. Il suono era osceno, bagnato, regolare.
Io mi muovevo fluida, e risoluta. I fianchi che sbattevano. I seni che ballavano, pesanti, i capezzoli duri. Il sudore mi imperlava il collo, il solco fra i seni, la pancia. Lo sguardo fisso nel suo, quando apriva gli occhi. Il sorriso non era cattivo. Era pieno. Emozione netta: io c’ero. Non mi ero spenta. Lo stavo prendendo, e mi piaceva da morire, e lo amavo mentre lo facevo.
Nael stringeva i pugni intorno alle caviglie, immobilizzato. Strizzava gli occhi. Stringeva i denti. Reggeva. I colpi si fecero più potenti. La gabbia sobbalzava. Altro liquido chiaro colava dai tondini.
Continuai, e portai una mano fra le mie natiche. Due dita sulla base del plug. Lo premetti, più a fondo. Mi massaggiai così, pompate corte, mentre lo inculavo. Poi rallentai. Presi il plug e me lo tirai fuori. Lo guardai. Sporco in punta, evidente, della mia cacca. L’odore salì, caldo, intimo, mio.
«Finalmente» dissi. Come aveva detto lui, giorni prima, uscendo da Adele.
Lo annusai. Compiaciuta. Nael aveva gli occhi chiusi. Rallentai ancora.
«Apri gli occhi.»
Aprì. Gli avvicinai il plug alle labbra.
«Per noi non è un limite.»
Annuì. Un mezzo sorriso. Aprì la bocca. Glielo misi dentro, come un ciuccio. Gli accarezzai il viso sudato. Sospirò. La bocca gli si riempì del sapore, acre, pastoso, mio. Iniziò a succhiare, a pulire con la lingua. Io lo guardai. Trionfo, e tenerezza. Non era uno scherzo sporco e basta. Era il confine che gli avevo detto, e lui che non si era tirato indietro. Nael aveva gli occhi lucidi, la tensione erotica altissima, il culo ancora pieno di me, la bocca occupata. Non parlò. Succhiò.
Lo guardai, mentre la mia eccitazione continuava a salire, di pari passo con una voglia di dominare che stava diventando necessità.
«Ti piace, vero, amore mio?»
Lui annuì, un respiro profondo, un piccolo gemito.
«Lo so. È mia. È il sapore della tua dea» gli sussurrai, con una strana dolcezza.
Aumentai. Potenza, frequenza. Alla ricerca dell’apice. Nael strizzò gli occhi, buttò indietro la testa, inarcò la schiena. Il plug gli restò in bocca. Io mi afferrai i seni, li massaggiai con forza, mi inarcai anch’io. I colpi si fecero scomposti.
Mi allungai verso di lui, la sua gola esposta, il pomo d’Adamo in risalto, offerto, come la prima volta. Afferrai la sua gola con la mano aperta. Strinsi. Strinsi di più. Possesso. Sentii il battito accelerato del suo cuore nel palmo della mano. Sentii il suo respiro strozzarsi.
Venni. Lungo. Un verso che non tenni. Il clitoride schiacciato sul bulbo, il culo vuoto dove c’era stato il plug, l’odore di sesso e di lui e di me che riempiva la camera. I fluidi mi uscirono copiosi, inondarono lo strap-on e l’harness, colarono fra le cosce, inzupparono il tappeto. Il suono, all’ultimo, fu bagnato e rotto.
Quasi nello stesso istante Nael venne. Prostatico, devastante. Senza che la gabbia gli lasciasse indurirsi del tutto. Il cazzo pulsò nei tondini e lo sperma uscì a fiotti, caldo, abbondante, bianco, che colava dalla gabbia fra le cosce, sul cuscino, sulla pancia. Lungo. Troppo, per uno che non poteva nemmeno prenderselo in mano. Un gemito soffocato dal plug. Il corpo che tremava, le gambe legate che tiravano.
