Sonia & Tommaso - Capitolo 72: La fatidica domanda
di
Sonia e Tommaso
genere
tradimenti
Il mattino seguente, seduta in cucina a fare colazione, avvertivo tutto il peso dello sguardo inquisitore di mia madre, fisso su di me come un atto d'accusa silenzioso.
Lei non sapeva nulla, non poteva nemmeno lontanamente immaginare l’abisso in cui ero scivolata, eppure il mio rientrare a tarda notte, con Tommaso lontano per lavoro, la riempiva di un risentimento palpabile.
La banale frottola delle serate trascorse con le amiche non reggeva più; ai suoi occhi borghesi ero solo una sgualdrina che si vedeva di nascosto con un ipotetico amante.
Mamma non fece domande, ma quel suo mutismo ostinato, rotto solo dal rumore dei cucchiaini contro le tazzine di porcellana, feriva ben più di un rimprovero.
Papà, dal canto suo, rimaneva trincerato dietro le pagine del quotidiano, limitandosi a brevi occhiate severe che filtravano da sopra la montatura degli occhiali.
In quel silenzio colpevole, che profumava di caffè e ipocrisia familiare, inghiottii l'ultimo sorso e salii in bagno a lavarmi i denti, impaziente di sfuggire a quel tribunale domestico.
Davanti allo specchio, passando un lieve trucco da impiegata modello, ripensai alle pesanti imbrattature di Lidia, chiedendomi che fine avesse fatto in quella notte di caos.
Quella che stava per cominciare era la mia ultima giornata alla ditta di autotrasporti, ma da sotto i casti indumenti da ufficio un familiare indolenzimento muscolare mi riportava agli eccessi della sera precedente.
I seni, ancora turgidi e sensibili, quasi faticavano a sopportare la costrizione del reggiseno, mentre la fica, gonfia e vistosamente dilatata dalle ripetute penetrazioni sulla statale, mandava piccoli impulsi caldi da sotto le mutandine di cotone.
Quando scesi di nuovo in cucina, papà era già uscito, e il giornale giaceva abbandonato sul tavolo di legno.
Approfittando dell'assenza di mamma, in giardino a chiacchierare con la vicina, guidata da un sesto senso opprimente, lo afferrai con le mani che iniziavano a tremare.
Nella pagina della cronaca locale, un titolo annunciava: «Maxi retata della polizia, arrestate decine tra prostitute e protettori».
Colta dal panico, sentii cedere le gambe, costretta a sedere sul bordo della sedia per non crollare a terra.
Gli occhi scorrevano frenetici sulle righe: l'articolo parlava del blitz scattato proprio sulla statale, descrivendo i dettagli del dispiegamento di forze dell'ordine e lo scompiglio tra le vie laterali.
Non c'erano nomi, solo sigle e informazioni sommarie sul fermo di diverse ragazze dell'Est e dei loro aguzzini.
A parlarmi da quella pagina era il destino che avevo evitato per un soffio.
Un calore improvviso e violento mi imporporò le guance, risalendo lungo il collo fino alle orecchie.
Cosa sarebbe successo se tra quelle disgraziate ci fossi stata io? Se quei due ragazzi fossero arrivati un'ora prima, o se l'auto della polizia ci avesse sbarrato la strada?
Immaginai la scena: sbattuta in questura con indosso quegli inequivocabili stracci da battona, costretta a dare le mie generalità davanti a tutti.
Chiusi gli occhi, stringendo le dita attorno al bordo del tavolo fino a far sbiancare le nocche.
In quel buio privato, la paura si fuse istantaneamente con il ricordo della doppia penetrazione, e un fremito d'eccitazione torbida e contratta mi attraversò la schiena, andandosi a scaricare proprio lì, tra le cosce, bagnando lo slip.
Ero salva, almeno per il momento.
Andai al lavoro con la mente brulicante di dubbi e paure, oppressa dalla sensazione soffocante di vivere in una gabbia senza alcuna via d'uscita.
La notizia letta sul giornale mi aveva scossa fin nell'anima; il terrore viscerale che le forze dell'ordine potessero in qualche modo risalire alla mia identità, mi stringeva lo stomaco in una morsa gelida.
Durante tutto il tragitto non feci che visualizzare lo scenario peggiore, immaginando cosa sarebbe successo se mi avessero presa: le conseguenze legali, l'umiliazione pubblica, la mia intera vita, come un fragile castello di carte, sarebbe crollata di schianto davanti agli occhi dei miei genitori e di Tommaso.
Mi sentivo svuotata, prosciugata dalle ultime notti trascorse sulla statale, priva di ogni energia nel corpo e nella mente.
