La cena di lavoro e il fuoco cubano

di
genere
corna

Mi chiamo Karen, ho 32 anni e sono infermiera al reparto di chirurgia generale. In quel periodo della mia vita ero in piena fase di separazione: mio marito e io avevamo deciso di prenderci una pausa definitiva dopo anni di litigi e distanze. Mi sentivo libera, fragile e affamata di qualcosa di vivo, di passione vera. E lui arrivò proprio in quel momento.
Alejandro era il nuovo medico cubano arrivato da Miami solo da poche settimane. Aveva 28 anni, era più giovane di me di quattro anni, e questo rendeva tutto ancora più eccitante. Alto quasi un metro e novanta, mulatto con quella pelle ambrata calda e luminosa, capelli neri ricci e corti, barba leggera curata e un fisico scolpito da ballerino di salsa: spalle larghe, pettorali definiti, vita stretta e gambe potenti. La voce profonda con l’accento cubano che arrotava le “r” mi faceva venire i brividi ogni volta.
Il flirt era iniziato subito in ospedale, elettrico e pericoloso. Ogni mattina passava davanti al banco infermieri e mi sussurrava: «Buenos días, infermiera Karen… oggi sei più pericolosa del bisturi». Mi sfiorava il braccio con la mano calda, lasciandoci un secondo di troppo. Durante i turni di notte si avvicinava da dietro in magazzino, il corpo premuto contro il mio, il respiro sul collo. «Mi fai impazzire con quel culo che ondeggia quando cammini» mi aveva detto una sera, una mano grande che mi stringeva piano una natica da sopra il camice. Sentivo il suo cazzo già duro contro la mia schiena. Io, con il cuore che batteva forte per la separazione che mi aveva lasciata vuota, rispondevo spingendo leggermente indietro, sorridendo provocante. I messaggi notturni erano pieni di doppi sensi e sguardi che bruciavano. Sapevamo entrambi che sarebbe esploso.
E l’esplosione arrivò alla cena di fine anno.
Mi ero vestita per sentirmi di nuovo desiderata: tubino nero lucido aderente, scollatura profonda che lasciava intravedere la curva morbida dei miei seni pieni, orlo corto che a ogni passo mostrava il bordo delle calze nere autoreggenti. Tacchi altissimi, capelli sciolti sulle spalle, trucco smoky. Quando entrai nel ristorante con vista sul mare, Alejandro era già lì. Camicia bianca di lino aderente aperta sui primi tre bottoni, pelle mulatta che luccicava sotto le luci soffuse, pantaloni neri che fasciavano le cosce potenti. I nostri sguardi si incrociarono subito: il suo era famelico, il mio carico di desiderio represso. Durante tutta la cena non smettemmo di guardarci. Io passavo lentamente la lingua sul bordo del calice di vino rosso, lasciando che la scollatura si aprisse un po’ di più. Lui mi fissava con quegli occhi scuri, passandosi la lingua sulle labbra come se stesse già assaporando la mia pelle. Sotto il tavolo la sua gamba premeva contro la mia, risalendo piano lungo la coscia velata dalle calze. Io stringevo le cosce intorno alla sua, mordendomi il labbro, mentre dentro di me pensavo a quanto avessi bisogno di sentirmi viva dopo la separazione.
Prima di venire da me, Alejandro invitò a ballare le altre colleghe. Lo fece apposta, per farmi impazzire di gelosia e desiderio.
Con Laura, la segretaria bionda e magra, ballò con una sensualità lenta e avvolgente. La attirò a sé, una mano grande posata bassa sulla sua schiena, proprio sopra il culo, l’altra intrecciata alle sue dita. I fianchi di lui roteavano profondi contro quelli di lei, premendo il bacino contro il suo pube in modo continuo e ipnotico. Le sue dita aperte le stringevano una natica con dolce possessività, accarezzandola in cerchi lenti mentre la guidava. La fece girare e poi la riattirò con forza, schiacciando il petto di lei contro il suo. Laura era già rossa in viso, gli occhi lucidi, il respiro corto. Lui le sussurrava all’orecchio con quella voce roca, e lei si lasciava andare, strusciandosi contro di lui senza vergogna. Le mani di Alejandro le accarezzavano l’interno coscia nudo sotto l’orlo del vestito, sfiorando il bordo delle mutandine, mentre i loro bacini si muovevano in un ritmo sempre più intimo.
Con Giulia, la fisioterapista formosa, il ballo divenne ancora più profondo. La fece inarcare in un casqué lungo, tenendola per la vita mentre il suo petto mulatto premeva contro quello di lei. Quando la rialzò, le mani di lui scesero sulle sue natiche, stringendole con entrambe le mani, separandole leggermente mentre premeva il cazzo duro contro di lei. Giulia gemeva piano, completamente persa. Lui le fece fare un body roll sensuale contro il suo corpo, poi infilò una coscia muscolosa tra le sue gambe, facendola cavalcare la sua gamba mentre ballavano. Le sue mani risalivano sui fianchi di Giulia, sfiorando i lati dei seni, accarezzandoli con i pollici mentre le baciava piano il collo. Giulia era incantata, il viso arrossato, il corpo che tremava di piacere. Tutte le colleghe che guardavano erano affascinate e invidiose.
