L’allenatore di mio figlio

di
genere
corna

Mi chiamo Karen. Sono colombiana, ho trentotto anni e faccio l’infermiera in un ospedale di provincia da quasi dieci. Turni lunghi, notti in bianco, mani che odorano sempre di disinfettante. Mio marito è italiano. Si chiama Paolo. Lavora in banca, o almeno così dice. Di fatto non lo vedo quasi mai. Non viene mai alle partite di Mattia. Non viene mai a prendere il bambino. Non viene mai. È come se quella parte della nostra vita non esistesse per lui.
Mattia ha undici anni e gioca a calcio. È bravo, ha il piede sinistro forte e corre come se avesse il diavolo dietro. La squadra è il centro della sua settimana. E quindi, ovviamente, anche della mia.
L’allenatore si chiama Marco. Quarantadue anni, alto quasi un metro e novanta, spalle larghe da chi ha fatto sport per tutta la vita. Capelli castani corti, un po’ brizzolati sulle tempie, occhi scuri che sanno fissarti senza apparire invadenti… almeno all’inizio. Ha le mani grandi, le vene delle braccia segnate quando indossa la maglietta tecnica della squadra. Cammina con quella sicurezza da uomo abituato a comandare un gruppo di ragazzini e, a quanto pare, anche qualcosa di più. Ha un figlio, Luca, della stessa età di Mattia. Giocano insieme. A volte viene anche sua moglie, Chiara: una donna magra, elegante, con i capelli biondi raccolti e un sorriso un po’ stanco. Non resta mai a lungo. Saluta, lascia Luca e se ne va. Io invece resto sempre. Sono sempre io.
La prima volta che ci siamo davvero guardati è stato un mercoledì di marzo. Pioveva. La mia macchina aveva deciso di fare i capricci proprio davanti al cancello del centro sportivo. Il cofano faceva un rumore strano e io, imbranata come sempre con i motori, stavo cercando di capire se valesse la pena chiamare il soccorso stradale. Avevo ancora la divisa da infermiera sotto il cappotto, perché venivo direttamente dal turno di mattina.
Lui è arrivato con un ombrello nero e quella voce calma che usa anche con i ragazzini quando si agitano.
«Problemi, signora?»
«Karen», ho corretto, un po’ troppo in fretta. «E sì. Credo che stia per morire.»
Ha sorriso. Non un sorriso da educatore. Un sorriso che mi ha guardato le gambe, le mani che stringevano il volante, il modo in cui la camicia dell’ospedale si era appiccicata al seno per la pioggia. Mi ha aiutato. Ha aperto il cofano, ha controllato qualcosa, ha scosso la testa.
«Non è grave. Ma non dovrebbe guidare fino a casa così. La porto io e domani sistemiamo.»
In macchina, con i due bambini sul sedile posteriore che parlavano di gol e di falli, ho sentito il suo sguardo. Non era invadente. Era… attento. Come se stesse leggendo qualcosa che non avevo detto ad alta voce.
Da quel giorno tutto è cambiato.
Dopo le partite restava sempre un po’ più a lungo. Mi aiutava a caricare la borsa di Mattia. E cominciavano le battute. All’inizio sembravano innocenti.
Un pomeriggio, mentre i ragazzini si cambiavano, mi si è avvicinato con due bottiglie d’acqua in mano.
«Hai la faccia di chi ha fatto un turno pesante», ha detto porgendomene una. «Se vuoi, dopo posso massaggiarti le spalle. Sono bravo con le mani.»
Ho sorriso, accettando la bottiglia. «Grazie. Ma le spalle reggono. È il resto che ogni tanto si stanca.»
Lui ha inclinato appena la testa, gli occhi che scendevano un attimo sul mio seno prima di risalire. «Il resto… sì. Si vede che lavori tanto. Ma reggi bene, Karen. Si vede anche quello.»
Ho sentito un calore salirmi lungo la schiena. Mentre guidavo verso casa, mi immaginavo quelle mani grandi sulle mie spalle, poi più in basso, sotto la maglietta, a stringermi i seni ancora stanchi del turno.
La settimana dopo la battuta è salita di tono.
Eravamo vicino alle panchine. Mattia e Luca giocavano ancora un po’ con la palla. Marco si è fermato accanto a me, le braccia incrociate, lo sguardo fisso sul campo.
«Oggi hai indossato quei jeans stretti», ha detto a voce bassa. «Ogni volta che ti chini a raccogliere qualcosa, metà della panchina smette di guardare la partita.»
Ho riso, un po’ troppo forte. «Esagerato. Sono solo jeans.»
«Jeans che sembrano fatti apposta per essere sfilati», ha replicato, sempre senza guardarmi. «O almeno per essere aperti. Piano piano.»
Quella notte, a letto, mentre Paolo russava dall’altra parte del materasso, mi sono toccata immaginando le sue dita che mi sbottonavano i jeans, che scendevano dentro, che mi trovavano già bagnata solo per quelle parole.
Io cominciavo a rispondergli.
