Giornata in biblioteche
di
karen90x
genere
trio
Mi chiamo Karen, ho ventitré anni, e quel mercoledì pomeriggio di metà marzo la biblioteca del dipartimento di medicina è diventata il mio confessionale privato. Il terzo piano, angolo nord, tavolo isolato vicino alla finestra che dà sul cortile spoglio. Luci gialle basse, silenzio rotto solo dal ronzio lontano dell’aria condizionata e dal mio respiro che accelera senza motivo apparente.
Indosso la gonna a pieghe grigia che mi arriva sopra il ginocchio quando sto seduta, ma sale pericolosamente se allargo le gambe anche solo un po’. Camicetta bianca di cotone leggero, primo bottone slacciato per il caldo, reggiseno push-up nero pizzo che tiene i seni alti e pieni – capezzoli che già premono contro il tessuto solo a pensarci. Niente calze, pelle olivastra che brilla piano sotto la lampada da tavolo. Capelli raccolti in una coda disordinata, qualche ciocca che mi sfiora il collo sudato.
Arrivano verso le 17:40. Salvatore e Davide. Terzo anno, siciliani, inseparabili come se avessero un patto di sangue. Li conosco di vista da mesi: sempre in ritardo, sempre con quel sorriso obliquo che promette cose che non si dicono ad alta voce.
Salvatore è alto quasi uno e novanta, spalle larghe da ex canottiere catanese, capelli castani mossi un po’ troppo lunghi, barba di tre giorni che gli scurisce la mascella squadrata. Occhi nocciola che quando ti fissano sembrano scavarti dentro. Felpa grigia con cappuccio buttata sulle spalle, jeans scuri che gli fasciano le cosce muscolose. Mani grandi, dita lunghe, unghie curate – strano per uno che gioca a calcetto ogni weekend.
Davide è più compatto, uno e ottanta, fisico da palestra ma non esagerato: pettorali che spingono sulla t-shirt nera aderente, braccia tatuate fino ai gomiti – tribali e una rosa nera sul polso destro. Capelli neri corti rasati ai lati, ciuffo davanti che gli cade sugli occhi verdi scuri, quasi smeraldo sotto la luce. Sorriso pericoloso con un incisivo leggermente storto. Voce bassa, rauca, accento catanese che allunga le vocali e arrotola le erre.
Si fermano davanti al mio tavolo senza dire niente per un attimo. Solo sguardi.
Salvatore appoggia le mani sul bordo del tavolo, si china appena. Profumo di agrumi, tabacco leggero, sapone da uomo.
«Karen… sempre sola con ’sti cuori malati?» dice indicando i miei libri con un cenno del mento. Voce bassa, lenta, come se stesse assaporando ogni sillaba.
Io alzo gli occhi, cerco di fare la seria. «Qualcuno deve pur studiarli.»
Davide ride piano, si siede di fianco a me senza chiedere. La sua coscia preme subito contro la mia sotto il tavolo – non forte, solo abbastanza da farmi notare il calore attraverso il tessuto.
«Pensavamo fossi qui per scaldarti un po’… invece stai congelando sui libri.»
Battuta stupida. Ma il modo in cui lo dice, con quel mezzo sorriso e lo sguardo che scende un secondo sul mio décolleté, mi fa arrossire piano. Sento il sangue salire alle guance, poi al collo.
«Dai, non fare la timida» continua Salvatore, prendendo posto di fronte. Allarga le gambe sotto il tavolo, le sue ginocchia sfiorano le mie. «Ti abbiamo vista l’altro giorno in mensa… con quella gonna. Camminavi come se sapessi che ti guardavamo.»
«Io non guardo nessuno» mento, ma la voce mi esce più bassa del previsto.
Davide si sporge verso di me, gomito sul tavolo, mento sulla mano. «Bugiarda. Hai fatto cadere la forchetta apposta per chinarti.» Pausa. «E noi l’abbiamo raccolto… lo sguardo.»
