In corsia 2

di
genere
etero

Dopo quella notte con Matteo il reparto si è trasformato in un luogo di echi vuoti, dove ogni suo sguardo sfuggente, ogni «sì Karen, tutto ok» mormorato senza alzare gli occhi, mi lascia una ferita aperta che pulsa piano sotto la pelle. Lui continua a muoversi tra i letti con quelle spalle larghe che una volta mi hanno imprigionata contro il bancone, ma ora evita il mio corpo come se toccarmi di nuovo significasse crollare. Io cammino lo stesso, con quel rollio lento dei fianchi che Medellín mi ha insegnato, la coda alta che mi accarezza la schiena nuda quando mi chino, la casacca che si tende morbida sul seno pieno, i pantaloni che abbracciano le curve come una carezza continua. Ma dentro c’è un vuoto che brama di essere riempito, e Davide è diventato il modo in cui lo riempio, notte dopo notte, con il suo corpo che si arrende al mio ritmo.
L’ho conosciuto in stanza 12, letto 2, dopo l’incidente in moto che gli aveva lasciato solo graffi superficiali e un corpo ancora più magnetico sotto le luci fredde. Ventinove anni, spalle larghe da nuotatore che si assottigliano in una vita scolpita, addominali che si tendono netti sotto la pelle abbronzata, capelli corti neri sempre un po’ arruffati, mascella squadrata velata da una barba di tre giorni che graffia deliziosamente quando ti sfiora. Tatuaggi neri che gli risalgono dal petto al collo come promesse oscure: un drago stilizzato sul pettorale sinistro, linee geometriche che avvolgono il bicipite destro, una scritta in latino che si perde sotto la clavicola. Occhi scuri, quasi neri, che ti catturano con una fame quieta e profonda, mani grandi con vene in rilievo che pulsano quando stringono. Voce bassa, rauca, che vibra nel petto e ti arriva dritta tra le cosce.
La prima volta che sono entrata per cambiargli la flebo mi sono chinata sul carrello e lui ha mormorato, con quel tono che già mi faceva tremare le ginocchia: «Karen, quando ti pieghi così mi fai venire voglia di alzarmi e aiutarti… ma forse è meglio se resto sdraiato, altrimenti si vede quanto mi stai aiutando davvero». Ho sorriso piano, sentendo il calore diffondersi lento tra le gambe, e ho risposto: «Allora resta sdraiato, paziente… perché se ti alzi potrei doverti legare di nuovo al letto… e non solo con le cinghie». Lui ha incurvato l’angolo della bocca in quel sorriso obliquo che promette guai, e ha sussurrato: «Legami pure, Karen… basta che dopo mi lasci toccare quello che ondeggia sotto la divisa mentre mi curi». Le parole si sono posate sulla pelle come carezze proibite, i suoi occhi che scivolavano sul mio culo mentre mi giravo, facendomi sentire già nuda, già bagnata.
La sera dopo, mentre gli misuravo la pressione, si è stiracchiato apposta, il lenzuolo che si tendeva sul pacco mezzo duro, e ha detto piano: «Karen, stanotte non dormo… continuo a pensare a come muovi i fianchi quando cammini in corsia, sembra un invito che capisco solo io». Ho premuto lo sfigmomanometro un po’ più forte, lasciando che il mio respiro accelerasse, e ho risposto: «Allora forse dovresti darmi il tuo numero… così se peggiori stanotte puoi scrivermi… e io ti rispondo subito, anche se sono in pausa». Ha preso il mio telefono dal comodino, ha digitato il suo numero sfiorandomi le dita con le sue calde e venose, e ha aggiunto: «Non è per le emergenze mediche, Karen… è per le emergenze che mi fai venire quando entri qui con quel sorriso e quel culo che balla solo per me».
Da quel momento i messaggi sono diventati un fiume ininterrotto di desiderio: audio della sua voce rauca mentre si toccava pensando a me, mie foto rubate in bagno con la casacca sollevata quel tanto da mostrare il seno turgido o le mutandine abbassate sui fianchi larghi, parole crude che descrivevano esattamente come ci saremmo presi. Fino alla sera in cui il desiderio è diventato insopportabile.
Ho finito il turno, tenuto la divisa sotto i vestiti normali come un segreto bollente, prendo la mia macchina e bussato alla sua porta con il cuore che martellava tra le cosce. Lui apre in jeans e maglietta nera aderente, i tatuaggi che spuntano dal collo, gli occhi che mi divorano in silenzio. Mi tira dentro per un braccio, chiude la porta con un calcio, mi spinge contro il muro e mi bacia con una fame lenta e profonda, lingua che esplora la mia bocca come se volesse assaporarmi tutta, denti che mordono piano il labbro inferiore fino a farmi gemere contro le sue labbra.
