La cugina Rosaria2
di
Joshua
genere
etero
Il mattino seguente mi svegliai di buon’ora.
La casa era silenziosa, piena della luce chiara e un po’ fredda delle sei. Preparai il caffè e apparecchiai il tavolo senza troppa convinzione. L’odore della moka riempiva la cucina, caldo e amaro. Non sapevo se sarebbe venuta.
Non tardò.
La sentii arrivare dal cortile prima ancora di vederla: il rumore sordo dei passi sulla terra battuta, il leggero tintinnio del secchio. Quando aprì la porta aveva un paio di jeans scoloriti, scarpe da tennis quasi demolite e una camicia larghissima, stropicciata, che le arrivava a metà coscia. In una mano teneva il solito secchio di plastica, nell’altra un sacchetto di tela consumato. Portava con sé odore di sapone economico e di aria aperta.
Si fermò sulla soglia e annusò l’aria.
«U facisti u cafè?»
(Hai fatto il caffè?)
Annuì verso la moka. Si sedette, posò il secchio e il sacchetto per terra e aspettò che le versassi. Bevve in silenzio, a piccoli sorsi, tenendo la tazzina con tutte e due le mani. Io mi sedetti di fronte.
Dieci minuti dopo uscimmo.
Camminammo lungo il sentiero che portava ai campi. L’aria era ancora fresca, quasi umida, e l’erba alta lasciava strisce fredde di rugiada sui pantaloni. Si sentiva il canto lontano di qualche gallo e il ronzio crescente delle cicale. Parlammo di cose inutili e concrete. Nessuno dei due fece la minima allusione a quello che era successo la notte prima.
Quando arrivammo al pezzo di terreno dietro la capanna degli attrezzi, mi fermai. L’erba era alta fino al ginocchio, in alcuni punti quasi fino alla vita, e odorava di clorofilla e di terra calda. Presi la falce che stava appesa sotto la tettoia, ne sentii il manico liscio e consumato dal tempo, e iniziai a tagliare.
Il movimento era antico, ripetitivo. Spalla, braccio, taglio. L’erba cadeva con un fruscio secco e lasciava dietro di sé una striscia di terra chiara e polverosa. Dopo i primi minuti smisi di pensare. Restava solo il ritmo, il peso della lama e l’odore acre degli steli spezzati.
Rosaria restò a guardarmi per un pezzo.
Nel suo sguardo c’era un misto di compiacimento, di gratitudine e di qualcosa di più primitivo. Poi, senza una parola, si voltò e sparì verso il recinto degli animali. Si sentì per un attimo il belato di una capra e il tintinnio di un campanaccio.
Io continuai.
Il sole saliva e mi batteva sulla nuca. Sudavo. La camicia mi si appiccicava alla schiena, i muscoli delle braccia e delle spalle bruciavano, ma la ripetizione aveva qualcosa di ipnotico. Persi il senso del tempo.
Fu la campana del paese a riportarmi indietro.
Un rintocco solo, secco e metallico, che segnò mezzogiorno e si sparse sui campi. Mi fermai, appoggiai la falce al muro e mi asciugai la fronte con la maglia già inzuppata. Ero fradicio. Mi facevano male quasi tutti i muscoli, e il sapore del sale mi restava sulle labbra, ma il pezzo di terreno era praticamente pulito.
Tornai indietro cercandola con lo sguardo.
Non c’era.
«Rosaria.»
Niente. Solo il fruscio leggero del vento tra l’erba tagliata e il ronzio degli insetti.
Alzai la voce.
«Rosaria!»
«Chi voi?»
(Che vuoi? / Che c’è?)
La voce arrivò da molto vicino. Mi voltai di scatto. Dietro un gigantesco cespuglio di ginestra, giallo e profumato in modo dolciastro, c’era un movimento. Allungai appena la testa e vidi i suoi capelli scuri.
«Ma che caz…»
Lei alzò lo sguardo verso di me con una naturalezza incredibile. L’odore della ginestra si mescolava a qualcosa di più umano e terreno.
«Staiu cacandu.»
(Sto cagando.)