Ridono insieme, piano, complici. Io abbasso gli occhi sul quaderno, fingo di rileggere una frase sul sistema di conduzione cardiaco. Ma sento i capezzoli indurirsi contro il pizzo, un formicolio caldo che scende dritto tra le cosce.
«Dai, aiutaci a studiare pure noi» dice Salvatore, prendendo la mia penna dalle dita senza chiedere. Le sue dita grandi avvolgono le mie per un secondo di troppo. «Tanto tu sei brava… e noi siamo… motivati.»
Iniziano a spiegare. Lenti. Molto lenti. Ogni frase intervallata da pause, sguardi che durano troppo. Salvatore disegna sul mio quaderno il fascio di His, ma la punta della penna sfiora il dorso della mia mano ogni due linee. Davide si china per indicarmi un punto sul libro, il suo respiro mi accarezza l’orecchio: «Vedi qui? Si biforca… come se volesse prendere due strade insieme… tipo noi.»
Io rido nervosa. «Siete scemi.»
«Scemi ma carini» ribatte Davide, e appoggia la mano aperta sulla mia coscia, sotto il tavolo. Pollice che accarezza l’orlo della gonna, cerchio minuscolo. Non spinge. Solo sfiora. Io non mi muovo. Sento il clitoride pulsare una volta, forte.
Salvatore mi guarda negli occhi mentre continua: «Sai qual è il problema dei cuori, Karen? Battono tutti uguali… ma quando si eccitano… cambiano ritmo. Tipo il tuo adesso.»
Arrossisco violentemente. Abbasso lo sguardo. «Non è vero.»
«Bugiarda numero due» sussurra Davide, e la sua mano sale di un centimetro. Basta per farmi inspirare piano.
Passano dieci minuti così. Loro che buttano doppi sensi uno dopo l’altro, io che cerco di resistere ma rido sempre di più, arrossisco sempre di più, mi muovo sempre di più sulla sedia perché l’umidità tra le gambe sta diventando evidente anche a me.
Poi Salvatore posa la penna. «Senti… facciamo una pausa. Ti portiamo in un posto più tranquillo. Solo per spiegare meglio… il nodo atrioventricolare.» Sorride obliquo. «Promettiamo di essere gentili. All’inizio.»
Davide si alza per primo, mi tende la mano. «Vieni. Ti facciamo vedere come si apre davvero un cuore… piano piano.»
Io esito un secondo. Guardo le loro mani tese, i loro sguardi che non mollano, il modo in cui mi circondano senza invadere… ancora.
Poi appoggio le dita sulle loro.
E mi alzo.
Le cosce sfregano tra loro mentre cammino in mezzo a loro due verso il corridoio degli scaffali alti, tra i tomi polverosi di neurologia che nessuno tocca da anni.
Salvatore mi spinge con delicatezza ma decisione contro lo scaffale centrale. La schiena urta i dorsi rigidi dei libri, un paio scivolano di lato con un tonfo sordo. Non ci importa. Le sue mani grandi mi afferrano i fianchi, dita che affondano appena nella carne morbida sopra le anche, tenendomi ferma mentre Davide si posiziona dietro, petto contro la mia schiena, erezione già dura che preme tra le natiche attraverso i jeans.
Per un lungo momento nessuno si muove. Solo respiri. Tre respiri diversi che si intrecciano: il mio corto e tremulo, quello di Salvatore profondo e controllato, quello di Davide più rauco, quasi un ringhio basso in gola.
Salvatore rompe il silenzio. Mi guarda dritto negli occhi, nocciola scuro che brilla sotto la luce fioca.
«Dimmi cosa vuoi, Karen» sussurra. Voce bassa, accento che arrotola le consonanti. «Dillo chiaro. Perché una volta che iniziamo… non ci fermiamo facile.»
Io deglutisco. Sento la gola secca, le labbra gonfie solo per il modo in cui mi guardano.
«Voglio… sentirvi tutti e due» riesco a dire. Voce piccola, ma decisa. «Dentro. Intorno. Ovunque.»