Strappa via la felpa con gesti controllati ma urgenti, solleva la casacca bianca, libera i seni e li avvolge con le mani grandi, i pollici che accarezzano i capezzoli già duri in cerchi lenti, facendoli inturgidire ancora di più sotto il suo tocco caldo. Scende con la bocca sul mio collo, morde piano la pelle olivastra lasciando segni rossi che bruciano di piacere, sussurrando contro la mia gola: «Karen… tutti quei messaggi mi hanno tenuto duro per settimane… ora voglio sentirti tutta».
Mi abbassa pantaloni e mutandine in un unico movimento fluido, mi gira di spalle, mi piega in avanti con le mani appoggiate al muro freddo, le natiche aperte dalle sue mani che le accarezzano e le stringono. Sputa tra le mie cosce già fradice, infila tre dita nella figa con una lentezza torturante, spingendo curve e profonde contro quel punto che mi fa inarcare la schiena e ansimare il suo nome mentre le ginocchia tremano.
«Sei così bagnata, Karen… dimmi che vuoi che ti prenda esattamente come nei messaggi».
«Sì… prendimi… fammi tua… piano, poi forte… come voglio io».
Prende una cintura dal mobile accanto, me la lega morbida ma ferma attorno ai polsi dietro la schiena, il cuoio che morde appena la pelle mentre mi spinge in camera e mi fa sdraiare sul letto a pancia in su, gambe spalancate come un invito silenzioso. Si toglie i jeans con calma deliberata, lasciando che io veda il cazzo grosso e venoso che punta verso l’alto, la cappella lucida e gonfia di desiderio. Si inginocchia tra le mie cosce, entra nella figa con una spinta lenta, profonda, centimetro dopo centimetro, lasciandomi sentire ogni vena che pulsa contro le pareti interne mentre mi riempie completamente, il respiro che si spezza in un gemito condiviso.
«Stringimi così… cazzo sì… proprio come ti immaginavo» ansima mentre inizia a muoversi, spinte ritmiche e potenti che fanno sbattere il suo bacino contro il mio clitoride gonfio a ogni affondo, il letto che cigola piano sotto di noi, i seni che danzano liberi mentre lui li afferra, li accarezza, li pizzica i capezzoli con dolce fermezza, poi si china e li succhia uno dopo l’altro, lingua che gira lenta intorno ai capezzoli turgidi, denti che mordicchiano fino a farmi tremare tutta.
Accelera poco alla volta, sudore che gocciola dal suo petto tatuato sul mio, una mano che mi stringe la gola con tenerezza possessiva, l’altra che scivola tra le mie gambe e gira cerchi perfetti sul clitoride. L’orgasmo mi travolge come un’onda calda e inevitabile, squirto sul suo addome urlando il suo nome piano, il corpo che si scuote in spasmi dolci e profondi, ma lui non rallenta, spinge ancora più a fondo, più lento, lasciandomi cavalcare l’onda.
Mi gira sulla pancia, mi tira su per i fianchi tenendomi i polsi legati, rientra nella figa da dietro con una spinta fluida e profonda, scopandomi con schiocchi umidi e ritmati, l’altra mano che mi accarezza la schiena, tira piano i capelli per farmi inarcare mentre sussurra rauco: «Vieni ancora per me, Karen… fammi sentire quanto ti piace guidarmi».
Vengo di nuovo, più morbida, più intensa, i muscoli che lo stringono come seta calda. Lui rallenta, esce piano, mi slega i polsi con delicatezza infinita e mi fa sedere sul suo cazzo durissimo. Ora comando io: lo cavalco con un rollio lento di bacino, su e giù, ruotando i fianchi per strofinare la cappella contro quel punto sensibile che mi fa vedere le stelle, i seni che gli sfiorano il petto mentre lui li succhia e morde piano. Guido il ritmo, veloce poi languido, profondo poi superficiale, lo faccio gemere sotto di me mentre mi stringe i fianchi ma si lascia guidare completamente, gli occhi scuri che mi fissano con fame arresa.
«Karen… prendimi come vuoi… sono tuo» ansima mentre accelero, lo sento tremare sotto di me, i muscoli che si tendono, poi un gemito gutturale mentre pompa getti caldi e spessi dentro di me, riempiendomi fino a far traboccare, il seme che cola lungo le cosce mentre continuo a muovermi piano, spremendolo fino all’ultima goccia, cavalcandolo fino a quando non trema più, fino a quando non resto io a dettare il respiro finale.
Restiamo così, corpi sudati e intrecciati, il suo respiro contro il mio collo, e lui mi bacia lento, profondo, sussurrando contro le mie labbra: «Karen… fai di me quello che vuoi, ogni notte».
E io sorrido contro la sua bocca, le cosce che pulsano ancora intorno a lui, perché ora sono io a cavalcare il suo cazzo fino a saziarmi, a farmi prendere esattamente come desidero, notte dopo notte, mentre il vuoto lasciato da Matteo si dissolve tra gemiti soffocati, pelle contro pelle, e il piacere che comando io, fluido, sensuale, inarrestabile.


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scritto il
2026-02-24
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