Scoppiai a ridere.
Non era tanto la cosa in sé, quanto il modo in cui l’aveva detta: piatta, ovvia, senza il minimo imbarazzo.
Lei mi fissò, genuina nel suo non capire.
«Ridici stu cazzu?»
(Che cazzo ridi?)
E per chiudere lasciò andare un peto lungo e liberatorio, senza nemmeno battere ciglio.
Io risii ancora più forte, piegato in due, mentre lei scuoteva la testa convinta che il vero strano fossi io.
Andò fino al piccolo canale che scorreva un po’ più in basso. L’acqua era fredda, chiara, e scorreva con un gorgoglio leggero sui sassi. Si riabbassò i pantaloni e si diede una sciacquata sbrigativa al culo e alle mani. Io restai a guardarla. L’acqua le scivolava sulle cosce e sulle dita, portandosi via un po’ di polvere e di sudore.
In quel gesto semplice capii una cosa.
Nonostante fosse grezza, era genuina. Libera in un modo che io non riuscivo nemmeno a immaginare , una sorta di Diogene moderna.
E, in quel momento, mi sembrò più vicina alla felicità di quanto lo fossi mai stato io.
«Che cazzu vardi?»
(Che cazzo guardi?)
Sorrisi, mi avvicinai e le presi la mano. Era ancora umida e fresca. Non me ne importò. Ci avviammo verso il capanno. I passi affondavano nella terra smossa, e l’odore di erba tagliata e di acqua ci seguiva.
«Rosà, io ho fame. Spero che in quel sacco di tela ci sia da mangiare.»
Lei annuì.
Arrivati sotto la tettoia, tirò fuori dal sacchetto pane, salame, formaggio e olive. Li posò sul tavolino di legno storto, scuro di vecchiaia e di macchie, insieme a una bottiglia di vino già aperta. Apparecchiò alla sua maniera: tutto sparso, senza piatti. L’ombra della tettoia era fresca, ma l’aria restava calda e ferma. Si sentivano le cicale, fitte e insistenti.
Ci sedemmo uno di fronte all’altra.
Il vino era scuro e un po’ aspro, del tipo che si beve senza pensarci troppo. Sapeva di cantina e di sole. Lo bevvi a sorsi lunghi, sentendolo scendere caldo.
Rosaria mangiava con calma. Spezzava il pane con le mani, ci metteva sopra un pezzo di salame e lo portava alla bocca.
Gli occhi, stretti per il sole, avevano un’espressione quieta, ma quando alzava lo sguardo verso di me diventavano più scuri, più diretti. La camicia larghissima le scivolava su una spalla. Ogni volta che portava la bottiglia alle labbra e reclinava appena la testa, il seno si muoveva lento sotto la stoffa, pesante e libero. Le labbra erano unte dal salame e dal pane, ma restavano carnose, piene. Di tanto in tanto si leccava un angolo della bocca con la lingua, in un gesto automatico e senza pudore.
Un parrucchiere, un’estetista e un maestro di galateo l’avrebbero sicuramente resa una bellissima quarantenne, ma le avrebbero distrutto il fascino.
Non dicemmo quasi niente.
Non serviva.
Dopo pranzo indicò il ciliegio.
«Facimundi ba ura ‘i sonnu.»
(Facciamoci un’ora di sonno.)
Ci sdraiammo sull’erba. Io mi addormentai. Lei restò a guardare le nuvole.
Quando mi svegliai la trovai china sul bidone del mangime, il sedere illuminato dal sole. Le posai una mano sopra, decisa.
«continui?… o vinisti mi ti pulizzi i mani?»
(Vuoi continuare?… o sei venuto a pulirti le mani?)
Le tirai giù i pantaloni a metà coscia, le aprii la camicia senza toglierla del tutto. Il seno le uscì pesante, ma il tessuto restava a metà, lasciando scoperto solo il necessario. Quel vedo-non-vedo — le chiappe nude, i pantaloni ammassati, la camicia aperta — era più eccitante di qualsiasi nudità completa.
La scopai piegata sul bidone, guardando la schiena muoversi e il seno oscillare a ogni spinta. Venni sulle sue cosce .