Davide ride piano contro il mio orecchio, un suono vibrante che mi arriva dritto al clitoride.
«Brava bambina» mormora. Le sue mani salgono dai fianchi ai seni, li prendono da sotto attraverso la camicetta aperta. Stringe forte, non per far male, ma per farmi sentire quanto sono pieni, quanto pesano nelle sue palme. I capezzoli, già duri come sassolini, sfregano contro il pizzo del reggiseno. Lui li pizzica tra le dita, tira piano, poi li ruota. Io inarco la schiena, spingendo il petto avanti e il culo indietro contro di lui.
Salvatore si inginocchia lento. Alza la gonna con entrambe le mani, la arrotola intorno alla vita. Le mutandine bianche di cotone sono ormai trasparenti al centro, una macchia scura che si allarga. Inspira forte, naso premuto contro il tessuto.
«Madonna… sei fradicia» dice, quasi con reverenza.
Passa la lingua aperta sopra il cotone, dal basso verso l’alto, premendo abbastanza da farmi sentire la pressione sul clitoride gonfio. Io gemo, le mani che si aggrappano allo scaffale. Davide mi bacia il collo, succhia la pelle sotto l’orecchio fino a lasciare un segno rosso.
Salvatore scosta le mutandine di lato. Le grandi labbra gonfie, lucide, il clitoride sporge dal cappuccio. Ci appoggia la punta della lingua e fa cerchi lentissimi. Ogni giro mi fa contrarre l’addome. Le cosce tremano.
Davide mi slaccia del tutto la camicetta. La lascia cadere aperta. Abbassa le spalline del reggiseno sotto i seni, li libera. Bocca su un capezzolo: succhia forte, denti che graffiano leggeri l’areola, lingua che gira intorno. L’altra mano sul seno destro, massaggia, strizza.
Salvatore si alza. Si slaccia i jeans. Il cazzo salta fuori: lungo, spesso, venoso, cappella violacea lucida. Lo appoggia contro l’ingresso, sfrega su e giù lungo la fessura. Ogni passata mi fa gemere più forte.
«Vuoi questo?» chiede, voce spezzata.
«Sì… ti prego…»
Entra piano. Centimetro dopo centimetro. Sento ogni vena, ogni pulsazione. Quando è tutto dentro resta fermo, respira contro la mia bocca. Poi inizia a muoversi: affondi lenti, profondi, che arrivano fino in fondo e poi escono quasi del tutto.
Davide si slaccia a sua volta. Sento il suo cazzo premere tra le natiche. Più spesso, brutale nella circonferenza. Raccoglie il mio miele con le dita – due dita che entrano accanto al cazzo di Salvatore, si muovono dentro e fuori insieme a lui. Poi le porta dietro, un dito che preme sull’anello stretto, gira, entra piano.
Io ansimo forte. La sensazione di essere riempita davanti e dietro mi fa girare la testa.
«Rilassati» sussurra Davide. «Ci stiamo piano… senti come ti apriamo.»
Il dito entra fino alla seconda falange. Poi un secondo. Li muove piano, allargandomi. Salvatore rallenta per dargli spazio.
Quando Davide è pronto, ritira le dita. La cappella grossa preme contro l’ingresso posteriore. Spinge. Piano. Brucia un attimo, poi cede. Entra. Centimetro dopo centimetro.
Ora ci sono dentro tutti e due.
Pieni. Stretti. Immobili per un momento lunghissimo.
Poi iniziano a muoversi. Alternati. Quando Salvatore spinge dentro, Davide esce un po’. Quando Davide affonda, Salvatore si ritira. Ritmo lento, ipnotico, che mi fa sentire ogni spostamento, ogni sfregamento.
Le mani di Davide sui miei fianchi, mi tengono ferma. Quelle di Salvatore sui seni, li strizzano forte mentre spinge. Bocche ovunque: sul collo, sulle spalle, sul viso. Mi baciano a turno, lingue che si intrecciano con la mia, poi si cercano tra loro sopra la mia spalla – un bacio rapido, sporco, che mi fa contrarre intorno a entrambi.
