Sonia & Tommaso - Capitolo 68: Il sogno infranto
di
Sonia e Tommaso
genere
tradimenti
Il ricordo della serata con Bruno aleggiava su di me come un profumo persistente, facendomi sentire sospesa in una nuvola di pura gratificazione.
Avevo dormito un sonno profondo, una di quelle immersioni nell'oblio che non provavo da tempo; ero stanca ma appagata, percorsa da una felicità sorda, con la mente leggera e sgombra da ansie e doveri.
Pensando a Tommaso, avevo sorriso immaginando la sua frustrazione nel trovare il mio telefono spento dalla sera prima.
Non intendevo confessargli di Bruno; quello che era successo tra noi doveva rimanere un segreto solo nostro, un tesoro erotico da non contaminare.
Per nutrirne la curiosità morbosa e tenerlo a bada, sarebbe bastata una bugia confezionata male: una menzogna plateale da poi sostituire, sotto sua insistenza, con una versione più logica ma non meno falsa.
Era il nostro gioco malato: io spargevo dubbi e omissioni, lui li coltivava nella sua fantasia, rodendosi nel sospetto.
Prima di entrare in ufficio, gli avevo inviato un breve messaggio, digitando con cura le parole: «Scusami amore, ieri sera ero fuori con le amiche, ho tenuto il telefono silenzioso e non l’ho sentito.»
Scrivendo, ero certa che avrebbe pensato che fossi con Sergio, magari a scopare prima di riaccompagnarmi a casa; un velo pietoso steso sopra la verità, per lasciarlo libero di masturbarsi immaginando il tradimento sbagliato.
La giornata in ufficio scivolò via serena, un puro stato di grazia in cui ogni compito diventava un flusso armonioso e privo di sforzo.
L’euforia della serata restava impressa nei muscoli delle cosce e della schiena; il ricordo di Bruno e del suo cazzo agivano come una spinta invisibile, sollevando metaforicamente i miei piedi da terra.
Ero radiosa, persa in un sorriso che non accennava a spegnersi, nemmeno di fronte alle scadenze più pressanti.
Arrivata la pausa pranzo, scelsi di negarmi nuovamente a Sergio.
Lo feci con una punta di dispiacere, desiderando rimanere fedele al mio nuovo amante, preservandomi "pulita" per lui almeno per un po', come se avessi una sacralità da custodire.
Accennai al malessere persistente, una scusa vaga che il collega accolse con un’ombra di delusione.
Pranzammo come sempre insieme, e trovai nella sua spensierata gentilezza un frammento di quella normalità che avevo abbandonato e che, in parte, mi faceva piacere ritrovare.
Ero felice come mai prima di allora. Tutto procedeva in un equilibrio magnifico e perfetto, convinta di poter governare quella doppia vita con la precisione di un orologiaio, gestendo legami, passioni e menzogne senza che alcuna crepa intaccasse la superficie lucida della mia esistenza.
Una sicurezza apparentemente incrollabile, un castello protetto da mura di seta e ricolmo di sogni erotici che credevo di poter controllare a piacimento.
La doccia fredda arrivò con un impatto violento e immediato all'uscita dal lavoro, proprio mentre sognavo un bagno rilassante.
Ad aspettarmi, appoggiati a una vecchia moto, c’erano Antonio e Lidia.
Vederli mi raggelò: spesso mi ero chiesta dove fosse finito, perché non continuasse a spremermi; e proprio quando iniziavo a illudermi, me lo ritrovai davanti più arrogante che mai.
Sentii lo stomaco stringersi in una morsa di timore e, al contempo, un improvviso calore risalire lungo il ventre.
La grazia della giornata era svanita, sostituita da un mondo dove la felicità borghese soccombeva alla sfrontatezza più cruda.
L'idea di trovarmi nuovamente in trappola mi tese i nervi fino a farli vibrare come corde di violino.
Era un pensiero fastidioso per la sua intensità e per la capacità di smascherarmi: non potevo negare quanto quel confronto imprevisto stesse già risvegliando i miei istinti più oscuri e inconfessabili.
Con l'incertezza e la vertigine di una bambina che si sporge su un precipizio, mossi i primi passi esitanti verso di loro.
Ogni centimetro percorso appariva una lotta tra il timore della pubblica mortificazione e una curiosità perversa, quel bisogno di essere sporcata che ormai mi divorava.
I due restavano appoggiati alla moto, esibendo facce che trasudavano un'insolente arroganza, consci del loro potere su di me.
La biondina, dall'aspetto trasandato e per nulla rassicurante, sghignazzava malignamente.
«Allora, puttanella, è finita la vacanza!» disse lui con voce ruvida.
Quell’affermazione, pronunciata con volgarità, agì come una lama affilata capace di trafiggere ogni mia difesa e denudarmi in mezzo alla strada.
Arrossendo per l’imbarazzo, mi voltai subito per vedere se ci fossero colleghi nei paraggi, terrorizzata che qualcuno potesse aver udito quell'insulto.
Per mia fortuna erano tutti troppo distanti per aver sentito, persi nei loro affari e nella fretta di tornare a casa.
Indossando il casco, Antonio si limitò ad aggiungere: «Segui Lidia.»
Avviò il motore della vecchia moto con un rombo assordante, e partì a tutta velocità.
Come un automa privo di volontà seguii la ragazza, cercando invano di riordinare i pezzi del caos che mi aveva travolta.
Camminando a passo svelto dietro di lei, digitai l'ennesima bugia per rassicurare mamma, l'unica a credere ancora nella mia innocenza: «Prendo un aperitivo con i colleghi, farò un po' tardi.»
Procedendo per le vie ombrose e degradate della città vecchia, tentai di infrangere quel silenzio ostile e carico d’odio che avvertivo in Lidia; ero ansiosa di capire la direzione che stava prendendo la mia vita e il motivo di quell'imboscata.