Uscii dall’ano, lenta. L’apertura restò un momento spalancata, lucida, poi si richiuse a metà. Gli tolsi il plug dalla bocca. Ripulito. Lo usai per raccogliere un po’ del suo sperma, e glielo rimisi in bocca. Contatto visivo, fisso. Ne raccolsi altro con le dita. Gli tolsi di nuovo il plug e gli feci colare lo sperma sulla lingua.
«Bevi. È tuo. Te lo do io.»
Deglutì. La voce gli uscì roca.
«Cazzo, Giulia.»
«Sì. Cazzo, Giulia.» Risi, senza fiato. «Apri.»
Gli slegai i polsi dalle caviglie. Poi le cavigliere, le polsiere. Il collare lo lasciai, un momento. La gabbia: il lucchetto, il clic al contrario, l’anello che uscì. Il cazzo, liberato, gli ricadde pesante, ancora umido, non più in trappola.
«Come stai?»
«Distrutto.» Rise, corto, felice sotto la fatica. «E contento. Ti ho servita. La mia dea. Non l’avrei detto così, stamattina. Adesso sì.»
«Ti è piaciuto.»
«Da impazzire. Questo lato. Non l’avrei mai immaginato. Tu così. Io così. E mi è piaciuto. Davvero. Ancora meglio della prima volta. Mi sono sentito completamente tuo.»
Ci accoccolammo sul letto. Io sul suo petto, il collare rosa ancora al collo, le dita che glielo accarezzavano. Teneri, sudati, l’odore di tutto addosso.
«Ne sono felice» dissi. «Anch’io lo sto scoprendo. Mi piace dominarti. Mi piace da morire. Non voglio rinunciarci.»
«Non rinunciarci. Ora non voglio più rinunciarci nemmeno io, a questa cosa. Sentirmi tuo, in questo modo. Anche il dolore fisico, il disagio. Non so spiegarlo con le parole. Ma so che ti amo e che amo tutto questo.»
«Però non voglio nemmeno rinunciare a stare sotto. Domani tocca a me. Tu sopra. Come sempre, quando lo decidi tu.»
Mi baciò i capelli. La voce più morbida, senza la risatina nervosa.
«Domani ti metto sotto. Oggi eri tu. E sei stata bravissima. Un po’ paura, sì. Poi no. Poi eri tu, e andava bene.»
«Ti amo.»
«Ti amo. Dea per oggi. Mia, per domani.»
Restammo così. Il pomeriggio non era finito del tutto. Il cassetto, sì, si era aperto. E non si sarebbe più richiuso come prima.
Prima di dormire, spesso, aprivo Pornhub. Non cercavo più le stesse cose. Il genere che mi prendeva, adesso, era il femdom. Video amatoriali, una coppia giovane dell’Est, lei che decideva e lui che reggeva. Non li copiavo. Li guardavo e mi venivano immagini nostre. Nael con le mani ferme. Io che non chiedevo il permesso a ogni passo. Chiudevo il telefono con la fica sveglia e la testa già al giorno dopo.
A lui non dissi dei video. Non ancora. Quando stavamo insieme, però, ogni tanto glielo ricordavo. Non un discorso. Una frase, a letto, dopo, o mentre mi teneva.
«Anche io ho quel lato. Quello di quando comando. Non voglio lasciarlo lì.»
Lui non si chiudeva. Rideva, mi baciava, e diceva che, se lo volevo, lui c’era. Disponibile. La parola era quella. Non entusiasta da subito. Disponibile. A me bastava, per cominciare.
Cercai su Amazon senza dirglielo. Misure, recensioni, foto che non rendevano mai il peso vero. Alla fine ordinai. La notifica arrivò in fretta. Come sempre, il pacco lo ritirò la signora Cinzia e lo lasciò chiuso sullo scrittoio, senza aprirlo.
Rientrai da scuola, mangiai in fretta, salii. Aprii il cartone come si apre una cosa che si è già decisa. Lavai con acqua e sapone neutro quello che andava lavato. Il resto, quello che non si lava, finì nel cassetto dei giochi, insieme allo strap-on, all’harness, al plug, al lubrificante del primo ordine. Il cassetto stava diventando quello. Lo chiusi. Il cuore mi batteva già.
