Voglia di sottomissione
di
CornutoBsx
genere
gay
Ero partito da casa con la scusa del lavoro. Valigia leggera, biglietto del treno, e dentro la testa un nodulo di voglia e paura che non riuscivo a sciogliere. Mi chiamo Marco, quarantadue anni, cicciottello, pelato con la barbetta. Per niente effeminato. Sposato. Etero. Ma di nascosto una troia passiva da sempre, solo che fino a quel weekend non l’avevo mai davvero messo in pratica fuori dalle fantasie. La moglie non c’entrava niente. Questo era solo mio. E mi faceva paura quanto mi eccitava.
Sul treno, appena fuori città, sono andato in bagno con le mani che sudavano. Mi sono cambiato. Perizoma femminile vistoso, nero, stringato, che mi entrava tra le natiche come una provocazione. Leggings stretti che segnavano tutto. Occhialoni scuri. Mi guardavo allo specchio e pensavo: “Sei ridicolo. Sei un quarantenne ciccione vestito da puttana. Se ti riconoscono sei fottuto.” Ma il cazzo era già duro. Volevo essere fuori posto. Volevo che qualcuno mi guardasse e pensasse “quella è una troia”. Sono tornato al posto con il cuore che mi batteva in gola.
Accanto a me un ragazzo nero, alto, braccia grosse. Ho passato dieci minuti a farmi coraggio. Poi ho messo la mano sulla sua coscia. Lui non si è mosso. Ho aperto la cerniera, gli ho tirato fuori il cazzo e l’ho segato piano, guardando fuori dal finestrino come se non stessi facendo niente di sporco. Pensavo: “Se mi dice di smettere muoio di vergogna. Se continua… cazzo, continua.” Duro, grosso, caldo. Quando è venuto gli è uscito silenzioso, mi ha riempito la mano. Mi sono leccato le dita senza guardarlo, e dentro di me c’era un misto di disgusto e di fame. Poco dopo sono andato in bagno. Lui mi ha seguito. Porta chiusa, mi sono messo in ginocchio e gli ho pompato in fretta, saliva ovunque. Pensavo solo: “È la prima volta che lo faccio davvero con uno sconosciuto. Non fermarti. Non pensare.” Mi ha sborrato in gola. Nessuna parola. Solo respiro pesante. Tornato al posto c’era un signore di settant’anni. Abbiamo chiacchierato del tempo, di Bari, dei treni, mentre io gli tenevo la mano sul cazzo sopra i pantaloni per mezz’ora. Lui non ha detto niente. Solo stringeva di tanto in tanto. Io mi sentivo già bagnato nel perizoma e pensavo: “Sto diventando esattamente quello che volevo. Una lurida troia per chiunque.”
Arrivato a Bari il cuore mi batteva ancora più forte. Avevo affittato un appartamentino discreto. Prima di uscire mi sono preparato: dildo nero, medio, infilato piano mentre mi guardavo allo specchio. “Troia”, mi dicevo. “Stai per essere usata per la prima volta davvero.” L’ho lasciato dentro un quarto d’ora, sentendo l’apertura, la voglia, la paura di non essere all’altezza. Poi l’ho tolto e sono uscito.
Il primo tassista era un quarantenne grassottello. Gli ho detto dove andare e, mentre guidava, ho iniziato a parlare. La voce mi tremava un po’. “Sto facendo la puttana questo weekend. Mi faccio scopare e umiliare da chi capita.” Lui ha riso nervoso, poi ha messo la mano sulla mia coscia. Io gli ho aperto i pantaloni e gli ho pompato mentre era fermo a un semaforo. Pensavo: “Se mi ferma la polizia sono morto. Se continua… continua.” Veloce, sporco, senza parlare. Mi ha sborrato in bocca prima di arrivare. Gli ho lasciato venti euro in più e sono sceso con il sapore ancora in gola, le gambe molli e una curiosità che mi rodeva: quanti altri ne avrei fatti?
Al bar vicino al porto ho ordinato una birra. Mi sono seduto in un angolo, gambe divaricate, leggings che segnavano il perizoma. Un uomo sulla cinquantina si è seduto vicino. Nessuna parola. Dopo cinque minuti ha messo la mano tra le mie cosce e mi ha strofinato il cazzo sopra il tessuto. Io ho fatto lo stesso. Dieci minuti di tocchi nascosti. Pensavo: “Se mi alzo e vado via resto solo un porco di merda che non ha avuto il coraggio. Se resto… resto.” Siamo andati in bagno. Lui mi ha spinto contro il muro, mi ha abbassato i leggings e mi ha scopato in piedi, due minuti buoni, sborrando dentro il perizoma. “Brava”, ha detto solo. Io non ho risposto. Dentro di me c’era un vuoto strano, una voglia di di più.