Il piacere sale a ondate. Tutto insieme: clitoride, punto G, prostata femminile. Il mio corpo è un unico nervo esposto.
«Cazzo… sei strettissima così» geme Salvatore.
«Senti come pulsa» risponde Davide. «Sta per venire.»
Hanno ragione.
L’orgasmo arriva come una marea lenta ma inesorabile. Parte dal basso, si contrae intorno ai due cazzi, sale lungo la spina dorsale, esplode nella testa. Io tremo tutta, le ginocchia che cedono, loro mi tengono su. Urlo piano contro la spalla di Salvatore, mordo la pelle, lascio segni.
Loro non si fermano. Continuano a spingere attraverso le contrazioni, prolungando l’orgasmo fino a farmi lacrimare.
Salvatore viene per primo. Spinge fino in fondo, resta lì, schizza caldo dentro di me con gemiti gutturali in siciliano. Sento ogni getto, ogni pulsazione.
Davide resiste ancora qualche affondo. Poi esce, mi fa girare piano – le gambe molli – e mi spinge in ginocchio. Bocca aperta, lingua fuori. Entra in gola. Spinge profondo. Viene: getti caldi, densi, che ingoio piano, assaporando il sapore salato misto al mio.
Restiamo così per un minuto buono. Io in ginocchio tra loro, loro in piedi che ansimano, mani nei miei capelli, carezze leggere sulla guancia.
Poi mi aiutano ad alzarmi. Mi sistemano la gonna, riabbottonano la camicetta con dita tremanti. Mi baciano la fronte, le tempie, le labbra.
«Domani?» chiede Salvatore, voce rauca.
«Stessa ora» risponde Davide.
Io annuisco, sorriso stanco ma luminoso.
Esco dalla biblioteca con le cosce che sfregano tra loro, umide, appiccicose. Il clitoride pulsa a ogni passo. Ma dentro c’è una soddisfazione profonda, animale, quasi sacra.
Essere stata il loro centro.
Essere stata riempita, adorata, spezzata e ricostruita da due corpi che battevano all’unisono intorno al mio.
Fine (per ora)
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Indosso la gonna a pieghe grigia che mi arriva sopra il ginocchio quando sto seduta, ma sale pericolosamente se allargo le gambe anche solo un po’. Camicetta bianca di cotone leggero, primo bottone slacciato per il caldo, reggiseno push-up nero pizzo che tiene i seni alti e pieni – capezzoli che già premono contro il tessuto solo a pensarci. Niente calze, pelle olivastra che brilla piano sotto la lampada da tavolo. Capelli raccolti in una coda disordinata, qualche ciocca che mi sfiora il collo sudato.
Arrivano verso le 17:40. Salvatore e Davide. Terzo anno, siciliani, inseparabili come se avessero un patto di sangue. Li conosco di vista da mesi: sempre in ritardo, sempre con quel sorriso obliquo che promette cose che non si dicono ad alta voce.
Salvatore è alto quasi uno e novanta, spalle larghe da ex canottiere catanese, capelli castani mossi un po’ troppo lunghi, barba di tre giorni che gli scurisce la mascella squadrata. Occhi nocciola che quando ti fissano sembrano scavarti dentro. Felpa grigia con cappuccio buttata sulle spalle, jeans scuri che gli fasciano le cosce muscolose. Mani grandi, dita lunghe, unghie curate – strano per uno che gioca a calcetto ogni weekend.
Davide è più compatto, uno e ottanta, fisico da palestra ma non esagerato: pettorali che spingono sulla t-shirt nera aderente, braccia tatuate fino ai gomiti – tribali e una rosa nera sul polso destro. Capelli neri corti rasati ai lati, ciuffo davanti che gli cade sugli occhi verdi scuri, quasi smeraldo sotto la luce. Sorriso pericoloso con un incisivo leggermente storto. Voce bassa, rauca, accento catanese che allunga le vocali e arrotola le erre.
