Cristina
di
Joshua
genere
etero
L’anno scorso, rientrato dalle ferie, fui chiamato dalla mia dirigente.
«Ti presento Cristina, la tua nuova assistente. Così chiudiamo l’annosa questione della tua richiesta di aiuto.»
Mi voltai verso la ragazza al suo fianco, poi di nuovo verso la capa. «È uno scherzo?»
Lei abbandonò per un attimo l’espressione professionale. Sapeva già che di lì a poco sarebbe scoppiata l’ennesima discussione. «Io ti chiedo almeno altre due risorse con esperienza e tu mi dai una ragazzina?»
La discussione, come sempre, degenerò. Ma il capo resta il capo, e alla fine finì come al solito: reciproca incazzatura e promesse di rappresaglie da entrambe le parti.
Uscii dall’ufficio con Cristina a dir poco imbarazzata e il sangue che mi ribolliva. Arrivati vicino all’area break le chiesi se volesse un caffè. Accettò, più per paura che per voglia.
Mentre aspettavamo quella sorta di sciacquatura di piatti spacciata per caffè, mi scusai. Le dissi chiaramente che lei non c’entrava nulla e che, nonostante tutto, era un piacere averla in squadra.
Il cambio di tono la fece rilassare. Piano piano si aprì quel tanto che bastava perché potessi osservarla meglio. E sin da subito mi diede un’ottima impressione.
Nonostante i suoi vent’anni e l’inesperienza, era in gamba, attenta, con una voglia di imparare che non si vede spesso. Non era — e non è tuttora — quello che si dice una turbofregna. Si vestiva e si muoveva con l’aria di una che avrebbe potuto avere il doppio degli anni. Per quanto mi riguardava, però, quello era l’ultimo dei problemi. Come diceva sempre mio nonno: «Dove devi lavorare non fottere e non rubare». E poi c’erano quei ventiquattro anni di differenza.
Nel giro di pochi mesi Cristina divenne indipendente, almeno nella maggior parte delle cose. E, come se non bastasse, tra di noi si era creato un bel rapporto, anche oltre il lavoro.
Un sabato le feci alcuni lavoretti nella casa che aveva preso in affitto. A Natale, visto che non poteva scendere in Basilicata dai suoi, la invitai a passare la festa con me, mia sorella e un gruppo di amici.
Si era legata a me. Non era raro che mi chiedesse un parere su questioni che andavano ben oltre l’ufficio. Allo stesso tempo, però, entrambi restavamo cauti sulla vita privata. Io sapevo che aveva un fidanzato più o meno stabile, lei sapeva che avevo una relazione altrettanto vaga. Niente di più.
Un giovedì arrivò al lavoro con i classici sintomi di un’influenza. A un certo punto, vedendola febbricitante e quasi trasparente, le ordinai — senza diritto di replica — di tornarsene a casa.
La sera la chiamai. Dalla voce sembrava peggiorata. Presi mia sorella, che fa la dottoressa, e andammo da lei. Meno male: era messa davvero male. Febbre alta, tosse che sembrava volerle spaccare il petto.
Alla fine decisi di portarla a casa mia. L’idea era semplice: un po’ io, un po’ mia sorella — che abita a pochi isolati — l’avremmo rimessa in piedi. Non fu facile convincerla, ma alla fine accettò.
Per i quattro giorni successivi mi presi cura di lei. E quello cambiò completamente le carte in tavola.
All’inizio fu a senso unico. Era lei a essere cambiata nei miei confronti. Da parte mia non era cambiato nulla: quello che avevo fatto non aveva un secondo fine.
Lei, invece, divenne una sorta di soldatino. Se già prima era efficiente come poche, da quel momento divenne servizievole e legata a me in un modo che non avevo mai visto. Mi portava il caffè, lasciava cioccolatini o caramelle sulla scrivania. Sempre discreta, mai sfacciata, mai volgare.
All’inizio scambiai tutto per un semplice modo di sdebitarsi. E non gli diedi il peso che forse avrebbe meritato.
La lampadina si accese una sera. Eravamo in Veneto per lavoro e stavamo cenando in un ristorante.
A un certo punto entrò una coppia: lui un elegante sessantenne, lei un’avvenente quarantenne. Non avevano l’aria di essere parenti. Sembravano piuttosto due amanti clandestini.
Io notai la cosa ma non dissi nulla. Lei, dopo averli fissati a lungo, se ne uscì con una domanda secca: «Secondo te l’età conta in un rapporto?»
Lì ebbi una folgorazione. Il cervello collegò i punti in un attimo. Quello sguardo non chiedeva una risposta teorica. Voleva vedere la mia reazione. Voleva capire fino a che punto potevo spingermi.
Bevvi un sorso di vino e, cercando di restare il più naturale possibile, alzai le spalle. «Mentalmente può essere irrilevante. Fisicamente, col tempo, diventa un problema. Ovviamente parliamo di relazioni disinteressate. Per quelle basate su soldi o altre cose materiali, stendiamo un velo pietoso.»