Nael arrivò poco dopo le due e un quarto. Gli aprii con la solita fame. Un bacio lungo, profondo, un abbraccio che non era solo sesso. Lui ricambiò. Quando mi vedeva, da un pezzo, perdeva lo sguardo da maranza. Restava Nael. Gli occhi si addolcivano prima della bocca.
Salimmo. Ci spogliammo insieme, aiutandoci, già vogliosi. Sul letto cominciammo a baciarci, a cercarci con le mani. Io avevo lo sguardo più carico del solito. Si vedeva. Lo sentivo io per prima.
«Oggi voglio essere io al comando» dissi. «Per te è ok?»
Ci pensò un attimo. Non un no. Una verifica.
«Lo strap-on?»
«Sì. Non solo quello. Voglio spingere un po’ di più. Sottometterti in modo più netto dell’altra volta.»
«Come?»
Non glielo spiegai a parole. Mi alzai. Nuda, e lo sapevo. Raggiunsi il comò, aprii il cassetto. Tornai con il collare. Quello rosa, comprato mesi prima, all’inizio, quando era lui a mettermelo al collo, nelle prime settimane. Glielo feci dondolare davanti al viso. Lo sguardo mi bruciava.
«Cominciamo con questo.»
Glielo allacciai. Delicata, e precisa. Il rosa sul collo scuro. Nael rise, divertito, un po’ teso.
«Amore, un po’ di paura ce l’ho. Non so cosa hai in mente.»
«Non ho finito.»
Tornai al cassetto. Lubrificante, e il nuovo toy. Glielo mostrai. Una cock cage di metallo cromato. Anello grosso, massiccio, da mettere dietro i testicoli. Lucchetto piccolo. Gabbia ricurva, di tondini. Nael la guardò e non trovò la frase. Spiazzato, per davvero.
Mi chinai, la voce bassa.
«Oggi chiudo il tuo cazzone in gabbia. Lo voglio sotto il mio controllo. Ti voglio completamente in mano mia.»
Non gli chiesi se era d’accordo. Aprii il lubrificante, me ne versai un po’ sulla mano, mi inginocchiai fra le sue cosce e gliele aprii. Il cazzo era ancora flaccido. Lo lubrificai. L’anello passò senza troppa fatica, dietro i testicoli, alla base. L’uccello nella gabbia entrò a fatica. Era la più grande che avevo trovato su Amazon, e sembrava comunque piccola per lui. Infilai l’asola nell’alloggiamento, misi il lucchetto. Il clic fu secco, piccolo, definitivo.
Nael si guardò. Prima volta in vita sua. Un po’ di preoccupazione sul viso, e una risatina nervosa.
«Amore, un po’ mi fai paura.»
Ero in piedi davanti a lui. Dominanza, e sfida. Non cattiveria. Una cosa nuova, che mi stava bene addosso.
«Non ho finito.»
Ultimo giro al cassetto. Strap-on, harness, plug, e l’altro acquisto. Tornai, feci cadere sul letto, accanto a lui, strap-on, harness e plug. Gli mostrai l’ultimo. Due polsiere e due cavigliere di cuoio nero, un moschettone ciascuna.
«Ho ancora questi per te.»
Glieli misi. Polsi, caviglie. Il cuoio sulla pelle. Quando ebbi finito, gli tesi la mano.
«Alzati.»
Lo accompagnai davanti allo specchio grande dell’armadio. Io accanto a lui.
«Guardati.»
Si guardò. Nudo. Il collare rosa al collo. Il cazzo enorme, di solito, adesso inerme, ingabbiato, il metallo che luccicava di lubrificante. Polsi e caviglie cinti, e le cinghie che non promettevano niente di buono. Un po’ sconcertato. Poi vide me, nuda, accanto. Sguardo radioso. Uno strano sorriso sul viso, che non gli conosceva così.
«Guardati» dissi. «Oggi sei il mio maranza. Mio. Mi appartieni. Oggi io sarò più maranza di te.»
Gli assestai uno schiaffo sul culo. Giocoso, e già carico. Nael rise, nervoso.