«Cosa vuole da me?»
La domanda scivolò fuori quasi come una supplica, ma la sua risposta fu tagliente e spietata.
«Non lo sai?»
Lo disse voltandosi appena, giusto per mostrarmi un'espressione carica di disprezzo sociale e morale, capace di rendere l'umiliazione quasi tangibile.
Continuò a camminare con passo sicuro senza aggiungere altro, trattandomi alla stregua di un oggetto, una merce da recapitare a destinazione senza fare domande.
Poi, con agghiacciante perfidia:
«Siamo stati in vacanza a Napoli, dalla sua famiglia, e abbiamo finito i soldi.»
Quelle parole furono la spaventosa conferma a ciò che temevo, una verità chiara e devastante.
Le spese di quei giorni al sud e della sua sfacciata nullafacenza gravavano sulle mie spalle, come fossi il loro bancomat, una risorsa da mungere senza ritegno.
La cosa terribile e destabilizzante fu avvertire un brivido vizioso risalire dalla fica.
Ero di nuovo in trappola, incastrata nel fango del loro mondo; ma il mio corpo, invece di ribellarsi a quella rischiosa e ignobile evidenza, sembrava reclamare la resa, la perdita totale di dignità, con una smania che mi spaventava a morte e accendeva in egual misura.
Tornare in quella sordida topaia fu un mix di stati d’animo contrastanti: la ripugnanza istintiva lottava disperatamente con ricordi d'un assoluto appagamento sessuale.
Sentivo le suole delle scarpe incollarsi al pavimento, dove una polvere grassa si impastava a residui indistinti.
L'aria appariva pesante, satura di un tanfo nauseante di chiuso e fumo stantio; un contrasto stridente con la fragranza fresca dei miei vestiti profumati di bucato.
Varcata quella soglia, la maschera della mia vita ordinata era andata in frantumi, lasciando spazio all’abiezione che bramavo e temevo.
Antonio si avvicinò esibendo quell’atteggiamento da padrone, in grado di farmi trepidare di paura e bagnare di desiderio nello stesso istante.
Mi afferrò saldamente il mento con due dita, costringendomi a sostenere il suo sguardo dominante e privo di compassione.
«Spogliati.»
In quella singola parola non c’era spazio per l’incertezza, la trattativa o il rifiuto, solo per l’obbedienza cieca e immediata.
Iniziai a svestirmi, liberandomi uno alla volta degli abiti da ufficio.
Ogni bottone che saltava sotto le mie dita tremanti, ogni capo abbandonato sul divano liso e maleodorante, segnava un passo irreversibile verso il baratro della sottomissione e la rinuncia a Sonia, la brava ragazza.
Rimasi immobile al centro della stanza, con indosso solo l'intimo: un completo di cotone bianco, semplice, quasi casto e infantile, che ora appariva ridicolo e fuori posto in quel contesto così turpe e sporco.
I capezzoli, duri come baionette sotto l'effetto della paura e dell'eccitazione, si stagliavano con prepotenza contro la trama leggera e candida del reggiseno.
La fica, oscenamente bagnata, sembrava implorare di essere presa e riempita da quel cazzo di cui ricordava bene sostanza e vigore.
Antonio, senza riguardo, come se stesse toccando un oggetto di sua proprietà, infilò la mano ruvida dentro le mie mutandine, penetrandomi con due dita.
Emisi un gemito di piacere; lui sogghignò scambiando un'occhiata complice con Lidia, che, sbracata su una sedia con le gambe aperte, osservava la scena con un sorrisetto atono e cinico.
«Guarda come le piace: la troietta non vede l’ora di essere scopata,» commentò, muovendosi dentro con impeto e provocando un inconfondibile sciacquettio.
Lei scoppiò in un’odiosa risata, stridula e gracchiante: «Altro che riluttante... Questa muore dalla voglia di farsi fottere.»
Antonio abbassò i pantaloni della tuta con un gesto brusco, e afferrandomi per i capelli, mi costrinse a inginocchiarmi sul pavimento sporco.
Obbedii senza esitare. Gli afferrai il cazzo già duro e pronto, dal sentore acre che mi riempiva le narici inebriandomi come un afrodisiaco.
Posai le labbra sulla cappella e iniziai ad accarezzarla con la punta della lingua, per poi succhiarla golosamente, risalendo lenta lungo l'asta venosa e turgida.
La fica vibrava di un tremito incontrollabile, sapendo che quell'asservimento, tanto temuto quanto atteso, era solo all'inizio.
Strattonandomi per i capelli, mi tirò la testa all'indietro per spingermelo in fondo alla gola, quasi a soffocarmi.
Tossii, cercando di recuperare il respiro, ma lui non accennò a fermarsi; anzi spinse con più forza, ringhiando che dovevo fare di meglio.
Ingoiai quella verga di carne, fino a sentire i suoi peli pubici solleticarmi il viso.
Quel cazzo era la mia droga e lo stavo assaporando sotto lo sguardo perfido dei miei aguzzini, curiosa di scoprire fino a che punto si sarebbero spinti.
Dopo avermi sborrato in bocca, Antonio mi spinse verso l’immondo giaciglio che fungeva da letto, ordinando di mettermi a carponi.
Obbedii, fremendo di una voglia incontrollabile che mi annebbiava la vista: il tessuto, rigido di sporcizia e macchiato da aloni giallastri, sprigionava un afrore rivoltante di muffa, polvere e chissà cos’altro.
Chiusi gli occhi, cercando di scacciare ogni residua percezione di ribrezzo.
Quando mi inculò, la sua brutalità agì come un anestetico per la mente; un supplizio che permetteva di non pensare, di scivolare nel vuoto del puro istinto.
Lo fece con cattiveria e senza alcuna preparazione; spinte ritmiche e dolorose, che facevano sprofondare le mie ginocchia nel materasso.
