La volta successiva (parte II di marito di mia moglie )
scritto il 2026-10-13 tempo di lettura 11 min
di
karen90x
genere
tradimenti
cura
A
commenti su karen90@libero.it
Dopo quella sera nel parcheggio del ristorante, qualcosa era cambiato.
Non all’esterno. All’esterno tutto sembrava uguale. I turni, i caffè delle cinque, le chiacchiere in sala riposo. Ma io guardavo Elena con occhi diversi.
La osservavo mentre sistemava le cartelle, mentre parlava al telefono con quel tono stanco e paziente che le conoscevo. Mi chiedevo se anche lei, a casa, ricevesse ordini. Se anche lei si inginocchiasse. Se anche lei sentisse quella voce bassa dirle cosa fare e lo facesse. O se, invece, con lei Luca fosse solo il marito stanco che rientra tardi e non chiede niente. Non lo sapevo. E quel dubbio mi restava sotto la pelle come un prurito leggero.
Elena, da parte sua, aveva cominciato a fare piccole domande. Niente di diretto. Solo frasi dette mentre ci lavavamo le mani o mentre aspettavamo l’ascensore.
«Hai visto Luca l’altra sera alla cena? È uscito appena sono stata richiamata. Hai parlato con lui?»
«Solo un saluto nel parcheggio. Era di fretta.»
Lei annuiva, ma lo sguardo restava un secondo di troppo. Un’altra volta, mentre ci cambiavamo:
«Ultimamente è strano. Più silenzioso. O forse sono io che sono stanca.»
Non era sospetto vero. Era solo una leggera ombra, una curiosità vaga. Niente di più. E io rispondevo con naturalezza, mentre dentro mi sentivo traditrice due volte: una verso Paolo, e una verso di lei.
Poi arrivò l’altro incontro.
Era un giovedì. Elena aveva un turno di notte e aveva chiesto a Luca di passare a prendere la borsa che aveva dimenticato in spogliatoio. Io stavo finendo il mio, ancora in divisa. Quando l’ho visto nel corridoio il cuore mi ha fatto il solito salto.
«Elena sta ancora chiudendo le consegne», ho detto. «Dieci minuti.»
Lui si è fermato. Gli occhi mi hanno percorsa lentamente.
«Hai la faccia di chi non dorme bene.»
«I turni.»
«I turni… o qualcos’altro.» Ha fatto un passo più vicino, voce bassa. «Da quella sera nel parcheggio non smetto di pensarci. A come stavi sopra di me. A come hai obbedito quando ti ho detto di venire.»
Ho abbassato lo sguardo.
«Non possiamo parlare qui.»
«Allora dimmi quando.»
«Domani. Dopo il mio turno. Paolo è via per lavoro.»
Lui ha sorriso appena. «Bene. Ti mando l’indirizzo. È un alloggio di servizio che usiamo quando qualcuno viene da fuori. In città, ma discreto. E Karen…»
«Sì?»
«Quando vieni, non metterti le mutandine. Voglio trovarti già pronta.»
Il giorno dopo, mentre mi preparavo a casa, quella frase mi è rimasta addosso come una mano invisibile.
Ho scelto un vestito scuro, leggero, a maniche corte, scollo discreto, gonna che mi arrivava a metà coscia. Il tessuto era fluido, quasi leggero come aria. Niente reggiseno troppo strutturato, solo uno nero sottilissimo. E sotto… niente. Mi sono guardata allo specchio prima di uscire. Il vestito mi sfiorava i seni, i fianchi, e quando mi muovevo sentivo il tessuto scivolare sulla pelle nuda delle cosce e sul pube. Non c’era tessuto a proteggermi. Solo aria e stoffa sottile.
Sono uscita di casa. Nel pianerottolo ho incrociato il vicino del terzo piano, un uomo sulla cinquantina che salutava sempre con un cenno del capo. Siamo scesi insieme in ascensore. L’abitacolo era piccolo, le pareti a specchio. Mi sono accorta che se avessi alzato appena un po’ la gonna si sarebbe visto tutto. Il pensiero mi ha fatto stringere le cosce. L’aria condizionata dell’ascensore mi è salita tra le gambe e ho sentito un brivido che non aveva niente a che vedere con il freddo. Il vicino mi ha detto qualcosa sul tempo. Ho risposto con un sorriso breve, mentre dentro pensavo: non sa che sotto questo vestito non c’è niente. Non sa che sto andando da un uomo che mi ha ordinato di venire così.