«Cazzo, Giulia. Il collare rosa. Me lo mettevi tu, all’inizio, e adesso ce l’ho io. Sembro un cane tuo.»
«Sei un cane mio. Per oggi. Ti sta bene?»
Si guardò ancora la gabbia. Il cazzo premeva già un poco contro i tondini, senza poter fare niente.
«Mi sta bene se non mi lasci così fino a domani. Un po’ di paura resta. Però sì. Se lo vuoi tu, ci sto.»
«Lo voglio io. E tu obbedisci. Se è troppo, dici basta. Se non lo dici, io vado.»
«Non dico basta. Non ancora.» Rise, più corto. «Dea, però, non chiamarti da sola. Se no rido e mi passa.»
«Ti passa lo stesso. Guardati. Il tuo cazzone non decide più niente.»
Non rispose. Annuì. Il mezzo sorriso c’era, e sotto la tensione.
Tornai al letto. Mi sedetti, gambe fuori, appoggiata sui gomiti. Il viso, lo sapevo, aveva quello sguardo nuovo: acceso, fermo, un sorriso che non chiedeva. I capelli neri mi cadevano sulle spalle. Il seno, pieno, sodo, si muoveva appena quando respiravo, i capezzoli già duri. L’addome piatto, la pelle liscia. La fica depilata, già un po’ lucida. Le gambe lunghe, tese verso di lui. I piedi curati, le unghie chiare, un piede che sollevai, lento, sensuale.
«In ginocchio.»
Si inginocchiò. Il metallo della gabbia tintinnò, piccolo.
«Lo sai da dove si comincia.»
Sollevai la gamba e gli offrii il piede. Capì. Per settimane era stato lui a dirmi quella frase. Adesso i ruoli erano girati. Prese il piede con le mani, cinte dal cuoio, e iniziò a leccare. Il dorso, prima. Poi la pianta. Lingua larga, un po’ incerta. Sale, pelle, il calore della mia pianta sulla sua bocca.
«Più passione» dissi. «Più impegno. Stai leccando il piede della tua dea. Non un favore.»
Obbedì. Succhiò le dita, una a una. La lingua si fece più bagnata, più lenta, più vera. Io sentii il desiderio di dominare che saliva, netto, dal basso ventre al petto. Non era solo eccitazione. Era il vedere lui lì, il collare rosa, la gabbia, la bocca sul mio piede, e io che decidevo il tempo. Nael, lo vedevo, era spiazzato. Abituato a essere lui quello che dice va’. Adesso seguiva. Non infelice. Spostato. Gli occhi ogni tanto salivano ai miei, cercavano il permesso di ridere, e tornavano giù.
Dopo lunghi minuti pensò di salire. Un bacio sulla caviglia, poi uno oltre. Gli misi il piede sul viso e lo spinsi giù. Calma. Decisa.
«Non ti ho detto di smettere.»
Mi guardò. Incredulo, un secondo. Vide lo sguardo. Diverso. Più deciso. Riprese a leccare, ad adorare il piede, la voce bassa.
«Scusami. Va bene.»
Sorrisi. Soddisfatta. Mi accarezzai, delicata, fra il seno e l’addome. I capezzoli sotto le dita.
«Mi piace vederti così. Il mio maranza sottomesso.»
Un mezzo sorriso, mentre mi succhiava il piede. Devoto, per davvero.
Dopo alcuni minuti i piedi erano umidi della sua saliva. Lo spinsi di nuovo.
«Stenditi. Sul tappeto. Pancia in su.»
Obbedì. Gli appoggiai la pianta sulle labbra.
«Tira fuori la lingua.»
La tirò. Gli strusciai il piede sulla lingua, lenta, il sale della pianta sulla sua bocca. L’altro piede lo appoggiai sul metallo della gabbia. Accarezzai, con la pianta, il cazzo rinchiuso e i testicoli stretti nell’anello.
«Non te l’ho mai visto così piccolo. Così innocuo.»
Gemette, sommesso. Il metallo era freddo sotto il piede, e sotto il metallo lui premeva, inutile.