Per reagire a quell'ansia, cercai di pensare all'unica cosa capace ancora di confortarmi: la voce di Bruno.
Risuonava dentro di me come una melodia calda e armoniosa, e il nostro imminente appuntamento era ciò di cui necessitavo disperatamente.
I suoi modi, seppur virili, erano un netto contrasto con le umilianti violenze subite sulla strada.
Ricordai con nostalgia il nostro primo incontro all'autolavaggio, la serata da favola in quel lussuoso ristorante, e l'incantevole dopocena.
Avevo bisogno di sentirmi di nuovo una donna, non una puttana da fottere sul sedile di un'auto o in una squallida stamberga.
La sua figura così rassicurante appariva come un raggio di luce nella notte; la mia unica vera ancora di salvezza.
Ma come a volermi imprigionare nella realtà, una consapevolezza perversa si insinuava in quelle riflessioni: Antonio.
Nonostante tutto lo desideravo ancora, con una sete di sottomissione che non aveva limiti, e che mi attraeva in un modo spaventoso.
Le ore in ufficio trascorsero paradossalmente tranquille, in netto contrasto con ciò che provavo dentro: gli ultimi saluti agli autisti, alcune pratiche di poco conto da archiviare o da spiegare ai colleghi, e le frasi di rito sul «ci vedremo ancora... verrò a trovarvi...».
Sergio era lì con me, con i suoi gesti gentili, amichevoli... quel giorno, un po' malinconici.
Quando giunse la pausa pranzo, l'ultima che avremmo trascorso assieme, avvertendo che avevo altro per la testa, non mi propose di appartarci al nostro solito posto: fui io a chiederglielo.
Mezzora più tardi, dietro una fila d'alberi in campagna, dopo un'intensa e appagante scopata - via di mezzo tra l'urgenza fisica e il fare l'amore - giacevamo nudi e felici a baciarci sul sedile reclinato della sua auto.
Abbandonata a quell'intimità, con la mente finalmente sgombra da brutti pensieri, sobbalzai sentendo squillare il cellulare.
Guardai lo schermo, e il mio cuore fece un balzo di gioia: era Bruno.
«Pronto, Bruno?» risposi di slancio. «Sonia! Che piacere sentirti. Come stai?» La sua voce mi giunse come una dolce carezza.
«Bene, grazie. E tu?»
«Benissimo, ora che ti sento. Questa sera ti andrebbe di venire da me, nel mio appartamento in centro? Vorrei cucinare per te, ma se preferisci uscire, ti porto ovunque tu desideri.»
A quelle parole, sentii il corpo scaldarsi per l'emozione: l'idea di stare sola con lui, nel suo rifugio privato, mi entusiasmava.
«Oh, sì, mi piacerebbe molto; non vedo l'ora!»
«Ti passo a prendere?» chiese, con la sua solita, attenta discrezione.
«No, grazie... voglio farti una sorpresa e arrivare da sola» anche se lo avrei apprezzato moltissimo, non volevo rischiare che qualcuno ci vedesse.
«Va bene, allora a stasera.»
«A dopo, Bruno.» E riattaccai.
Guardai Sergio che, osservandomi divertito, chiese se Bruno fosse un nuovo amore: il mio volto doveva essere così luminoso da non lasciare dubbi.
«Non lo so ancora, ma sono molto presa» ammisi.
«Ma chi è questo Bruno?» domandò Sergio, tradendo nella voce una nota di curiosità e un pizzico di gelosia.
Gli raccontai di lui, dell'incontro all'autolavaggio, lasciando fluire parole piene di un entusiasmo impossibile da nascondere: volevo che capisse, che si rendesse conto di quanto quell'uomo fosse diverso e di quanto mi facesse sentire bene.
Ad interrompere il mio racconto fu un nuovo squillo del cellulare; questa volta di Tommaso.
Alzai lo sguardo dal display verso Sergio, che ridacchiando, chiese: «E ora che fai? Che hai intenzione di fare con lui?»
Non gli risposi. Non lo sapevo.
«Ciao, Tommi...» sussurrai, modulando la voce in un tono che mescolava affetto e bugia.
«Amore... va tutto bene? Dove sparisci la sera? Esci con il tuo amichetto? Sei lì con lui ora?» chiese tutto d’un fiato, con la voce già piena di eccitazione.
«Sì, amore, tutto bene. Scusa, ma... sì, ho fatto un po' la birichina. Abbiamo fatto tardi tutte le sere, e sai com'è...» risposi sotto lo sguardo sbalordito del collega, ormai certa di soddisfare la bramosia del mio fidanzato.