Quando le porte si sono aperte al piano terra ho accelerato il passo verso la macchina. Ogni movimento faceva ondeggiare la gonna. Seduta al posto di guida ho dovuto tirarla giù, ma sapevo che bastava uno spostamento per scoprire tutto. Guidando, a ogni semaforo, immaginavo sguardi. Immaginavo che qualcuno potesse intuire. Il pensiero mi bagnava di più.
Sono arrivata all’indirizzo. Un palazzo anonimo, zona tranquilla, niente insegne. Lui mi ha aperto dal cancello e mi ha indicata l’ingresso laterale. L’alloggio di servizio era al secondo piano: due stanze sobrie, un letto matrimoniale con lenzuola chiare, una scrivania, tende spesse che filtravano la luce del pomeriggio. L’aria odorava di detersivo e di un leggero aftershave.
Lui mi ha fatto entrare senza baciarmi. Ha chiuso a chiave. Indossava una camicia bianca aperta sul collo, pantaloni scuri, piedi scalzi. Schiena dritta, sguardo calmo che mi ha studiata da capo a piedi.
«Toglilo.»
La voce era bassa, ma non ammetteva discussioni. Ho abbassato le maniche e ho fatto scivolare il vestito fino a terra. Il tessuto è caduto con un fruscio leggero. Sono rimasta nuda, solo con il reggiseno nero. Lui ha fatto un gesto con il mento.
«Anche quello.»
L’ho sfilato. I seni sono usciti pesanti, i capezzoli già duri per l’aria e per l’attesa. Mi sono sentita esposta, più di quanto mi fossi sentita in macchina o in ascensore. Lui ha camminato intorno a me, lento, studiandomi da ogni angolazione. Sentivo il suo sguardo sulla schiena, sul culo, sulle cosce.
«Mani dietro la schiena.»
Ho obbedito. Le braccia si sono chiuse dietro. Il gesto mi ha fatto spingere in fuori il petto. Lui si è fermato davanti a me, ha allungato una mano e ha preso un seno, pesandolo, stringendolo con calma. Poi l’altro. I pollici hanno cominciato a girare sui capezzoli, lenti, circolari, poi un po’ più decisi, fino a farmeli diventare sensibili e pulsanti. Ogni pressione mi mandava una scossa tra le gambe. Sentivo già il bagnato scivolarmi lungo le cosce interne.
«Da quando ti ho scopata in macchina non riesco a smettere di immaginarti così. Nuda. In silenzio. Aspettando che io decida.»
Ha afferrato i miei capelli con una mano e mi ha fatta inginocchiare sul pavimento freddo. Ho sentito il contatto duro delle ginocchia. Lui ha aperto i pantaloni e ha tirato fuori il cazzo, già duro, spesso, le vene in rilievo, la glande lucida. L’ha fatto scorrere sulle mie labbra senza entrare subito, lasciandomi sentire il calore e il peso.
«Apri la bocca. E guarda in su.»
Ho aperto. Lui è entrato piano all’inizio, poi più a fondo, tenendomi la testa ferma con una presa sicura. Non era violento. Era controllato. Mi usava la bocca con calma, spingendo fino a sentirmi deglutire intorno a lui, poi ritraendosi solo per rientrare. La saliva mi colava dal mento, scendeva sul collo, sul seno. Io restavo con le mani dietro la schiena, gli occhi alzati come mi aveva ordinato. Sentivo il pavimento sotto le ginocchia, il battito del suo polso contro la lingua, l’odore della sua pelle. Ogni spinta mi faceva sentire più aperta, più disponibile.
«Così. Più lenta. Usa la lingua. Brava.»
Quando le cosce mi tremavano e il respiro era già corto, mi ha fatta alzare. Le gambe non reggevano bene. Mi ha portata verso il letto e mi ha piegata a pancia in giù, le mani ancora dietro la schiena. Il materasso era fermo, i lenzuoli freschi contro i seni e il ventre. Lui ha aperto le chiappe con le palme e ha passato il pollice sulla fessura già fradicia. Il contatto mi ha fatto gemere.
«Bagnata. Solo perché ti ho fatto succhiare.» Ha dato uno schiaffo leggero su una chiappa, poi un altro più deciso. Il calore è salito sulla pelle, un bruciore dolce che si mescolava al bagnato tra le gambe. «Contali a voce bassa.»
