Il giorno dopo (parte 1/2)

di
genere
sentimentali

Premessa: questo capitolo forse avrei potuto inserirlo in "dominazione", ma ho preferito pubblicarlo in "sentimentali" come tutti gli altri, sia perché preferisco che tutta la storia sia raccolta sotto un unico genere, sia perché, al di là della dominazione che in qualche modo è presente nella relazione tra Viola e Pietro, la loro resta, di base, una relazione d'amore su cui viene costruito il resto ❤️.

Essendo anche questo capitolo molto lungo (che volete farci, mi lascio prendere dal raccontare...), l'ho diviso in 2 parti. Il titolo allude al giorno dopo la festa sulla spiaggia del capitolo precedente, che si era chiuso con quel "domani facciamo i conti sul serio..." di Pietro 😏.



Martedì, 20 agosto 2013

Sulla terrazza della villa, il sole del primo pomeriggio picchiava forte, smorzato appena da una brezza marina leggera che portava l'odore della salsedine. Il tavolo era sgombro a metà, coperto di piatti vuoti, bottiglie d'acqua e i resti di un pranzo improvvisato.

Davide se ne stava abbandonato su una delle sdraio, con gli occhiali da sole scuri piantati sul naso e una sigaretta ancora da accendere in mano. "Io comunque non capisco come fai a essere così integro, Pit" disse scuotendo la testa verso Pietro che stava finendo di sbucciare una pesca. "Ieri sera avevi in mano gli stessi bicchieri nostri, eppure oggi sembra che non hai bevuto un goccio..."

"Ti ricordo che noi siamo andati avanti a bere fino alle tre" ribatté Jacopo dal fondo del tavolo, allungando le gambe verso la balaustra. "Lui invece è andato via almeno due ore prima... A proposito, Cenerentola dà segni di vita?".

"Povera Vi!" esclamò Alice sistemandosi la bretella del bikini. "Ieri sera stava davvero male! Tra il caldo e l'alcol... Ma non se la sente proprio di alzarsi? Le farebbe bene...!".

Pietro finì di tagliare la pesca a spicchi precisi, portandosene uno alla bocca prima di appoggiare il coltello sul bordo del piatto. Rispose con una calma piatta, quasi pigra, ma con quel velo di possessività nel tono della voce che i suoi amici conoscevano fin troppo bene.

"Dorme" disse secco. "Le ho portato dell'acqua e qualcosa per il mal di testa, due ore fa. Aveva la testa che scoppiava."

"Ma le fa male anche lo stomaco?" chiese Alice con vera premura. "Ho dei fermenti in borsa, oppure potrei prepararle un tè caldo con il limone..."

"No, lascia stare, non disturbarla" la bloccò Pietro con un cenno del capo. "Le fa male tutto e basta. Ha solo bisogno di riposare. Se tra un po' non si è ancora alzata, vado a vedere io."

"Certo che sei un infermiere d'eccezione, eh...?!" lo stuzzicò Jen con un sorriso malizioso, piegandosi verso di lui e rubandogli un pezzo di pesca. "Non è che per caso ti senti un pelino in colpa?"

"Biiingo!" esclamò Davide ridendo.

"Dado, tu taci che è meglio" lo fermò subito Pietro, scoccandogli un'occhiata d'avvertimento da sopra gli occhiali da sole, prima di rivolgersi a Jen con un sorrisetto sarcastico. "In colpa per cosa, Jen? Per averle evitato di svenire sul pavimento del bagno del Cosmopolitan?"

"No, tesoro, per averla fatta *camminare* per mezz'ora sulla sabbia quando non si reggeva in piedi!" infierì Jen ridacchiando, appoggiando i gomiti sul tavolo. "Chissà come mai tutta questa urgenza di portartela via al buio..."

"Ma dai!" s'intromise Jacopo con una risatina, mettendosi le mani dietro la nuca. "Vi ieri sera era in modalità provocatrice piena... Qualsiasi cosa sia successa, non credo affatto le che sia dispiaciuto!".

