Guerra e pace con Cristina
di
Joshua
genere
etero
Quella notte di passione non fu un fuoco di paglia, ma l’inizio di un rapporto incredibile. Non era solo sesso. Era molto di più.
Il recitare a lavoro non era un peso. Anzi, diventò un valore aggiunto. Accresceva il desiderio, creava nuovi stimoli, nuove idee che immancabilmente davano brio a quello che vivevamo nel privato.
Un giorno avemmo una brutta discussione per motivi di lavoro. Per quanto brillante e brava come poche, era testarda come un mulo. E io lo ero altrettanto. Finiamo per litigare pesantemente, al punto che per la rabbia mi venne uno dei più feroci mal di testa che avessi mai avuto.
Fino a fine giornata non ci rivolgemmo la parola. Quando andammo via ci liquidammo con un glaciale «ciao».
Tornai a casa, feci una doccia, cenai. Continuavo a guardare il telefono, come se aspettassi un suo messaggio. Non volevo le sue scuse, né tantomeno volevo dargliele io. Desideravo solo quattro lettere: pace?
Mi misi a letto, ma non riuscii a prendere sonno. Verso le ventidue mi alzai, mi vestii e andai da lei.
Arrivato sotto casa sua vidi la luce della televisione accesa. Citofonai. Al «chi è?» ringhiai un «apri». Salii le scale a due a due. Lei era lì, in pigiama, le braccia incrociate, e mi guardava come se volesse strozzarmi.
Andò per aprire bocca, ma io la spinsi dentro e mi chiusi la porta alle spalle.
«Senti, piccola stronzetta, se ti permetti di parlarmi di nuovo in quel modo giuro che ti butto dalla finestra.»
Sapeva benissimo che non le avrei mai torto un capello. Restò con le braccia incrociate e rispose a tono:
«Piccola stronzetta? Senti, brutto somaro, la prossima volta che mi urli contro ti apro la testa col fermacarte che hai sulla scrivania.»
Ci fu un brevissimo, reciproco sorriso. Fu questione di un attimo. La presi di peso, afferrandola per le natiche, e l’attaccai al muro. Lei si aggrappò al mio collo e iniziammo a baciarci. Quei baci post-lite, più simili a morsi che ad altro. Quando ci staccavamo era per insultarci o morderci — labbra, collo, orecchie — come a continuare su un altro campo di battaglia, e con altre armi, la guerra iniziata la mattina.
Lo scontro si spostò in camera. Cademmo sul letto facendo scricchiolare in modo inquietante le doghe. Lei era sopra di me, le ginocchia piantate sulle mie anche. Sentivo le sue dita sottili affondare con forza nel mio petto, ma l’unico danno che stava facendo era stropicciarmi la camicia.
«Sei uno stronzo. Ti odio. Ho pianto tutta la sera per la rabbia.»
Con le mani libere la presi all’attaccatura delle braccia e affondai i pollici nelle ascelle, facendola urlare. Con un colpo di reni la misi sotto, bloccandole braccia e gambe. Mi avvicinai per baciarla, ma lei mi avvertì che se ci avessi provato mi avrebbe staccato la lingua con un morso. Ignorai la minaccia e le infilai la lingua in bocca. Le presi un capezzolo tra le dita e strinsi quanto bastava, come a farle capire che se avesse fatto qualcosa di avventato avrei strizzato quel capezzolo facendolo esplodere come un foruncolo maturo.
Non ce ne fu bisogno. Si afflosciò tra le mie mani. Mi staccai e la guardai dritto negli occhi. Quel silenzio valeva più di mille parole, più di un armistizio. Scoppiammo a ridere come due deficienti.
«Comunque… meriti una sanzione, cara inferiore.»
Dissi quelle parole con un sorriso malizioso mentre iniziavo a sbottonarmi i pantaloni. Lei mi aiutò a tirarmeli giù insieme ai boxer.
«Ohh, mi farai crocifiggere in sala mensa.»
Il tono fantozziano mi fece quasi sputare un polmone.
«Non esattamente…»
Mi tirai su, mi spogliai completamente, l’afferrai per le caviglie e la tirai al bordo del letto, facendola mettere a sedere. Mi guardò negli occhi. La mia cappella era a pochi centimetri dal suo naso. Aprì la bocca e tirò fuori la lingua, gustandosi la mia voglia. Con un gesto fulmineo lo prese in mano e se lo portò alla bocca, iniziando a darsi da fare con calma, come se stesse mangiando un gelato. Mentre lo faceva, di tanto in tanto le davo piccoli ceffoni, alternati a carezze.