Lei guardò per un istante la coppia, poi di nuovo me. Durerà cinque secondi, forse anche meno, ma il tempo sembrò fermarsi. In quello sguardo c’era qualcosa di netto, di deliberato. Non era più la ragazza che mi portava il caffè e i cioccolatini. Era qualcun’altra.
Il cameriere ruppe il momento posando i piatti davanti a noi. «Buon appetito, Cri.»
Mangiammo in silenzio. Non so cosa stesse pensando lei. Io sapevo esattamente cosa stavo pensando. Ragione e desiderio stavano lottando nella mia testa senza esclusione di colpi.
Non potevo più negarlo: in tutti quei mesi l’avevo immaginata più di una volta. Nuda, aperta, sotto di me. Ma ogni volta la serietà professionale e l’aforisma di mio nonno avevano scacciato il pensiero prima che prendesse troppa forma.
Mi sentii toccare un braccio. «Ehi… ti sta squillando il telefono.»
Impiegai qualche secondo a riconnettermi. Guardai lo schermo: era la mia ex moglie.
Mentre rispondevo, fissai Cristina. Gli occhi castani dietro quegli occhiali da secchiona, le guance lisce, senza un segno del tempo, i capelli raccolti in una coda tirata alla meno peggio. Non era bella nel senso classico. Aveva però quel fascino scomodo e arrapante della giovane intellettuale repressa, di quelle che sembrano non sapere nemmeno di avere un corpo.
E allo stesso tempo pensavo che, per età, avrebbe potuto essere mia figlia.
Quando chiusi la telefonata ruppi il ghiaccio con un’imprecazione. «Questa rompicoglioni chiama solo quando le serve qualcosa.»
Lei rise. E in quella risata, per la prima volta, vidi chiaramente la ragazza che si nascondeva sotto l’aspetto sciatto.
Riprendemmo a mangiare. Questa volta parlando a ruota libera, di tutto tranne che di lavoro.
Quando ritornammo a Milano per qualche giorno tutto tornò apparentemente come prima. Apparentemente, però, perché ormai era chiaro che qualcosa era cambiato tra noi due. A lavoro recitavamo perfettamente le nostre parti, al punto che mai nessuno sospettò minimamente alcun che.
4 febbraio: il giorno del suo ventunesimo compleanno. Poco prima di andare a casa le chiesi cosa avrebbe fatto. Quella domanda mi uscì dalla bocca quasi senza volerlo. Sapevo già la risposta. Sapevo che la sua vita era casa-lavoro e che non aveva una vera e propria cerchia di amici, e nemmeno parenti a Milano.
Lei sospirò. «A casa… non ho programmato nulla.»
Mi ero pentito di quella richiesta, ma ormai non potevo e non volevo tirarmi indietro. «Pizza, sushi o dimmi tu…»
Lei propose di andare da lei e io accettai.
Quando arrivai sotto casa sua con una bottiglia in mano e una torta, la parte razionale continuava a dirmi “cena e vai via”. Suonai nonostante la porta socchiusa. Appena entrai sentii l’odore del cibo. Lei era girata di spalle. Aveva i capelli sciolti, era vestita con un paio di jeans e un golfino.
Quando si voltò e mi guardò con un sorriso immenso rimasi colpito. Esattamente come avevo sempre pensato: era molto carina.
Prese la bottiglia e la torta. Non riuscivo a toglierle gli occhi di dosso. «Sei molto carina così.»
Divenne rossa come un peperone. Per camuffare la cosa si girò e si mise a girare l’acqua che bolliva.
Mi avvicinai da dietro senza fare rumore. L’odore del sugo che bolliva si mescolava a quello leggero del suo shampoo. Le posai la mano destra sulla spalla, sentendo sotto il golfino la scapola sottile e calda.
Lei si irrigidì per una frazione di secondo, poi si voltò. Gli occhi castani dietro gli occhiali si allargarono appena. Le labbra si schiusero, forse per dire qualcosa, forse solo per prendere fiato.
Non le diedi il tempo. La baciai. Non fu un bacio dolce né un assalto. Fu deciso, pieno, con la mano sinistra che le era già scivolata dietro la nuca. Il sapore di lei arrivò subito: un po’ di menta, un po’ di nervosismo, e sotto qualcosa di più caldo.
Per un attimo restò immobile. Poi le dita le si chiusero sulla mia camicia, non per spingermi via, ma per tenermi lì. Un piccolo suono le uscì dalla gola e le labbra si mossero contro le mie.
Il cucchiaio di legno cadde nel pentolino con un tonfo sordo. Nessuno dei due se ne curò.
Quando mi staccai, solo di pochi centimetri, lei aveva le guance ancora più rosse e gli occhi lucidi. Respirava a labbra semiaperte.
«Avevo detto “cena e vai via”…» mormorai.
Lei scosse appena la testa, senza staccare lo sguardo dal mio. «Non voglio che tu vada via.»
Le labbra sue tornarono sulle mie prima ancora che finissi di respirare. Questa volta fu lei a prendere il controllo: mi prese il viso tra le mani e mi leccò il labbro inferiore con una lentezza deliberata. Dietro di lei sentii il click del fornello che si spegneva. Non guardò nemmeno.