«Uno… due… tre…»
Al quinto ha spinto due dita dentro di me, profonde, curvandole, mentre con l’altra mano mi teneva ferma per i capelli. Le dita si muovevano con precisione, trovando il punto che mi faceva stringere gli occhi. Sentivo ogni movimento, ogni curvatura, il modo in cui mi apriva.
«Non venire. Non finché non te lo dico.»
Le dita sono uscite. Ho sentito la mancanza come un vuoto. Poi la glande ha premuto contro l’ingresso, è scorsa su e giù tra le labbra bagnate, spalmando i miei succhi. Poi è entrato. Tutto. In un colpo solo, fino in fondo. Il riempimento è stato completo, quasi eccessivo. Ho gemuto contro il materasso, le mani ancora strette dietro la schiena. Lui ha iniziato a muoversi con spinte lunghe e regolari, una mano nei miei capelli, l’altra sull’anca, tenendomi esattamente dove voleva. Ogni spinta mi faceva avanzare di un millimetro sul lenzuolo. Sentivo il suo bacino battere contro il mio culo, il peso del suo corpo, il respiro controllato sopra di me.
«Sei la collega di mia moglie», ha detto a voce bassa, quasi riflessiva. «Vieni in un alloggio di servizio mentre lei lavora. Ti metti nuda perché te l’ho ordinato. Mi succhi il cazzo e poi ti fai fottere. Dimmi cosa sei.»
«Una moglie infedele…»
«Di più.»
«La troia del marito di Elena…»
Ha accelerato. Le spinte sono diventate più rudi, più profonde. Il suono della pelle contro la pelle riempiva la stanza sobria. Io ero completamente aperta, i seni schiacciati contro il materasso, il viso premuto sul lenzuolo. Lui mi teneva ferma, controllava ogni movimento, ogni respiro. Dentro di me il piacere saliva lento e pesante, come un’onda che non voleva spezzarsi. Sentivo ogni vena, ogni pulsazione, il modo in cui mi stirava e mi riempiva.
«Stai ferma. Lasciati usare. Non muovere il bacino se non te lo dico. Sei qui per prendere quello che ti do, quando te lo do. Capito?»
«Sì…»
«Sì, cosa?»
«Sì, come vuoi tu.»
Quando non riuscivo più a trattenermi, quando le cosce mi tremavano e il respiro era rotto, mi ha detto all’orecchio, con la voce bassa e precisa di chi dà un ordine:
«Vieni. Adesso. Sul mio cazzo. E non fare rumore.»
Il corpo ha obbedito prima della mente. L’orgasmo è arrivato lungo, violento, a ondate che mi hanno fatto stringere intorno a lui mentre continuava a scoparmi attraverso di esso senza rallentare. Sentivo ogni contrazione, ogni scossa che mi partiva dal basso ventre e mi saliva lungo la schiena. Solo quando ho smesso di contrarmi ha accelerato fino in fondo, le anche che battevano forti, e si è venuto dentro di me con un gemito basso e controllato, tenendomi i fianchi con forza, scaricando tutto mentre mi teneva premuta contro di lui. Ho sentito ogni pulsazione, ogni getto caldo che mi riempiva, la sborra che cominciava già a colare lungo le cosce.
Siamo rimasti così per diversi minuti. Lui ancora dentro, il respiro caldo sulla mia schiena, il peso del suo corpo che mi teneva ferma. Fuori, oltre le tende, si sentiva il traffico lontano della città. Dentro, solo i nostri respiri e il silenzio dell’alloggio di servizio.
Alla fine si è ritratto lentamente. Ho sentito il vuoto e la sborra che colava più abbondante. Mi ha fatta alzare e mi ha guardata negli occhi.
«La prossima volta resterai di più. E farai esattamente quello che ti dico. Tutto. Capito?»
«Sì.»
«Sì, cosa?»
«Sì… come vuoi tu.»
Mi ha lasciato rivestirmi in silenzio. Il vestito, quando l’ho rimesso, mi è sembrato ancora più leggero di prima. Prima di aprire la porta mi ha detto solo:
«Quando torni in ospedale e guardi Elena… ricordati chi comanda qui. E chi obbedisce.»
Sono uscita con le gambe ancora instabili. In macchina, seduta, sentivo la sborra che mi colava e il tessuto della gonna che mi sfiorava la pelle nuda. Guidando verso casa, ogni semaforo mi riportava la sensazione delle sue mani, della sua voce, del modo in cui mi aveva tenuta ferma. E per tutto il tragitto non sono riuscita a smettere di pensare a Elena, al dubbio che mi rodeva, e al fatto che, per la prima volta, guardavo la mia collega non più solo come un’amica, ma come la moglie dell’uomo che mi stava insegnando a obbedire.