«Sai… riguardo alla tua punizione… hai mai sentito parlare di Vlad III di Valacchia?»
Lei si fermò. La mano ancora intorno a me, gli occhi alzati verso i miei.
«L’impalatore?»
Annuì, piano.
«Proprio lui.»
La guardai mentre elaborava. Un lampo di comprensione le attraversò lo sguardo, seguito da un misto di eccitazione e di quella testardaggine che le conoscevo bene.
«Sei un malato,» mormorò.
Ma non allontanò la mano. Anzi, strinse un po’ di più e mi diede una leccata lenta, tenendo gli occhi fissi nei miei.
«E se non volessi?»
«Allora non lo farei. Mai. Lo sai.»
Restò in silenzio qualche secondo, la lingua che mi sfiorava ancora, pensierosa. Poi si staccò, si alzò in ginocchio sul letto e si tolse la maglietta del pigiama con un gesto solo. I seni nudi, i capezzoli ancora segnati dalle mie dita di poco prima. Si girò, mi diede le spalle e si mise a pecorina, il sedere alto, la schiena inarcata. Mi guardò di sbieco, i capelli che le cascavano sul viso.
«Allora sbrigati, capo. Prima che cambi idea.»
Il tono era di sfida, ma la voce le tremava appena.
Mi misi in ginocchio dietro di lei. Le accarezzai i fianchi, poi il sedere, aprendo piano le chiappe. Era ancora bagnata di prima, ma sapevo che non sarebbe bastato. Scesi, la leccai a lungo, lentamente, finché non la sentii rilassarsi e spingere indietro contro la mia bocca. Solo allora mi alzai, mi strofinai tra le sue natiche e spinsi con estrema calma.
Lei emise un suono basso, quasi un lamento, e affondò il viso nel cuscino.
«Piano… cazzo, piano…»
«Respira.»
Aspettai che si abituasse. Tenevo i fianchi fermi, senza muovermi. Solo quando sentii i suoi muscoli cedere un poco iniziai a entrare più a fondo, millimetro per millimetro. Quando fui completamente dentro, per un secondo si fermò di nuovo il mondo. Lei respirava a scatti. Io non mi muovevo.
Poi, a voce roca, quasi sepolta nel cuscino:
«Muoviti… ma piano. All’inizio.»
Obbedii. Lenti, profondi, controllati. Le mani le tenevano i fianchi con una delicatezza che contrastava con tutto quello che ci eravamo detti poco prima. Di tanto in tanto le davo un ceffone leggero su una chiappa, solo per sentirla stringersi intorno a me e gemere.
Dopo un po’ i suoi movimenti divennero più consapevoli. Spingeva indietro, cercava il ritmo, e i suoni che faceva non erano più solo di sforzo. Mi chinai sul suo dorso, le baciai la spalla, poi l’orecchio.
«Ancora la piccola stronzetta di prima?» mormorai.
Lei voltò appena la testa, gli occhi lucidi, un sorriso storto sulle labbra.
«Ancora il brutto somaro…» ansimò. «Ma adesso ti sopporto meglio.»
Ridemmo entrambi, bassi, mentre continuavo a muovermi dentro di lei.
Il suo buco cedette del tutto e i miei affondi poterono acquistare vigore senza farle male. Anzi, dai gemiti sembrava che ci stesse prendendo davvero gusto.
«Cazzo che bello… ohhh, continua così, amore.»
La accontentai, continuando a impalarla con cura.
«È la prima volta ed è bellissimo… più forte, brutto asino impotente… punisci la tua inferiore…»
Come se quelle parole fossero state un vero affronto, aumentai il ritmo e le diedi una sonora manata sul sedere. Vidi le sue dita avanzare nel cespuglio rigoglioso e raggiungere il clitoride, massaggiandoselo con energia.
«Se ti fermi ti… ohhhhh cazzo.»
Le parole le si fermarono in gola. Affondò la testa nel cuscino e urlò. Io aumentai ancora un poco, usando le ultime energie, finché non mi svuotai dentro di lei.