Gemevo come una cagna in calore, senza alcun ritegno, constatando tristemente quanto quella violenza mi fosse mancata.
Persa nel godimento, percepii un odore aspro: un misto di urina e lattice di preservativo.
Alzai la testa e mi ritrovai la fica di Lidia a pochi centimetri dal volto. La sua pelle appariva grinzosa e spenta, lontana anni luce dalla compattezza vellutata della mia.
Afferrandomi per i capelli, mi tirò a sé per farsela leccare.
«Guarda questa principessina,» sibilò, scambiando un'occhiata compiaciuta con Antonio, «guarda come le piace... Leccala bene, tesoro, che oggi si è già presa un bel po’ di cazzi. Voglio la tua lingua dappertutto, e non osare fermarti finché non te lo dico io!»
Accoglievo quel gusto con un misto di ribrezzo e depravato interesse: una scarsa igiene intima che mi scatenava brividi lungo la schiena. Ne esplorai ogni singola piega, conoscendo il gusto salato della sua urina e l'olezzo sgradevole che esalava l’ano.
Leccavo avidamente quegli orifizi sfondati da innumerevoli uomini; ed era come se quel ripugnante sapore fosse il più prelibato al mondo.
Un’esperienza che scardinava ogni idea di decoro, mentre da dietro venivo posseduta con spinte che mi facevano scivolare in avanti sulla stoffa lisa.
Ero percorsa da una scarica elettrica che partiva dalla fica per risalire lungo tutta la colonna vertebrale.
«Sì, succhiamela tutta, cagna... guarda, guarda come scodinzola… ti piace essere sfondata, troia!» gridava, spingendomi il bacino contro il viso. «Beve tutto quello che le diamo, è proprio una vacca.»
Risucchiata in quel vortice di sensazioni, sentii Antonio fremere in un ultimo assalto. Urlò e imprecò sborrando nel retto, iniettandomi nell’intestino abbondanti fiotti di denso calore.
Quasi all’unisono anche Lidia iniziò a contrarsi, ordinandomi di non fermarmi. Il suo umore si riversò sulla mia lingua — un nettare denso e dolciastro che sapeva di buono — e io, in un atto di totale resa, ne ingoiai avida ogni goccia.
Avevo goduto anch’io, intensamente e senza ritegno, onorando fino in fondo il mio ruolo di puttana.
Anche se umiliata, provavo un profondo senso di appagamento.
Con brusca indifferenza, Antonio mi trattò come un oggetto usato e ormai privo di utilità; si limitò a rivestirsi con gesti rapidi e carichi di un maschilismo triviale, ignorandomi completamente.
«Preparala, e fate in fretta, non abbiamo tutta la notte,» ordinò poi, senza nemmeno voltarsi.
Non ebbi nemmeno il tempo di realizzare cosa stesse accadendo che lei, con un sorriso carico di cattiveria, mi afferrò per un polso trascinandomi fino al minuscolo e lurido cesso.
La puzza lì dentro era insopportabile: un mix nauseante di urina e stracci bagnati. Le mattonelle, un tempo bianche, erano coperte da una patina scura stratificata. Compiaciuta dal mio smarrimento, mi spinse in avanti, facendomi urtare contro il lavandino incrostato.
«Sbrigati, non vorrai farlo aspettare, vero?» disse in tono minaccioso. «Pulisci quel culetto da principessa,» aggiunse passandomi della carta igienica ruvida e grigia che pareva cartone.
Obbedii, stringendo i denti per il bruciore acuto; cercai di pulirmi come meglio potevo, nonostante lo sperma di Antonio che ancora sgorgava dal mio buchetto aperto e martoriato.
Non restava un briciolo di pudore in me; solo una dissoluta curiosità per ciò che mi attendeva.
Lidia aprì una scatola di trucchi e mi fece sedere su una vecchia sedia logora.
«Stai ferma, ora ti trasformo in quello che sei veramente, stronzetta» commentò con una risatina sadica, muovendosi come se stesse dipingendo una tela ruvida.
In pochi istanti, il mio aspetto subì un cambiamento scioccante e radicale. Quando mi specchiai in un frammento di vetro opaco e macchiato, appeso storto sopra il lavandino, stentai a riconoscermi: la pelle era sepolta sotto uno strato pesante e farinoso di fondotinta, e gli occhi apparivano cerchiati e soffocati da un volgare tratto di matita nera. Il rossetto, di un colore rosso acceso, sbordava agli angoli della bocca.
Non ero più Sonia, ma un’altra persona; un'inquietante creatura della notte.
Recuperò poi alcuni capi ammucchiati su un ripiano.
«Metti questo, Antonio lo adora» ordinò con sprezzo, passandomi un minuscolo perizoma; un filo di pizzo sintetico per nulla pulito, che emanava un mix di odori capaci di farmi bagnare e arrossire all'istante.
«Muoviti!» urlò lei scrollandomi.
Mi fece indossare una minigonna di latex nero tanto corta da non coprire nemmeno il pube; un lembo di tessuto inutile e provocante che metteva in mostra in maniera sfrontata il culetto.
«Girati, fammi vedere come ti sta» disse poi, squadrandomi per misurare la mia vendibilità.
L’ultimo pezzo fu un gilet in stile orientale, privo di bottoni e che si apriva sfacciatamente sul davanti: ad ogni minimo movimento le tette balzavano fuori, ma l’idea di essere così esposta mi eccitava a morte, scatenando un torrente umido tra le cosce.
Pensai a Tommaso, il mio fidanzato, che in quella veste non mi avrebbe mai riconosciuta, inorridito di fronte a una simile alterazione.