Lei raccolse un po’ di sperma con due dita e se lo portò alla bocca, non c’era nulla di “ perverso “ in quel gesto, solo genuina naturalezza.
Tornammo al paese. Lei andò a casa sua. Qualche ora dopo bussò alla mia porta. Aveva i capelli sciolti, un filo di rossetto e un vestito che non le avevo mai visto. Era ancora grezza, ma stupenda.
Cenammo in modo semplice. Parlammo di cose normali. Poi mi prese per mano e mi portò in camera.
Questa volta fu diverso. All’inizio dolce, lento. La guardavo mentre mi prendeva dentro, gli occhi semiaperti, le labbra socchiuse. Poi il ritmo si fece più carnale.
La girai, la presi da dietro, la guardai mentre spingeva indietro cercando più profondità. Alla fine venni sul suo pube folto e nero, il bianco che si mescolava ai peli scuri e scorreva lento.
Restammo stesi. Lei si accoccolò contro di me e iniziò a tracciare segni immaginari sul mio petto con la punta del dito.
«Quannu ti ‘ndi vai?»
(Quando te ne vai?)
«Tra tre o quattro giorni.»
Annuì, continuando a disegnare.
«Peggio pe ttia. Ccà ti facia fari i vita du signuri.»
(Peggio per te. Qui ti farei fare una vita da signore.)
La voce era leggermente stizzita, come se una piccola parte di sé si fosse illusa che tutto quello sarebbe durato per sempre.
Fece una pausa e cambiò tono.
«Io mi so’ trovata bene, sti jorna. ‘Un è che vogghiu roba seria, manco io. So’ fatta diversa. Ma si torni tra na vita, facciamu a conta ca ‘un t’haju canusciutu cchiù. ‘Un mi piaci aspettare.»
(Io mi sono trovata bene in questi giorni. Non è che voglio una cosa seria, nemmeno io. Sono fatta diversa. Ma se torni tra una vita, facciamo finta che non ti abbia più conosciuto. Non mi piace aspettare.)
Poi, più basso:
«Mi mancherà. Tuttu quantu. Pure u silenziu.»
(Mi mancherà. Tutto quanto. Pure il silenzio.)
Il dito si fermò. Le arruffai i capelli.
«Allora facciamo così. Cerchiamo di non sprecare un attimo di questi giorni. Lavoriamo, mangiamo, beviamo vino… e fottemo.»
Alla parola le scesi tra le gambe e le arruffai il cespuglio folto. La guardai con un misto di dolcezza e malizia.
Lei soffiò dal naso. Poi mi saltò sulla pancia, le ginocchia ai lati dei miei fianchi, e mi fissò dall’alto. Quando parlò lo fece in italiano corretto, senza la minima inflessione dialettale:
«Ti spaccherò la schiena di lavoro, ti farò esplodere lo stomaco di cibo e ti consumerò il cazzo a furia di scopate.»
Restò lì un momento. Poi scese più in basso.
Mi prese in mano e mi accolse in bocca fino in fondo, di colpo. Restava ferma a lungo con il cazzo in gola, respirando dal naso, e solo ogni tanto tirava indietro la testa per ridiscendere tutta d’un fiato. Le mani aperte sui miei fianchi. Ogni tanto faceva vibrare la gola e quel brivido mi saliva lungo la schiena. Alzò gli occhi verso di me senza togliere la bocca: labbra tese, un filo di saliva, sguardo concentrato e un po’ di sfida.
Quando venni non si ritrasse. Mi tenne in gola fino alla fine, deglutì, si asciugò la bocca con il dorso della mano e si rimise a sedere sul mio ventre.
Mi guardò dall’alto, ancora un po’ ansimante.
«Ora mangiami tu.»
Mi sdebitai subito.
La feci sdraiare e le aprii le cosce. Il pube era folto, nero, i peli ispidi e un po’ arruffati da poco prima. Li scostai con le dita e guardai.