Difatti, a Tommaso sembrò mancare l'aria per rispondere: «Da... davvero?»
«Sì amore; ti dispiace?»
«N-no... è che non m'aspettavo che lo ammettessi così apertamente.»
«Beh, so che ci tieni... A che sia sincera, intendo.»
Povero tesoro, se avesse saputo quanto fosse tremendamente diversa la realtà.
«E-e ora sei lì con lui?»
«Sì, amore, e abbiamo appena finito di... farlo; voglio dire... capisci?» Il volto di Sergio prese un colorito bordeaux.
«Anzi, ci dobbiamo ancora rivestire; ma fa un caldo oggi... E tu? Fa caldo anche lì? Dove sei di bello? Ancora a Palermo?» domandai con disarmante naturalezza.
«Oh dio Sonia... parli sul serio? Cazzo... vorrei essere lì.»
«Ti... stai masturbando?» chiesi con voce roca.
«Magari! Sono qua fuori dal ristorante e rischio di sborrare nelle mutande.»
A quell'ammissione emisi una risatina sadica.
Parlavo con lui mentre Sergio mi baciava il collo, sgrillettandomi furiosamente.
«Tornerai... domani?» riuscii a chiedergli, gemendo ormai in modo incontrollato.
«Sì, amore... ma, stai... stai venendo? Ti sta scopando?»
«Siii... amore, non fermarti... Ahhh...» gridai rivolta a Sergio, ormai travolta da un lungo orgasmo.
In preda alla lussuria, lasciai cadere il telefono e lo baciai, dimentica del mio fidanzato dall'altra parte della linea.
Rivestendoci, Sergio chiese: «Da quanto Tommaso sa di noi?»
«E lo accetta?» aggiunse incredulo.
«Sì, vedi... non è semplice...»
Risposi e, con un po' d'imbarazzo, gli confidai i bizzarri gusti di Tommaso, la sua inadeguatezza sessuale e la mia conseguente insoddisfazione.
Strada facendo, parlai anche dei suoi sospetti, dell'insistenza nel voler sapere se e con chi lo tradissi; finché, esasperata, avevo ammesso la nostra relazione.
Poco dopo, seduti a mangiare un tramezzino prima di tornare in ufficio, illuso di essere il mio unico amante, Sergio si decise a farmi la fatidica domanda, quella che rimandava da tempo:
«Sonia, perché non lasci perdere Tommaso e ti metti con me?»
Lei non sapeva nulla, non poteva nemmeno lontanamente immaginare l’abisso in cui ero scivolata, eppure il mio rientrare a tarda notte, con Tommaso lontano per lavoro, la riempiva di un risentimento palpabile.
La banale frottola delle serate trascorse con le amiche non reggeva più; ai suoi occhi borghesi ero solo una sgualdrina che si vedeva di nascosto con un ipotetico amante.
Mamma non fece domande, ma quel suo mutismo ostinato, rotto solo dal rumore dei cucchiaini contro le tazzine di porcellana, feriva ben più di un rimprovero.
Papà, dal canto suo, rimaneva trincerato dietro le pagine del quotidiano, limitandosi a brevi occhiate severe che filtravano da sopra la montatura degli occhiali.
In quel silenzio colpevole, che profumava di caffè e ipocrisia familiare, inghiottii l'ultimo sorso e salii in bagno a lavarmi i denti, impaziente di sfuggire a quel tribunale domestico.
Davanti allo specchio, passando un lieve trucco da impiegata modello, ripensai alle pesanti imbrattature di Lidia, chiedendomi che fine avesse fatto in quella notte di caos.
Quella che stava per cominciare era la mia ultima giornata alla ditta di autotrasporti, ma da sotto i casti indumenti da ufficio un familiare indolenzimento muscolare mi riportava agli eccessi della sera precedente.
I seni, ancora turgidi e sensibili, quasi faticavano a sopportare la costrizione del reggiseno, mentre la fica, gonfia e vistosamente dilatata dalle ripetute penetrazioni sulla statale, mandava piccoli impulsi caldi da sotto le mutandine di cotone.
Quando scesi di nuovo in cucina, papà era già uscito, e il giornale giaceva abbandonato sul tavolo di legno.
Approfittando dell'assenza di mamma, in giardino a chiacchierare con la vicina, guidata da un sesto senso opprimente, lo afferrai con le mani che iniziavano a tremare.
Nella pagina della cronaca locale, un titolo annunciava: «Maxi retata della polizia, arrestate decine tra prostitute e protettori».