Scesi le scale seguendo Lidia, con Antonio a precederci con l’andatura sicura di chi si sente nel proprio regno. Ogni gradino segnava un passo verso quel sordido universo che si manifestò appena varcata la soglia del bar. Il fetore subito mi colpì: un puzzo asfissiante di chiuso e odori di varia natura, compreso quello di urina proveniente dalla latrina sul retro; un buco immondo di cui avevo un vivo ricordo.
Quando ci videro l’atmosfera mutò improvvisamente: le risate sguaiate, il cozzare ritmico dei bicchieri e il brusio concitato si arrestarono di colpo, lasciando spazio a un silenzio gravido di morbose aspettative.
L’attenzione degli avventori — un branco di vecchi ubriaconi sfatti dall'alcol e dall'occhio vitreo, piccoli spacciatori con i denti ingialliti, uomini di varia nazionalità sporchi di calce o grasso — si piantarono su di me, risalendo dalle gambe fino al trucco pesante che mi mascherava il volto.
«Guarda un po' chi si rivede... la zoccola di lusso è tornata!» urlò un uomo dal fondo, sollevando un calice sporco di impronte grasse.
«Stasera si festeggia, allora! Antonio, ma dove l'avevi nascosta questa cavalla?» gli fece eco un altro con un ghigno osceno.
Altri commenti, chiassosi e volgari, mi arrivarono addosso come schiaffi pieni di fango. Antonio si limitò a sorridere soddisfatto, afferrandomi la natica e strizzando con un’irruenza che mi strappò un gemito.
«Per chi la vuole, sono cento euro! E potete farle tutto quello che volete» gridò lui, voltandomi verso il bancone come se fossi un trofeo da fiera. «Vero principessa?»
Un uomo con la maglietta macchiata di sudore si avvicinò, allungando una mano callosa e sporca a sfiorare il bordo del mio gilet: con un gesto rapido la infilò sotto l’indumento, pizzicandomi il capezzolo con una stretta ferrea.
«Cazzo, Antonio, ma questa scotta! Guarda come saltano fuori queste tettine» sghignazzò l'uomo, investendomi il viso con l’alito pesante.
Ero come nuda, non tanto per gli abiti succinti che indossavo, ma per quegli sguardi che mi spogliavano, provocandomi una tensione erotica tale da farmi tremare le ginocchia.
Udivo Lidia ridere alle mie spalle, quel suo gioire della mia caduta. Per lei ero esattamente dove dovevo essere: una puttana in un sudicio bar, che sembrava trovar piacere nell’essere esposta alla torbida bramosia di uomini che ne contendevano il corpo.
Ero un’opera d’arte perversa, pronta per il prossimo comando del mio padrone e disposta a passare di mano in mano in quel tempio di miseria umana.
Usciti da lì, lasciando alle spalle puzzo di alcol e palpeggiamenti viscidi, li seguii verso un'auto parcheggiata poco distante, sotto la luce fioca e intermittente di un lampione. L’abitacolo era talmente malconcio da farmi rabbrividire: il parabrezza mostrava una ragnatela di crepe e la carrozzeria spariva sotto uno strato di sporcizia.
All’interno, una sgradevole puzza di sigaretta e l’effluvio corporale di chi ci aveva probabilmente dormito. Presi posto sul sedile posteriore, liso e spelato, con il cuore che batteva all'impazzata contro le costole, quasi a volermi uscire dal petto.
Antonio, notando la mia espressione schifata, chiese sarcastico: «Cosa c’è principessa? Non è di tuo gradimento? Preferivi una limousine?»
E aggiunse: «Ora ti porto a lavorare sul serio.»
Partimmo tra il rantolo metallico del motore e il sussulto della marmitta, che sbatteva contro il telaio a ogni scossone, avviandoci verso strade sempre più buie, strette e desolate, lontane dalle luci della città borghese. I palazzi regolari cedettero il posto a profili spettrali di capannoni abbandonati, scritte spray sui muri e distese infinite di cemento industriale.
Ci fermammo in una zona isolata appena fuori città, in un piazzale sterrato e sporco, illuminato solo dai fari delle auto di passaggio e dall'insegna al neon sbiadita di un motel di quart’ordine.
Spento il motore, Antonio si voltò verso di me e, guardandomi con aria dura e minacciosa: «Cento per la figa e cinquanta per un pompino. Se qualcuno vuole il culo sono centocinquanta; e vedi bene di non fare storie, altrimenti sai cosa ti aspetta. Non scherzo, e se torno a trovare tua madre non sarà certo per portarle dei cioccolatini. Hai capito?»
Annuii, terrorizzata da quella prospettiva, ma con la fica allagata.
E rivolgendosi a Lidia: «Dalle i preservativi e tienila d’occhio; se fa storie prendila a schiaffi e chiamami.»
Lei mi passò una pochette argentata colma di profilattici, dicendo: «Hai capito bene, scema? E vedi di consumarli tutti, altrimenti di qua non ti muovi».
«Prendi solo la borsetta che ti ha dato Lidia. Il resto non ti serve» aggiunse lui.
La mia borsa con il cellulare restò nascosta dietro il sedile di guida. Mi ritrovai seminuda e privata di ogni contatto, senza documenti né soldi; sola con Lidia, nel via vai della zona industriale, con nessuna possibilità di chiedere aiuto o di scappare.
Ero costretta a battere il marciapiede e vendermi a sconosciuti per pochi euro. Questo per soddisfare le pretese economiche del mio aguzzino e, in parte, la mia fame morbosa.
Non si trattava più di una trasgressione fatta a centinaia di chilometri da casa: lì ero a Cremona. Il rischio che qualcuno potesse riconoscermi — un collega, un conoscente, un amico di Tommaso o addirittura Bruno — mi toglieva il respiro e, allo stesso tempo, faceva bagnare ulteriormente quel misero perizoma lercio.