Le grandi labbra erano scure, carnose, un po’ gonfie, e si aprivano su un interno più chiaro, rosa intenso e lucido. Era già bagnata: un filo di liquido le scendeva lento verso il perineo e brillava alla luce debole della stanza. L’odore era forte, muschiato, di donna e di sesso recente .
Ci infilai il naso e respirai a fondo. Poi leccai.
La lingua partì dal basso, risalì lentamente tra le labbra, sentendo la pelle calda e scivolosa. Il sapore era deciso, salato, quasi metallico, con un fondo acre che mi riempì la bocca. Aprì di più le cosce e io affondai. Scostai le labbra con i pollici e guardai da vicino: il clitoride era gonfio, scoperto, di un rosa più vivo, e pulsava appena. Sotto, l’ingresso era stretto, le pareti interne umide e di un colore più scuro, quasi rosso.
La leccai con calma, prima a larghe passate, poi concentrandomi sul clitoride. Lo presi tra le labbra e lo succhiai piano, sentendolo indurirsi contro la lingua. Lei iniziò a respirare più forte. Le cosce le tremavano. Ogni tanto spingeva il bacino verso la mia bocca, cercando più pressione.
Scesi di nuovo, spinsi la lingua dentro di lei e la sentii chiudersi intorno, calda e stretta. Il sapore diventò più intenso, più denso. La scopai con la lingua mentre il naso le premeva contro il clitoride. I peli mi graffiavano le guance e il mento, lasciando un pizzicore che non mi dispiaceva.
Lei gemette basso, una mano che mi afferrava i capelli. Continuai. Leccavo, succhiavo, aprivo, guardavo. Vedevo le labbra gonfiarsi ancora di più, il liquido che aumentava e mi colava sul mento, l’ingresso che si contraeva ogni volta che la lingua ci entrava. A un certo punto un brivido lungo le attraversò la pancia e le cosce si chiusero intorno alla mia testa. Venne con un gemito roco, stringendosi, mentre io restavo lì a leccare fino all’ultimo spasmo.
Quando alzai la testa avevo la bocca e il mento lucidi. Lei mi guardava dall’alto, le gambe ancora aperte, il respiro corto, il pube scuro e bagnato spalancato davanti a me.
La casa era silenziosa, piena della luce chiara e un po’ fredda delle sei. Preparai il caffè e apparecchiai il tavolo senza troppa convinzione. L’odore della moka riempiva la cucina, caldo e amaro. Non sapevo se sarebbe venuta.
Non tardò.
La sentii arrivare dal cortile prima ancora di vederla: il rumore sordo dei passi sulla terra battuta, il leggero tintinnio del secchio. Quando aprì la porta aveva un paio di jeans scoloriti, scarpe da tennis quasi demolite e una camicia larghissima, stropicciata, che le arrivava a metà coscia. In una mano teneva il solito secchio di plastica, nell’altra un sacchetto di tela consumato. Portava con sé odore di sapone economico e di aria aperta.
Si fermò sulla soglia e annusò l’aria.
«U facisti u cafè?»
(Hai fatto il caffè?)
Annuì verso la moka. Si sedette, posò il secchio e il sacchetto per terra e aspettò che le versassi. Bevve in silenzio, a piccoli sorsi, tenendo la tazzina con tutte e due le mani. Io mi sedetti di fronte.
Dieci minuti dopo uscimmo.
Camminammo lungo il sentiero che portava ai campi. L’aria era ancora fresca, quasi umida, e l’erba alta lasciava strisce fredde di rugiada sui pantaloni. Si sentiva il canto lontano di qualche gallo e il ronzio crescente delle cicale. Parlammo di cose inutili e concrete. Nessuno dei due fece la minima allusione a quello che era successo la notte prima.
Quando arrivammo al pezzo di terreno dietro la capanna degli attrezzi, mi fermai. L’erba era alta fino al ginocchio, in alcuni punti quasi fino alla vita, e odorava di clorofilla e di terra calda. Presi la falce che stava appesa sotto la tettoia, ne sentii il manico liscio e consumato dal tempo, e iniziai a tagliare.