Alice tirò un pugno sulla spalla del fratello. "Jaco! Ma ti pare?! Vi stava male sul serio!"

"Ma per favore, Ali!" sbuffò Jacopo divertito. "Si è scolata tre Piña Colada di fila e ovviamente poi le è girata la testa, e quello là..." disse indicando Pietro. "È entrato in modalità *cavaliere dell'armatura scintillante*! È la solita storia!".

Pietro seguì il botta e risposta senza scomporsi di un millimetro, inclinando appena il capo all'indietro per godersi la brezza. Sotto quella facciata di placida indifferenza, però, il ricordo fin troppo vivido e caldo della notte precedente gli faceva ancora ribollire il sangue.

"Avete finito di parlare di me e della mia ragazza?" disse con un'impercettibile tensione nella voce, portandosi alle labbra l'ultimo spicchio di pesca. "Trovatevi qualcuno da scopare e fatevi i cazzi vostri...".

Davide fece una smorfia, portandosi la sigaretta ancora spenta tra le labbra. "Colpito e affondato, vez. Sempre simpatico e accomodante."

"Ah, a me lasciami fuori!" ribatté Jacopo alzando le mani in segno di resa. "Io i *miei cazzi* me li faccio eccome!"

"E si vede!" ribatté Jen ridacchiando, prendendo un cubetto di ghiaccio dal bicchiere e tirandoglielo addosso.

La risata collettiva smorzò la leggera tensione che si era creata. Davide allungò una mano per accendersi finalmente la sigaretta, e la conversazione scivolò pigramente verso la solita indolenza del dopo pranzo.

"Comunque io fra dieci minuti me ne vado in piscina" annunciò Jacopo, stiracchiandosi e lasciando cadere la testa all'indietro. "E non ho nessuna intenzione di muovermi da lì prima delle sette."

"Oooh, anch'io!" approvò Alice.

"Vado a mettermi il costume, allora!" esclamò Jen.

"Finisco la sigaretta e arrivo..." disse Davide tirando una lunga boccata dalla sigaretta prima di soffiare via il fumo. "Pit?".

Pietro si limitò a scuotere la testa con un sorrisetto appena accennato mentre finiva di raccogliere i piatti vuoti dal tavolo. "Voi andate. Io scendo dopo" rispose tranquillo prima di spingere la porta a vetri ed entrare nel fresco dell'interno, diretto in cucina.

***********************************

La villa era immersa nel silenzio, interrotto soltanto dal ronzio sommesso dell'aria condizionata. Pietro abbassò la maniglia della camera da letto ed entrò, richiudendo la porta alle sue spalle.

La stanza era immersa nella penombra, con gli infissi accostati, e Viola era ancora raggomitolata nel centro del letto, sommersa a metà dal lenzuolo leggero, con un braccio piegato sotto il cuscino e i capelli biondi che le si sparpagliavano disordinati sulla schiena nuda.

Pietro rimase in piedi a fissarla per qualche secondo: aveva le labbra dischiuse in un respiro lento e profondo e il viso sembrava aver ripreso il suo colorito naturale.

Si sporse dolcemente sul letto, piantando un ginocchio sul materasso e appoggiando una mano accanto alla sua testa.

"Vi..." mormorò a voce bassissima, sfiorandole la guancia con il dorso dell'indice, inspirando l'odore familiare di shampoo alla camomilla che emanavano i suoi capelli.

Lei rimase immobile per qualche secondo, poi emise un lamento soffocato e si tirò di scatto il lenzuolo sopra la testa. "Lasciami stare..." borbottò. "Voglio dormire".

Pietro accennò un sorriso, piegandosi un po' di più su di lei e appoggiando il palmo della mano sulla sagoma del suo fianco coperto dal lenzuolo. "Hai dormito abbastanza. Sono quasi le tre di pomeriggio" le disse spostando il lenzuolo che le copriva la faccia.