Quando lo tirai fuori, un rivolo bianco e d’aria uscì dal suo buchetto ancora pulsante. Lei tremava leggermente, le cosce che si contraevano a intervalli irregolari, il respiro corto. Mi stesi di fianco a lei e l’abbracciai, tirandola contro il mio petto.
«Pace?»
«Pace.»
Restammo così qualche minuto, senza parlare. Solo il respiro che piano piano si calmava.
In quel silenzio mi resi conto di una cosa semplice e un po’ spaventosa: con lei potevo essere grezzo, sarcastico, quasi cattivo, e lei non si rompeva. Anzi, rispondeva allo stesso modo. Fuori da quella stanza dovevamo entrambi fare i bravi. Dentro, invece, potevamo essere esattamente quello che eravamo.
Poi lei, a voce bassa, quasi contro la mia pelle:
«Ho pianto davvero, sai? Non era solo rabbia.»
Le accarezzai i capelli.
«Lo so.»
Silenzio. Poi aggiunse, più piano:
«Quando non ci parliamo mi viene un’ansia di merda. Tipo… che possa finire da un momento all’altro.»
Non risposi subito. Strinsi solo un po’ di più il braccio intorno a lei.
«Anche a me,» dissi alla fine. «Non sopporto quando stiamo zitti dopo che abbiamo litigato. Peggio della discussione.»
Lei alzò appena la testa e mi guardò. Aveva ancora gli occhi un po’ lucidi, ma stava quasi sorridendo.
«Domani in ufficio fai il bravo, eh. Io non ti ho ancora perdonato del tutto.»
Ridacchiò, la voce già stanca.
«E non credere che questa roba… ti metta a posto per sempre.»
Le baciai i capelli.
«Non ci contavo, piccola stronzetta.»
Lei affondò di nuovo il viso contro il mio petto e dopo poco il suo respiro divenne regolare.
Io restai sveglio ancora un po’, a tenerla stretta. L’ascia di guerra era sepolta.
Almeno fino alla prossima lite.
E mentre la ascoltavo dormire pensai, per la prima volta con chiarezza, che un giorno questa cosa ci sarebbe costata più di una discussione di lavoro. Non sapevo ancora come, né quando. Sapevo solo che il prezzo sarebbe arrivato.
Il recitare a lavoro non era un peso. Anzi, diventò un valore aggiunto. Accresceva il desiderio, creava nuovi stimoli, nuove idee che immancabilmente davano brio a quello che vivevamo nel privato.
Un giorno avemmo una brutta discussione per motivi di lavoro. Per quanto brillante e brava come poche, era testarda come un mulo. E io lo ero altrettanto. Finiamo per litigare pesantemente, al punto che per la rabbia mi venne uno dei più feroci mal di testa che avessi mai avuto.
Fino a fine giornata non ci rivolgemmo la parola. Quando andammo via ci liquidammo con un glaciale «ciao».
Tornai a casa, feci una doccia, cenai. Continuavo a guardare il telefono, come se aspettassi un suo messaggio. Non volevo le sue scuse, né tantomeno volevo dargliele io. Desideravo solo quattro lettere: pace?
Mi misi a letto, ma non riuscii a prendere sonno. Verso le ventidue mi alzai, mi vestii e andai da lei.
Arrivato sotto casa sua vidi la luce della televisione accesa. Citofonai. Al «chi è?» ringhiai un «apri». Salii le scale a due a due. Lei era lì, in pigiama, le braccia incrociate, e mi guardava come se volesse strozzarmi.
Andò per aprire bocca, ma io la spinsi dentro e mi chiusi la porta alle spalle.
«Senti, piccola stronzetta, se ti permetti di parlarmi di nuovo in quel modo giuro che ti butto dalla finestra.»
Sapeva benissimo che non le avrei mai torto un capello. Restò con le braccia incrociate e rispose a tono:
«Piccola stronzetta? Senti, brutto somaro, la prossima volta che mi urli contro ti apro la testa col fermacarte che hai sulla scrivania.»
Ci fu un brevissimo, reciproco sorriso. Fu questione di un attimo. La presi di peso, afferrandola per le natiche, e l’attaccai al muro. Lei si aggrappò al mio collo e iniziammo a baciarci. Quei baci post-lite, più simili a morsi che ad altro. Quando ci staccavamo era per insultarci o morderci — labbra, collo, orecchie — come a continuare su un altro campo di battaglia, e con altre armi, la guerra iniziata la mattina.