Dopo quella sera nel parcheggio del ristorante, qualcosa era cambiato.
Non all’esterno. All’esterno tutto sembrava uguale. I turni, i caffè delle cinque, le chiacchiere in sala riposo. Ma io guardavo Elena con occhi diversi.
La osservavo mentre sistemava le cartelle, mentre parlava al telefono con quel tono stanco e paziente che le conoscevo. Mi chiedevo se anche lei, a casa, ricevesse ordini. Se anche lei si inginocchiasse. Se anche lei sentisse quella voce bassa dirle cosa fare e lo facesse. O se, invece, con lei Luca fosse solo il marito stanco che rientra tardi e non chiede niente. Non lo sapevo. E quel dubbio mi restava sotto la pelle come un prurito leggero.
Elena, da parte sua, aveva cominciato a fare piccole domande. Niente di diretto. Solo frasi dette mentre ci lavavamo le mani o mentre aspettavamo l’ascensore.
«Hai visto Luca l’altra sera alla cena? È uscito appena sono stata richiamata. Hai parlato con lui?»
«Solo un saluto nel parcheggio. Era di fretta.»
Lei annuiva, ma lo sguardo restava un secondo di troppo. Un’altra volta, mentre ci cambiavamo:
«Ultimamente è strano. Più silenzioso. O forse sono io che sono stanca.»
Non era sospetto vero. Era solo una leggera ombra, una curiosità vaga. Niente di più. E io rispondevo con naturalezza, mentre dentro mi sentivo traditrice due volte: una verso Paolo, e una verso di lei.
Poi arrivò l’altro incontro.
Era un giovedì. Elena aveva un turno di notte e aveva chiesto a Luca di passare a prendere la borsa che aveva dimenticato in spogliatoio. Io stavo finendo il mio, ancora in divisa. Quando l’ho visto nel corridoio il cuore mi ha fatto il solito salto.
«Elena sta ancora chiudendo le consegne», ho detto. «Dieci minuti.»
Lui si è fermato. Gli occhi mi hanno percorsa lentamente.
«Hai la faccia di chi non dorme bene.»
«I turni.»
«I turni… o qualcos’altro.» Ha fatto un passo più vicino, voce bassa. «Da quella sera nel parcheggio non smetto di pensarci. A come stavi sopra di me. A come hai obbedito quando ti ho detto di venire.»
Ho abbassato lo sguardo.
«Non possiamo parlare qui.»
«Allora dimmi quando.»
«Domani. Dopo il mio turno. Paolo è via per lavoro.»
Lui ha sorriso appena. «Bene. Ti mando l’indirizzo. È un alloggio di servizio che usiamo quando qualcuno viene da fuori. In città, ma discreto. E Karen…»
«Sì?»
«Quando vieni, non metterti le mutandine. Voglio trovarti già pronta.»
Il giorno dopo, mentre mi preparavo a casa, quella frase mi è rimasta addosso come una mano invisibile.
Ho scelto un vestito scuro, leggero, a maniche corte, scollo discreto, gonna che mi arrivava a metà coscia. Il tessuto era fluido, quasi leggero come aria. Niente reggiseno troppo strutturato, solo uno nero sottilissimo. E sotto… niente. Mi sono guardata allo specchio prima di uscire. Il vestito mi sfiorava i seni, i fianchi, e quando mi muovevo sentivo il tessuto scivolare sulla pelle nuda delle cosce e sul pube. Non c’era tessuto a proteggermi. Solo aria e stoffa sottile.
Sono uscita di casa. Nel pianerottolo ho incrociato il vicino del terzo piano, un uomo sulla cinquantina che salutava sempre con un cenno del capo. Siamo scesi insieme in ascensore. L’abitacolo era piccolo, le pareti a specchio. Mi sono accorta che se avessi alzato appena un po’ la gonna si sarebbe visto tutto. Il pensiero mi ha fatto stringere le cosce. L’aria condizionata dell’ascensore mi è salita tra le gambe e ho sentito un brivido che non aveva niente a che vedere con il freddo. Il vicino mi ha detto qualcosa sul tempo. Ho risposto con un sorriso breve, mentre dentro pensavo: non sa che sotto questo vestito non c’è niente. Non sa che sto andando da un uomo che mi ha ordinato di venire così.
