La svolta di Dodi
di
Joshua
genere
saffico
Debora — Dodi per gli amici — ha trentacinque anni, è sposata e non ha figli. La sua vita è un binario: casa, lavoro, pranzo della domenica a rotazione tra genitori e suoceri. Non si sente triste. Non si sente frustrata. O almeno, se lo è, non lo sa.
Il matrimonio è rispettoso. C’è affetto, c’è abitudine, c’è qualcuno che sa come prende il caffè. Manca il brio. Il sesso arriva di rado, dura pochi minuti, poi ognuno si gira dall’altra parte: lui verso lo smartphone o la partita, lei verso un libro, i social o un programma di cucina. È una vita che funziona. È una vita che non fa rumore.
Finché, tra i profili che il social le propone, le appare Daria, la compagna di liceo. Dodi apre la pagina e qualcosa scatta. Daria è single. Foto di posti belli, sorrisi di chi non ha preso la vita come una condanna o un compito da eseguire al meglio, ma con la sete di chi ha fame di mondo. Chiude l’app, la riapre. Non mette like. In cucina il marito chiede della cena dai suoceri. «Sì», risponde lei. Dentro è nata una domanda: quando ho deciso che la vita era un compito?
Il messaggio lo manda il giorno dopo. «Ciao. Sono Debora, del liceo. Ho visto il tuo profilo. Mi è venuta voglia di rivederti .»
La risposta arriva una settimana dopo. «Dodiiiiiiii che piacere, scusa il ritardo ma sono rientrata ieri sera tardi dopo un viaggio in Vietnam, un po’ tribolato. Come stai?»
Da lì le chat non si spezzano più. Daria lavora da dove capita: traduzioni, editing, qualche progetto grafico. Guadagna quanto basta per non chiedere niente a nessuno. Una figlia dei fiori con il riscaldamento funzionante e un passaporto in regola. Un po’ imborghesita, come dice lei ridendo, «ma solo il giusto per non dormire in ostello a trent’anni ». Una sera scrive: «Mi sei mancata e non lo sapevo. Possiamo vederci? A ottobre passo da quelle parti.» Dodi cancella, riscrive. «Sì. Mi farebbe davvero piacere.»
La invita a casa. Daria accetta. Il giorno dell’arrivo Dodi è a Linate quasi due ore prima. Daria esce in short, maglia a bretelline, sandali, capelli schiariti dal sole, uno zaino da trekking e un trolley a mano. L’abbraccio è quello giusto dopo quindici anni: goffo all’inizio, poi stretto. Profumo di aereo, sapone qualunque, pelle calda. In macchina Daria parla e Dodi guida con le mani salde e una fame nuova in fondo allo stomaco.
A casa, dopo il caffè, la sistema nella stanza dei bambini che non sono mai arrivati. Letto fatto, tendaggi chiari, un orsetto di peluche su una sedia. Parlano, ma parla quasi sempre Daria: templi all’alba, treni sbagliati, una donna che le ha messo in mano un frutto senza dire una parola. Non si vanta. Condivide, come si condivide il pane. Dodi ascolta come una bambina a cui viene raccontata una favola vera.
A un certo punto Daria racconta un mito. Shiva e Parvati hanno due figli e un premio che non si può spezzare in due. Chi fa per primo il giro del mondo, vince. Kartikeya sale sul pavone e parte davvero: mari, montagne, cielo. Ganesha, più lento, cammina intorno ai genitori e dice: voi siete il mio mondo. Vince lui. In alcune versioni Kartikeya se ne va offeso sul proprio monte, perché anche girare la terra è una verità. «Io per anni ho fatto la Kartikeya», dice Daria. «Tu hai circumnavigato un altro universo. Casa, genitori, suoceri, letto sistemato. Non è che non hai viaggiato. Hai fatto i giri.» Dodi chiede del premio. Daria risponde: «Si può fare un quarto giro. O alzare gli occhi e vedere che esiste il mare.»
Nei giorni successivi Daria osserva senza interrogare. Il «tesoro» detto senza peso. Le chiavi posate sul mobile. La televisione. Il letto che si raffredda in pochi minuti. I pranzi già scritti in calendario. La conclusione le arriva netta: Dodi è una corazzata in uno stagno. Ha lo scafo per il largo e invece sta ferma in poca acqua, circondata da ranocchi che gracidano abitudine. Non sono cattivi. Occupano. Daria ha paura di aprire troppo: una crepa in una casa tenuta insieme dalla routine non è libertà, è allagamento. Esce a camminare. Si dà una regola: niente naufragi. Solo, se serve, una scia.