Ciò che nel profondo avevo sempre temuto e desiderato si stava avverando: ero pronta a lasciarmi usare, a insozzarmi in un anonimo piazzale senza più maschere di perbenismo, senza più menzogne borghesi; solo la mia verità cruda e oscena.
Avevo dormito un sonno profondo, una di quelle immersioni nell'oblio che non provavo da tempo; ero stanca ma appagata, percorsa da una felicità sorda, con la mente leggera e sgombra da ansie e doveri.
Pensando a Tommaso, avevo sorriso immaginando la sua frustrazione nel trovare il mio telefono spento dalla sera prima.
Non intendevo confessargli di Bruno; quello che era successo tra noi doveva rimanere un segreto solo nostro, un tesoro erotico da non contaminare.
Per nutrirne la curiosità morbosa e tenerlo a bada, sarebbe bastata una bugia confezionata male: una menzogna plateale da poi sostituire, sotto sua insistenza, con una versione più logica ma non meno falsa.
Era il nostro gioco malato: io spargevo dubbi e omissioni, lui li coltivava nella sua fantasia, rodendosi nel sospetto.
Prima di entrare in ufficio, gli avevo inviato un breve messaggio, digitando con cura le parole: «Scusami amore, ieri sera ero fuori con le amiche, ho tenuto il telefono silenzioso e non l’ho sentito.»
Scrivendo, ero certa che avrebbe pensato che fossi con Sergio, magari a scopare prima di riaccompagnarmi a casa; un velo pietoso steso sopra la verità, per lasciarlo libero di masturbarsi immaginando il tradimento sbagliato.
La giornata in ufficio scivolò via serena, un puro stato di grazia in cui ogni compito diventava un flusso armonioso e privo di sforzo.
L’euforia della serata restava impressa nei muscoli delle cosce e della schiena; il ricordo di Bruno e del suo cazzo agivano come una spinta invisibile, sollevando metaforicamente i miei piedi da terra.
Ero radiosa, persa in un sorriso che non accennava a spegnersi, nemmeno di fronte alle scadenze più pressanti.
Arrivata la pausa pranzo, scelsi di negarmi nuovamente a Sergio.
Lo feci con una punta di dispiacere, desiderando rimanere fedele al mio nuovo amante, preservandomi "pulita" per lui almeno per un po', come se avessi una sacralità da custodire.
Accennai al malessere persistente, una scusa vaga che il collega accolse con un’ombra di delusione.
Pranzammo come sempre insieme, e trovai nella sua spensierata gentilezza un frammento di quella normalità che avevo abbandonato e che, in parte, mi faceva piacere ritrovare.
Ero felice come mai prima di allora. Tutto procedeva in un equilibrio magnifico e perfetto, convinta di poter governare quella doppia vita con la precisione di un orologiaio, gestendo legami, passioni e menzogne senza che alcuna crepa intaccasse la superficie lucida della mia esistenza.
Una sicurezza apparentemente incrollabile, un castello protetto da mura di seta e ricolmo di sogni erotici che credevo di poter controllare a piacimento.
La doccia fredda arrivò con un impatto violento e immediato all'uscita dal lavoro, proprio mentre sognavo un bagno rilassante.
Ad aspettarmi, appoggiati a una vecchia moto, c’erano Antonio e Lidia.
Vederli mi raggelò: spesso mi ero chiesta dove fosse finito, perché non continuasse a spremermi; e proprio quando iniziavo a illudermi, me lo ritrovai davanti più arrogante che mai.
Sentii lo stomaco stringersi in una morsa di timore e, al contempo, un improvviso calore risalire lungo il ventre.
La grazia della giornata era svanita, sostituita da un mondo dove la felicità borghese soccombeva alla sfrontatezza più cruda.
L'idea di trovarmi nuovamente in trappola mi tese i nervi fino a farli vibrare come corde di violino.
Era un pensiero fastidioso per la sua intensità e per la capacità di smascherarmi: non potevo negare quanto quel confronto imprevisto stesse già risvegliando i miei istinti più oscuri e inconfessabili.
Con l'incertezza e la vertigine di una bambina che si sporge su un precipizio, mossi i primi passi esitanti verso di loro.
Ogni centimetro percorso appariva una lotta tra il timore della pubblica mortificazione e una curiosità perversa, quel bisogno di essere sporcata che ormai mi divorava.
I due restavano appoggiati alla moto, esibendo facce che trasudavano un'insolente arroganza, consci del loro potere su di me.
La biondina, dall'aspetto trasandato e per nulla rassicurante, sghignazzava malignamente.
«Allora, puttanella, è finita la vacanza!» disse lui con voce ruvida.
Quell’affermazione, pronunciata con volgarità, agì come una lama affilata capace di trafiggere ogni mia difesa e denudarmi in mezzo alla strada.
Arrossendo per l’imbarazzo, mi voltai subito per vedere se ci fossero colleghi nei paraggi, terrorizzata che qualcuno potesse aver udito quell'insulto.
Per mia fortuna erano tutti troppo distanti per aver sentito, persi nei loro affari e nella fretta di tornare a casa.
Indossando il casco, Antonio si limitò ad aggiungere: «Segui Lidia.»
Avviò il motore della vecchia moto con un rombo assordante, e partì a tutta velocità.
Come un automa privo di volontà seguii la ragazza, cercando invano di riordinare i pezzi del caos che mi aveva travolta.
Camminando a passo svelto dietro di lei, digitai l'ennesima bugia per rassicurare mamma, l'unica a credere ancora nella mia innocenza: «Prendo un aperitivo con i colleghi, farò un po' tardi.»
Procedendo per le vie ombrose e degradate della città vecchia, tentai di infrangere quel silenzio ostile e carico d’odio che avvertivo in Lidia; ero ansiosa di capire la direzione che stava prendendo la mia vita e il motivo di quell'imboscata.
«Cosa vuole da me?»
La domanda scivolò fuori quasi come una supplica, ma la sua risposta fu tagliente e spietata.