Il secondo tassista era più giovane. Gli ho raccontato tutto: il treno, il primo, che stavo andando a farmi usare. Lui ha ascoltato in silenzio, poi ha deviato in una stradina. “Scendi e mettiti in ginocchio.” L’ho fatto. Mi ha pisciato un po’ in bocca e mi ha fatto succhiare fino a sborrare. Nessun nome. Solo uso. Io pensavo: “È la prima volta che bevo piscio. Sa di amaro e di umiliazione. E mi piace. Cazzo, mi piace.”
Il terzo è successo la sera, dopo la sauna. Un altro taxi. Gli ho detto che ero pieno di sborra e piscio. Lui ha sorriso, ha parcheggiato e mi ha fatto salire davanti. Mi ha messo due dita nel culo mentre guidava piano, poi mi ha fatto pompare di nuovo. Quando sono sceso avevo le dita di lui ancora appiccicose sul leggings e in testa un solo pensiero: “Non basta. Voglio di più. Voglio essere distrutto.”
Il primo annuncio serio è stato quello del furgoncino. “Cerco bocchino e mi piace pisciare mentre mi succhi.” Pinetina fuori città. Sono salito con le mani che tremavano. Lui aveva già il cazzo fuori. “Spogliati. Tutto. In ginocchio.” Mi sono tolto leggings e perizoma. Nudo, in ginocchio sul pavimento. Mi ha preso la testa e me l’ha spinta sul cazzo. Mentre lo succhiavo ha iniziato a pisciare. Caldo, amaro. Ne ho ingoiato, il resto mi è colato sul petto e sulle palle. “Bevi, troia. Non sprecarlo.” Continuava a intermittenza. Io pensavo: “Sto bevendo piscio di uno sconosciuto in un furgone. Se mi vede qualcuno… ma nessuno mi vede. Solo lui. E io sono una puttana.” Poi mi ha sborrato in faccia. “Lecca tutto.” Ho leccato cazzo, palle, culo. Si è rialzato. Meno piscio, ma ancora presente. Mi ha fatto voltare, due dita, poi il cazzo. Due spruzzi di piscio dentro e un’altra sborrata. “Brava puttana. Vai.” Sono sceso con la faccia appiccicosa e un’erezione che non riuscivo a far calare.
Tornato a casa ho aperto l’annuncio del signore. “Cerco servo. Umiliazione, uso prolungato.” Dopo un’ora era alla porta. Sessantenne, elegante, voce bassa. “In ginocchio. Togliti tutto. Da adesso non parli se non ti chiedo qualcosa.”
Da quel momento sono diventato un oggetto. Mi ha fatto leccare le scarpe una per una, i piedi, le ascelle. “Più a fondo. Lingua.” Mi ha tenuto il cazzo in bocca a riposo mentre stava sui social. Ogni tanto mi spingeva più giù. Due dita nel culo mentre leggeva messaggi. Io pensavo: “Questa è la prima volta che qualcuno mi tratta davvero da servo. Non da amante. Da cosa. E ho paura di quanto mi piaccia.” Mi alzava, mi metteva a pecorina e mi scopava senza fretta: “Troia sposata… servo di merda… cesso ambulante… buco caldo e niente di più.” In doccia mi ha lavato lui, mi ha infilato le dita, mi ha scopato, mi ha pisciato addosso e mi ha fatto leccare il pavimento. “Tutto. Non lasciare niente.” Quando è uscito mi ha detto: “Domani torno. Stai pronto. E non lavarti troppo.” Sono rimasto nudo sul pavimento a sentire il sapore in bocca e a pensare che non ero mai stato così vuoto e così pieno allo stesso tempo.
Sabato sera, sauna. Millennium Bath. Sono entrato già preparato col dildo, tolto all’ultimo momento. Nel locale pieno di vapore ho fatto bocchino a un maturo, a un altro, e al ciccione ventenne dal cazzo da 25 cm. Me lo sono succhiato a lungo, pensando: “È grosso. Troppo. Ma voglio provarlo.” Poi mi ha trascinato su nelle stanze private. Dieci minuti buoni, quasi tutto nel culo. Tutte le posizioni. “Prendi, troia. Tutto.” Mi ha sborrato dentro e mi ha schiaffeggiato il culo. Io avevo le gambe che tremavano e in testa solo: “Ancora. Voglio ancora.”