Torna. In cucina Dodi prepara il tè con gesti precisi. Dal salotto arriva la partita e la voce di Marco — il marito — che chiede una birra. Daria parla del liceo, del banco tenuto. Dodi ammette di ascoltarla come una lingua straniera. «Io sto. Tre giri intorno a quello che c’era. Non è una lagnanza.» «Il mito non dice che i giri debbano durare vent’anni.» Dodi chiede cosa intende fare, con quello che ha visto. Daria: niente che le spacchi la vita. Una scia, non un naufragio. L’indomani, dieci minuti al bar sotto casa. Dodi, con la mano sullo sportello del frigorifero, dice che non è cieca. È lenta. E ha paura di fare danni a chi non ha chiesto di salpare. «Alle nove. Se cambio idea, non venire a bussare.»
La mattina lascia un foglietto a Marco: esce un attimo, bar sotto, torna subito. Al caffè i tavolini sono storti, la brioche spezzata in due. Dodi conta i minuti. Dice che lui è buono, paga le bollette, non merita di diventare un carceriere. Dice dell’invidia a Linate, della vergogna, poi di qualcosa che non sa nominare. Arriva un messaggio: mi fai un cappuccino quando torni? Risponde sì. Rientra, prepara la schiuma. Daria si ferma sulla soglia: «Com’è la sedia?» «Un po’ più alta. O sono io che mi sono accorta di essere stata troppo china.»
A cena Marco è cortese. Parla delle Canarie, di un villaggio, di tutto incluso. «Si sta, no?» Daria: «Dipende da dove.» Dopo i piatti, in cucina, una lava e l’altra asciuga. Dodi chiede di non essere interpretata a tavola. Daria resterà pochi giorni, poi ha un lavoro a Bologna. A letto, accanto a Marco già girato verso il muro, Dodi scrive: La sedia era più alta. Domani non so. Ma oggi sì. Daria risponde: Oggi basta. Dormi, corazzata.
Il giorno dopo Marco va in ufficio. Sul tavolo lascia un altro foglio: Stasera calcetto coi ragazzi. Non aspettarmi per cena. Dodi è quasi contenta dello spazio. Daria non spinge: aspetta il passo successivo. Tirano fuori un album piccolo. Assisi, zaini enormi, l’ultimo giorno prima degli esami. Due ragazze che non sanno ancora dello stagno. Le spalle si toccano. Dodi sente la pelle calda, il caffè sul fiato, sfiora la gamba. Il bacio è impacciato: denti, naso, una fame mal gestita. Dodi vuole scusarsi. Daria le posa un dito sulle labbra. «La corazzata ha fatto un altro piccolo movimento. Non scusarti per un mezzo metro.»
Nel pomeriggio corrono al parco. Sudore, risate, fiato corto, una bottiglia passata di mano in mano. Tornano vive. La porta si chiude alle spalle. Dodi le appoggia una mano sulla spalla. Il bacio, stavolta, è sicuro. Daria la tira verso il divano. Maglie umide, pelle salata, il tessuto che si stacca, il reggiseno chiaro che cade. Bocca sul collo, sul seno, mano sotto l’elastico dei pantaloni. Dodi è già viscida in un modo che la sorprende: lo sente lei per prima, il rumore piccolo e netto. Pantaloni e slip giù insieme. Daria la guarda da vicino, apre le labbra con i pollici, passa la lingua dal basso verso l’alto, poi chiude la bocca intorno al clitoride e entra con due dita curve. Dodi si tiene ai capelli. L’orgasmo le arriva come un taglio: schiena staccata dai cuscini, cosce chiuse, un grido strozzato, le gambe che non tengono, la vista bianca per un secondo. Poi è lei a scendere, goffa, affamata, riconoscente. Daria ha aspettato troppi anni senza dirlo: l’onda le arriva piena, lenta, antica, le cosce che battono, un suono trattenuto contro il palmo. Restano così, sudate in un altro modo. «L’argine», dice soltanto Daria.