Si fermano davanti al mio tavolo senza dire niente per un attimo. Solo sguardi.
Salvatore appoggia le mani sul bordo del tavolo, si china appena. Profumo di agrumi, tabacco leggero, sapone da uomo.
«Karen… sempre sola con ’sti cuori malati?» dice indicando i miei libri con un cenno del mento. Voce bassa, lenta, come se stesse assaporando ogni sillaba.
Io alzo gli occhi, cerco di fare la seria. «Qualcuno deve pur studiarli.»
Davide ride piano, si siede di fianco a me senza chiedere. La sua coscia preme subito contro la mia sotto il tavolo – non forte, solo abbastanza da farmi notare il calore attraverso il tessuto.
«Pensavamo fossi qui per scaldarti un po’… invece stai congelando sui libri.»
Battuta stupida. Ma il modo in cui lo dice, con quel mezzo sorriso e lo sguardo che scende un secondo sul mio décolleté, mi fa arrossire piano. Sento il sangue salire alle guance, poi al collo.
«Dai, non fare la timida» continua Salvatore, prendendo posto di fronte. Allarga le gambe sotto il tavolo, le sue ginocchia sfiorano le mie. «Ti abbiamo vista l’altro giorno in mensa… con quella gonna. Camminavi come se sapessi che ti guardavamo.»
«Io non guardo nessuno» mento, ma la voce mi esce più bassa del previsto.
Davide si sporge verso di me, gomito sul tavolo, mento sulla mano. «Bugiarda. Hai fatto cadere la forchetta apposta per chinarti.» Pausa. «E noi l’abbiamo raccolto… lo sguardo.»
Ridono insieme, piano, complici. Io abbasso gli occhi sul quaderno, fingo di rileggere una frase sul sistema di conduzione cardiaco. Ma sento i capezzoli indurirsi contro il pizzo, un formicolio caldo che scende dritto tra le cosce.
«Dai, aiutaci a studiare pure noi» dice Salvatore, prendendo la mia penna dalle dita senza chiedere. Le sue dita grandi avvolgono le mie per un secondo di troppo. «Tanto tu sei brava… e noi siamo… motivati.»
Iniziano a spiegare. Lenti. Molto lenti. Ogni frase intervallata da pause, sguardi che durano troppo. Salvatore disegna sul mio quaderno il fascio di His, ma la punta della penna sfiora il dorso della mia mano ogni due linee. Davide si china per indicarmi un punto sul libro, il suo respiro mi accarezza l’orecchio: «Vedi qui? Si biforca… come se volesse prendere due strade insieme… tipo noi.»
Io rido nervosa. «Siete scemi.»
«Scemi ma carini» ribatte Davide, e appoggia la mano aperta sulla mia coscia, sotto il tavolo. Pollice che accarezza l’orlo della gonna, cerchio minuscolo. Non spinge. Solo sfiora. Io non mi muovo. Sento il clitoride pulsare una volta, forte.
Salvatore mi guarda negli occhi mentre continua: «Sai qual è il problema dei cuori, Karen? Battono tutti uguali… ma quando si eccitano… cambiano ritmo. Tipo il tuo adesso.»
Arrossisco violentemente. Abbasso lo sguardo. «Non è vero.»
«Bugiarda numero due» sussurra Davide, e la sua mano sale di un centimetro. Basta per farmi inspirare piano.
Passano dieci minuti così. Loro che buttano doppi sensi uno dopo l’altro, io che cerco di resistere ma rido sempre di più, arrossisco sempre di più, mi muovo sempre di più sulla sedia perché l’umidità tra le gambe sta diventando evidente anche a me.
Poi Salvatore posa la penna. «Senti… facciamo una pausa. Ti portiamo in un posto più tranquillo. Solo per spiegare meglio… il nodo atrioventricolare.» Sorride obliquo. «Promettiamo di essere gentili. All’inizio.»