Quando le porte si sono aperte al piano terra ho accelerato il passo verso la macchina. Ogni movimento faceva ondeggiare la gonna. Seduta al posto di guida ho dovuto tirarla giù, ma sapevo che bastava uno spostamento per scoprire tutto. Guidando, a ogni semaforo, immaginavo sguardi. Immaginavo che qualcuno potesse intuire. Il pensiero mi bagnava di più.
Sono arrivata all’indirizzo. Un palazzo anonimo, zona tranquilla, niente insegne. Lui mi ha aperto dal cancello e mi ha indicata l’ingresso laterale. L’alloggio di servizio era al secondo piano: due stanze sobrie, un letto matrimoniale con lenzuola chiare, una scrivania, tende spesse che filtravano la luce del pomeriggio. L’aria odorava di detersivo e di un leggero aftershave.
Lui mi ha fatto entrare senza baciarmi. Ha chiuso a chiave. Indossava una camicia bianca aperta sul collo, pantaloni scuri, piedi scalzi. Schiena dritta, sguardo calmo che mi ha studiata da capo a piedi.
«Toglilo.»
La voce era bassa, ma non ammetteva discussioni. Ho abbassato le maniche e ho fatto scivolare il vestito fino a terra. Il tessuto è caduto con un fruscio leggero. Sono rimasta nuda, solo con il reggiseno nero. Lui ha fatto un gesto con il mento.
«Anche quello.»
L’ho sfilato. I seni sono usciti pesanti, i capezzoli già duri per l’aria e per l’attesa. Mi sono sentita esposta, più di quanto mi fossi sentita in macchina o in ascensore. Lui ha camminato intorno a me, lento, studiandomi da ogni angolazione. Sentivo il suo sguardo sulla schiena, sul culo, sulle cosce.
«Mani dietro la schiena.»
Ho obbedito. Le braccia si sono chiuse dietro. Il gesto mi ha fatto spingere in fuori il petto. Lui si è fermato davanti a me, ha allungato una mano e ha preso un seno, pesandolo, stringendolo con calma. Poi l’altro. I pollici hanno cominciato a girare sui capezzoli, lenti, circolari, poi un po’ più decisi, fino a farmeli diventare sensibili e pulsanti. Ogni pressione mi mandava una scossa tra le gambe. Sentivo già il bagnato scivolarmi lungo le cosce interne.
«Da quando ti ho scopata in macchina non riesco a smettere di immaginarti così. Nuda. In silenzio. Aspettando che io decida.»
Ha afferrato i miei capelli con una mano e mi ha fatta inginocchiare sul pavimento freddo. Ho sentito il contatto duro delle ginocchia. Lui ha aperto i pantaloni e ha tirato fuori il cazzo, già duro, spesso, le vene in rilievo, la glande lucida. L’ha fatto scorrere sulle mie labbra senza entrare subito, lasciandomi sentire il calore e il peso.
«Apri la bocca. E guarda in su.»
Ho aperto. Lui è entrato piano all’inizio, poi più a fondo, tenendomi la testa ferma con una presa sicura. Non era violento. Era controllato. Mi usava la bocca con calma, spingendo fino a sentirmi deglutire intorno a lui, poi ritraendosi solo per rientrare. La saliva mi colava dal mento, scendeva sul collo, sul seno. Io restavo con le mani dietro la schiena, gli occhi alzati come mi aveva ordinato. Sentivo il pavimento sotto le ginocchia, il battito del suo polso contro la lingua, l’odore della sua pelle. Ogni spinta mi faceva sentire più aperta, più disponibile.
«Così. Più lenta. Usa la lingua. Brava.»
Quando le cosce mi tremavano e il respiro era già corto, mi ha fatta alzare. Le gambe non reggevano bene. Mi ha portata verso il letto e mi ha piegata a pancia in giù, le mani ancora dietro la schiena. Il materasso era fermo, i lenzuoli freschi contro i seni e il ventre. Lui ha aperto le chiappe con le palme e ha passato il pollice sulla fessura già fradicia. Il contatto mi ha fatto gemere.
«Bagnata. Solo perché ti ho fatto succhiare.» Ha dato uno schiaffo leggero su una chiappa, poi un altro più deciso. Il calore è salito sulla pelle, un bruciore dolce che si mescolava al bagnato tra le gambe. «Contali a voce bassa.»
«Uno… due… tre…»
Al quinto ha spinto due dita dentro di me, profonde, curvandole, mentre con l’altra mano mi teneva ferma per i capelli. Le dita si muovevano con precisione, trovando il punto che mi faceva stringere gli occhi. Sentivo ogni movimento, ogni curvatura, il modo in cui mi apriva.
