La volta successiva (III parte marito di mia collega )

scritto il 2026-10-23 tempo di lettura 9 min

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Il giorno dopo ero di nuovo in ospedale.

corridoi chiari, odore di disinfettante e caffè raffreddato nelle macchinette. Le luci al neon ronzavano piano sopra le nostre teste. Elena era già in sala riposo quando sono arrivata. Capelli castani raccolti in una coda bassa che lasciava scoperto il collo sottile, divisa stilata che seguiva i fianchi e il seno pieno senza essere troppo stretta, viso un po’ stanco ma ancora dolce. Quando si è china a prendere una cartella dal cassetto basso, la casacca si è tesa sulla schiena e sul culo, e per un attimo ho sentito di nuovo le mani di Luca addosso a me, la sera prima.

Mi ha sorriso, quel sorriso abituale, un po’ spento ma cordiale.

«Buongiorno, Karen. Hai dormito?»

«Così così. E tu?»

«Turno di notte. Mi sento ancora un po’ intontita. Ieri sera Luca è tornato tardi, ma almeno non ha fatto rumore.»

Abbiamo preso il caffè insieme vicino alla finestra. Lei parlava di una paziente difficile, di un medico che aveva fatto ritardare le consegne. Io annuivo, ma i miei occhi scivolavano sul suo corpo. Sul collo, sulle clavicole, sul seno che premeva appena contro la stoffa bianca, sui fianchi larghi, sulle cosce che si indovinavano sotto i pantaloni della divisa. Mi chiedevo se anche lei, a casa, ricevesse ordini. Se anche lei si inginocchiasse. Se anche lei sentisse quella voce bassa dirle «stai ferma» e «vieni adesso». Oppure se, con lei, Luca fosse soltanto il marito silenzioso che rientra tardi e non chiede niente.

«Hai una faccia strana oggi», ha detto Elena, sorridendo. «Hai qualcosa che ti gira in testa?»

«Niente di particolare. Solo i turni che si accumulano.»

«Capisco. A volte anche io mi sento… piena di cose che non dico. Come se il corpo ricordasse più della testa.»

Ho riso piano. «Il corpo ha una memoria sua, vero?»

Lei ha annuito, guardando fuori dalla finestra. «Sì. E a volte ti tradisce proprio quando meno te l’aspetti.»

Il dialogo è rimasto sospeso così, leggero, quasi innocente. Ma dentro di me ogni parola si caricava di un altro significato.

A metà mattina il cellulare ha vibrato.

Era lui.

«Domani sera. Dopo il tuo turno. Ti mando l’indirizzo. Posto isolato, fuori dal centro. Voglio vederti con un vestito corto. Molto corto. Attillato. Niente mutandine. Niente reggiseno. Solo il vestito.»

Ho riletto il messaggio due volte, sentendo il calore salirmi tra le cosce anche lì, in mezzo al corridoio.

Il giorno dopo, quando mi sono preparata a casa, ho scelto un vestito nero, corto fino a metà coscia, tessuto elastico che aderiva ai seni, ai fianchi, al culo. Niente sotto. Niente sopra. Solo la stoffa sottile contro la pelle nuda. I capezzoli si disegnavano chiaramente. La gonna saliva a ogni passo.

Sono uscita. Nel pianerottolo ho trovato di nuovo il vicino del terzo piano. Stesso uomo sulla cinquantina, stesso cenno del capo. Siamo entrati insieme in ascensore. L’abitacolo era piccolo, le pareti a specchio. Il vestito mi arrivava così in alto che, se avessi allargato anche solo un poco le gambe, si sarebbe visto tutto.

Mentre le porte si chiudevano ho scritto a Luca:

«Sono in ascensore con il vicino. Mi sta guardando.»

La risposta è arrivata subito.

«Alza un po’ la gonna. Solo un poco. Fagli vedere di più. E stai naturale.»