Durante ogni ballo i nostri sguardi si incrociavano di continuo. Ogni volta che lui stringeva il culo di Laura o premeva il bacino contro Giulia, i suoi occhi scuri cercavano i miei, come a dire: «Guarda cosa so fare… presto sarà tutto per te, e sarà molto più intenso». Io ricambiavo con uno sguardo carico di desiderio e gelosia, sentendo la fica già bagnata fradicia.
Quando la musica finì e la cena si concluse, tutti iniziarono a salutarsi e ad andare via. Io rimasi volutamente indietro, fingendo di sistemare la borsa. Alejandro fece lo stesso. In pochi minuti il ristorante si svuotò e rimanemmo solo noi due nella sala ormai quasi buia.
Lui mi si avvicinò con quel sorriso stanco ma famelico, la camicia aperta e bagnata di sudore che faceva brillare la sua pelle mulatta. «Tutti se ne sono andati» mormorò con voce roca. «Rimaniamo solo noi… Vieni con me, Karen. Non voglio che la notte finisca qui.»
Io annuii, il cuore che batteva fortissimo. Uscimmo insieme dal ristorante. Mi invitò a salire sulla sua macchina, una berlina scura con i vetri oscurati. Appena chiusi la portiera, l’aria tra noi divenne elettrica. Guidò per pochi minuti fino al parcheggio nascosto vicino alla vecchia fabbrica abbandonata, poco distante dal mare. L’auto era seminascosta tra due capannoni dismessi, immersa nel buio più totale. Solo qualche lampione lontano illuminava debolmente la zona. Il rischio di essere scoperti rendeva tutto ancora più eccitante.
Appena spense il motore, si girò verso di me. Non disse nulla. Mi attirò sul sedile posteriore con dolce urgenza. Le sue mani grandi mi accarezzarono le cosce, risalendo lentamente sotto il tubino. Mi sfilò le mutandine inzuppate con un gesto lento e sensuale, gettandole sul pavimento. Si inginocchiò tra le mie gambe aperte e mi baciò la fica con una passione profonda, quasi reverente.
La sua lingua larga e calda scivolò dal mio buco del culo fino al clitoride in lunghe carezze lente, raccogliendo i miei umori. La fece girare intorno al clitoride gonfio, succhiandolo con dolcezza feroce, mentre due dita spesse entravano dentro di me, curvandosi sul punto G con movimenti lenti e profondi. Io gli afferrai i capelli ricci, spingendolo contro di me, muovendo il bacino contro la sua bocca calda. Il suono intimo e bagnato riempiva l’abitacolo. Venni con un orgasmo lungo e intenso, tremando tra le sue braccia, un calore liquido che lo bagnò.
Alejandro era spossato dal ballo e dalla serata: il petto si alzava e abbassava velocemente, la pelle mulatta lucida di sudore, il respiro affannato. Eppure i suoi occhi scuri brillavano di desiderio. Si aprì i pantaloni e tirò fuori il suo cazzo: lungo, spesso, venoso, con la cappella grossa e scura già lucida. Io lo presi in bocca con passione lenta, avvolgendolo con la lingua, succhiando ogni centimetro mentre lui mi accarezzava i capelli con tenerezza.
Poi mi fece girare a quattro zampe sul sedile. Mi penetrò con una spinta lenta ma profonda, centimetro dopo centimetro, fino a riempirmi completamente. Iniziai a gemere piano mentre lui si muoveva dentro di me con colpi lunghi e sensuali: usciva quasi del tutto, poi affondava di nuovo con forza dolce ma decisa, il bacino che si univa al mio culo in un ritmo ipnotico. Le sue palle pesanti sfioravano il mio clitoride a ogni spinta. Mi afferrò i capelli con delicatezza, tirandomi la testa indietro mentre mi sussurrava all’orecchio parole calde in spagnolo. Il rischio di essere scoperti amplificava tutto: ogni rumore lontano (un ramo mosso dal vento, una macchina in lontananza) mi faceva contrarre forte intorno al suo cazzo.
Cambiammo posizione. Mi mise a cavalcioni su di lui. Io mi abbassai lentamente sul suo cazzo, sentendo ogni vena che mi strofinava le pareti interne mentre lo accoglievo fino in fondo. Iniziai a muovermi su di lui con movimenti profondi e circolari, roteando il bacino, facendo rimbalzare i miei seni pesanti contro il suo petto sudato. Lui li prese tra le mani, baciandoli e succhiando i capezzoli turgidi con passione, mordendoli piano. Due dita sue mi accarezzarono il culo, entrando con dolcezza mentre io lo cavalcavo sempre più intensamente. Il suo corpo giovane e mulatto brillava di sudore sotto di me, i muscoli tesi, il respiro affannato.
Venimmo insieme in un’onda lenta e devastante. Lui spinse il bacino verso l’alto, riempiendomi di getti caldi e abbondanti, pulsando dentro di me mentre io mi contraevo intorno a lui in un orgasmo profondo e prolungato, il corpo scosso da brividi di estasi. Il suo seme caldo colò lentamente lungo le mie cosce mentre restavamo abbracciati, ansimanti, sudati e uniti.
Rimanemmo così per lunghi minuti, il suo cazzo ancora mezzo duro dentro di me, il respiro che si calmava piano. Fuori, il buio della fabbrica abbandonata e il brivido del pericolo. Dentro, solo calore, passione e la sensazione di essere finalmente viva dopo la separazione.

per recezioni e domande , esperienze simili che hai avuto karen90x@proton.me
scritto il
2026-03-24
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