«Non venire. Non finché non te lo dico.»
Le dita sono uscite. Ho sentito la mancanza come un vuoto. Poi la glande ha premuto contro l’ingresso, è scorsa su e giù tra le labbra bagnate, spalmando i miei succhi. Poi è entrato. Tutto. In un colpo solo, fino in fondo. Il riempimento è stato completo, quasi eccessivo. Ho gemuto contro il materasso, le mani ancora strette dietro la schiena. Lui ha iniziato a muoversi con spinte lunghe e regolari, una mano nei miei capelli, l’altra sull’anca, tenendomi esattamente dove voleva. Ogni spinta mi faceva avanzare di un millimetro sul lenzuolo. Sentivo il suo bacino battere contro il mio culo, il peso del suo corpo, il respiro controllato sopra di me.
«Sei la collega di mia moglie», ha detto a voce bassa, quasi riflessiva. «Vieni in un alloggio di servizio mentre lei lavora. Ti metti nuda perché te l’ho ordinato. Mi succhi il cazzo e poi ti fai fottere. Dimmi cosa sei.»
«Una moglie infedele…»
«Di più.»
«La troia del marito di Elena…»
Ha accelerato. Le spinte sono diventate più rudi, più profonde. Il suono della pelle contro la pelle riempiva la stanza sobria. Io ero completamente aperta, i seni schiacciati contro il materasso, il viso premuto sul lenzuolo. Lui mi teneva ferma, controllava ogni movimento, ogni respiro. Dentro di me il piacere saliva lento e pesante, come un’onda che non voleva spezzarsi. Sentivo ogni vena, ogni pulsazione, il modo in cui mi stirava e mi riempiva.
«Stai ferma. Lasciati usare. Non muovere il bacino se non te lo dico. Sei qui per prendere quello che ti do, quando te lo do. Capito?»
«Sì…»
«Sì, cosa?»
«Sì, come vuoi tu.»
Quando non riuscivo più a trattenermi, quando le cosce mi tremavano e il respiro era rotto, mi ha detto all’orecchio, con la voce bassa e precisa di chi dà un ordine:
«Vieni. Adesso. Sul mio cazzo. E non fare rumore.»
Il corpo ha obbedito prima della mente. L’orgasmo è arrivato lungo, violento, a ondate che mi hanno fatto stringere intorno a lui mentre continuava a scoparmi attraverso di esso senza rallentare. Sentivo ogni contrazione, ogni scossa che mi partiva dal basso ventre e mi saliva lungo la schiena. Solo quando ho smesso di contrarmi ha accelerato fino in fondo, le anche che battevano forti, e si è venuto dentro di me con un gemito basso e controllato, tenendomi i fianchi con forza, scaricando tutto mentre mi teneva premuta contro di lui. Ho sentito ogni pulsazione, ogni getto caldo che mi riempiva, la sborra che cominciava già a colare lungo le cosce.
Siamo rimasti così per diversi minuti. Lui ancora dentro, il respiro caldo sulla mia schiena, il peso del suo corpo che mi teneva ferma. Fuori, oltre le tende, si sentiva il traffico lontano della città. Dentro, solo i nostri respiri e il silenzio dell’alloggio di servizio.
Alla fine si è ritratto lentamente. Ho sentito il vuoto e la sborra che colava più abbondante. Mi ha fatta alzare e mi ha guardata negli occhi.
«La prossima volta resterai di più. E farai esattamente quello che ti dico. Tutto. Capito?»
«Sì.»
«Sì, cosa?»
«Sì… come vuoi tu.»
Mi ha lasciato rivestirmi in silenzio. Il vestito, quando l’ho rimesso, mi è sembrato ancora più leggero di prima. Prima di aprire la porta mi ha detto solo:
«Quando torni in ospedale e guardi Elena… ricordati chi comanda qui. E chi obbedisce.»
Sono uscita con le gambe ancora instabili. In macchina, seduta, sentivo la sborra che mi colava e il tessuto della gonna che mi sfiorava la pelle nuda. Guidando verso casa, ogni semaforo mi riportava la sensazione delle sue mani, della sua voce, del modo in cui mi aveva tenuta ferma. E per tutto il tragitto non sono riuscita a smettere di pensare a Elena, al dubbio che mi rodeva, e al fatto che, per la prima volta, guardavo la mia collega non più solo come un’amica, ma come la moglie dell’uomo che mi stava insegnando a obbedire.
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