Quando si staccò di un soffio, restò a un centimetro dalla mia bocca. «Non immagini quanto ho sognato questo momento… Ti voglio.»
Quelle tre parole mi colpirono più del bacio. Le mani mi scivolarono sui fianchi, sotto il golfino. Lei emise un piccolo sospiro e si premette contro di me.
La sollevai di peso e la feci sedere sul bordo del piano cucina. Lei aprì le gambe per farmi spazio e mi tirò di nuovo contro di sé.
Le tolsi gli occhiali e li posai sul piano. Senza di essi il suo volto sembrava ancora più giovane, più nudo. Le sfilai il golfino. Sotto non aveva reggiseno. I seni piccoli, sodi, i capezzoli già duri.
La guardai un secondo di troppo. Lei non abbassò lo sguardo. Anzi, lo tenne fisso nel mio mentre mi prendeva le mani e le portava sul suo petto. «Toccami. Per favore.»
Le afferrai i seni. La pelle era calda, i capezzoli già duri sotto i pollici. Lei gettò indietro la testa e un sospiro basso le uscì dalla gola mentre si aggrappava alle mie spalle.
Le baciai il collo, sotto l’orecchio, poi più in basso. Lei si premette contro di me, le gambe ancora aperte sul piano.
«Andiamo di là…» disse, la voce già spezzata. Poi scosse la testa, quasi arrabbiata con se stessa. «No. Aspetta. No. Ceniamo prima. Voglio… voglio che sia come l’ho immaginato. Non subito. Piano.»
Mi fermai. Le labbra ancora contro la sua gola. «Come l’hai immaginato?»
Lei abbassò lo sguardo un secondo, poi lo rialzò. «Prima mangiamo. Come se fosse una cena normale. E dopo… dopo mi porti a letto. Senza fretta. Voglio ricordarmelo.»
Mi staccai di un passo. Presi il golfino da terra e glielo tesi. «Rimettitelo. Altrimenti non mangio una benedetta cosa.»
Lei lo infilò senza il reggiseno. Saltò giù dal piano e si diresse verso i fornelli. «Siediti. Ho fatto le cose che ti piacciono.»
Mi sedetti al tavolino piccolo. Lei si muoveva tra i fornelli e il frigo con la stessa efficienza di sempre, solo che adesso ogni movimento pesava di più.
Mise i piatti in tavola. Pasta semplice, sugo, un po’ di formaggio.
Ci sedemmo uno di fronte all’altra. Lei tenne lo sguardo basso un po’ troppo a lungo, poi alzò gli occhi. «Non guardarmi così.»
«Come?»
«Come se già sapessi cosa succede dopo.»
Sorrisi appena. «E se lo so?»
Lei arrossì di nuovo, ma non distolse lo sguardo. «Allora mangia. Perché se continui a fissarmi così non resisto fino al dolce.»
Presi la forchetta. «Cri.»
«Mh?»
«Sei sicura?»
Lei deglutì, posò la forchetta e mi guardò dritto. «Sì. Da mesi. Solo… non voglio che sia una cosa di fretta. Voglio che sia… questo. Prima la cena. Poi il resto.»
Annuì. «Va bene. Cena prima.»
Lei sussurrò, quasi per sé: «E dopo non ti fermare.»
La cena fu una sorta di duello alla Sergio Leone. Sguardi lunghi, silenzi che pesavano più delle parole, piccoli gesti caricati di significato. Lei spezzava il pane con troppa attenzione, io bevevo il vino più lentamente del solito. Nessuno dei due tirava ancora il grilletto.
Quando arrivò il momento della torta, accesì la candelina. La fiammella tremolò tra di noi. «Esprimi un desiderio.»
Lei mi guardò per un secondo di troppo, poi chinò il viso verso la fiamma e soffiò. In quel momento sembrava davvero felice. Un sorriso piccolo, quasi privato.
E proprio allora una parte di me si sentì in colpa. Avevo potenzialmente il potere di distruggere tutto: il suo lavoro, la sua reputazione, quello fragile equilibrio che ci eravamo costruiti. Come un piccolo Oppenheimer che sa esattamente cosa sta per scatenare e lo fa lo stesso.
Lei alzò lo sguardo. «L’ho espresso.»
«Posso sapere qual era?»
Scosse la testa, lentamente. «Se lo dico non si avvera.»
Restammo in silenzio qualche secondo. Poi lei posò la forchetta, si alzò e venne dalla mia parte del tavolo. Si sedette a cavalcioni sulle mie gambe, le mani che mi prendevano il viso.
«Non guardarmi così,» sussurrò. «Come se stessi per farmi del male.»
«E se avessi paura di fartene?»
Lei mi baciò, breve, sulle labbra. «Allora smettila di averne. Sono grande. So cosa voglio.»
Le mani mi scivolarono sotto il golfino. Lei chiuse gli occhi e appoggiò la fronte contro la mia. «Adesso puoi portarmi di là. Piano. Come ti ho chiesto.»
Mi alzai tenendola contro di me. Lei avvolse le gambe intorno alla mia vita. Camminai verso la camera da letto al buio.