I due trans li ho sentiti prima. Odore di sottomissione. Li ho cercati con lo sguardo. Prima solo tocchi nei corridoi, bocchini veloci, dita nel culo. Poi nelle zone comuni: in ginocchio vicino alle docce, bocca usata mentre altri si cambiavano. Dentro, nelle ultime due ore, mi hanno preso. E non ero solo. Eravamo tre sottomessi insieme. Io e altri due, tutti in ginocchio, tutti a disposizione. Nella sauna secca. Uno col diametro enorme mi apriva come un imbuto. L’altro lungo 22-23 cm mi toccava il fondo. Mi usavano a turno: uno mi scopava mentre l’altro mi pisciava in bocca. Mi facevano leccare piedi, ascelle, culi. “Di’ che sei una troia. Di’ che sei il nostro servo.” E io lo dicevo, voce rotta, mentre gli altri due facevano lo stesso. Pensavo: “Siamo tre. Tutti uguali. Tutti buchi. E loro ci usano come vogliono. È la prima volta che mi sento così… appartenente. E mi fa paura quanto sia naturale.” Mi hanno riempito di sborra in faccia, in bocca, nel culo. Hanno dato spettacolo. Altri guardavano. Io ero solo un buco, e loro lo sapevano.
Domenica alle nove il signore è tornato. Otto ore. Cazzo a riposo in bocca mentre rispondeva alle email. Due dita nel culo mentre telefonava. Piedi leccati per venti minuti. Piscio in bocca, sul petto, nel culo. Scopate a intermittenza. Posizione di presentazione mentre guardava la tv. Tre sborrate in faccia, tutte leccate. “Conta. Ringrazia. Chiedi scusa per essere solo un buco.” Io contavo, ringraziavo, chiedevo scusa, e dentro di me c’era una quiete strana. Come se finalmente stessi facendo la cosa giusta. Alle cinque: “Bravo servo. La prossima volta resto la notte.”
Sul treno del ritorno mi sono rimesso il perizoma e i leggings. Un uomo di mezza età si è seduto accanto. Nessuna parola. Gli ho messo la mano sul cazzo. Lui ha fatto lo stesso. Mezz’ora di tocchi. Poi in bagno: mi ha spinto in ginocchio e mi ha usato la bocca fino a sborrare. Sono sceso a casa con il sapore ancora lì, il culo che pulsava e la consapevolezza di essere esattamente quello che sono: una troia passiva sposata che, di nascosto, si fa usare come merda. E non vedevo l’ora di rifarlo. Per la prima volta nella vita non avevo più paura di dirlo.
Sul treno, appena fuori città, sono andato in bagno con le mani che sudavano. Mi sono cambiato. Perizoma femminile vistoso, nero, stringato, che mi entrava tra le natiche come una provocazione. Leggings stretti che segnavano tutto. Occhialoni scuri. Mi guardavo allo specchio e pensavo: “Sei ridicolo. Sei un quarantenne ciccione vestito da puttana. Se ti riconoscono sei fottuto.” Ma il cazzo era già duro. Volevo essere fuori posto. Volevo che qualcuno mi guardasse e pensasse “quella è una troia”. Sono tornato al posto con il cuore che mi batteva in gola.
Accanto a me un ragazzo nero, alto, braccia grosse. Ho passato dieci minuti a farmi coraggio. Poi ho messo la mano sulla sua coscia. Lui non si è mosso. Ho aperto la cerniera, gli ho tirato fuori il cazzo e l’ho segato piano, guardando fuori dal finestrino come se non stessi facendo niente di sporco. Pensavo: “Se mi dice di smettere muoio di vergogna. Se continua… cazzo, continua.” Duro, grosso, caldo. Quando è venuto gli è uscito silenzioso, mi ha riempito la mano. Mi sono leccato le dita senza guardarlo, e dentro di me c’era un misto di disgusto e di fame. Poco dopo sono andato in bagno. Lui mi ha seguito. Porta chiusa, mi sono messo in ginocchio e gli ho pompato in fretta, saliva ovunque. Pensavo solo: “È la prima volta che lo faccio davvero con uno sconosciuto. Non fermarti. Non pensare.” Mi ha sborrato in gola. Nessuna parola. Solo respiro pesante. Tornato al posto c’era un signore di settant’anni. Abbiamo chiacchierato del tempo, di Bari, dei treni, mentre io gli tenevo la mano sul cazzo sopra i pantaloni per mezz’ora. Lui non ha detto niente. Solo stringeva di tanto in tanto. Io mi sentivo già bagnato nel perizoma e pensavo: “Sto diventando esattamente quello che volevo. Una lurida troia per chiunque.”