Lo scontro si spostò in camera. Cademmo sul letto facendo scricchiolare in modo inquietante le doghe. Lei era sopra di me, le ginocchia piantate sulle mie anche. Sentivo le sue dita sottili affondare con forza nel mio petto, ma l’unico danno che stava facendo era stropicciarmi la camicia.
«Sei uno stronzo. Ti odio. Ho pianto tutta la sera per la rabbia.»
Con le mani libere la presi all’attaccatura delle braccia e affondai i pollici nelle ascelle, facendola urlare. Con un colpo di reni la misi sotto, bloccandole braccia e gambe. Mi avvicinai per baciarla, ma lei mi avvertì che se ci avessi provato mi avrebbe staccato la lingua con un morso. Ignorai la minaccia e le infilai la lingua in bocca. Le presi un capezzolo tra le dita e strinsi quanto bastava, come a farle capire che se avesse fatto qualcosa di avventato avrei strizzato quel capezzolo facendolo esplodere come un foruncolo maturo.
Non ce ne fu bisogno. Si afflosciò tra le mie mani. Mi staccai e la guardai dritto negli occhi. Quel silenzio valeva più di mille parole, più di un armistizio. Scoppiammo a ridere come due deficienti.
«Comunque… meriti una sanzione, cara inferiore.»
Dissi quelle parole con un sorriso malizioso mentre iniziavo a sbottonarmi i pantaloni. Lei mi aiutò a tirarmeli giù insieme ai boxer.
«Ohh, mi farai crocifiggere in sala mensa.»
Il tono fantozziano mi fece quasi sputare un polmone.
«Non esattamente…»
Mi tirai su, mi spogliai completamente, l’afferrai per le caviglie e la tirai al bordo del letto, facendola mettere a sedere. Mi guardò negli occhi. La mia cappella era a pochi centimetri dal suo naso. Aprì la bocca e tirò fuori la lingua, gustandosi la mia voglia. Con un gesto fulmineo lo prese in mano e se lo portò alla bocca, iniziando a darsi da fare con calma, come se stesse mangiando un gelato. Mentre lo faceva, di tanto in tanto le davo piccoli ceffoni, alternati a carezze.
«Sai… riguardo alla tua punizione… hai mai sentito parlare di Vlad III di Valacchia?»
Lei si fermò. La mano ancora intorno a me, gli occhi alzati verso i miei.
«L’impalatore?»
Annuì, piano.
«Proprio lui.»
La guardai mentre elaborava. Un lampo di comprensione le attraversò lo sguardo, seguito da un misto di eccitazione e di quella testardaggine che le conoscevo bene.
«Sei un malato,» mormorò.
Ma non allontanò la mano. Anzi, strinse un po’ di più e mi diede una leccata lenta, tenendo gli occhi fissi nei miei.
«E se non volessi?»
«Allora non lo farei. Mai. Lo sai.»
Restò in silenzio qualche secondo, la lingua che mi sfiorava ancora, pensierosa. Poi si staccò, si alzò in ginocchio sul letto e si tolse la maglietta del pigiama con un gesto solo. I seni nudi, i capezzoli ancora segnati dalle mie dita di poco prima. Si girò, mi diede le spalle e si mise a pecorina, il sedere alto, la schiena inarcata. Mi guardò di sbieco, i capelli che le cascavano sul viso.
«Allora sbrigati, capo. Prima che cambi idea.»
Il tono era di sfida, ma la voce le tremava appena.
Mi misi in ginocchio dietro di lei. Le accarezzai i fianchi, poi il sedere, aprendo piano le chiappe. Era ancora bagnata di prima, ma sapevo che non sarebbe bastato. Scesi, la leccai a lungo, lentamente, finché non la sentii rilassarsi e spingere indietro contro la mia bocca. Solo allora mi alzai, mi strofinai tra le sue natiche e spinsi con estrema calma.
Lei emise un suono basso, quasi un lamento, e affondò il viso nel cuscino.
«Piano… cazzo, piano…»
«Respira.»