Mi alzai. In piedi, sopra di lui, i piedi sui suoi fianchi. Torreggiante. Lo guardai, dominante e divertita.
«Ti sta piacendo?»
Ci pensò. Il tono era scherzoso, eccitato, tutte e due le cose.
«Un po’. E un po’ mi preoccupa la tua faccia. Non è la faccia di quando dici piano.»
«Non è la faccia di quando dico piano. È la faccia di quando decido io. Hai ancora paura?»
«Un filo. E il cazzo in gabbia, che è una novità di merda e anche una novità bella. Non lo so. Vai. Se è troppo, te lo dico.»
Mi abbassai. Il seno, pesante, gli sfiorò il viso, poi il petto. Faccia a faccia. Gli sfiorai le labbra con le mie e gli negai il bacio. Il bacino scese sulla gabbia. Lui sentì che ero già bagnata. Il metallo si fece umido di me.
Poi mi spostai. Il bacino sul suo viso.
«Leccami.»
Mi accovacciai sulla sua bocca. La fica, aperta, sulla lingua. Non gli lasciai il ritmo. Lo stabilii io. Lenta, all’inizio, un giro del bacino, la lingua che mi trovava il clitoride e io che non mi spostavo. Poi più a fondo. Gli presi i ricci, non per fargli male, per tenerlo lì.
«Così. Non pensare. Lavora. La tua dea è sopra, e tu hai la bocca occupata.»
Mugolò. Solo quello. La lingua si fece più larga, più bagnata. Io parlai, e lui no.
«Bravo. Più su. Il clitoride. Non accelerare se non te lo dico io. Senti come sono bagnata. È per questo. Per te in ginocchio, per te sotto, per il tuo cazzo che non può fare niente.»
Il piacere salì netto. Non il piacere di quando mi spegnevo sotto di lui. Un piacere sveglio. Vedevo il collare. Vedevo le mani che non salivano se non glielo permettevo. L’odore di me gli copriva la faccia. Sudore, fica, il ferro dolce di quando ero gonfia.
«Più forte, adesso. Tieni la lingua ferma. Ci penso io.»
Mi strusciai. Il ritmo diventò mio. Ansimavo, i seni che pendevano, i capezzoli duri. Nael beveva, deglutiva, mugolava contro di me.
«Ci sono. Non ti spostare. Apri. Bevi.»
Venni. Intenso. Gli premetti la fica sulla bocca e lo squirt arrivò abbondante, un fiotto caldo, poi un altro, nella sua bocca. Lo bevve. Tutto. Io restai lì, tremante, il cuore in gola, una risata corta che non era risata. Potere, e affetto, insieme. La mia fica sulla sua faccia, e lui che non si era tirato indietro.
Rifiatai. Qualche secondo. Poi mi voltai, sempre accovacciata sul suo viso, rivolta verso il cazzo ingabbiato. Gli offrii il culo.
«Adesso qui.»
Allargai i glutei con le mani. L’ano, piccolo, esposto, a un palmo dalla sua bocca. Glielo avvicinai. Nael leccò. Prima un cerchio, poi la punta della lingua sullo sfintere. Io gli premetti il culo sul viso, lenta, e lo feci lavorare. Lingua larga sul solco, poi a fondo, poi succhiate, la bocca a ventosa sull’ano. L’odore, da lì, era più chiuso: pelle, sudore, me. A lui non dissi di fermarsi. A me piaceva il calore della sua faccia fra le natiche, la barba corta che pungeva, la lingua che entrava un poco quando mi rilassavo.
Con una mano giocai con la gabbia. La feci tintinnare. Lo sfottei, la voce roca.
«Guardalo. Il tuo cazzone, chiuso. Inutile. Io me lo bacio lo stesso.»
Mi chinai e baciai il metallo, e sotto il metallo lui. Uno stuzzico con la lingua sui tondini. Nael fremeva. La gabbia si tese. Non poteva indurirsi come voleva. Gemeva nel mio culo, la voce soffocata.