Arrivato a Bari il cuore mi batteva ancora più forte. Avevo affittato un appartamentino discreto. Prima di uscire mi sono preparato: dildo nero, medio, infilato piano mentre mi guardavo allo specchio. “Troia”, mi dicevo. “Stai per essere usata per la prima volta davvero.” L’ho lasciato dentro un quarto d’ora, sentendo l’apertura, la voglia, la paura di non essere all’altezza. Poi l’ho tolto e sono uscito.
Il primo tassista era un quarantenne grassottello. Gli ho detto dove andare e, mentre guidava, ho iniziato a parlare. La voce mi tremava un po’. “Sto facendo la puttana questo weekend. Mi faccio scopare e umiliare da chi capita.” Lui ha riso nervoso, poi ha messo la mano sulla mia coscia. Io gli ho aperto i pantaloni e gli ho pompato mentre era fermo a un semaforo. Pensavo: “Se mi ferma la polizia sono morto. Se continua… continua.” Veloce, sporco, senza parlare. Mi ha sborrato in bocca prima di arrivare. Gli ho lasciato venti euro in più e sono sceso con il sapore ancora in gola, le gambe molli e una curiosità che mi rodeva: quanti altri ne avrei fatti?
Al bar vicino al porto ho ordinato una birra. Mi sono seduto in un angolo, gambe divaricate, leggings che segnavano il perizoma. Un uomo sulla cinquantina si è seduto vicino. Nessuna parola. Dopo cinque minuti ha messo la mano tra le mie cosce e mi ha strofinato il cazzo sopra il tessuto. Io ho fatto lo stesso. Dieci minuti di tocchi nascosti. Pensavo: “Se mi alzo e vado via resto solo un porco di merda che non ha avuto il coraggio. Se resto… resto.” Siamo andati in bagno. Lui mi ha spinto contro il muro, mi ha abbassato i leggings e mi ha scopato in piedi, due minuti buoni, sborrando dentro il perizoma. “Brava”, ha detto solo. Io non ho risposto. Dentro di me c’era un vuoto strano, una voglia di di più.
Il secondo tassista era più giovane. Gli ho raccontato tutto: il treno, il primo, che stavo andando a farmi usare. Lui ha ascoltato in silenzio, poi ha deviato in una stradina. “Scendi e mettiti in ginocchio.” L’ho fatto. Mi ha pisciato un po’ in bocca e mi ha fatto succhiare fino a sborrare. Nessun nome. Solo uso. Io pensavo: “È la prima volta che bevo piscio. Sa di amaro e di umiliazione. E mi piace. Cazzo, mi piace.”
Il terzo è successo la sera, dopo la sauna. Un altro taxi. Gli ho detto che ero pieno di sborra e piscio. Lui ha sorriso, ha parcheggiato e mi ha fatto salire davanti. Mi ha messo due dita nel culo mentre guidava piano, poi mi ha fatto pompare di nuovo. Quando sono sceso avevo le dita di lui ancora appiccicose sul leggings e in testa un solo pensiero: “Non basta. Voglio di più. Voglio essere distrutto.”
Il primo annuncio serio è stato quello del furgoncino. “Cerco bocchino e mi piace pisciare mentre mi succhi.” Pinetina fuori città. Sono salito con le mani che tremavano. Lui aveva già il cazzo fuori. “Spogliati. Tutto. In ginocchio.” Mi sono tolto leggings e perizoma. Nudo, in ginocchio sul pavimento. Mi ha preso la testa e me l’ha spinta sul cazzo. Mentre lo succhiavo ha iniziato a pisciare. Caldo, amaro. Ne ho ingoiato, il resto mi è colato sul petto e sulle palle. “Bevi, troia. Non sprecarlo.” Continuava a intermittenza. Io pensavo: “Sto bevendo piscio di uno sconosciuto in un furgone. Se mi vede qualcuno… ma nessuno mi vede. Solo lui. E io sono una puttana.” Poi mi ha sborrato in faccia. “Lecca tutto.” Ho leccato cazzo, palle, culo. Si è rialzato. Meno piscio, ma ancora presente. Mi ha fatto voltare, due dita, poi il cazzo. Due spruzzi di piscio dentro e un’altra sborrata. “Brava puttana. Vai.” Sono sceso con la faccia appiccicosa e un’erezione che non riuscivo a far calare.