Dodi si alza per prima. Si fa una doccia troppo calda, poi troppo fredda. Si lava come si lava una cosa che deve tornare a essere conosciuta. Aprono le finestre del soggiorno, cambiano la coperta del divano, mettono i vestiti in lavatrice. L’odore resta lo stesso, sotto sotto. Per il resto del giorno Dodi è presente e assente insieme. Prepara un panino e non lo mangia. Scrive latte sulla lista e si ferma. Daria non chiede, non tocca, non commenta. Legge dall’altra parte del tavolo. Verso sera Dodi parla, guardando il frigorifero: non sa se saprà scegliere, sa solo che non può fare finta. Daria non pretende una sentenza. «Conoscendoti, non sceglierai per paura. Sceglierai per fedeltà. Il punto è capire a che cosa.» Dodi le chiede di restare quella notte, non perché ha già scelto: perché se si sveglia e la casa è di nuovo solo sua e di lui, non sa se riuscirà a ricordare di essere stata viva. Marco rientra tardi, sudato, un po’ bevuto, racconta un gol, la bacia di birra. Lei risponde al momento giusto. Tiene insieme i pezzi. Non scrive altri messaggi. Aspetta il mattino come una sentenza che deve arrivare da dentro.
Passano ancora pochi giorni. La casa riprende i suoi orari. Dodi esegue e, insieme, non esegue più del tutto. Poi, una sera, Daria lo dice senza teatro: l’indomani Bologna, la aspettano, treno delle sette e dodici. «Ti accompagno in stazione», risponde Dodi.
Nella notte aspetta che Marco dorma per davvero: respiro largo, mano pesante sul lenzuolo. Si alza. In cucina accende solo la luce della cappa. Scrive a mano. Non incolpa. Non implora. Dice che lo rispetta. Dice che per anni ha eseguito e che eseguire non è vivere. Dice che se aspetta il momento giusto resterà ferma fino a diventare un arredo. Chiede scusa per il modo, non per la direzione. In fondo, una riga: Non sei un carceriere. Io ero già in uno stagno prima di te. Adesso so di avere uno scafo. Piega il foglio e lo lascia sotto la tazza vuota, con lo zucchero a lato. In camera prende uno zaino piccolo: documenti, un cambio, lo spazzolino, l’album di Assisi, una felpa. Lo porta in macchina, nel bagagliaio, e risale senza fare rumore. A Daria non dice niente. A Marco nemmeno.
All’alba la casa è blu. Daria scende con lo zaino da trekking e il trolley. Dodi ha già le chiavi in mano. In macchina, verso la stazione, non parlano. Dodi pensa che è ancora in tempo. Può accompagnarla, tornare, buttare la lettera, rimettere lo zaino nell’armadio. Lo stagno la riammetterebbe. Nessuno saprebbe del divano.
Il parcheggio coperto puzza di cemento freddo. Spegne il motore. Daria slaccia la cintura. «Io vado, Dodi.»
Dodi stringe il volante. Le nocche diventano bianche. Il respiro le arriva corto. Guarda il cruscotto, il biglietto del parcheggio, le proprie mani. Poi alza lo sguardo. Ha deciso.
Apre lo sportello. Tira fuori lo zaino dal bagagliaio. Si piega nell’abitacolo e lascia sul sedile del passeggero il mazzo intero: casa e macchina. Chiude a chiave non serve più; la vettura resta lì, recuperabile. Dal telefono scrive a Marco: Ho lasciato una lettera in cucina. L’auto è al parcheggio coperto della stazione. Scusa. Invia. Spegne. Il telefono cade nel cestino accanto a una colonna, un suono sordo di plastica su carta e lattine.
Si volta verso Daria. Lo zaino su una spalla. La voce è bassa, ferma.
«Vengo con te.»
Daria non sorride da vincitrice. Le prende la mano. In biglietteria prende un secondo posto sul medesimo treno. Si avviano verso i binari. I passi all’inizio sono disuguali, poi si pareggiano. Un annuncio metallico, odore di caffè da stazione, un vagone con le porte aperte e la luce gialla.
Non guardano indietro.
Lo stagno resta dove l’hanno lasciato: una tazza, una lettera, un mazzo di chiavi sul sedile, un telefono tra i rifiuti. Il mare, per ora, è soltanto questo: due biglietti, una mano nell’altra, la corazzata che ha smesso di girare intorno alla riva e ha preso, finalmente, la prima rotta.