Il movimento era antico, ripetitivo. Spalla, braccio, taglio. L’erba cadeva con un fruscio secco e lasciava dietro di sé una striscia di terra chiara e polverosa. Dopo i primi minuti smisi di pensare. Restava solo il ritmo, il peso della lama e l’odore acre degli steli spezzati.
Rosaria restò a guardarmi per un pezzo.
Nel suo sguardo c’era un misto di compiacimento, di gratitudine e di qualcosa di più primitivo. Poi, senza una parola, si voltò e sparì verso il recinto degli animali. Si sentì per un attimo il belato di una capra e il tintinnio di un campanaccio.
Io continuai.
Il sole saliva e mi batteva sulla nuca. Sudavo. La camicia mi si appiccicava alla schiena, i muscoli delle braccia e delle spalle bruciavano, ma la ripetizione aveva qualcosa di ipnotico. Persi il senso del tempo.
Fu la campana del paese a riportarmi indietro.
Un rintocco solo, secco e metallico, che segnò mezzogiorno e si sparse sui campi. Mi fermai, appoggiai la falce al muro e mi asciugai la fronte con la maglia già inzuppata. Ero fradicio. Mi facevano male quasi tutti i muscoli, e il sapore del sale mi restava sulle labbra, ma il pezzo di terreno era praticamente pulito.
Tornai indietro cercandola con lo sguardo.
Non c’era.
«Rosaria.»
Niente. Solo il fruscio leggero del vento tra l’erba tagliata e il ronzio degli insetti.
Alzai la voce.
«Rosaria!»
«Chi voi?»
(Che vuoi? / Che c’è?)
La voce arrivò da molto vicino. Mi voltai di scatto. Dietro un gigantesco cespuglio di ginestra, giallo e profumato in modo dolciastro, c’era un movimento. Allungai appena la testa e vidi i suoi capelli scuri.
«Ma che caz…»
Lei alzò lo sguardo verso di me con una naturalezza incredibile. L’odore della ginestra si mescolava a qualcosa di più umano e terreno.
«Staiu cacandu.»
(Sto cagando.)
Scoppiai a ridere.
Non era tanto la cosa in sé, quanto il modo in cui l’aveva detta: piatta, ovvia, senza il minimo imbarazzo.
Lei mi fissò, genuina nel suo non capire.
«Ridici stu cazzu?»
(Che cazzo ridi?)
E per chiudere lasciò andare un peto lungo e liberatorio, senza nemmeno battere ciglio.
Io risii ancora più forte, piegato in due, mentre lei scuoteva la testa convinta che il vero strano fossi io.
Andò fino al piccolo canale che scorreva un po’ più in basso. L’acqua era fredda, chiara, e scorreva con un gorgoglio leggero sui sassi. Si riabbassò i pantaloni e si diede una sciacquata sbrigativa al culo e alle mani. Io restai a guardarla. L’acqua le scivolava sulle cosce e sulle dita, portandosi via un po’ di polvere e di sudore.
In quel gesto semplice capii una cosa.
Nonostante fosse grezza, era genuina. Libera in un modo che io non riuscivo nemmeno a immaginare , una sorta di Diogene moderna.
E, in quel momento, mi sembrò più vicina alla felicità di quanto lo fossi mai stato io.
«Che cazzu vardi?»
(Che cazzo guardi?)
Sorrisi, mi avvicinai e le presi la mano. Era ancora umida e fresca. Non me ne importò. Ci avviammo verso il capanno. I passi affondavano nella terra smossa, e l’odore di erba tagliata e di acqua ci seguiva.
«Rosà, io ho fame. Spero che in quel sacco di tela ci sia da mangiare.»
Lei annuì.
Arrivati sotto la tettoia, tirò fuori dal sacchetto pane, salame, formaggio e olive. Li posò sul tavolino di legno storto, scuro di vecchiaia e di macchie, insieme a una bottiglia di vino già aperta. Apparecchiò alla sua maniera: tutto sparso, senza piatti. L’ombra della tettoia era fresca, ma l’aria restava calda e ferma. Si sentivano le cicale, fitte e insistenti.
Ci sedemmo uno di fronte all’altra.