"Voglio dormire ancora" rispose lei con un'espressione contrariata, tornando a coprirsi perché le dava fastidio la luce.

"Devi mangiare qualcosa, sono troppe ore che hai lo stomaco vuoto" le disse con quel tono fermo che non ammetteva repliche. "Ti preparo un po' di riso col parmigiano. O preferisci del pane tostato?".

Il lenzuolo si scostò di pochissimo, giusto il necessario per far spuntare un occhio stropicciato e un ciuffo di capelli. Viola lo fissò con una smorfia di puro disgusto. "Non parlare di cibo che mi peggiora la nausea! Ho vomitato ancora mezz'ora fa".

Lui sospirò e andò a socchiudere un po' di più gli infissi, poi si sedette accanto a lei, allungando una mano per scoprirle di nuovo la faccia.

"Non hai più l'età per ubriacarti alle feste, Rinaldi...!" le disse scuotendo la testa. "A dire il vero, non sei *mai* stata capace di bere."

"Ma era il compleanno di Jaco...!" esclamò lei trascinando le parole con la voce impastata e bloccandosi di colpo per portarsi una mano alla bocca e poi correre verso il bagno per vomitare ancora.

Pietro alzò gli occhi al cielo con un sospiro e le andò subito dietro. Si chinò accanto a lei sul pavimento, le raccolse i capelli sulla nuca con una mano e le tenne la testa finché l'ultimo conato non la lasciò del tutto. Aspettò con pazienza che si sciacquasse la bocca, le asciugò il viso e poi la riaccompagnò a letto, facendola stendere di nuovo sotto il lenzuolo.

"Non puoi continuare a vomitare. Vado in farmacia a prendere qualcosa per farti stare meglio" disse piegandosi su di lei per darle un bacio leggero sulla fronte. "Tu intanto cerca di bere per reidratarti."

"Pietro, non serve... Presto starò meglio. Vai a farti un bagno in piscina anziché perdere tempo in farmacia!"

"Torno subito," disse lui uscendo dalla stanza e richiudendo la porta, ignorando del tutto ciò che lei gli aveva appena detto.

***********************************

Il rientro dalla farmacia fu rapido. Pietro salì i gradini delle scale di marmo a due a due, con in mano il sacchetto della farmacia. Quando aprì la porta della camera, Viola era ancora a letto ma sveglia e vestita con shorts e canotta.

Lui appoggiò il sacchetto sul comodino e si sporse su di lei. Con lentezza, le scostò i capelli dal collo e le appoggiò le labbra calde sulla pelle sensibile dietro l'orecchio, facendole sentire il suo fiato prima ancora del suo tocco.

Al quel contatto, un brivido sottile le passò lungo la schiena. Mentre Pietro era via, era rimasta a fissare il soffitto della stanza con una strana tensione addosso. E adesso, il suo fiato sulla pelle non era solo di sollievo o di conforto.

Era un *promemoria*.

Viola lo conosceva fin troppo bene e sapeva riconoscere quella calma che precedeva la tempesta. Sapeva benissimo di aver tirato troppo la corda, la sera prima, e sapeva che Pietro non se ne era *affatto* dimenticato.

L'aveva accudita, l'aveva sorretta davanti al water, era corso in farmacia per lei..., ma ogni suo gesto somigliava a un filo invisibile con cui la stava legando a sé, preparandosi il terreno.

"*Domani facciamo i conti sul serio...*" le aveva detto la notte prima. E quella promessa era ancora lì, sospesa nell'aria.

"Sei tornato presto..." mormorò senza spostarsi, soffocando un sospiro contro il cuscino mentre il cuore le accelerava un battito.

Pietro le sfiorò la mascella con il pollice, obbligandola dolcemente a voltare il viso verso di lui. "Ti ho detto che sarei tornato subito" rispose con tono calmo, ma con gli occhi azzurro ghiaccio che la fissavano senza lasciarle alcuna via di fuga.