«Non lo sai?»
Lo disse voltandosi appena, giusto per mostrarmi un'espressione carica di disprezzo sociale e morale, capace di rendere l'umiliazione quasi tangibile.
Continuò a camminare con passo sicuro senza aggiungere altro, trattandomi alla stregua di un oggetto, una merce da recapitare a destinazione senza fare domande.
Poi, con agghiacciante perfidia:
«Siamo stati in vacanza a Napoli, dalla sua famiglia, e abbiamo finito i soldi.»
Quelle parole furono la spaventosa conferma a ciò che temevo, una verità chiara e devastante.
Le spese di quei giorni al sud e della sua sfacciata nullafacenza gravavano sulle mie spalle, come fossi il loro bancomat, una risorsa da mungere senza ritegno.
La cosa terribile e destabilizzante fu avvertire un brivido vizioso risalire dalla fica.
Ero di nuovo in trappola, incastrata nel fango del loro mondo; ma il mio corpo, invece di ribellarsi a quella rischiosa e ignobile evidenza, sembrava reclamare la resa, la perdita totale di dignità, con una smania che mi spaventava a morte e accendeva in egual misura.
Tornare in quella sordida topaia fu un mix di stati d’animo contrastanti: la ripugnanza istintiva lottava disperatamente con ricordi d'un assoluto appagamento sessuale.
Sentivo le suole delle scarpe incollarsi al pavimento, dove una polvere grassa si impastava a residui indistinti.
L'aria appariva pesante, satura di un tanfo nauseante di chiuso e fumo stantio; un contrasto stridente con la fragranza fresca dei miei vestiti profumati di bucato.
Varcata quella soglia, la maschera della mia vita ordinata era andata in frantumi, lasciando spazio all’abiezione che bramavo e temevo.
Antonio si avvicinò esibendo quell’atteggiamento da padrone, in grado di farmi trepidare di paura e bagnare di desiderio nello stesso istante.
Mi afferrò saldamente il mento con due dita, costringendomi a sostenere il suo sguardo dominante e privo di compassione.
«Spogliati.»
In quella singola parola non c’era spazio per l’incertezza, la trattativa o il rifiuto, solo per l’obbedienza cieca e immediata.
Iniziai a svestirmi, liberandomi uno alla volta degli abiti da ufficio.
Ogni bottone che saltava sotto le mie dita tremanti, ogni capo abbandonato sul divano liso e maleodorante, segnava un passo irreversibile verso il baratro della sottomissione e la rinuncia a Sonia, la brava ragazza.
Rimasi immobile al centro della stanza, con indosso solo l'intimo: un completo di cotone bianco, semplice, quasi casto e infantile, che ora appariva ridicolo e fuori posto in quel contesto così turpe e sporco.
I capezzoli, duri come baionette sotto l'effetto della paura e dell'eccitazione, si stagliavano con prepotenza contro la trama leggera e candida del reggiseno.
La fica, oscenamente bagnata, sembrava implorare di essere presa e riempita da quel cazzo di cui ricordava bene sostanza e vigore.
Antonio, senza riguardo, come se stesse toccando un oggetto di sua proprietà, infilò la mano ruvida dentro le mie mutandine, penetrandomi con due dita.
Emisi un gemito di piacere; lui sogghignò scambiando un'occhiata complice con Lidia, che, sbracata su una sedia con le gambe aperte, osservava la scena con un sorrisetto atono e cinico.
«Guarda come le piace: la troietta non vede l’ora di essere scopata,» commentò, muovendosi dentro con impeto e provocando un inconfondibile sciacquettio.
Lei scoppiò in un’odiosa risata, stridula e gracchiante: «Altro che riluttante... Questa muore dalla voglia di farsi fottere.»
Antonio abbassò i pantaloni della tuta con un gesto brusco, e afferrandomi per i capelli, mi costrinse a inginocchiarmi sul pavimento sporco.
Obbedii senza esitare. Gli afferrai il cazzo già duro e pronto, dal sentore acre che mi riempiva le narici inebriandomi come un afrodisiaco.
Posai le labbra sulla cappella e iniziai ad accarezzarla con la punta della lingua, per poi succhiarla golosamente, risalendo lenta lungo l'asta venosa e turgida.
La fica vibrava di un tremito incontrollabile, sapendo che quell'asservimento, tanto temuto quanto atteso, era solo all'inizio.
Strattonandomi per i capelli, mi tirò la testa all'indietro per spingermelo in fondo alla gola, quasi a soffocarmi.
Tossii, cercando di recuperare il respiro, ma lui non accennò a fermarsi; anzi spinse con più forza, ringhiando che dovevo fare di meglio.
Ingoiai quella verga di carne, fino a sentire i suoi peli pubici solleticarmi il viso.
Quel cazzo era la mia droga e lo stavo assaporando sotto lo sguardo perfido dei miei aguzzini, curiosa di scoprire fino a che punto si sarebbero spinti.
Dopo avermi sborrato in bocca, Antonio mi spinse verso l’immondo giaciglio che fungeva da letto, ordinando di mettermi a carponi.
Obbedii, fremendo di una voglia incontrollabile che mi annebbiava la vista: il tessuto, rigido di sporcizia e macchiato da aloni giallastri, sprigionava un afrore rivoltante di muffa, polvere e chissà cos’altro.
Chiusi gli occhi, cercando di scacciare ogni residua percezione di ribrezzo.
Quando mi inculò, la sua brutalità agì come un anestetico per la mente; un supplizio che permetteva di non pensare, di scivolare nel vuoto del puro istinto.
Lo fece con cattiveria e senza alcuna preparazione; spinte ritmiche e dolorose, che facevano sprofondare le mie ginocchia nel materasso.
Gemevo come una cagna in calore, senza alcun ritegno, constatando tristemente quanto quella violenza mi fosse mancata.