Il vino era scuro e un po’ aspro, del tipo che si beve senza pensarci troppo. Sapeva di cantina e di sole. Lo bevvi a sorsi lunghi, sentendolo scendere caldo.
Rosaria mangiava con calma. Spezzava il pane con le mani, ci metteva sopra un pezzo di salame e lo portava alla bocca.
Gli occhi, stretti per il sole, avevano un’espressione quieta, ma quando alzava lo sguardo verso di me diventavano più scuri, più diretti. La camicia larghissima le scivolava su una spalla. Ogni volta che portava la bottiglia alle labbra e reclinava appena la testa, il seno si muoveva lento sotto la stoffa, pesante e libero. Le labbra erano unte dal salame e dal pane, ma restavano carnose, piene. Di tanto in tanto si leccava un angolo della bocca con la lingua, in un gesto automatico e senza pudore.
Un parrucchiere, un’estetista e un maestro di galateo l’avrebbero sicuramente resa una bellissima quarantenne, ma le avrebbero distrutto il fascino.
Non dicemmo quasi niente.
Non serviva.
Dopo pranzo indicò il ciliegio.
«Facimundi ba ura ‘i sonnu.»
(Facciamoci un’ora di sonno.)
Ci sdraiammo sull’erba. Io mi addormentai. Lei restò a guardare le nuvole.
Quando mi svegliai la trovai china sul bidone del mangime, il sedere illuminato dal sole. Le posai una mano sopra, decisa.
«continui?… o vinisti mi ti pulizzi i mani?»
(Vuoi continuare?… o sei venuto a pulirti le mani?)
Le tirai giù i pantaloni a metà coscia, le aprii la camicia senza toglierla del tutto. Il seno le uscì pesante, ma il tessuto restava a metà, lasciando scoperto solo il necessario. Quel vedo-non-vedo — le chiappe nude, i pantaloni ammassati, la camicia aperta — era più eccitante di qualsiasi nudità completa.
La scopai piegata sul bidone, guardando la schiena muoversi e il seno oscillare a ogni spinta. Venni sulle sue cosce .
Lei raccolse un po’ di sperma con due dita e se lo portò alla bocca, non c’era nulla di “ perverso “ in quel gesto, solo genuina naturalezza.
Tornammo al paese. Lei andò a casa sua. Qualche ora dopo bussò alla mia porta. Aveva i capelli sciolti, un filo di rossetto e un vestito che non le avevo mai visto. Era ancora grezza, ma stupenda.
Cenammo in modo semplice. Parlammo di cose normali. Poi mi prese per mano e mi portò in camera.
Questa volta fu diverso. All’inizio dolce, lento. La guardavo mentre mi prendeva dentro, gli occhi semiaperti, le labbra socchiuse. Poi il ritmo si fece più carnale.
La girai, la presi da dietro, la guardai mentre spingeva indietro cercando più profondità. Alla fine venni sul suo pube folto e nero, il bianco che si mescolava ai peli scuri e scorreva lento.
Restammo stesi. Lei si accoccolò contro di me e iniziò a tracciare segni immaginari sul mio petto con la punta del dito.
«Quannu ti ‘ndi vai?»
(Quando te ne vai?)
«Tra tre o quattro giorni.»
Annuì, continuando a disegnare.
«Peggio pe ttia. Ccà ti facia fari i vita du signuri.»
(Peggio per te. Qui ti farei fare una vita da signore.)
La voce era leggermente stizzita, come se una piccola parte di sé si fosse illusa che tutto quello sarebbe durato per sempre.
Fece una pausa e cambiò tono.
«Io mi so’ trovata bene, sti jorna. ‘Un è che vogghiu roba seria, manco io. So’ fatta diversa. Ma si torni tra na vita, facciamu a conta ca ‘un t’haju canusciutu cchiù. ‘Un mi piaci aspettare.»
(Io mi sono trovata bene in questi giorni. Non è che voglio una cosa seria, nemmeno io. Sono fatta diversa. Ma se torni tra una vita, facciamo finta che non ti abbia più conosciuto. Non mi piace aspettare.)