Il matrimonio è rispettoso. C’è affetto, c’è abitudine, c’è qualcuno che sa come prende il caffè. Manca il brio. Il sesso arriva di rado, dura pochi minuti, poi ognuno si gira dall’altra parte: lui verso lo smartphone o la partita, lei verso un libro, i social o un programma di cucina. È una vita che funziona. È una vita che non fa rumore.
Finché, tra i profili che il social le propone, le appare Daria, la compagna di liceo. Dodi apre la pagina e qualcosa scatta. Daria è single. Foto di posti belli, sorrisi di chi non ha preso la vita come una condanna o un compito da eseguire al meglio, ma con la sete di chi ha fame di mondo. Chiude l’app, la riapre. Non mette like. In cucina il marito chiede della cena dai suoceri. «Sì», risponde lei. Dentro è nata una domanda: quando ho deciso che la vita era un compito?
Il messaggio lo manda il giorno dopo. «Ciao. Sono Debora, del liceo. Ho visto il tuo profilo. Mi è venuta voglia di rivederti .»
La risposta arriva una settimana dopo. «Dodiiiiiiii che piacere, scusa il ritardo ma sono rientrata ieri sera tardi dopo un viaggio in Vietnam, un po’ tribolato. Come stai?»
Da lì le chat non si spezzano più. Daria lavora da dove capita: traduzioni, editing, qualche progetto grafico. Guadagna quanto basta per non chiedere niente a nessuno. Una figlia dei fiori con il riscaldamento funzionante e un passaporto in regola. Un po’ imborghesita, come dice lei ridendo, «ma solo il giusto per non dormire in ostello a trent’anni ». Una sera scrive: «Mi sei mancata e non lo sapevo. Possiamo vederci? A ottobre passo da quelle parti.» Dodi cancella, riscrive. «Sì. Mi farebbe davvero piacere.»
La invita a casa. Daria accetta. Il giorno dell’arrivo Dodi è a Linate quasi due ore prima. Daria esce in short, maglia a bretelline, sandali, capelli schiariti dal sole, uno zaino da trekking e un trolley a mano. L’abbraccio è quello giusto dopo quindici anni: goffo all’inizio, poi stretto. Profumo di aereo, sapone qualunque, pelle calda. In macchina Daria parla e Dodi guida con le mani salde e una fame nuova in fondo allo stomaco.
A casa, dopo il caffè, la sistema nella stanza dei bambini che non sono mai arrivati. Letto fatto, tendaggi chiari, un orsetto di peluche su una sedia. Parlano, ma parla quasi sempre Daria: templi all’alba, treni sbagliati, una donna che le ha messo in mano un frutto senza dire una parola. Non si vanta. Condivide, come si condivide il pane. Dodi ascolta come una bambina a cui viene raccontata una favola vera.
A un certo punto Daria racconta un mito. Shiva e Parvati hanno due figli e un premio che non si può spezzare in due. Chi fa per primo il giro del mondo, vince. Kartikeya sale sul pavone e parte davvero: mari, montagne, cielo. Ganesha, più lento, cammina intorno ai genitori e dice: voi siete il mio mondo. Vince lui. In alcune versioni Kartikeya se ne va offeso sul proprio monte, perché anche girare la terra è una verità. «Io per anni ho fatto la Kartikeya», dice Daria. «Tu hai circumnavigato un altro universo. Casa, genitori, suoceri, letto sistemato. Non è che non hai viaggiato. Hai fatto i giri.» Dodi chiede del premio. Daria risponde: «Si può fare un quarto giro. O alzare gli occhi e vedere che esiste il mare.»
Nei giorni successivi Daria osserva senza interrogare. Il «tesoro» detto senza peso. Le chiavi posate sul mobile. La televisione. Il letto che si raffredda in pochi minuti. I pranzi già scritti in calendario. La conclusione le arriva netta: Dodi è una corazzata in uno stagno. Ha lo scafo per il largo e invece sta ferma in poca acqua, circondata da ranocchi che gracidano abitudine. Non sono cattivi. Occupano. Daria ha paura di aprire troppo: una crepa in una casa tenuta insieme dalla routine non è libertà, è allagamento. Esce a camminare. Si dà una regola: niente naufragi. Solo, se serve, una scia.