Dopo diversi minuti allungai la mano sul letto e presi il plug. Me lo portai alla bocca, lo lubrificai con la saliva, mi sollevai quel tanto. L’ano era rilassato, bagnato della sua saliva. Lo inserii. Facile. Un mugolio. Nael vide tutto, a pochi centimetri. Il plug che spariva. Il viso gli restò umido: saliva, sudore, umori.
Mi rialzai. Di nuovo sopra di lui, rivolta al suo viso. Presi harness e strap-on.
«Vieni qui. Aiutami a indossarlo.»
Obbedì. Come l’altra volta, lubrificò con la bocca la parte da inserire. Poi mise il bulbo nella fica, fradicia. Io feci passare l’asta nell’anello e strinsi le fibbie. Calzava. Mi guardai allo specchio. Il cazzo artificiale, nero, incurvato, minaccioso, sopra la mia fica. Sorrisi. Compiaciuta. Non era solo un gioco. Ero io, con un peso nuovo fra le gambe, e lui in gabbia che mi aveva aiutata a metterlo.
«Allora?» dissi. «Paura ancora, o ti piace la tua dea con il cazzo?»
Nael rise, nervoso, gli occhi sullo strap-on.
«Tutte e due. È grosso. Lo so, l’ho già preso. Oggi c’è anche la gabbia, e le mani. È di più.»
«È di più. E tu sei ancora qui. Bravo, il mio maranza.»
«Se ridi mentre mi sfondi, almeno guardami. Così so che sei tu.»
«Ti guardo. Sempre.»
Avvicinai allo specchio dell’armadio il puff imbottito.
«A pecora. Davanti allo specchio. Petto sul puff. Voglio che ti veda.»
Si mise. Il culo in alto, la gabbia che pendeva, inutile, fra le cosce.
«Mani dietro la schiena.»
Allacciai i moschettoni delle polsiere. Polso con polso. Rise, nervoso, la voce bassa.
«Amore, mi fai un po’ paura.»
Sorrisi. Gli diedi un morso leggero sul culo.
«Non ti preoccupare. Se è troppo, lo dici. Se non lo dici, ti apro.»
Mi misi dietro. Iniziai a leccargli il buco. Fame, e passione. L’odore era il suo: pelle scura, sudore, un chiuso caldo, sale, un filo amaro che non era sporco e non era pulito. Lo leccai a fondo. Lingua larga, poi punta, poi succhiate. Qualche morso leggero sulle natiche. Lo sfottevo, tra una leccata e l’altra.
«Il culo del maranza. Oggi è mio. Resta aperto.»
Scesi sul perineo, sulle palle strette nell’anello d’acciaio. Le succhiai, attenta al metallo. Nael gemeva, la faccia sul puff. Io sentivo la dominanza che cresceva a ogni suo verso. Non cattiva. Piena. La saliva mi colava sul mento. Gli bagnai l’ano finché non fu lucido, spesso, pronto.
Un dito. Poi, quando il sussulto passò, due. Lo masturbai così, lenta.
«Resta rilassato. Tranquillo.»
Gemette. A un movimento poco delicato sussultò.
«Piano.»
«Piano» ripetei, e non mi fermai. Due dita, più a fondo. Presi il flacone e feci colare una buona dose di gel. Il viso gli restava sul puff. Lo sditalinavo con più intensità, gli presi i capelli e gli tirai su la testa.
«Guardati. Nello specchio. Voglio che tu veda me. Voglio che tu veda come la tua dea ti ha in pugno.»
«Ok» disse, sommesso.
Tolsi le dita. Gli accarezzai i glutei, il solco, l’ano con i polpastrelli. Altro gel sull’asta. Lo spalmai.
Un attimo prima, il cuore mi batteva in gola. Non paura. Una voglia ferma, quasi calma. Volevo entrare. Volevo che si vedesse. Volevo il clic, e dopo il ritmo. Lo amai, in quel secondo, e lo volli sotto.
Mi posizionai. Punta sull’ano. Altro lubrificante sul buco. Spinsi, lenta. Chiusi il flacone, lo posai, e con una mano aiutai l’asta a entrare.
«Non distogliere lo sguardo.»