Poi, più basso:
«Mi mancherà. Tuttu quantu. Pure u silenziu.»
(Mi mancherà. Tutto quanto. Pure il silenzio.)
Il dito si fermò. Le arruffai i capelli.
«Allora facciamo così. Cerchiamo di non sprecare un attimo di questi giorni. Lavoriamo, mangiamo, beviamo vino… e fottemo.»
Alla parola le scesi tra le gambe e le arruffai il cespuglio folto. La guardai con un misto di dolcezza e malizia.
Lei soffiò dal naso. Poi mi saltò sulla pancia, le ginocchia ai lati dei miei fianchi, e mi fissò dall’alto. Quando parlò lo fece in italiano corretto, senza la minima inflessione dialettale:
«Ti spaccherò la schiena di lavoro, ti farò esplodere lo stomaco di cibo e ti consumerò il cazzo a furia di scopate.»
Restò lì un momento. Poi scese più in basso.
Mi prese in mano e mi accolse in bocca fino in fondo, di colpo. Restava ferma a lungo con il cazzo in gola, respirando dal naso, e solo ogni tanto tirava indietro la testa per ridiscendere tutta d’un fiato. Le mani aperte sui miei fianchi. Ogni tanto faceva vibrare la gola e quel brivido mi saliva lungo la schiena. Alzò gli occhi verso di me senza togliere la bocca: labbra tese, un filo di saliva, sguardo concentrato e un po’ di sfida.
Quando venni non si ritrasse. Mi tenne in gola fino alla fine, deglutì, si asciugò la bocca con il dorso della mano e si rimise a sedere sul mio ventre.
Mi guardò dall’alto, ancora un po’ ansimante.
«Ora mangiami tu.»
Mi sdebitai subito.
La feci sdraiare e le aprii le cosce. Il pube era folto, nero, i peli ispidi e un po’ arruffati da poco prima. Li scostai con le dita e guardai.
Le grandi labbra erano scure, carnose, un po’ gonfie, e si aprivano su un interno più chiaro, rosa intenso e lucido. Era già bagnata: un filo di liquido le scendeva lento verso il perineo e brillava alla luce debole della stanza. L’odore era forte, muschiato, di donna e di sesso recente .
Ci infilai il naso e respirai a fondo. Poi leccai.
La lingua partì dal basso, risalì lentamente tra le labbra, sentendo la pelle calda e scivolosa. Il sapore era deciso, salato, quasi metallico, con un fondo acre che mi riempì la bocca. Aprì di più le cosce e io affondai. Scostai le labbra con i pollici e guardai da vicino: il clitoride era gonfio, scoperto, di un rosa più vivo, e pulsava appena. Sotto, l’ingresso era stretto, le pareti interne umide e di un colore più scuro, quasi rosso.
La leccai con calma, prima a larghe passate, poi concentrandomi sul clitoride. Lo presi tra le labbra e lo succhiai piano, sentendolo indurirsi contro la lingua. Lei iniziò a respirare più forte. Le cosce le tremavano. Ogni tanto spingeva il bacino verso la mia bocca, cercando più pressione.
Scesi di nuovo, spinsi la lingua dentro di lei e la sentii chiudersi intorno, calda e stretta. Il sapore diventò più intenso, più denso. La scopai con la lingua mentre il naso le premeva contro il clitoride. I peli mi graffiavano le guance e il mento, lasciando un pizzicore che non mi dispiaceva.
Lei gemette basso, una mano che mi afferrava i capelli. Continuai. Leccavo, succhiavo, aprivo, guardavo. Vedevo le labbra gonfiarsi ancora di più, il liquido che aumentava e mi colava sul mento, l’ingresso che si contraeva ogni volta che la lingua ci entrava. A un certo punto un brivido lungo le attraversò la pancia e le cosce si chiusero intorno alla mia testa. Venne con un gemito roco, stringendosi, mentre io restavo lì a leccare fino all’ultimo spasmo.
Quando alzai la testa avevo la bocca e il mento lucidi. Lei mi guardava dall’alto, le gambe ancora aperte, il respiro corto, il pube scuro e bagnato spalancato davanti a me.
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