Quando la posai sul letto, la guardai un attimo in più. Aveva i capelli sparsi sul cuscino, le labbra semiaperte, gli occhi che non si distoglievano dai miei. Il suo sguardo era sicuro. Sembrava dirmi, senza mezzi termini, scopami.
Le tolsi il golfino. La baciai dal collo in giù, lentamente, fino all’ombelico. Arrivai ai pantaloni. Li sbottonai con premeditata lentezza. Lei sollevò il bacino per aiutarmi. Li sfilai.
Non aveva intimo. Tra le gambe una folta peluria scura, ben curata, naturale. Vidi un attimo di timore attraversarle lo sguardo, come se temesse il mio giudizio.
Accarezzai quel cespuglio con il dorso della mano. «Sei una meraviglia, tesoro.»
Fu come se le avessi dato fuoco. Mi afferrò per la camicia, mi tirò su di lei e mi baciò con voracità. Un gemito basso le uscì dalla gola mentre apriva le gambe.
Scesi di nuovo, baciandola ovunque. Il sapore era forte, intenso. Lo avevo già capito da tempo: aveva una sudorazione pungente che cercava di mascherare nel migliore dei modi. Probabilmente era stato motivo di imbarazzo più di una volta. A me invece sembrava incredibilmente eccitante. Il vigore con cui mi diedi da fare ne era la prova.
Lei gemeva a denti stretti. Poi, con voce già rotta, mi tirò su. «Basta… vieni qui…»
Mi baciò assaggiando se stessa sulla mia lingua. Si mise sopra di me con una decisione che non le avevo mai visto. Iniziò a muoversi, cercando la posizione giusta, poi con più decisione.
Con sorprendente maestria me lo prese in mano. Lo strofinò sulle sue labbra già bagnate, poi se lo fece scivolare dentro fino in fondo. Quando fu completamente dentro si fermò e mi guardò con uno sguardo di incredibile soddisfazione.
Era calda. Stretta. Sentivo le pareti avvolgermi, tenermi, pulsare intorno a me.
Le misi le mani sui fianchi e accompagnai i suoi movimenti. All’inizio lenti, sinuosi. Poi sempre più intensi. In quella posizione non avevo il minimo controllo. Sapevo che non sarei durato ancora molto.
La presi per i fianchi e la sollevai. Lei capì. Si girò e si mise a pecorina, il sedere alto, la schiena inarcata. Mi guardò una volta sola, di sbieco.
Mi posiziona dietro di lei e spinsi fino in fondo. Lei emise un gemito basso e abbassò la fronte contro il materasso. «Così… proprio così. Non fermarti.»
Le afferrai i polsi e li bloccai contro il materasso. Iniziai a spingere con vigore. Lei non chiese di fermarmi.
«Continua… non ti fermare… così, forte…»
Si lasciò andare completamente. Non era più la ragazza riservata dell’ufficio. Sembrava un’altra persona. Qualcosa di più nascosto era uscito fuori.
«Ancora… fammi venire…»
Cercò di liberarsi le mani, ma non la mollai. Allora affondò il viso nel cuscino. Il corpo le vibrò tutto intero, le cosce tremarono, i muscoli interni mi strinsero con una forza quasi dolorosa. Cedette per un istante, un lungo brivido che le attraversò la schiena.
Solo allora lasciai i suoi polsi. Le afferrai il sedere a piene mani mentre continuavo ancora qualche volta, più lento, sentendola pulsare intorno a me.
Lei afferrò il cuscino e lo strinse, respirando a scatti. «Cazzo… cazzo…»
Anche io ero al limite. Mi sfilai da lei. La girai sulla schiena, le aprii le gambe e mi vennero addosso, caldo e denso, sul basso ventre, sul cespuglio scuro, sull’interno delle cosce ancora contratte.
Lei guardò, ansimante. Poi allungò una mano e mi accarezzò il viso. «Resta così un momento. Non andartene ancora.»
Restai. Le accarezzai il ventre. Lei sussultò appena, ma non chiuse le gambe.
«Stai bene?»
Annuì. Un sorriso piccolo, stanco. «Sì.» Fece una pausa. «È strano. Di solito nella mia testa c’è sempre un sacco di rumore. Giudizi, pensieri, cose che non dovrei fare o dire. Stasera… niente. Era tutto spento.»
Mi distesi al suo fianco. Lei appoggiò la testa sul mio petto. «Non è tanto per come… per quello che abbiamo fatto. È che con te mi sono sentita libera. Senza dover essere la brava ragazza, senza dover stare attenta a cosa pensi di me. Come se per una volta potessi solo… essere.»
Le passai una mano lungo la schiena. «E ti è piaciuto, questo?»
Alzò lo sguardo. «Mi è piaciuto tantissimo. La connessione… non so come spiegarla. Mentale, prima ancora che fisica. Come se tu capissi senza che io dovessi spiegare tutto. E questo mi fa venire voglia di… non so. Di provarne altre, di queste cose. Di vedere fin dove posso spingermi. Non perché tu sia chissà chi. Ma perché con te non ho paura di sembrare troppo, o troppo poco.»
Mi baciò. Lento. Quando si staccò restò vicina. «Resta stanotte. Non ho voglia di tornare a essere quella di sempre già da domani mattina.»