Sotto la pelle, Viola sentiva quella sensazione ambigua, calda e pericolosa: il piacere sottile di sentirsi protetta e la consapevolezza, sempre più chiara, che la sua *punizione* per la notte precedente non fosse stata cancellata, ma soltanto rimandata.

Ed era già iniziata.

***********************************

Pietro aprì il sacchetto della farmacia con una lentezza snervante. Viola si tirò leggermente su sui gomiti, seguendo i suoi movimenti con gli occhi ancora stropicciati dal sonno.

Lui non tirò fuori pastiglie o bustine, ma una scatola di antiemetico in fiale e una confezione trasparente con due siringhe monouso.

"*Eh*?!" urlò lei balzando a sedere.

Il panico le fece dimenticare d'un colpo la nausea, il mal di testa e l'incredibile fiacchezza che la teneva incollata al materasso.

"Pietro..." mormorò sgranando gli occhi mentre il colore le spariva del tutto dal viso. "Dimmi che non hai intenzione di fare quello che penso."

"Visto che continui a vomitare, la farmacista mi ha dato le fiale" le spiegò lui con tono tranquillo. "Hanno un effetto più immediato rispetto alle pillole. Dovrebbe bastarne una, ma mi ha consigliato di prendere due siringhe, nel caso te ne servisse un'altra stasera".

Viola non volle sentire ragioni. "Ma non se ne parla neanche!" piagnucolò. "Preferisco stare male tutto il giorno! Preferisco vomitare dieci volte!". Afferrò il bordo del lenzuolo e lo tirò fino a coprirsi completamente.

Pietro scosse la testa con un sorrisetto, assolutamente imperturbabile. Senza dire una parola, si sedette sul bordo del letto e iniziò la preparazione. Spezzò il collo di vetro della fiala con un colpo secco e preciso del pollice, facendo risuonare il piccolo scatto nella stanza come una sentenza.

Prese una siringa monouso dal blister e aspirò lentamente il liquido trasparente. Il sottile ronzio dell'ago che si riempiva era l'unico suono a rompere il silenzio, interrotto solo dal respiro affannato di Viola che si era infilata sotto il lenzuolo. Picchiettò con l'indice sul corpo di plastica per far salire le bollicine d'aria e ne fece uscire una goccia fuori dalla punta con un gesto esperto, metodico.

"Rinaldi" la richiamò infine con quel tono basso, ruvido e privo di qualsiasi margine di trattativa, con la siringa pronta tra le sue dita. "Smettila di fare la bambina!" le disse alzando un po' la voce. "Hai tre secondi per uscire da lì o ci penso io a tirarti fuori."

"Ma sei completamente impazzito?!" protestò ancora lei scoprendosi la faccia, con la voce che tremava d'indignazione e paura. "Mi sa che il nostro gioco ti ha dato alla testa! Non voglio una puntura! Me ne hai già fatte abbastanza quando ho avuto la febbre!".

Era proprio così che tutto era iniziato, con quella tonsillite con febbre alta improvvisa che aveva rischiato di interrompere la loro vacanza a Rimini. Ma poi lui aveva deciso di fare di testa sua, come al solito, e la loro relazione aveva varcato un confine invisibile. Viola ricordava ancora con estrema nitidezza l'odore pungente e freddo del disinfettante che l'aveva fatta trasalire, la paura dell'attesa e, sopra ogni cosa, la sicurezza olimpica di Pietro. Non aveva mostrato un solo secondo di esitazione: era stato un muro inflessibile di fronte alle sue proteste, impassibile mentre l'ago affondava e il liquido denso le saliva dentro con un bruciore sordo, lento, acuto. Eppure, proprio quando il dolore le aveva strappato la prima lacrima, quella stessa mano ferma si era trasformata in un massaggio lento e infinitamente dolce che aveva consacrato l'inizio del loro gioco.