Torna. In cucina Dodi prepara il tè con gesti precisi. Dal salotto arriva la partita e la voce di Marco — il marito — che chiede una birra. Daria parla del liceo, del banco tenuto. Dodi ammette di ascoltarla come una lingua straniera. «Io sto. Tre giri intorno a quello che c’era. Non è una lagnanza.» «Il mito non dice che i giri debbano durare vent’anni.» Dodi chiede cosa intende fare, con quello che ha visto. Daria: niente che le spacchi la vita. Una scia, non un naufragio. L’indomani, dieci minuti al bar sotto casa. Dodi, con la mano sullo sportello del frigorifero, dice che non è cieca. È lenta. E ha paura di fare danni a chi non ha chiesto di salpare. «Alle nove. Se cambio idea, non venire a bussare.»
La mattina lascia un foglietto a Marco: esce un attimo, bar sotto, torna subito. Al caffè i tavolini sono storti, la brioche spezzata in due. Dodi conta i minuti. Dice che lui è buono, paga le bollette, non merita di diventare un carceriere. Dice dell’invidia a Linate, della vergogna, poi di qualcosa che non sa nominare. Arriva un messaggio: mi fai un cappuccino quando torni? Risponde sì. Rientra, prepara la schiuma. Daria si ferma sulla soglia: «Com’è la sedia?» «Un po’ più alta. O sono io che mi sono accorta di essere stata troppo china.»
A cena Marco è cortese. Parla delle Canarie, di un villaggio, di tutto incluso. «Si sta, no?» Daria: «Dipende da dove.» Dopo i piatti, in cucina, una lava e l’altra asciuga. Dodi chiede di non essere interpretata a tavola. Daria resterà pochi giorni, poi ha un lavoro a Bologna. A letto, accanto a Marco già girato verso il muro, Dodi scrive: La sedia era più alta. Domani non so. Ma oggi sì. Daria risponde: Oggi basta. Dormi, corazzata.
Il giorno dopo Marco va in ufficio. Sul tavolo lascia un altro foglio: Stasera calcetto coi ragazzi. Non aspettarmi per cena. Dodi è quasi contenta dello spazio. Daria non spinge: aspetta il passo successivo. Tirano fuori un album piccolo. Assisi, zaini enormi, l’ultimo giorno prima degli esami. Due ragazze che non sanno ancora dello stagno. Le spalle si toccano. Dodi sente la pelle calda, il caffè sul fiato, sfiora la gamba. Il bacio è impacciato: denti, naso, una fame mal gestita. Dodi vuole scusarsi. Daria le posa un dito sulle labbra. «La corazzata ha fatto un altro piccolo movimento. Non scusarti per un mezzo metro.»
Nel pomeriggio corrono al parco. Sudore, risate, fiato corto, una bottiglia passata di mano in mano. Tornano vive. La porta si chiude alle spalle. Dodi le appoggia una mano sulla spalla. Il bacio, stavolta, è sicuro. Daria la tira verso il divano. Maglie umide, pelle salata, il tessuto che si stacca, il reggiseno chiaro che cade. Bocca sul collo, sul seno, mano sotto l’elastico dei pantaloni. Dodi è già viscida in un modo che la sorprende: lo sente lei per prima, il rumore piccolo e netto. Pantaloni e slip giù insieme. Daria la guarda da vicino, apre le labbra con i pollici, passa la lingua dal basso verso l’alto, poi chiude la bocca intorno al clitoride e entra con due dita curve. Dodi si tiene ai capelli. L’orgasmo le arriva come un taglio: schiena staccata dai cuscini, cosce chiuse, un grido strozzato, le gambe che non tengono, la vista bianca per un secondo. Poi è lei a scendere, goffa, affamata, riconoscente. Daria ha aspettato troppi anni senza dirlo: l’onda le arriva piena, lenta, antica, le cosce che battono, un suono trattenuto contro il palmo. Restano così, sudate in un altro modo. «L’argine», dice soltanto Daria.