Non era una domanda. E io non avevo nessuna intenzione di rispondere di no.
Mi voltai verso la ragazza al suo fianco, poi di nuovo verso la capa. «È uno scherzo?»
Lei abbandonò per un attimo l’espressione professionale. Sapeva già che di lì a poco sarebbe scoppiata l’ennesima discussione. «Io ti chiedo almeno altre due risorse con esperienza e tu mi dai una ragazzina?»
La discussione, come sempre, degenerò. Ma il capo resta il capo, e alla fine finì come al solito: reciproca incazzatura e promesse di rappresaglie da entrambe le parti.
Uscii dall’ufficio con Cristina a dir poco imbarazzata e il sangue che mi ribolliva. Arrivati vicino all’area break le chiesi se volesse un caffè. Accettò, più per paura che per voglia.
Mentre aspettavamo quella sorta di sciacquatura di piatti spacciata per caffè, mi scusai. Le dissi chiaramente che lei non c’entrava nulla e che, nonostante tutto, era un piacere averla in squadra.
Il cambio di tono la fece rilassare. Piano piano si aprì quel tanto che bastava perché potessi osservarla meglio. E sin da subito mi diede un’ottima impressione.
Nonostante i suoi vent’anni e l’inesperienza, era in gamba, attenta, con una voglia di imparare che non si vede spesso. Non era — e non è tuttora — quello che si dice una turbofregna. Si vestiva e si muoveva con l’aria di una che avrebbe potuto avere il doppio degli anni. Per quanto mi riguardava, però, quello era l’ultimo dei problemi. Come diceva sempre mio nonno: «Dove devi lavorare non fottere e non rubare». E poi c’erano quei ventiquattro anni di differenza.
Nel giro di pochi mesi Cristina divenne indipendente, almeno nella maggior parte delle cose. E, come se non bastasse, tra di noi si era creato un bel rapporto, anche oltre il lavoro.
Un sabato le feci alcuni lavoretti nella casa che aveva preso in affitto. A Natale, visto che non poteva scendere in Basilicata dai suoi, la invitai a passare la festa con me, mia sorella e un gruppo di amici.
Si era legata a me. Non era raro che mi chiedesse un parere su questioni che andavano ben oltre l’ufficio. Allo stesso tempo, però, entrambi restavamo cauti sulla vita privata. Io sapevo che aveva un fidanzato più o meno stabile, lei sapeva che avevo una relazione altrettanto vaga. Niente di più.
Un giovedì arrivò al lavoro con i classici sintomi di un’influenza. A un certo punto, vedendola febbricitante e quasi trasparente, le ordinai — senza diritto di replica — di tornarsene a casa.
La sera la chiamai. Dalla voce sembrava peggiorata. Presi mia sorella, che fa la dottoressa, e andammo da lei. Meno male: era messa davvero male. Febbre alta, tosse che sembrava volerle spaccare il petto.
Alla fine decisi di portarla a casa mia. L’idea era semplice: un po’ io, un po’ mia sorella — che abita a pochi isolati — l’avremmo rimessa in piedi. Non fu facile convincerla, ma alla fine accettò.
Per i quattro giorni successivi mi presi cura di lei. E quello cambiò completamente le carte in tavola.
All’inizio fu a senso unico. Era lei a essere cambiata nei miei confronti. Da parte mia non era cambiato nulla: quello che avevo fatto non aveva un secondo fine.
Lei, invece, divenne una sorta di soldatino. Se già prima era efficiente come poche, da quel momento divenne servizievole e legata a me in un modo che non avevo mai visto. Mi portava il caffè, lasciava cioccolatini o caramelle sulla scrivania. Sempre discreta, mai sfacciata, mai volgare.
All’inizio scambiai tutto per un semplice modo di sdebitarsi. E non gli diedi il peso che forse avrebbe meritato.
La lampadina si accese una sera. Eravamo in Veneto per lavoro e stavamo cenando in un ristorante.
A un certo punto entrò una coppia: lui un elegante sessantenne, lei un’avvenente quarantenne. Non avevano l’aria di essere parenti. Sembravano piuttosto due amanti clandestini.
Io notai la cosa ma non dissi nulla. Lei, dopo averli fissati a lungo, se ne uscì con una domanda secca: «Secondo te l’età conta in un rapporto?»
Lì ebbi una folgorazione. Il cervello collegò i punti in un attimo. Quello sguardo non chiedeva una risposta teorica. Voleva vedere la mia reazione. Voleva capire fino a che punto potevo spingermi.
Bevvi un sorso di vino e, cercando di restare il più naturale possibile, alzai le spalle. «Mentalmente può essere irrilevante. Fisicamente, col tempo, diventa un problema. Ovviamente parliamo di relazioni disinteressate. Per quelle basate su soldi o altre cose materiali, stendiamo un velo pietoso.»
Lei guardò per un istante la coppia, poi di nuovo me. Durerà cinque secondi, forse anche meno, ma il tempo sembrò fermarsi. In quello sguardo c’era qualcosa di netto, di deliberato. Non era più la ragazza che mi portava il caffè e i cioccolatini. Era qualcun’altra.