Deglutì a vuoto. Il ricordo di quel primo ago sulla pelle, e del piacere che era seguito alla resa finale, le fece scorrere un'ondata di calore liquido improvviso nel basso ventre.

Pietro mantenne la calma, posò la siringa sul comodino e si avvicinò di più a lei, guardandola negli occhi.

"Se continui a vomitare e a non mangiare, finisce che svieni e che ti devo portare di peso in ospedale" disse con quella voce calma, graffiata, profonda, che a Viola faceva sempre da premessa a una resa forzata. "Vuoi che finisca così?"

"Certo che no! Ma questo non vuol dire che voglio la puntura! Piuttosto bevo qualsiasi schifezza!".

Lui tenne lo sguardo fisso su di lei, calmo, pesante, assolutamente incrollabile.

"Mi dispiace ma non siamo in trattativa" le disse azzerando ogni via di fuga. "Non ti sto chiedendo cosa preferisci *tu*. Ti sto dicendo cosa ho deciso di fare *io*" aggiunse spostando il lenzuolo che la copriva con un gesto calmo ma deciso. "Dai, mettiti a pancia in giù".

Viola lo fissò con la bocca schiusa, cercando disperatamente una crepa nella sua espressione, un segnale di cedimento, ma nei suoi occhi trovò soltanto una determinazione ferrea che la svuotava di ogni difesa, rendendo qualsiasi ribellione infantile e inutile.

"Pietro..." mormorò, con la voce che le si spezzava in un sussurro.

"Mettiti a pancia in giù" ripeté lui senza alzare il tono ma imprimendo in ogni parola un'autorità indiscutibile. "*Subito*".

Non c'era un millimetro di spazio per la protesta o per la fuga.

Viola rimase paralizzata per un istante, il cuore che le batteva all'impazzata, poi abbassò lentamente gli occhi, scossa da un piccolo lamento soffocato di pura resa.

Sospirò, ma alla fine ubbidì, sperando che almeno davvero servisse a farla stare meglio. Si girò a pancia in giù sul materasso, affondando il viso nel cuscino, del tutto alla sua mercé.

***********************************

Pietro non perse tempo: con una mano afferrò insieme gli shorts e le mutandine, tirandoli giù con un unico gesto deciso, fino a scoprirle il sedere e la parte alta delle cosce. La pelle di Viola sussultò all'impatto con l'aria condizionata della stanza.

"Non ti agitare..." mormorò lui, la voce bassa che le arrivava calda vicina all'orecchio. "Rilassati...".

Viola affondò di più il viso nelle braccia incrociate, gli occhi serrati. Sentiva il cuore tamburellarle nel petto e quel misto intossicante di sollievo e terrore che le paralizzava i muscoli.

"Respira..." sussurrò Pietro contro la sua nuca, depositandovi un bacio leggero. Le sue dita si insinuarono tra i capelli, pettinandoli dolcemente per liberarle il collo.

Iniziò ad accarezzarla con lentezza, scivolando dalla nuca fino alla curva della schiena. Viola emise un sospiro tremante. Il contrasto tra la sua nudità esposta e la morbida avvolgenza di Pietro le faceva girare la testa. Sentire il peso rassicurante della sua mano sul corpo le fece dimenticare la paura per un istante, sostituendola con un senso di sottomissione totale e piacevole.

Pietro continuò a coccolarla senza alcuna fretta, alternando piccoli baci sulle spalle a carezze lente lungo il sedere, assaporando ogni suo respiro spezzato, ogni piccolo tremito di quella pelle d'oca, finché non sentì le spalle di Viola cedere e i muscoli delle cosce decontrarsi completamente.

Solo quando il suo respiro si fece regolare e profondo, la sua mano risalì a fermarsi con dolcezza ma fermezza sulla parte bassa della schiena.