Persa nel godimento, percepii un odore aspro: un misto di urina e lattice di preservativo.
Alzai la testa e mi ritrovai la fica di Lidia a pochi centimetri dal volto. La sua pelle appariva grinzosa e spenta, lontana anni luce dalla compattezza vellutata della mia.
Afferrandomi per i capelli, mi tirò a sé per farsela leccare.
«Guarda questa principessina,» sibilò, scambiando un'occhiata compiaciuta con Antonio, «guarda come le piace... Leccala bene, tesoro, che oggi si è già presa un bel po’ di cazzi. Voglio la tua lingua dappertutto, e non osare fermarti finché non te lo dico io!»
Accoglievo quel gusto con un misto di ribrezzo e depravato interesse: una scarsa igiene intima che mi scatenava brividi lungo la schiena. Ne esplorai ogni singola piega, conoscendo il gusto salato della sua urina e l'olezzo sgradevole che esalava l’ano.
Leccavo avidamente quegli orifizi sfondati da innumerevoli uomini; ed era come se quel ripugnante sapore fosse il più prelibato al mondo.
Un’esperienza che scardinava ogni idea di decoro, mentre da dietro venivo posseduta con spinte che mi facevano scivolare in avanti sulla stoffa lisa.
Ero percorsa da una scarica elettrica che partiva dalla fica per risalire lungo tutta la colonna vertebrale.
«Sì, succhiamela tutta, cagna... guarda, guarda come scodinzola… ti piace essere sfondata, troia!» gridava, spingendomi il bacino contro il viso. «Beve tutto quello che le diamo, è proprio una vacca.»
Risucchiata in quel vortice di sensazioni, sentii Antonio fremere in un ultimo assalto. Urlò e imprecò sborrando nel retto, iniettandomi nell’intestino abbondanti fiotti di denso calore.
Quasi all’unisono anche Lidia iniziò a contrarsi, ordinandomi di non fermarmi. Il suo umore si riversò sulla mia lingua — un nettare denso e dolciastro che sapeva di buono — e io, in un atto di totale resa, ne ingoiai avida ogni goccia.
Avevo goduto anch’io, intensamente e senza ritegno, onorando fino in fondo il mio ruolo di puttana.
Anche se umiliata, provavo un profondo senso di appagamento.
Con brusca indifferenza, Antonio mi trattò come un oggetto usato e ormai privo di utilità; si limitò a rivestirsi con gesti rapidi e carichi di un maschilismo triviale, ignorandomi completamente.
«Preparala, e fate in fretta, non abbiamo tutta la notte,» ordinò poi, senza nemmeno voltarsi.
Non ebbi nemmeno il tempo di realizzare cosa stesse accadendo che lei, con un sorriso carico di cattiveria, mi afferrò per un polso trascinandomi fino al minuscolo e lurido cesso.
La puzza lì dentro era insopportabile: un mix nauseante di urina e stracci bagnati. Le mattonelle, un tempo bianche, erano coperte da una patina scura stratificata. Compiaciuta dal mio smarrimento, mi spinse in avanti, facendomi urtare contro il lavandino incrostato.
«Sbrigati, non vorrai farlo aspettare, vero?» disse in tono minaccioso. «Pulisci quel culetto da principessa,» aggiunse passandomi della carta igienica ruvida e grigia che pareva cartone.
Obbedii, stringendo i denti per il bruciore acuto; cercai di pulirmi come meglio potevo, nonostante lo sperma di Antonio che ancora sgorgava dal mio buchetto aperto e martoriato.
Non restava un briciolo di pudore in me; solo una dissoluta curiosità per ciò che mi attendeva.
Lidia aprì una scatola di trucchi e mi fece sedere su una vecchia sedia logora.
«Stai ferma, ora ti trasformo in quello che sei veramente, stronzetta» commentò con una risatina sadica, muovendosi come se stesse dipingendo una tela ruvida.
In pochi istanti, il mio aspetto subì un cambiamento scioccante e radicale. Quando mi specchiai in un frammento di vetro opaco e macchiato, appeso storto sopra il lavandino, stentai a riconoscermi: la pelle era sepolta sotto uno strato pesante e farinoso di fondotinta, e gli occhi apparivano cerchiati e soffocati da un volgare tratto di matita nera. Il rossetto, di un colore rosso acceso, sbordava agli angoli della bocca.
Non ero più Sonia, ma un’altra persona; un'inquietante creatura della notte.
Recuperò poi alcuni capi ammucchiati su un ripiano.
«Metti questo, Antonio lo adora» ordinò con sprezzo, passandomi un minuscolo perizoma; un filo di pizzo sintetico per nulla pulito, che emanava un mix di odori capaci di farmi bagnare e arrossire all'istante.
«Muoviti!» urlò lei scrollandomi.
Mi fece indossare una minigonna di latex nero tanto corta da non coprire nemmeno il pube; un lembo di tessuto inutile e provocante che metteva in mostra in maniera sfrontata il culetto.
«Girati, fammi vedere come ti sta» disse poi, squadrandomi per misurare la mia vendibilità.
L’ultimo pezzo fu un gilet in stile orientale, privo di bottoni e che si apriva sfacciatamente sul davanti: ad ogni minimo movimento le tette balzavano fuori, ma l’idea di essere così esposta mi eccitava a morte, scatenando un torrente umido tra le cosce.
Pensai a Tommaso, il mio fidanzato, che in quella veste non mi avrebbe mai riconosciuta, inorridito di fronte a una simile alterazione.
Scesi le scale seguendo Lidia, con Antonio a precederci con l’andatura sicura di chi si sente nel proprio regno. Ogni gradino segnava un passo verso quel sordido universo che si manifestò appena varcata la soglia del bar. Il fetore subito mi colpì: un puzzo asfissiante di chiuso e odori di varia natura, compreso quello di urina proveniente dalla latrina sul retro; un buco immondo di cui avevo un vivo ricordo.