Il cameriere ruppe il momento posando i piatti davanti a noi. «Buon appetito, Cri.»
Mangiammo in silenzio. Non so cosa stesse pensando lei. Io sapevo esattamente cosa stavo pensando. Ragione e desiderio stavano lottando nella mia testa senza esclusione di colpi.
Non potevo più negarlo: in tutti quei mesi l’avevo immaginata più di una volta. Nuda, aperta, sotto di me. Ma ogni volta la serietà professionale e l’aforisma di mio nonno avevano scacciato il pensiero prima che prendesse troppa forma.
Mi sentii toccare un braccio. «Ehi… ti sta squillando il telefono.»
Impiegai qualche secondo a riconnettermi. Guardai lo schermo: era la mia ex moglie.
Mentre rispondevo, fissai Cristina. Gli occhi castani dietro quegli occhiali da secchiona, le guance lisce, senza un segno del tempo, i capelli raccolti in una coda tirata alla meno peggio. Non era bella nel senso classico. Aveva però quel fascino scomodo e arrapante della giovane intellettuale repressa, di quelle che sembrano non sapere nemmeno di avere un corpo.
E allo stesso tempo pensavo che, per età, avrebbe potuto essere mia figlia.
Quando chiusi la telefonata ruppi il ghiaccio con un’imprecazione. «Questa rompicoglioni chiama solo quando le serve qualcosa.»
Lei rise. E in quella risata, per la prima volta, vidi chiaramente la ragazza che si nascondeva sotto l’aspetto sciatto.
Riprendemmo a mangiare. Questa volta parlando a ruota libera, di tutto tranne che di lavoro.
Quando ritornammo a Milano per qualche giorno tutto tornò apparentemente come prima. Apparentemente, però, perché ormai era chiaro che qualcosa era cambiato tra noi due. A lavoro recitavamo perfettamente le nostre parti, al punto che mai nessuno sospettò minimamente alcun che.
4 febbraio: il giorno del suo ventunesimo compleanno. Poco prima di andare a casa le chiesi cosa avrebbe fatto. Quella domanda mi uscì dalla bocca quasi senza volerlo. Sapevo già la risposta. Sapevo che la sua vita era casa-lavoro e che non aveva una vera e propria cerchia di amici, e nemmeno parenti a Milano.
Lei sospirò. «A casa… non ho programmato nulla.»
Mi ero pentito di quella richiesta, ma ormai non potevo e non volevo tirarmi indietro. «Pizza, sushi o dimmi tu…»
Lei propose di andare da lei e io accettai.
Quando arrivai sotto casa sua con una bottiglia in mano e una torta, la parte razionale continuava a dirmi “cena e vai via”. Suonai nonostante la porta socchiusa. Appena entrai sentii l’odore del cibo. Lei era girata di spalle. Aveva i capelli sciolti, era vestita con un paio di jeans e un golfino.
Quando si voltò e mi guardò con un sorriso immenso rimasi colpito. Esattamente come avevo sempre pensato: era molto carina.
Prese la bottiglia e la torta. Non riuscivo a toglierle gli occhi di dosso. «Sei molto carina così.»
Divenne rossa come un peperone. Per camuffare la cosa si girò e si mise a girare l’acqua che bolliva.
Mi avvicinai da dietro senza fare rumore. L’odore del sugo che bolliva si mescolava a quello leggero del suo shampoo. Le posai la mano destra sulla spalla, sentendo sotto il golfino la scapola sottile e calda.
Lei si irrigidì per una frazione di secondo, poi si voltò. Gli occhi castani dietro gli occhiali si allargarono appena. Le labbra si schiusero, forse per dire qualcosa, forse solo per prendere fiato.
Non le diedi il tempo. La baciai. Non fu un bacio dolce né un assalto. Fu deciso, pieno, con la mano sinistra che le era già scivolata dietro la nuca. Il sapore di lei arrivò subito: un po’ di menta, un po’ di nervosismo, e sotto qualcosa di più caldo.
Per un attimo restò immobile. Poi le dita le si chiusero sulla mia camicia, non per spingermi via, ma per tenermi lì. Un piccolo suono le uscì dalla gola e le labbra si mossero contro le mie.
Il cucchiaio di legno cadde nel pentolino con un tonfo sordo. Nessuno dei due se ne curò.
Quando mi staccai, solo di pochi centimetri, lei aveva le guance ancora più rosse e gli occhi lucidi. Respirava a labbra semiaperte.
«Avevo detto “cena e vai via”…» mormorai.
Lei scosse appena la testa, senza staccare lo sguardo dal mio. «Non voglio che tu vada via.»
Le labbra sue tornarono sulle mie prima ancora che finissi di respirare. Questa volta fu lei a prendere il controllo: mi prese il viso tra le mani e mi leccò il labbro inferiore con una lentezza deliberata. Dietro di lei sentii il click del fornello che si spegneva. Non guardò nemmeno.
Quando si staccò di un soffio, restò a un centimetro dalla mia bocca. «Non immagini quanto ho sognato questo momento… Ti voglio.»