"Bravissima..." le sussurrò all'orecchio con una dolcezza sfumata di possesso. "Adesso rimani esattamente così...".

Lei sentì il rumore secco del tappo del disinfettante che veniva aperto e il suo inconfondibile odore, e subito dopo il batuffolo di cotone imbevuto strofinato con decisione sulla parte alta del gluteo sinistro.

La sensazione gelida dell'alcol la fece sussultare impercettibilmente, facendole emettere un respiro affannato.

"Buona..." sussurrò piano lui, abbassandosi fin quasi a toccarle la schiena con il petto. Il suo fiato caldo le sfiorò la curva della spalla e il profilo del collo, mandandole un brivido elettrico dritto lungo la spina dorsale.

Viola chiuse gli occhi ancora più forte, affondando il viso nel cuscino, in un respiro corto e tremante. Il freddo acuto del disinfettante evaporava in fretta sulla pelle, lasciandole un brivido sottile che la scuoteva.

Non era solo il timore dell'iniezione a farla tremare, era anche quella consapevolezza forte, agghiacciante, di quanto Pietro avesse il controllo sul suo corpo. Ogni suo movimento era intenzionale, intriso di quel possesso calmo e dominante che la prostrava e al tempo stesso le faceva accelerare il battito del cuore fino a sentirlo in gola, mentre il ricordo della prima volta a Rimini le rimbalzava nella testa con una nitidezza quasi dolorosa.

Poi sentì il suo movimento impercettibile mentre si allungava verso il comodino per prendere la siringa già pronta.

Si posizionò meglio accanto a lei e le sue dita le si posarono sul gluteo, pizzicando e tendendo la pelle per preparare il punto dell'iniezione. La presa era salda, inamovibile, ma intrisa di una premura che le offuscava la mente.

"Ti prego..., fai piano..." sussurrò lei.

Con un gesto lento, Pietro appoggiò la punta dell'ago sulla zona disinfettata. Non affondò subito: si limitò a fare una lievissima pressione, un avvertimento pungente.

Viola sussultò, con un piccolo gemito affannato, affondò le dita nelle lenzuola, stringendo la stoffa fino a far diventare le nocche bianche.

"Pietro..., ti prego..." sussurrò chiudendo gli occhi con forza, una supplica che suonava ormai più come un abbandono totale che come una vera protesta.

Un groviglio denso di emozioni le serrò la gola: c’era ancora la paura infantile per quell'ago che stava per penetrarla, ma era ormai del tutto sopraffatta da una resa dolce, calda e vertiginosa. Sentirsi così vulnerabile e sottomessa all'autorità di Pietro amplificava ogni singolo senso e accendeva un fuoco strisciante a cui non poteva opporsi.

"Fai un bel respiro..." le ordinò piano lui, il tono fermo ma privo di qualsiasi durezza.

Viola obbedì d'istinto, inspirando a fondo. Ma proprio mentre lasciava andare l'aria in un lungo sospiro tremante, sentì la puntura decisa dell'ago che bucava la pelle e affondava nel muscolo con una lentezza spietata e meticolosa.

Un piccolo gemito soffocato le sfuggì dalle labbra, mentre le cosce tendevano a contrarsi di riflesso.

"Shh..." sussurrò lui, posandole la mano sinistra sulla parte bassa della schiena per tenerla ferma. Il palmo ampio e pesante esercitava una pressione minima ma irremovibile, bloccandola contro il materasso e ricordandole esattamente a chi appartenesse in quel momento.

La sensazione del metallo freddo nella carne era invasiva, dolorosa, ma la presa di Pietro la teneva ancorata lì, immobile, costringendola a subire ogni millimetro di quell'intrusione.

"Respira... e stai ferma" le ordinò con tono severo ma pacato, premendo lo stantuffo con una lentezza snervante, iniettando il liquido goccia dopo goccia.

"Ah... brucia..." piagnucolò lei mentre la mano di Pietro continuava a tenerla ancorata al letto, senza la minima esitazione.