Dodi si alza per prima. Si fa una doccia troppo calda, poi troppo fredda. Si lava come si lava una cosa che deve tornare a essere conosciuta. Aprono le finestre del soggiorno, cambiano la coperta del divano, mettono i vestiti in lavatrice. L’odore resta lo stesso, sotto sotto. Per il resto del giorno Dodi è presente e assente insieme. Prepara un panino e non lo mangia. Scrive latte sulla lista e si ferma. Daria non chiede, non tocca, non commenta. Legge dall’altra parte del tavolo. Verso sera Dodi parla, guardando il frigorifero: non sa se saprà scegliere, sa solo che non può fare finta. Daria non pretende una sentenza. «Conoscendoti, non sceglierai per paura. Sceglierai per fedeltà. Il punto è capire a che cosa.» Dodi le chiede di restare quella notte, non perché ha già scelto: perché se si sveglia e la casa è di nuovo solo sua e di lui, non sa se riuscirà a ricordare di essere stata viva. Marco rientra tardi, sudato, un po’ bevuto, racconta un gol, la bacia di birra. Lei risponde al momento giusto. Tiene insieme i pezzi. Non scrive altri messaggi. Aspetta il mattino come una sentenza che deve arrivare da dentro.
Passano ancora pochi giorni. La casa riprende i suoi orari. Dodi esegue e, insieme, non esegue più del tutto. Poi, una sera, Daria lo dice senza teatro: l’indomani Bologna, la aspettano, treno delle sette e dodici. «Ti accompagno in stazione», risponde Dodi.
Nella notte aspetta che Marco dorma per davvero: respiro largo, mano pesante sul lenzuolo. Si alza. In cucina accende solo la luce della cappa. Scrive a mano. Non incolpa. Non implora. Dice che lo rispetta. Dice che per anni ha eseguito e che eseguire non è vivere. Dice che se aspetta il momento giusto resterà ferma fino a diventare un arredo. Chiede scusa per il modo, non per la direzione. In fondo, una riga: Non sei un carceriere. Io ero già in uno stagno prima di te. Adesso so di avere uno scafo. Piega il foglio e lo lascia sotto la tazza vuota, con lo zucchero a lato. In camera prende uno zaino piccolo: documenti, un cambio, lo spazzolino, l’album di Assisi, una felpa. Lo porta in macchina, nel bagagliaio, e risale senza fare rumore. A Daria non dice niente. A Marco nemmeno.
All’alba la casa è blu. Daria scende con lo zaino da trekking e il trolley. Dodi ha già le chiavi in mano. In macchina, verso la stazione, non parlano. Dodi pensa che è ancora in tempo. Può accompagnarla, tornare, buttare la lettera, rimettere lo zaino nell’armadio. Lo stagno la riammetterebbe. Nessuno saprebbe del divano.
Il parcheggio coperto puzza di cemento freddo. Spegne il motore. Daria slaccia la cintura. «Io vado, Dodi.»
Dodi stringe il volante. Le nocche diventano bianche. Il respiro le arriva corto. Guarda il cruscotto, il biglietto del parcheggio, le proprie mani. Poi alza lo sguardo. Ha deciso.
Apre lo sportello. Tira fuori lo zaino dal bagagliaio. Si piega nell’abitacolo e lascia sul sedile del passeggero il mazzo intero: casa e macchina. Chiude a chiave non serve più; la vettura resta lì, recuperabile. Dal telefono scrive a Marco: Ho lasciato una lettera in cucina. L’auto è al parcheggio coperto della stazione. Scusa. Invia. Spegne. Il telefono cade nel cestino accanto a una colonna, un suono sordo di plastica su carta e lattine.
Si volta verso Daria. Lo zaino su una spalla. La voce è bassa, ferma.
«Vengo con te.»
Daria non sorride da vincitrice. Le prende la mano. In biglietteria prende un secondo posto sul medesimo treno. Si avviano verso i binari. I passi all’inizio sono disuguali, poi si pareggiano. Un annuncio metallico, odore di caffè da stazione, un vagone con le porte aperte e la luce gialla.
Non guardano indietro.
Lo stagno resta dove l’hanno lasciato: una tazza, una lettera, un mazzo di chiavi sul sedile, un telefono tra i rifiuti. Il mare, per ora, è soltanto questo: due biglietti, una mano nell’altra, la corazzata che ha smesso di girare intorno alla riva e ha preso, finalmente, la prima rotta.
2
voti
voti
valutazione
1
1
Continua a leggere racconti dello stesso autore
racconto precedente
La cugina Rosaria2
Commenti dei lettori al racconto erotico