Aspettai che si abituasse. Tenevo i fianchi fermi, senza muovermi. Solo quando sentii i suoi muscoli cedere un poco iniziai a entrare più a fondo, millimetro per millimetro. Quando fui completamente dentro, per un secondo si fermò di nuovo il mondo. Lei respirava a scatti. Io non mi muovevo.
Poi, a voce roca, quasi sepolta nel cuscino:
«Muoviti… ma piano. All’inizio.»
Obbedii. Lenti, profondi, controllati. Le mani le tenevano i fianchi con una delicatezza che contrastava con tutto quello che ci eravamo detti poco prima. Di tanto in tanto le davo un ceffone leggero su una chiappa, solo per sentirla stringersi intorno a me e gemere.
Dopo un po’ i suoi movimenti divennero più consapevoli. Spingeva indietro, cercava il ritmo, e i suoni che faceva non erano più solo di sforzo. Mi chinai sul suo dorso, le baciai la spalla, poi l’orecchio.
«Ancora la piccola stronzetta di prima?» mormorai.
Lei voltò appena la testa, gli occhi lucidi, un sorriso storto sulle labbra.
«Ancora il brutto somaro…» ansimò. «Ma adesso ti sopporto meglio.»
Ridemmo entrambi, bassi, mentre continuavo a muovermi dentro di lei.
Il suo buco cedette del tutto e i miei affondi poterono acquistare vigore senza farle male. Anzi, dai gemiti sembrava che ci stesse prendendo davvero gusto.
«Cazzo che bello… ohhh, continua così, amore.»
La accontentai, continuando a impalarla con cura.
«È la prima volta ed è bellissimo… più forte, brutto asino impotente… punisci la tua inferiore…»
Come se quelle parole fossero state un vero affronto, aumentai il ritmo e le diedi una sonora manata sul sedere. Vidi le sue dita avanzare nel cespuglio rigoglioso e raggiungere il clitoride, massaggiandoselo con energia.
«Se ti fermi ti… ohhhhh cazzo.»
Le parole le si fermarono in gola. Affondò la testa nel cuscino e urlò. Io aumentai ancora un poco, usando le ultime energie, finché non mi svuotai dentro di lei.
Quando lo tirai fuori, un rivolo bianco e d’aria uscì dal suo buchetto ancora pulsante. Lei tremava leggermente, le cosce che si contraevano a intervalli irregolari, il respiro corto. Mi stesi di fianco a lei e l’abbracciai, tirandola contro il mio petto.
«Pace?»
«Pace.»
Restammo così qualche minuto, senza parlare. Solo il respiro che piano piano si calmava.
In quel silenzio mi resi conto di una cosa semplice e un po’ spaventosa: con lei potevo essere grezzo, sarcastico, quasi cattivo, e lei non si rompeva. Anzi, rispondeva allo stesso modo. Fuori da quella stanza dovevamo entrambi fare i bravi. Dentro, invece, potevamo essere esattamente quello che eravamo.
Poi lei, a voce bassa, quasi contro la mia pelle:
«Ho pianto davvero, sai? Non era solo rabbia.»
Le accarezzai i capelli.
«Lo so.»
Silenzio. Poi aggiunse, più piano:
«Quando non ci parliamo mi viene un’ansia di merda. Tipo… che possa finire da un momento all’altro.»
Non risposi subito. Strinsi solo un po’ di più il braccio intorno a lei.
«Anche a me,» dissi alla fine. «Non sopporto quando stiamo zitti dopo che abbiamo litigato. Peggio della discussione.»
Lei alzò appena la testa e mi guardò. Aveva ancora gli occhi un po’ lucidi, ma stava quasi sorridendo.
«Domani in ufficio fai il bravo, eh. Io non ti ho ancora perdonato del tutto.»
Ridacchiò, la voce già stanca.
«E non credere che questa roba… ti metta a posto per sempre.»
Le baciai i capelli.
«Non ci contavo, piccola stronzetta.»
Lei affondò di nuovo il viso contro il mio petto e dopo poco il suo respiro divenne regolare.
Io restai sveglio ancora un po’, a tenerla stretta. L’ascia di guerra era sepolta.
Almeno fino alla prossima lite.
E mentre la ascoltavo dormire pensai, per la prima volta con chiarezza, che un giorno questa cosa ci sarebbe costata più di una discussione di lavoro. Non sapevo ancora come, né quando. Sapevo solo che il prezzo sarebbe arrivato.
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