Il cuore mi ha batteuto forte. Con le dita tremanti ho afferrato l’orlo del vestito e l’ho tirato su di un paio di centimetri, abbastanza perché il tessuto salisse sulle cosce. Mi sono sentita nuda, esposta. Il vicino stava parlando del tempo, di un lavoro in casa.

«Qui in zona l’umidità si sente tanto, vero?», ha detto lui.

«Sì… si sente proprio sulla pelle», ho risposto, cercando di tenere la voce normale.

Lui ha sorriso, lo sguardo che scendeva un attimo sulle mie gambe. «Bisogna stare attenti a non prendere freddo… o caldo, a seconda dei casi.»

Era una battuta soft, quasi banale. Ma io sentivo il suo sguardo e il messaggio di Luca ancora acceso sullo schermo. Quando le porte si sono aperte al piano terra ho accelerato il passo verso la macchina, le cosce che si sfioravano a ogni passo, il vestito che mi ricordava continuamente di non avere niente sotto.

Il posto era fuori città, una zona di capannoni e strade poco illuminate. Un piccolo appartamento al piano terra di un edificio anonimo. Quando sono arrivata, lui mi ha aperta la porta. Camicia scura, pantaloni neri, sguardo calmo.

«Entra.»

Ha chiuso. Mi ha guardata da capo a piedi, il vestito attillato, i seni liberi sotto il tessuto, le cosce nude.

«Raccontami della giornata», ha detto, prendendomi il cellulare dalle mani senza chiedere permesso. «Mentre io faccio una telefonata.»

Ha composto un numero. Ha messo in vivavoce, a volume basso. Dalla cornetta è arrivata la voce di Elena.

«Pronto? Luca?»

«Sì, sono io. Tutto bene a casa?»

«Sì… sto finendo di cenare. Tu dove sei?»

«Ancora in zona. Un impegno di lavoro. Torno più tardi. Sono un po’ stanco, oggi.»

Mentre parlava, mi ha fatto un gesto con il mento. *In ginocchio.*

Mi sono inginocchiata sul pavimento. Lui ha aperto i pantaloni con una sola mano e ha tirato fuori il cazzo, già semi-duro, spesso, le vene in rilievo. L’ha fatto scorrere sulle mie labbra. Io ho aperto la bocca. Lui è entrato piano, tenendomi i capelli con la mano libera, mentre continuava a parlare con Elena a voce calma.

«Sì, la riunione è andata lunga… no, non preoccuparti… mangia pure senza di me. Stasera quando torno voglio trovarti già a letto. Sai come mi piace quando ti spogli piano e aspetti.»

Io leccavo, succhiavo, sentivo il peso e il calore sulla lingua. Ogni tanto lui spingeva un po’ più a fondo, facendomi deglutire, mentre rispondeva alla moglie.

«E poi… stasera voglio vederti con quella camicia che ti lascio aperta. Niente sotto. Come l’altra volta. Ti ricordi?»

Elena ha riso piano dall’altra parte. «Sì… mi ricordo. Allora ti aspetto così.»

«Brava. Ora ti lascio. A dopo.»

Quando ha chiuso la chiamata, non ha ritirato il cazzo dalla mia bocca. Ha solo preso il mio cellulare, ha sbloccato lo schermo e ha composto il numero di Paolo. Ha messo in vivavoce e me l’ha avvicinato all’orecchio.

«Parla con tuo marito», ha detto a voce bassissima. «E non smettere di succhiare finché non te lo dico.»

Paolo ha risposto al secondo squillo.

«Pronto? Karen?»

«Ciao… sì, sono io.»

La voce mi usciva un po’ roca, un po’ corta. Lui era dietro di me adesso. Mi aveva fatta alzare appena, mi aveva piegata in avanti, le mani sul bordo di un tavolo basso. Il vestito era già alzato sopra i fianchi. Le dita gli erano scivolate tra le cosce, trovando quanto fossi fradicia.

«Tutto bene?», chiedeva Paolo.

«Sì… tutto bene. E tu?»