Tornato a casa ho aperto l’annuncio del signore. “Cerco servo. Umiliazione, uso prolungato.” Dopo un’ora era alla porta. Sessantenne, elegante, voce bassa. “In ginocchio. Togliti tutto. Da adesso non parli se non ti chiedo qualcosa.”
Da quel momento sono diventato un oggetto. Mi ha fatto leccare le scarpe una per una, i piedi, le ascelle. “Più a fondo. Lingua.” Mi ha tenuto il cazzo in bocca a riposo mentre stava sui social. Ogni tanto mi spingeva più giù. Due dita nel culo mentre leggeva messaggi. Io pensavo: “Questa è la prima volta che qualcuno mi tratta davvero da servo. Non da amante. Da cosa. E ho paura di quanto mi piaccia.” Mi alzava, mi metteva a pecorina e mi scopava senza fretta: “Troia sposata… servo di merda… cesso ambulante… buco caldo e niente di più.” In doccia mi ha lavato lui, mi ha infilato le dita, mi ha scopato, mi ha pisciato addosso e mi ha fatto leccare il pavimento. “Tutto. Non lasciare niente.” Quando è uscito mi ha detto: “Domani torno. Stai pronto. E non lavarti troppo.” Sono rimasto nudo sul pavimento a sentire il sapore in bocca e a pensare che non ero mai stato così vuoto e così pieno allo stesso tempo.
Sabato sera, sauna. Millennium Bath. Sono entrato già preparato col dildo, tolto all’ultimo momento. Nel locale pieno di vapore ho fatto bocchino a un maturo, a un altro, e al ciccione ventenne dal cazzo da 25 cm. Me lo sono succhiato a lungo, pensando: “È grosso. Troppo. Ma voglio provarlo.” Poi mi ha trascinato su nelle stanze private. Dieci minuti buoni, quasi tutto nel culo. Tutte le posizioni. “Prendi, troia. Tutto.” Mi ha sborrato dentro e mi ha schiaffeggiato il culo. Io avevo le gambe che tremavano e in testa solo: “Ancora. Voglio ancora.”
I due trans li ho sentiti prima. Odore di sottomissione. Li ho cercati con lo sguardo. Prima solo tocchi nei corridoi, bocchini veloci, dita nel culo. Poi nelle zone comuni: in ginocchio vicino alle docce, bocca usata mentre altri si cambiavano. Dentro, nelle ultime due ore, mi hanno preso. E non ero solo. Eravamo tre sottomessi insieme. Io e altri due, tutti in ginocchio, tutti a disposizione. Nella sauna secca. Uno col diametro enorme mi apriva come un imbuto. L’altro lungo 22-23 cm mi toccava il fondo. Mi usavano a turno: uno mi scopava mentre l’altro mi pisciava in bocca. Mi facevano leccare piedi, ascelle, culi. “Di’ che sei una troia. Di’ che sei il nostro servo.” E io lo dicevo, voce rotta, mentre gli altri due facevano lo stesso. Pensavo: “Siamo tre. Tutti uguali. Tutti buchi. E loro ci usano come vogliono. È la prima volta che mi sento così… appartenente. E mi fa paura quanto sia naturale.” Mi hanno riempito di sborra in faccia, in bocca, nel culo. Hanno dato spettacolo. Altri guardavano. Io ero solo un buco, e loro lo sapevano.
Domenica alle nove il signore è tornato. Otto ore. Cazzo a riposo in bocca mentre rispondeva alle email. Due dita nel culo mentre telefonava. Piedi leccati per venti minuti. Piscio in bocca, sul petto, nel culo. Scopate a intermittenza. Posizione di presentazione mentre guardava la tv. Tre sborrate in faccia, tutte leccate. “Conta. Ringrazia. Chiedi scusa per essere solo un buco.” Io contavo, ringraziavo, chiedevo scusa, e dentro di me c’era una quiete strana. Come se finalmente stessi facendo la cosa giusta. Alle cinque: “Bravo servo. La prossima volta resto la notte.”
Sul treno del ritorno mi sono rimesso il perizoma e i leggings. Un uomo di mezza età si è seduto accanto. Nessuna parola. Gli ho messo la mano sul cazzo. Lui ha fatto lo stesso. Mezz’ora di tocchi. Poi in bagno: mi ha spinto in ginocchio e mi ha usato la bocca fino a sborrare. Sono sceso a casa con il sapore ancora lì, il culo che pulsava e la consapevolezza di essere esattamente quello che sono: una troia passiva sposata che, di nascosto, si fa usare come merda. E non vedevo l’ora di rifarlo. Per la prima volta nella vita non avevo più paura di dirlo.
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