Quando ci videro l’atmosfera mutò improvvisamente: le risate sguaiate, il cozzare ritmico dei bicchieri e il brusio concitato si arrestarono di colpo, lasciando spazio a un silenzio gravido di morbose aspettative.
L’attenzione degli avventori — un branco di vecchi ubriaconi sfatti dall'alcol e dall'occhio vitreo, piccoli spacciatori con i denti ingialliti, uomini di varia nazionalità sporchi di calce o grasso — si piantarono su di me, risalendo dalle gambe fino al trucco pesante che mi mascherava il volto.
«Guarda un po' chi si rivede... la zoccola di lusso è tornata!» urlò un uomo dal fondo, sollevando un calice sporco di impronte grasse.
«Stasera si festeggia, allora! Antonio, ma dove l'avevi nascosta questa cavalla?» gli fece eco un altro con un ghigno osceno.
Altri commenti, chiassosi e volgari, mi arrivarono addosso come schiaffi pieni di fango. Antonio si limitò a sorridere soddisfatto, afferrandomi la natica e strizzando con un’irruenza che mi strappò un gemito.
«Per chi la vuole, sono cento euro! E potete farle tutto quello che volete» gridò lui, voltandomi verso il bancone come se fossi un trofeo da fiera. «Vero principessa?»
Un uomo con la maglietta macchiata di sudore si avvicinò, allungando una mano callosa e sporca a sfiorare il bordo del mio gilet: con un gesto rapido la infilò sotto l’indumento, pizzicandomi il capezzolo con una stretta ferrea.
«Cazzo, Antonio, ma questa scotta! Guarda come saltano fuori queste tettine» sghignazzò l'uomo, investendomi il viso con l’alito pesante.
Ero come nuda, non tanto per gli abiti succinti che indossavo, ma per quegli sguardi che mi spogliavano, provocandomi una tensione erotica tale da farmi tremare le ginocchia.
Udivo Lidia ridere alle mie spalle, quel suo gioire della mia caduta. Per lei ero esattamente dove dovevo essere: una puttana in un sudicio bar, che sembrava trovar piacere nell’essere esposta alla torbida bramosia di uomini che ne contendevano il corpo.
Ero un’opera d’arte perversa, pronta per il prossimo comando del mio padrone e disposta a passare di mano in mano in quel tempio di miseria umana.
Usciti da lì, lasciando alle spalle puzzo di alcol e palpeggiamenti viscidi, li seguii verso un'auto parcheggiata poco distante, sotto la luce fioca e intermittente di un lampione. L’abitacolo era talmente malconcio da farmi rabbrividire: il parabrezza mostrava una ragnatela di crepe e la carrozzeria spariva sotto uno strato di sporcizia.
All’interno, una sgradevole puzza di sigaretta e l’effluvio corporale di chi ci aveva probabilmente dormito. Presi posto sul sedile posteriore, liso e spelato, con il cuore che batteva all'impazzata contro le costole, quasi a volermi uscire dal petto.
Antonio, notando la mia espressione schifata, chiese sarcastico: «Cosa c’è principessa? Non è di tuo gradimento? Preferivi una limousine?»
E aggiunse: «Ora ti porto a lavorare sul serio.»
Partimmo tra il rantolo metallico del motore e il sussulto della marmitta, che sbatteva contro il telaio a ogni scossone, avviandoci verso strade sempre più buie, strette e desolate, lontane dalle luci della città borghese. I palazzi regolari cedettero il posto a profili spettrali di capannoni abbandonati, scritte spray sui muri e distese infinite di cemento industriale.
Ci fermammo in una zona isolata appena fuori città, in un piazzale sterrato e sporco, illuminato solo dai fari delle auto di passaggio e dall'insegna al neon sbiadita di un motel di quart’ordine.
Spento il motore, Antonio si voltò verso di me e, guardandomi con aria dura e minacciosa: «Cento per la figa e cinquanta per un pompino. Se qualcuno vuole il culo sono centocinquanta; e vedi bene di non fare storie, altrimenti sai cosa ti aspetta. Non scherzo, e se torno a trovare tua madre non sarà certo per portarle dei cioccolatini. Hai capito?»
Annuii, terrorizzata da quella prospettiva, ma con la fica allagata.
E rivolgendosi a Lidia: «Dalle i preservativi e tienila d’occhio; se fa storie prendila a schiaffi e chiamami.»
Lei mi passò una pochette argentata colma di profilattici, dicendo: «Hai capito bene, scema? E vedi di consumarli tutti, altrimenti di qua non ti muovi».
«Prendi solo la borsetta che ti ha dato Lidia. Il resto non ti serve» aggiunse lui.
La mia borsa con il cellulare restò nascosta dietro il sedile di guida. Mi ritrovai seminuda e privata di ogni contatto, senza documenti né soldi; sola con Lidia, nel via vai della zona industriale, con nessuna possibilità di chiedere aiuto o di scappare.
Ero costretta a battere il marciapiede e vendermi a sconosciuti per pochi euro. Questo per soddisfare le pretese economiche del mio aguzzino e, in parte, la mia fame morbosa.
Non si trattava più di una trasgressione fatta a centinaia di chilometri da casa: lì ero a Cremona. Il rischio che qualcuno potesse riconoscermi — un collega, un conoscente, un amico di Tommaso o addirittura Bruno — mi toglieva il respiro e, allo stesso tempo, faceva bagnare ulteriormente quel misero perizoma lercio.
Ciò che nel profondo avevo sempre temuto e desiderato si stava avverando: ero pronta a lasciarmi usare, a insozzarmi in un anonimo piazzale senza più maschere di perbenismo, senza più menzogne borghesi; solo la mia verità cruda e oscena.
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