Colta dal panico, sentii cedere le gambe, costretta a sedere sul bordo della sedia per non crollare a terra.
Gli occhi scorrevano frenetici sulle righe: l'articolo parlava del blitz scattato proprio sulla statale, descrivendo i dettagli del dispiegamento di forze dell'ordine e lo scompiglio tra le vie laterali.
Non c'erano nomi, solo sigle e informazioni sommarie sul fermo di diverse ragazze dell'Est e dei loro aguzzini.
A parlarmi da quella pagina era il destino che avevo evitato per un soffio.
Un calore improvviso e violento mi imporporò le guance, risalendo lungo il collo fino alle orecchie.
Cosa sarebbe successo se tra quelle disgraziate ci fossi stata io? Se quei due ragazzi fossero arrivati un'ora prima, o se l'auto della polizia ci avesse sbarrato la strada?
Immaginai la scena: sbattuta in questura con indosso quegli inequivocabili stracci da battona, costretta a dare le mie generalità davanti a tutti.
Chiusi gli occhi, stringendo le dita attorno al bordo del tavolo fino a far sbiancare le nocche.
In quel buio privato, la paura si fuse istantaneamente con il ricordo della doppia penetrazione, e un fremito d'eccitazione torbida e contratta mi attraversò la schiena, andandosi a scaricare proprio lì, tra le cosce, bagnando lo slip.
Ero salva, almeno per il momento.
Andai al lavoro con la mente brulicante di dubbi e paure, oppressa dalla sensazione soffocante di vivere in una gabbia senza alcuna via d'uscita.
La notizia letta sul giornale mi aveva scossa fin nell'anima; il terrore viscerale che le forze dell'ordine potessero in qualche modo risalire alla mia identità, mi stringeva lo stomaco in una morsa gelida.
Durante tutto il tragitto non feci che visualizzare lo scenario peggiore, immaginando cosa sarebbe successo se mi avessero presa: le conseguenze legali, l'umiliazione pubblica, la mia intera vita, come un fragile castello di carte, sarebbe crollata di schianto davanti agli occhi dei miei genitori e di Tommaso.
Mi sentivo svuotata, prosciugata dalle ultime notti trascorse sulla statale, priva di ogni energia nel corpo e nella mente.
Per reagire a quell'ansia, cercai di pensare all'unica cosa capace ancora di confortarmi: la voce di Bruno.
Risuonava dentro di me come una melodia calda e armoniosa, e il nostro imminente appuntamento era ciò di cui necessitavo disperatamente.
I suoi modi, seppur virili, erano un netto contrasto con le umilianti violenze subite sulla strada.
Ricordai con nostalgia il nostro primo incontro all'autolavaggio, la serata da favola in quel lussuoso ristorante, e l'incantevole dopocena.
Avevo bisogno di sentirmi di nuovo una donna, non una puttana da fottere sul sedile di un'auto o in una squallida stamberga.
La sua figura così rassicurante appariva come un raggio di luce nella notte; la mia unica vera ancora di salvezza.
Ma come a volermi imprigionare nella realtà, una consapevolezza perversa si insinuava in quelle riflessioni: Antonio.
Nonostante tutto lo desideravo ancora, con una sete di sottomissione che non aveva limiti, e che mi attraeva in un modo spaventoso.
Le ore in ufficio trascorsero paradossalmente tranquille, in netto contrasto con ciò che provavo dentro: gli ultimi saluti agli autisti, alcune pratiche di poco conto da archiviare o da spiegare ai colleghi, e le frasi di rito sul «ci vedremo ancora... verrò a trovarvi...».
Sergio era lì con me, con i suoi gesti gentili, amichevoli... quel giorno, un po' malinconici.
Quando giunse la pausa pranzo, l'ultima che avremmo trascorso assieme, avvertendo che avevo altro per la testa, non mi propose di appartarci al nostro solito posto: fui io a chiederglielo.
Mezzora più tardi, dietro una fila d'alberi in campagna, dopo un'intensa e appagante scopata - via di mezzo tra l'urgenza fisica e il fare l'amore - giacevamo nudi e felici a baciarci sul sedile reclinato della sua auto.
Abbandonata a quell'intimità, con la mente finalmente sgombra da brutti pensieri, sobbalzai sentendo squillare il cellulare.
Guardai lo schermo, e il mio cuore fece un balzo di gioia: era Bruno.
«Pronto, Bruno?» risposi di slancio. «Sonia! Che piacere sentirti. Come stai?» La sua voce mi giunse come una dolce carezza.
«Bene, grazie. E tu?»