"Rilassati..." la richiamò Pietro accarezzandole la schiena. "Se ti contrai ti fa solo più male, lo sai...".

Il bruciore sordo e denso del liquido iniziò a diffondersi in profondità, fastidioso e acuto, facendole salire le lacrime agli occhi. Stringeva le lenzuola tra le dita, costringendosi a cedere a quella pressione, mentre la mano di Pietro continuava a tracciarle piccole carezze confortanti sulla schiena per aiutarla a sopportare il dolore.

Ogni centimetro del suo corpo sembrava recettivo a quel contrasto perfetto: il rigore clinico della mano che spingeva l'ago a fondo e la dolcezza quasi diabolica delle carezze che ne accompagnavano l'ingresso. In quel silenzio interrotto solo dal suo respiro spezzato, la barriera tra il dolore fisico e la resa psicologica crollò del tutto.

Il bruciore pulsante dell'iniezione si fuse inestricabilmente con il piacere erotico di essere dominata da lui in quel modo. Le lacrime le bagnarono le ciglia, mentre un calore ben conosciuto le si irradiava nella vulva. Pietro stava prendendo il totale controllo del suo corpo, punendola e curandola allo stesso tempo, rivendicando ogni centimetro di lei.

Quando l'ultima goccia fu iniettata, lui sfilò l'ago con un movimento netto e premette subito il cotone imbevuto sul piccolo segno della puntura, iniziando un massaggio circolare, lento e profondo.

"Finito" le disse col tono di voce che sfumava verso la dolcezza, mentre continuava a massaggiarle il punto indolenzito. "Vedrai che farà subito effetto".

Viola rimase immobile, con il viso affondato nel cuscino e il respiro che cercava a fatica di riprendere un ritmo regolare. Il sapore amaro della resa le riempiva la bocca, ma sotto la pelle la sensazione era completamente diversa: un miscuglio incandescente di sollievo, umiliazione sottile e desiderio viscerale che la lasciava del tutto priva di difese.

*Bastardo*.

Il pensiero le attraversò la mente con una sfumatura quasi affettuosa, avvalorato dall'evidenza dei fatti: Pietro la conosceva troppo bene e aveva usato il suo momento di massima debolezza fisica per imporle il controllo totale, trasformando una cura medica in una lezione d'autorità che le era entrata dritta nelle ossa.

E la cosa che più la turbava, quella che le faceva accelerare di nuovo il battito cardiaco, era che lei lo aveva lasciato fare. Nonostante la paura per l'ago, nonostante il bruciore denso del farmaco che ancora le pulsava dentro, essere domata a quel modo da lui la svuotava di qualsiasi intenzione di ribellione. Sentire la sua presenza accanto a sé, la sicurezza con cui le imponeva le sue decisioni e la premura rigida con cui si occupava di lei, la facevano sentire spaventosamente al sicuro.

La medicina stava già iniziando a fare il suo dovere, distendendo la morsa tremenda allo stomaco, ma il nodo che le si era formato nel basso ventre era di tutt'altra natura.

***********************************

Viola, ancora a pancia in giù, con la pelle del gluteo sinistro dolcemente intorpidita e il respiro che si stava lentamente stabilizzando, commise l'errore di pensare di potersi rilassare.

Fece per girarsi, ma Pietro le posò la mano — ampia, calda e pesante — sulla schiena, ancorandola di nuovo al materasso e bloccandole ogni movimento.

"E adesso..." disse piegandosi su di lei finché il suo fiato caldo non le sfiorò il collo. "... parliamo di ieri sera" aggiunse con quel tono calmo e privo di incrinature che era mille volte più minaccioso di un urlo.
scritto il
2026-08-31
3 2
visite
0
voti
valutazione
0
il tuo voto
Segnala abuso in questo racconto erotico

Continua a leggere racconti dello stesso autore

racconto precedente

Festa sulla spiaggia

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.