Quelle tre parole mi colpirono più del bacio. Le mani mi scivolarono sui fianchi, sotto il golfino. Lei emise un piccolo sospiro e si premette contro di me.
La sollevai di peso e la feci sedere sul bordo del piano cucina. Lei aprì le gambe per farmi spazio e mi tirò di nuovo contro di sé.
Le tolsi gli occhiali e li posai sul piano. Senza di essi il suo volto sembrava ancora più giovane, più nudo. Le sfilai il golfino. Sotto non aveva reggiseno. I seni piccoli, sodi, i capezzoli già duri.
La guardai un secondo di troppo. Lei non abbassò lo sguardo. Anzi, lo tenne fisso nel mio mentre mi prendeva le mani e le portava sul suo petto. «Toccami. Per favore.»
Le afferrai i seni. La pelle era calda, i capezzoli già duri sotto i pollici. Lei gettò indietro la testa e un sospiro basso le uscì dalla gola mentre si aggrappava alle mie spalle.
Le baciai il collo, sotto l’orecchio, poi più in basso. Lei si premette contro di me, le gambe ancora aperte sul piano.
«Andiamo di là…» disse, la voce già spezzata. Poi scosse la testa, quasi arrabbiata con se stessa. «No. Aspetta. No. Ceniamo prima. Voglio… voglio che sia come l’ho immaginato. Non subito. Piano.»
Mi fermai. Le labbra ancora contro la sua gola. «Come l’hai immaginato?»
Lei abbassò lo sguardo un secondo, poi lo rialzò. «Prima mangiamo. Come se fosse una cena normale. E dopo… dopo mi porti a letto. Senza fretta. Voglio ricordarmelo.»
Mi staccai di un passo. Presi il golfino da terra e glielo tesi. «Rimettitelo. Altrimenti non mangio una benedetta cosa.»
Lei lo infilò senza il reggiseno. Saltò giù dal piano e si diresse verso i fornelli. «Siediti. Ho fatto le cose che ti piacciono.»
Mi sedetti al tavolino piccolo. Lei si muoveva tra i fornelli e il frigo con la stessa efficienza di sempre, solo che adesso ogni movimento pesava di più.
Mise i piatti in tavola. Pasta semplice, sugo, un po’ di formaggio.
Ci sedemmo uno di fronte all’altra. Lei tenne lo sguardo basso un po’ troppo a lungo, poi alzò gli occhi. «Non guardarmi così.»
«Come?»
«Come se già sapessi cosa succede dopo.»
Sorrisi appena. «E se lo so?»
Lei arrossì di nuovo, ma non distolse lo sguardo. «Allora mangia. Perché se continui a fissarmi così non resisto fino al dolce.»
Presi la forchetta. «Cri.»
«Mh?»
«Sei sicura?»
Lei deglutì, posò la forchetta e mi guardò dritto. «Sì. Da mesi. Solo… non voglio che sia una cosa di fretta. Voglio che sia… questo. Prima la cena. Poi il resto.»
Annuì. «Va bene. Cena prima.»
Lei sussurrò, quasi per sé: «E dopo non ti fermare.»
La cena fu una sorta di duello alla Sergio Leone. Sguardi lunghi, silenzi che pesavano più delle parole, piccoli gesti caricati di significato. Lei spezzava il pane con troppa attenzione, io bevevo il vino più lentamente del solito. Nessuno dei due tirava ancora il grilletto.
Quando arrivò il momento della torta, accesì la candelina. La fiammella tremolò tra di noi. «Esprimi un desiderio.»
Lei mi guardò per un secondo di troppo, poi chinò il viso verso la fiamma e soffiò. In quel momento sembrava davvero felice. Un sorriso piccolo, quasi privato.
E proprio allora una parte di me si sentì in colpa. Avevo potenzialmente il potere di distruggere tutto: il suo lavoro, la sua reputazione, quello fragile equilibrio che ci eravamo costruiti. Come un piccolo Oppenheimer che sa esattamente cosa sta per scatenare e lo fa lo stesso.
Lei alzò lo sguardo. «L’ho espresso.»
«Posso sapere qual era?»
Scosse la testa, lentamente. «Se lo dico non si avvera.»
Restammo in silenzio qualche secondo. Poi lei posò la forchetta, si alzò e venne dalla mia parte del tavolo. Si sedette a cavalcioni sulle mie gambe, le mani che mi prendevano il viso.
«Non guardarmi così,» sussurrò. «Come se stessi per farmi del male.»
«E se avessi paura di fartene?»
Lei mi baciò, breve, sulle labbra. «Allora smettila di averne. Sono grande. So cosa voglio.»
Le mani mi scivolarono sotto il golfino. Lei chiuse gli occhi e appoggiò la fronte contro la mia. «Adesso puoi portarmi di là. Piano. Come ti ho chiesto.»
Mi alzai tenendola contro di me. Lei avvolse le gambe intorno alla mia vita. Camminai verso la camera da letto al buio.
Quando la posai sul letto, la guardai un attimo in più. Aveva i capelli sparsi sul cuscino, le labbra semiaperte, gli occhi che non si distoglievano dai miei. Il suo sguardo era sicuro. Sembrava dirmi, senza mezzi termini, scopami.