«Benissimo, ora che ti sento. Questa sera ti andrebbe di venire da me, nel mio appartamento in centro? Vorrei cucinare per te, ma se preferisci uscire, ti porto ovunque tu desideri.»
A quelle parole, sentii il corpo scaldarsi per l'emozione: l'idea di stare sola con lui, nel suo rifugio privato, mi entusiasmava.
«Oh, sì, mi piacerebbe molto; non vedo l'ora!»
«Ti passo a prendere?» chiese, con la sua solita, attenta discrezione.
«No, grazie... voglio farti una sorpresa e arrivare da sola» anche se lo avrei apprezzato moltissimo, non volevo rischiare che qualcuno ci vedesse.
«Va bene, allora a stasera.»
«A dopo, Bruno.» E riattaccai.
Guardai Sergio che, osservandomi divertito, chiese se Bruno fosse un nuovo amore: il mio volto doveva essere così luminoso da non lasciare dubbi.
«Non lo so ancora, ma sono molto presa» ammisi.
«Ma chi è questo Bruno?» domandò Sergio, tradendo nella voce una nota di curiosità e un pizzico di gelosia.
Gli raccontai di lui, dell'incontro all'autolavaggio, lasciando fluire parole piene di un entusiasmo impossibile da nascondere: volevo che capisse, che si rendesse conto di quanto quell'uomo fosse diverso e di quanto mi facesse sentire bene.
Ad interrompere il mio racconto fu un nuovo squillo del cellulare; questa volta di Tommaso.
Alzai lo sguardo dal display verso Sergio, che ridacchiando, chiese: «E ora che fai? Che hai intenzione di fare con lui?»
Non gli risposi. Non lo sapevo.
«Ciao, Tommi...» sussurrai, modulando la voce in un tono che mescolava affetto e bugia.
«Amore... va tutto bene? Dove sparisci la sera? Esci con il tuo amichetto? Sei lì con lui ora?» chiese tutto d’un fiato, con la voce già piena di eccitazione.
«Sì, amore, tutto bene. Scusa, ma... sì, ho fatto un po' la birichina. Abbiamo fatto tardi tutte le sere, e sai com'è...» risposi sotto lo sguardo sbalordito del collega, ormai certa di soddisfare la bramosia del mio fidanzato.
Difatti, a Tommaso sembrò mancare l'aria per rispondere: «Da... davvero?»
«Sì amore; ti dispiace?»
«N-no... è che non m'aspettavo che lo ammettessi così apertamente.»
«Beh, so che ci tieni... A che sia sincera, intendo.»
Povero tesoro, se avesse saputo quanto fosse tremendamente diversa la realtà.
«E-e ora sei lì con lui?»
«Sì, amore, e abbiamo appena finito di... farlo; voglio dire... capisci?» Il volto di Sergio prese un colorito bordeaux.
«Anzi, ci dobbiamo ancora rivestire; ma fa un caldo oggi... E tu? Fa caldo anche lì? Dove sei di bello? Ancora a Palermo?» domandai con disarmante naturalezza.
«Oh dio Sonia... parli sul serio? Cazzo... vorrei essere lì.»
«Ti... stai masturbando?» chiesi con voce roca.
«Magari! Sono qua fuori dal ristorante e rischio di sborrare nelle mutande.»
A quell'ammissione emisi una risatina sadica.
Parlavo con lui mentre Sergio mi baciava il collo, sgrillettandomi furiosamente.
«Tornerai... domani?» riuscii a chiedergli, gemendo ormai in modo incontrollato.
«Sì, amore... ma, stai... stai venendo? Ti sta scopando?»
«Siii... amore, non fermarti... Ahhh...» gridai rivolta a Sergio, ormai travolta da un lungo orgasmo.
In preda alla lussuria, lasciai cadere il telefono e lo baciai, dimentica del mio fidanzato dall'altra parte della linea.
Rivestendoci, Sergio chiese: «Da quanto Tommaso sa di noi?»
«E lo accetta?» aggiunse incredulo.
«Sì, vedi... non è semplice...»
Risposi e, con un po' d'imbarazzo, gli confidai i bizzarri gusti di Tommaso, la sua inadeguatezza sessuale e la mia conseguente insoddisfazione.
Strada facendo, parlai anche dei suoi sospetti, dell'insistenza nel voler sapere se e con chi lo tradissi; finché, esasperata, avevo ammesso la nostra relazione.
Poco dopo, seduti a mangiare un tramezzino prima di tornare in ufficio, illuso di essere il mio unico amante, Sergio si decise a farmi la fatidica domanda, quella che rimandava da tempo:
«Sonia, perché non lasci perdere Tommaso e ti metti con me?»
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