Davide si alza per primo, mi tende la mano. «Vieni. Ti facciamo vedere come si apre davvero un cuore… piano piano.»
Io esito un secondo. Guardo le loro mani tese, i loro sguardi che non mollano, il modo in cui mi circondano senza invadere… ancora.
Poi appoggio le dita sulle loro.
E mi alzo.
Le cosce sfregano tra loro mentre cammino in mezzo a loro due verso il corridoio degli scaffali alti, tra i tomi polverosi di neurologia che nessuno tocca da anni.
Salvatore mi spinge con delicatezza ma decisione contro lo scaffale centrale. La schiena urta i dorsi rigidi dei libri, un paio scivolano di lato con un tonfo sordo. Non ci importa. Le sue mani grandi mi afferrano i fianchi, dita che affondano appena nella carne morbida sopra le anche, tenendomi ferma mentre Davide si posiziona dietro, petto contro la mia schiena, erezione già dura che preme tra le natiche attraverso i jeans.
Per un lungo momento nessuno si muove. Solo respiri. Tre respiri diversi che si intrecciano: il mio corto e tremulo, quello di Salvatore profondo e controllato, quello di Davide più rauco, quasi un ringhio basso in gola.
Salvatore rompe il silenzio. Mi guarda dritto negli occhi, nocciola scuro che brilla sotto la luce fioca.
«Dimmi cosa vuoi, Karen» sussurra. Voce bassa, accento che arrotola le consonanti. «Dillo chiaro. Perché una volta che iniziamo… non ci fermiamo facile.»
Io deglutisco. Sento la gola secca, le labbra gonfie solo per il modo in cui mi guardano.
«Voglio… sentirvi tutti e due» riesco a dire. Voce piccola, ma decisa. «Dentro. Intorno. Ovunque.»
Davide ride piano contro il mio orecchio, un suono vibrante che mi arriva dritto al clitoride.
«Brava bambina» mormora. Le sue mani salgono dai fianchi ai seni, li prendono da sotto attraverso la camicetta aperta. Stringe forte, non per far male, ma per farmi sentire quanto sono pieni, quanto pesano nelle sue palme. I capezzoli, già duri come sassolini, sfregano contro il pizzo del reggiseno. Lui li pizzica tra le dita, tira piano, poi li ruota. Io inarco la schiena, spingendo il petto avanti e il culo indietro contro di lui.
Salvatore si inginocchia lento. Alza la gonna con entrambe le mani, la arrotola intorno alla vita. Le mutandine bianche di cotone sono ormai trasparenti al centro, una macchia scura che si allarga. Inspira forte, naso premuto contro il tessuto.
«Madonna… sei fradicia» dice, quasi con reverenza.
Passa la lingua aperta sopra il cotone, dal basso verso l’alto, premendo abbastanza da farmi sentire la pressione sul clitoride gonfio. Io gemo, le mani che si aggrappano allo scaffale. Davide mi bacia il collo, succhia la pelle sotto l’orecchio fino a lasciare un segno rosso.
Salvatore scosta le mutandine di lato. Le grandi labbra gonfie, lucide, il clitoride sporge dal cappuccio. Ci appoggia la punta della lingua e fa cerchi lentissimi. Ogni giro mi fa contrarre l’addome. Le cosce tremano.
Davide mi slaccia del tutto la camicetta. La lascia cadere aperta. Abbassa le spalline del reggiseno sotto i seni, li libera. Bocca su un capezzolo: succhia forte, denti che graffiano leggeri l’areola, lingua che gira intorno. L’altra mano sul seno destro, massaggia, strizza.
Salvatore si alza. Si slaccia i jeans. Il cazzo salta fuori: lungo, spesso, venoso, cappella violacea lucida. Lo appoggia contro l’ingresso, sfrega su e giù lungo la fessura. Ogni passata mi fa gemere più forte.