Le tolsi il golfino. La baciai dal collo in giù, lentamente, fino all’ombelico. Arrivai ai pantaloni. Li sbottonai con premeditata lentezza. Lei sollevò il bacino per aiutarmi. Li sfilai.
Non aveva intimo. Tra le gambe una folta peluria scura, ben curata, naturale. Vidi un attimo di timore attraversarle lo sguardo, come se temesse il mio giudizio.
Accarezzai quel cespuglio con il dorso della mano. «Sei una meraviglia, tesoro.»
Fu come se le avessi dato fuoco. Mi afferrò per la camicia, mi tirò su di lei e mi baciò con voracità. Un gemito basso le uscì dalla gola mentre apriva le gambe.
Scesi di nuovo, baciandola ovunque. Il sapore era forte, intenso. Lo avevo già capito da tempo: aveva una sudorazione pungente che cercava di mascherare nel migliore dei modi. Probabilmente era stato motivo di imbarazzo più di una volta. A me invece sembrava incredibilmente eccitante. Il vigore con cui mi diedi da fare ne era la prova.
Lei gemeva a denti stretti. Poi, con voce già rotta, mi tirò su. «Basta… vieni qui…»
Mi baciò assaggiando se stessa sulla mia lingua. Si mise sopra di me con una decisione che non le avevo mai visto. Iniziò a muoversi, cercando la posizione giusta, poi con più decisione.
Con sorprendente maestria me lo prese in mano. Lo strofinò sulle sue labbra già bagnate, poi se lo fece scivolare dentro fino in fondo. Quando fu completamente dentro si fermò e mi guardò con uno sguardo di incredibile soddisfazione.
Era calda. Stretta. Sentivo le pareti avvolgermi, tenermi, pulsare intorno a me.
Le misi le mani sui fianchi e accompagnai i suoi movimenti. All’inizio lenti, sinuosi. Poi sempre più intensi. In quella posizione non avevo il minimo controllo. Sapevo che non sarei durato ancora molto.
La presi per i fianchi e la sollevai. Lei capì. Si girò e si mise a pecorina, il sedere alto, la schiena inarcata. Mi guardò una volta sola, di sbieco.
Mi posiziona dietro di lei e spinsi fino in fondo. Lei emise un gemito basso e abbassò la fronte contro il materasso. «Così… proprio così. Non fermarti.»
Le afferrai i polsi e li bloccai contro il materasso. Iniziai a spingere con vigore. Lei non chiese di fermarmi.
«Continua… non ti fermare… così, forte…»
Si lasciò andare completamente. Non era più la ragazza riservata dell’ufficio. Sembrava un’altra persona. Qualcosa di più nascosto era uscito fuori.
«Ancora… fammi venire…»
Cercò di liberarsi le mani, ma non la mollai. Allora affondò il viso nel cuscino. Il corpo le vibrò tutto intero, le cosce tremarono, i muscoli interni mi strinsero con una forza quasi dolorosa. Cedette per un istante, un lungo brivido che le attraversò la schiena.
Solo allora lasciai i suoi polsi. Le afferrai il sedere a piene mani mentre continuavo ancora qualche volta, più lento, sentendola pulsare intorno a me.
Lei afferrò il cuscino e lo strinse, respirando a scatti. «Cazzo… cazzo…»
Anche io ero al limite. Mi sfilai da lei. La girai sulla schiena, le aprii le gambe e mi vennero addosso, caldo e denso, sul basso ventre, sul cespuglio scuro, sull’interno delle cosce ancora contratte.
Lei guardò, ansimante. Poi allungò una mano e mi accarezzò il viso. «Resta così un momento. Non andartene ancora.»
Restai. Le accarezzai il ventre. Lei sussultò appena, ma non chiuse le gambe.
«Stai bene?»
Annuì. Un sorriso piccolo, stanco. «Sì.» Fece una pausa. «È strano. Di solito nella mia testa c’è sempre un sacco di rumore. Giudizi, pensieri, cose che non dovrei fare o dire. Stasera… niente. Era tutto spento.»
Mi distesi al suo fianco. Lei appoggiò la testa sul mio petto. «Non è tanto per come… per quello che abbiamo fatto. È che con te mi sono sentita libera. Senza dover essere la brava ragazza, senza dover stare attenta a cosa pensi di me. Come se per una volta potessi solo… essere.»
Le passai una mano lungo la schiena. «E ti è piaciuto, questo?»
Alzò lo sguardo. «Mi è piaciuto tantissimo. La connessione… non so come spiegarla. Mentale, prima ancora che fisica. Come se tu capissi senza che io dovessi spiegare tutto. E questo mi fa venire voglia di… non so. Di provarne altre, di queste cose. Di vedere fin dove posso spingermi. Non perché tu sia chissà chi. Ma perché con te non ho paura di sembrare troppo, o troppo poco.»
Mi baciò. Lento. Quando si staccò restò vicina. «Resta stanotte. Non ho voglia di tornare a essere quella di sempre già da domani mattina.»
Non era una domanda. E io non avevo nessuna intenzione di rispondere di no.
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