Un mercoledì, dopo una partita vinta, mentre caricavamo le borse nel bagagliaio, gli ho detto:
«Oggi hai urlato tanto ai ragazzi. Hai una voce… autorevole. Chissà se la usi così anche a casa.»
Marco ha chiuso il bagagliaio e si è voltato verso di me. Il sorriso era più lento, più consapevole.
«A casa uso la voce in altri modi. E le mani pure. Ma mia moglie non apprezza certi toni. Troppo diretti. Troppo… espliciti.»
Ho sentito il cuore battermi più forte. «Forse non tutte le donne hanno paura dei toni diretti.»
Lui ha abbassato appena la voce. «Lo so. Lo vedo da come mi guardi quando ti dico certe cose. Da come ti si stringono le cosce. Come adesso.»
Aveva ragione. Le cosce le avevo strette senza accorgermene.
Le settimane successive le battute diventarono ancora più chiare, sempre dette a mezza voce, sempre con i bambini a pochi metri.
«Ieri ho sognato di entrarti in macchina dopo la partita», mi ha detto un pomeriggio, mentre mi porgeva la giacca di Mattia. «Ti siedo sul sedile del passeggero, ti apro le gambe e ti lecca finché non mi vieni in bocca. Poi ti faccio salire sopra e ti scopo prima che qualcuno ci veda.»
Io ho deglutito. La figa mi si era bagnata in due secondi. «E se qualcuno ci vedesse davvero?»
«Allora ti farei mettere in ginocchio dietro la macchina. Così almeno la targa copre.»
Ho riso, ma la risata mi è uscita roca. «Sei un uomo pericoloso, Marco.»
«E tu sei una donna sposata che risponde alle mie provocazioni invece di mandarmi a quel paese. Quindi forse siamo pericolosi tutti e due.»
Quella sera, sotto la doccia, mi sono venuta con tre dita dentro, immaginando la sua lingua, il suo cazzo, la sua voce che mi diceva di venire più forte.
Il campionato a Viareggio è arrivato a maggio. Tre giorni. Due notti in hotel. I ragazzini in una stanza a quattro, gli adulti in camere singole o doppie. Io e Marco abbiamo finito per prendere la stessa macchina. Quattro ore di auto. I due bambini sul sedile posteriore che giocavano al telefono. Io e lui davanti, con la radio bassa e le finestre abbassate appena quanto bastava a far entrare l’odore del mare.
Durante il viaggio ha messo una mano sul cambio. Poi, quando i bambini si sono addormentati, quella mano è scivolata sulla mia coscia. Non sopra il vestito. Sotto.
«Sai che ti guardo da mesi?» ha mormorato, gli occhi sulla strada. «Sai che quando ti pieghi a raccogliere la bottiglia di Mattia penso a come sarebbe averti piegata su qualcosa di più comodo? Sai che quando arrivi ancora in divisa da infermiera mi viene voglia di strappartela di dosso e scoparti contro il muro degli spogliatoi? Sai che ogni volta che mi rispondi a una battuta mi si indurisce il cazzo?»
Ho chiuso gli occhi. Non ho detto di no. Non ho tolto la mano. Le sue dita erano calde, sicure, e si muovevano lentamente verso l’interno della coscia, quasi a toccare il bordo delle mutandine.
All’hotel la tensione era così spessa che si poteva tagliare. Cena di gruppo. Brindisi. I ragazzini che correvano verso la piscina dopo le nove, con il permesso degli adulti. Io e Marco ci siamo ritrovati nel corridoio del secondo piano. Lui aveva la chiave della mia stanza in mano. Non so come.
«I bambini sono in piscina», ha detto. «Abbiamo almeno un’ora.»
Sono entrata. Lui ha chiuso a chiave con un clic secco.
Non c’è stato preludio lungo. Mi ha spinta contro la porta ancora prima che riuscissi a togliermi le scarpe. Le sue mani erano grandi, calde, sicure. Mi ha baciata come se avesse aspettato mesi per farlo. La lingua è entrata nella mia bocca con decisione, i denti mi hanno morso il labbro inferiore fino a farmelo pulsare. Una mano mi stringeva il seno ancora coperto dalla camicetta, le dita che cercavano già il capezzolo attraverso il tessuto, l’altra scendeva a prendermi il culo con forza, sollevandomi quasi contro di lui.
«Sei sposata», ha dettato contro la mia bocca, mentre mi sbottonava la camicia con gesti frettolosi, quasi rabbiosi. «E ti piace. Ti piace sapere che stai tradendo. Che stai facendo la puttana mentre tuo marito è a casa a guardare la televisione. Dimmi la verità, Karen. Ti eccita essere una moglie infedele? Ti bagna sapere che tra poco ti riempirò di cazzo mentre tuo figlio è in piscina?»
«Sì…» ho gemuto, già senza fiato. «Sì, mi bagna.»
Mi ha strappato la camicetta, i bottoni hanno saltato. Poi il reggiseno. I miei seni sono usciti pesanti, i capezzoli già duri e scuri. Li ha presi in mano come se gli appartenessero, li ha strizzati, li ha sollevati e ci ha messo la bocca. Ha succhiato forte, ha morso, ha tirato i capezzoli con i denti finché non ho dovuto mordermi il labbro per non gemere troppo forte. La sua barba di due giorni mi graffiava la pelle sensibile.