«Vuoi questo?» chiede, voce spezzata.
«Sì… ti prego…»
Entra piano. Centimetro dopo centimetro. Sento ogni vena, ogni pulsazione. Quando è tutto dentro resta fermo, respira contro la mia bocca. Poi inizia a muoversi: affondi lenti, profondi, che arrivano fino in fondo e poi escono quasi del tutto.
Davide si slaccia a sua volta. Sento il suo cazzo premere tra le natiche. Più spesso, brutale nella circonferenza. Raccoglie il mio miele con le dita – due dita che entrano accanto al cazzo di Salvatore, si muovono dentro e fuori insieme a lui. Poi le porta dietro, un dito che preme sull’anello stretto, gira, entra piano.
Io ansimo forte. La sensazione di essere riempita davanti e dietro mi fa girare la testa.
«Rilassati» sussurra Davide. «Ci stiamo piano… senti come ti apriamo.»
Il dito entra fino alla seconda falange. Poi un secondo. Li muove piano, allargandomi. Salvatore rallenta per dargli spazio.
Quando Davide è pronto, ritira le dita. La cappella grossa preme contro l’ingresso posteriore. Spinge. Piano. Brucia un attimo, poi cede. Entra. Centimetro dopo centimetro.
Ora ci sono dentro tutti e due.
Pieni. Stretti. Immobili per un momento lunghissimo.
Poi iniziano a muoversi. Alternati. Quando Salvatore spinge dentro, Davide esce un po’. Quando Davide affonda, Salvatore si ritira. Ritmo lento, ipnotico, che mi fa sentire ogni spostamento, ogni sfregamento.
Le mani di Davide sui miei fianchi, mi tengono ferma. Quelle di Salvatore sui seni, li strizzano forte mentre spinge. Bocche ovunque: sul collo, sulle spalle, sul viso. Mi baciano a turno, lingue che si intrecciano con la mia, poi si cercano tra loro sopra la mia spalla – un bacio rapido, sporco, che mi fa contrarre intorno a entrambi.
Il piacere sale a ondate. Tutto insieme: clitoride, punto G, prostata femminile. Il mio corpo è un unico nervo esposto.
«Cazzo… sei strettissima così» geme Salvatore.
«Senti come pulsa» risponde Davide. «Sta per venire.»
Hanno ragione.
L’orgasmo arriva come una marea lenta ma inesorabile. Parte dal basso, si contrae intorno ai due cazzi, sale lungo la spina dorsale, esplode nella testa. Io tremo tutta, le ginocchia che cedono, loro mi tengono su. Urlo piano contro la spalla di Salvatore, mordo la pelle, lascio segni.
Loro non si fermano. Continuano a spingere attraverso le contrazioni, prolungando l’orgasmo fino a farmi lacrimare.
Salvatore viene per primo. Spinge fino in fondo, resta lì, schizza caldo dentro di me con gemiti gutturali in siciliano. Sento ogni getto, ogni pulsazione.
Davide resiste ancora qualche affondo. Poi esce, mi fa girare piano – le gambe molli – e mi spinge in ginocchio. Bocca aperta, lingua fuori. Entra in gola. Spinge profondo. Viene: getti caldi, densi, che ingoio piano, assaporando il sapore salato misto al mio.
Restiamo così per un minuto buono. Io in ginocchio tra loro, loro in piedi che ansimano, mani nei miei capelli, carezze leggere sulla guancia.
Poi mi aiutano ad alzarmi. Mi sistemano la gonna, riabbottonano la camicetta con dita tremanti. Mi baciano la fronte, le tempie, le labbra.
«Domani?» chiede Salvatore, voce rauca.
«Stessa ora» risponde Davide.
Io annuisco, sorriso stanco ma luminoso.
Esco dalla biblioteca con le cosce che sfregano tra loro, umide, appiccicose. Il clitoride pulsa a ogni passo. Ma dentro c’è una soddisfazione profonda, animale, quasi sacra.
Essere stata il loro centro.
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