Luca mi ha aperta con le dita, ha fatto scorrere la glande tra le labbra bagnate, poi è entrato. Piano, centimetro dopo centimetro, fino in fondo. Ho dovuto trattenere un gemito. La voce mi è uscita un po’ più alta.

«Niente… solo… stanca del turno.»

Lui ha iniziato a muoversi. Spinte lente, profonde, regolari. Una mano mi teneva i fianchi, l’altra mi aveva raggiunto un seno sotto il vestito, stringendo il capezzolo tra dito e pollice. Ogni spinta mi faceva avanzare di un millimetro sul tavolo. Sentivo il suo cazzo spesso che mi riempiva, le vene che sfregavano, il bagnato che mi colava lungo le cosce.

«A che ora torni?», chiedeva Paolo.

«Non… non lo so ancora. Forse tardi.»

Luca ha accelerato appena. La mano sul seno stringeva più forte, il pollice che girava sul capezzolo fino a farmelo pulsare. L’altra mano è scesa tra le mie gambe e ha trovato il clitoride, strofinandolo con precisione mentre continuava a scoparmi.

«Stai bene?», ha chiesto Paolo. «Hai la voce strana.»

«Sì… solo stanca. Davvero. Il turno è stato pesante.»

Luca ha spinto più forte. Mi ha afferrato i capelli con una mano, tirandomi la testa indietro, e ha cominciato a scoparmi con ritmo più rude, più deciso. Ogni spinta faceva battere i miei seni contro il tavolo. Sentivo il suo respiro caldo sulla schiena, il suono umido della pelle contro la pelle, il modo in cui mi apriva e mi riempiva.

«Ti voglio bene», ha detto Paolo.

«Anche… anche io.»

Luca ha accelerato ancora. La mano tra le mie gambe non si è fermata. Il piacere saliva lento e pesante, quasi doloroso dalla necessità di non far sentire niente al telefono. Quando non riuscivo più a trattenermi, lui mi ha sussurrato all’orecchio, così basso che solo io potevo sentirlo:

«Vieni. Adesso. Senza fare rumore. E continua a parlare.»

Il corpo ha obbedito. L’orgasmo è arrivato lungo, stretto, a ondate, mentre io dicevo a Paolo qualcosa sulla spesa del giorno dopo, con la voce appena più alta del solito. Luca ha continuato a scoparmi attraverso di esso, tenendomi ferma, finché non si è venuto dentro di me con un gemito basso e controllato, spingendosi fino in fondo e scaricando tutto mentre mi teneva premuta contro il tavolo.

Ha lasciato il telefono vicino al mio orecchio ancora qualche secondo. Poi ha chiuso la chiamata con un gesto lento.

Siamo rimasti così, lui ancora dentro, il respiro caldo sulla mia schiena, la sborra che cominciava a colare lungo le cosce. Il vestito nero era tutto arricciato sopra i fianchi. L’alloggio era silenzioso, solo il ronzio lontano di una strada isolata.

Alla fine ha parlato, la voce di nuovo calma:

«La prossima volta resterai di più. E farai esattamente quello che ti dico. Tutto. Capito?»

«Sì.»

«Sì, cosa?»

«Sì… come vuoi tu.»

Mi ha lasciato rialzarmi. Il vestito, quando l’ho tirato giù, mi è sembrato ancora più corto di prima. Prima di lasciarmi uscire mi ha detto solo:

«Quando torni in ospedale e guardi Elena… ricordati chi ti ha scopata mentre parlavi con tuo marito. E chi ti ha fatta venire senza che lui se ne accorgesse.»

Sono uscita con le gambe instabili e l’odore di lui tra le cosce. In macchina, guidando verso casa, sentivo ancora la sborra che mi colava e il tessuto del vestito che mi sfiorava la pelle nuda. E per tutto il tragitto non riuscivo a smettere di pensare a Elena, a Paolo, e al fatto che, per la prima volta, avevo parlato con mio marito mentre un altro uomo mi prendeva da dietro e mi diceva quando venire.
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