Ci guardammo nello specchio. La punta penetrò. Il clic, inconfondibile. Nael gemette. Io sorrisi, ed entrai. Centimetro dopo centimetro, il nero che spariva nel culo aperto. Il lubrificante luccicava. Il suono, quando arrivai in fondo, fu bagnato, pieno.
Iniziai. Lenta, profonda. Poi meno lenta. Gli afferrai i moschettoni dietro la schiena e lo tenni. Il petto sul puff, le mani bloccate, la testa alzata verso lo specchio. Lo chiavai. I colpi si fecero foga. Il rumore delle mie anche sulle sue natiche, umido, ripetuto. Nael gemeva, cercava una posizione, non la trovava, e restava. Dalla gabbia colavano gocce di pre-eiaculato, chiare, sul tappeto. Io ansimavo. Il plug nel mio culo si muoveva a ogni spinta. Il bulbo dello strap-on mi premeva il clitoride. Sudore sulla schiena, sui seni.
«Guardati» dissi. «Aperto. In gabbia. Mio.»
Dopo molti minuti, senza riguardo, gli slegai i polsi. Lo feci girare, pancia in su. Gambe verso il busto. Allacciai la polsiera destra alla caviglia destra, la sinistra alla sinistra. L’ano restò esposto. Presi un cuscino, lo piegai in due, glielo misi sotto le natiche.
«Così è perfetto.»
Mi riposizionai fra le cosce. Ricominciai, più dura. Lo specchio ci prendeva di lato. Nael teso, i muscoli del ventre disegnati, la pelle scura coperta di sudore. Il respiro rotto dai colpi. L’ano, all’ingresso, era aperto, lucido, rosso, i bordi che cedevano e si richiudevano sull’asta a ogni uscita parziale. Il nero entrava fino in fondo. Il suono era osceno, bagnato, regolare.
Io mi muovevo fluida, e risoluta. I fianchi che sbattevano. I seni che ballavano, pesanti, i capezzoli duri. Il sudore mi imperlava il collo, il solco fra i seni, la pancia. Lo sguardo fisso nel suo, quando apriva gli occhi. Il sorriso non era cattivo. Era pieno. Emozione netta: io c’ero. Non mi ero spenta. Lo stavo prendendo, e mi piaceva da morire, e lo amavo mentre lo facevo.
Nael stringeva i pugni intorno alle caviglie, immobilizzato. Strizzava gli occhi. Stringeva i denti. Reggeva. I colpi si fecero più potenti. La gabbia sobbalzava. Altro liquido chiaro colava dai tondini.
Continuai, e portai una mano fra le mie natiche. Due dita sulla base del plug. Lo premetti, più a fondo. Mi massaggiai così, pompate corte, mentre lo inculavo. Poi rallentai. Presi il plug e me lo tirai fuori. Lo guardai. Sporco in punta, evidente, della mia cacca. L’odore salì, caldo, intimo, mio.
«Finalmente» dissi. Come aveva detto lui, giorni prima, uscendo da Adele.
Lo annusai. Compiaciuta. Nael aveva gli occhi chiusi. Rallentai ancora.
«Apri gli occhi.»
Aprì. Gli avvicinai il plug alle labbra.
«Per noi non è un limite.»
Annuì. Un mezzo sorriso. Aprì la bocca. Glielo misi dentro, come un ciuccio. Gli accarezzai il viso sudato. Sospirò. La bocca gli si riempì del sapore, acre, pastoso, mio. Iniziò a succhiare, a pulire con la lingua. Io lo guardai. Trionfo, e tenerezza. Non era uno scherzo sporco e basta. Era il confine che gli avevo detto, e lui che non si era tirato indietro. Nael aveva gli occhi lucidi, la tensione erotica altissima, il culo ancora pieno di me, la bocca occupata. Non parlò. Succhiò.
Lo guardai, mentre la mia eccitazione continuava a salire, di pari passo con una voglia di dominare che stava diventando necessità.
«Ti piace, vero, amore mio?»
Lui annuì, un respiro profondo, un piccolo gemito.
«Lo so. È mia. È il sapore della tua dea» gli sussurrai, con una strana dolcezza.