Poi mi ha voltata di scatto. Mi ha piegata sul bordo del letto, una mano tra le scapole che mi teneva premuta sul materasso. Mi ha alzato la gonna fino alla vita con un gesto solo. Non c’erano mutandine. Le avevo tolte in bagno prima di cena, pensando a questo momento senza volerlo ammettere. La mia figa era già lucida, le labbra gonfie e aperte.
«Guarda che bel culo», ha mormorato, dandomi uno schiaffo secco che ha fatto risuonare la pelle e mi ha strappato un gemito. Poi un altro, più forte, sulla stessa chiappa, finché non ho sentito il calore salirmi. «Bagnata. Gocciolante. Per me. Per l’allenatore del figlio. Che schifo, Karen. Che bella cosa.»
Ha aperto la cerniera dei pantaloni. Ho sentito il peso del suo cazzo caldo e duro premere contro la fessura già fradicia. L’ha fatto scorrere su e giù tra le labbra, spalmando i miei succhi sulla glande, poi ha trovato l’ingresso e è entrato tutto in un colpo solo, fino in fondo, strappandomi un grido soffocato contro il materasso. Era grosso, spesso, venato, e mi riempiva completamente, stirandomi in un modo che faceva male e piacere insieme.
Ha iniziato a scoparmi con colpi secchi, profondi, rudi. Ogni spinta faceva sbattere la testata del letto contro il muro. Una mano nei miei capelli, tirandomi la testa indietro fino a inarcarmi la schiena, l’altra sull’anca, tenendomi ferma mentre mi sfondava. Il suono era osceno: pelle contro pelle, bagnato, ritmico, accompagnato dai miei gemiti rotti e dai suoi respiri pesanti.
«Dimmi quanto ti piace», ordinava, martellandomi il culo con le anche. «Dimmi che sei una moglie infedele. Dimmi che ti piace essere usata così. Dimmi che vuoi che ti riempia di sborra mentre tuo figlio è in piscina a giocare.»
«Mi piace… cazzo, mi piace… scopami più forte… usami… riempimi…» riuscivo a dire tra un gemito e l’altro, la faccia premuta sul lenzuolo, le cosce che tremavano, la saliva che mi colava dall’angolo della bocca.
Mi ha presa così per diversi minuti, senza pietà, cambiando angolo ogni tanto per colpirmi più a fondo, il glande che mi sfregava contro il punto più sensibile dentro. Poi mi ha fatta alzare di scatto, mi ha buttata a pancia in su sul letto, mi ha divaricato le gambe con le mani grosse e mi ha rimesso il cazzo dentro mentre mi guardava negli occhi. Le sue dita hanno trovato il mio clitoride gonfio e hanno iniziato a strofinarlo con precisione crudele, circolare, mentre mi scopava con colpi lunghi e profondi.
Sono venuta la prima volta stringendogli il cazzo in una morsa, il corpo che si inarcava, un gemito lungo e rotto che non sono riuscita a trattenere. Non si è fermato. Ha continuato a martellarmi attraverso l’orgasmo, più veloce, più duro, sussurrandomi all’orecchio tutte le cose sporche che aveva pensato durante le partite: come voleva scoparmi negli spogliatoi ancora sudata, come voleva farmi ingoiare il cazzo mentre i bambini erano in campo, come voleva venirmi in faccia e rimandarmi a casa così, con lo sperma ancora caldo sulle labbra e le gambe che non reggevano.
Sono venuta di nuovo, più forte, quasi piangendo dal piacere, le unghie conficcate nelle sue spalle. Solo allora lui ha accelerato fino in fondo. Si è venuto dentro di me con un gemito basso e gutturale, spingendosi fino all’ultimo centimetro, il cazzo che pulsava e scaricava getti caldi e densi mentre mi stringeva i fianchi fino a lasciarmi i segni delle dita. Ho sentito ogni scarica, ogni spinta, la sborra che mi riempiva e cominciava già a colare fuori intorno al suo cazzo ancora duro.
Dopo siamo rimasti distesi sul letto, sudati, i respiri ancora corti, con il rumore lontano dei bambini che ridevano in piscina. La sua sborra mi colava lenta lungo la coscia interna, calda e appiccicosa. Lui mi ha accarezzato un seno ancora segnato dai suoi denti, il pollice che girava sul capezzolo sensibile.
«Domani sera», ha detto con voce roca. «Stessa ora. E stavolta ti voglio in ginocchio. Voglio vederti succhiarmi il cazzo come la puttana sposata che sei. Voglio vederti con le labbra allungate intorno, con gli occhi che mi guardi mentre ti scarico in gola. E poi ti scoperò di nuovo. Più forte. Più a lungo. Finché non riuscirai più a camminare dritta.»
Ho annuito, ancora tremante. Non c’era altro da dire.

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scritto il
2026-09-29
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