Aumentai. Potenza, frequenza. Alla ricerca dell’apice. Nael strizzò gli occhi, buttò indietro la testa, inarcò la schiena. Il plug gli restò in bocca. Io mi afferrai i seni, li massaggiai con forza, mi inarcai anch’io. I colpi si fecero scomposti.
Mi allungai verso di lui, la sua gola esposta, il pomo d’Adamo in risalto, offerto, come la prima volta. Afferrai la sua gola con la mano aperta. Strinsi. Strinsi di più. Possesso. Sentii il battito accelerato del suo cuore nel palmo della mano. Sentii il suo respiro strozzarsi.
Venni. Lungo. Un verso che non tenni. Il clitoride schiacciato sul bulbo, il culo vuoto dove c’era stato il plug, l’odore di sesso e di lui e di me che riempiva la camera. I fluidi mi uscirono copiosi, inondarono lo strap-on e l’harness, colarono fra le cosce, inzupparono il tappeto. Il suono, all’ultimo, fu bagnato e rotto.
Quasi nello stesso istante Nael venne. Prostatico, devastante. Senza che la gabbia gli lasciasse indurirsi del tutto. Il cazzo pulsò nei tondini e lo sperma uscì a fiotti, caldo, abbondante, bianco, che colava dalla gabbia fra le cosce, sul cuscino, sulla pancia. Lungo. Troppo, per uno che non poteva nemmeno prenderselo in mano. Un gemito soffocato dal plug. Il corpo che tremava, le gambe legate che tiravano.
Uscii dall’ano, lenta. L’apertura restò un momento spalancata, lucida, poi si richiuse a metà. Gli tolsi il plug dalla bocca. Ripulito. Lo usai per raccogliere un po’ del suo sperma, e glielo rimisi in bocca. Contatto visivo, fisso. Ne raccolsi altro con le dita. Gli tolsi di nuovo il plug e gli feci colare lo sperma sulla lingua.
«Bevi. È tuo. Te lo do io.»
Deglutì. La voce gli uscì roca.
«Cazzo, Giulia.»
«Sì. Cazzo, Giulia.» Risi, senza fiato. «Apri.»
Gli slegai i polsi dalle caviglie. Poi le cavigliere, le polsiere. Il collare lo lasciai, un momento. La gabbia: il lucchetto, il clic al contrario, l’anello che uscì. Il cazzo, liberato, gli ricadde pesante, ancora umido, non più in trappola.
«Come stai?»
«Distrutto.» Rise, corto, felice sotto la fatica. «E contento. Ti ho servita. La mia dea. Non l’avrei detto così, stamattina. Adesso sì.»
«Ti è piaciuto.»
«Da impazzire. Questo lato. Non l’avrei mai immaginato. Tu così. Io così. E mi è piaciuto. Davvero. Ancora meglio della prima volta. Mi sono sentito completamente tuo.»
Ci accoccolammo sul letto. Io sul suo petto, il collare rosa ancora al collo, le dita che glielo accarezzavano. Teneri, sudati, l’odore di tutto addosso.
«Ne sono felice» dissi. «Anch’io lo sto scoprendo. Mi piace dominarti. Mi piace da morire. Non voglio rinunciarci.»
«Non rinunciarci. Ora non voglio più rinunciarci nemmeno io, a questa cosa. Sentirmi tuo, in questo modo. Anche il dolore fisico, il disagio. Non so spiegarlo con le parole. Ma so che ti amo e che amo tutto questo.»
«Però non voglio nemmeno rinunciare a stare sotto. Domani tocca a me. Tu sopra. Come sempre, quando lo decidi tu.»
Mi baciò i capelli. La voce più morbida, senza la risatina nervosa.
«Domani ti metto sotto. Oggi eri tu. E sei stata bravissima. Un po’ paura, sì. Poi no. Poi eri tu, e andava bene.»
«Ti amo.»
«Ti amo. Dea per oggi. Mia, per domani.»
Restammo così. Il pomeriggio non era finito del tutto. Il cassetto, sì, si era aperto. E non si sarebbe più richiuso come prima.
di
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