Sonia & Tommaso - Capitolo 67: L’Alchimia del Privilegio

di
genere
tradimenti

Martedì mattina il sole illuminava il profilo della BMW di Tommaso parcheggiata davanti al cancello.
Era così lucida, così perfetta dopo il trattamento di Julian, che l'idea di metterla in moto sembrava un sacrilegio. Non volevo che la polvere della strada o il traffico mattutino ne intaccassero la purezza; temendo che un qualunque imprevisto potesse rovinare quel tempio di lamiera che il mio fidanzato venerava sopra ogni cosa.
Decisi di lasciarla lì, immobile come un monumento alla mia sfrontatezza, avviandomi verso la fermata dell'autobus.
Iniziava l'ultima settimana nella ditta di autotrasporti: un capitolo della mia vita già chiuso con il tratto deciso della penna il giorno precedente.

Salire su quel mezzo pubblico, stipato all'inverosimile come ogni mattina, fu un ritorno brusco alla mediocrità.
L'aria era densa, satura di odori troppo umani e di una calca che non lasciava spazio al decoro.
In quel groviglio di corpi, sentivo gli sguardi dei maschi posarsi su di me con una fame ancestrale.
Uomini in giacca e cravatta diretti in ufficio e studenti dagli ormoni in fiamme mi mangiavano con gli occhi, seguendo la linea della gonna che fasciava i fianchi.
A volte avvertivo un contatto furtivo, una mano sfiorare il sedere o un braccio premuto contro il petto approfittando degli scossoni della vettura. Un tempo ne avrei provato fastidio, ma ormai mi ci ero abituata.
Mentre l'autobus sobbalzava nel traffico, la mia mente tornò alla telefonata della sera prima.
Ripensai a Tommaso, a quella sua dolcezza carica di sospetti che cercava di mascherare con la premura.
Avevo modulato ogni parola per rassicurarlo, mentendo con una grazia che ormai rasentava la perfezione, eppure un retrogusto amaro mi era rimasto in gola: la consapevolezza che il gioco stava diventando pericolosamente sottile.
Era rimasto piacevolmente colpito dalla mia voce squillante e, soprattutto, dal fatto che gli avessi risposto subito, senza lasciarlo annegare nell'ansia.
«Sonia, amore... finalmente ti sento arzilla. Sembri... elettrica,» aveva detto, percependo il calore che Bruno mi aveva lasciato addosso.
Dopo le prime banalità di rito sulla giornata a Palermo, lo avevo informato che il dado era tratto: le dimissioni erano state rassegnate.
Gli avevo raccontato di papà, della sua presenza rassicurante in ufficio e della benedizione ricevuta dal Direttore.
«È fantastico, piccola. Te lo meriti» aveva esclamato, e subito dopo, con un tono carico di quella curiosità morbosa che ormai era il nostro codice: «E... il tuo amichetto? Sergio? Come l'ha presa sapendo che te ne vai?»
Sospirando nel ricevitore, avevo lasciato che il rumore del respiro lo eccitasse.
«Beh, c’è rimasto male… ma già lo sapeva; era l’unico a cui lo avevo confidato.»
«E cosa avete fatto?» aveva chiesto, con il respiro che iniziava a farsi affannoso a mille chilometri di distanza.
«Niente che tu non possa immaginare. Abbiamo passato la pausa pranzo insieme... al posto che sai. Ci siamo consolati facendo l’amore. È stato molto dolce e mi è piaciuto molto… tutto qui.»
A quel punto avevo sentito un gemito strozzato dall'altra parte della linea. «Dio, Sonia... tu… mi farai impazzire...»
«Sei... nudo? Ti stai... masturbando?»
«Sì... e come faccio altrimenti? Non riesco a pensare ad altro, anche quando parlo con i clienti.
Ti immagino lì... essere sbattuta da loro. E quando ti sento dire certe cose… Oggi mi sono già segato tre volte, pensa… persino nel cesso dell’autogrill.»
«Oh... mmh... davvero ti faccio questo effetto? Sai, eccita anche me: saperti sul letto a masturbarti, intendo. Oh tesoro, come sono felice.»
Poi, in una supplica carica di falsa vulnerabilità, avevo continuato:
«Amore... ho promesso a Sergio che continueremo a vederci. Me lo lascerai fare? Gliel’ho giurato… ma...»
E con una pausa teatrale, abbassando la voce fino a un sussurro: «Ti darebbe fastidio? Lo permetteresti? Dimmi che posso farlo, ti prego...»
«Sì, amore...» il suo tono era diventato un soffio sporco, spezzato dall'eccitazione.
«Sonia, mi fai morire se me lo chiedi così. Sì, te lo permetto. Voglio che tu lo veda ancora. Voglio che mi racconti ogni singolo dettaglio di come ti scopa, di quanto godi a farti sbattere da lui.»
Avevo sorriso nel buio della camera, consapevole di averlo piegato ancora una volta ai miei desideri.
«Grazie, tesoro. Sei così buono con me... non vedo l'ora di dirti tutto della prossima volta.»
Lo avevo lasciato così, probabilmente ancora impiastricciato di sperma, perso in un desiderio che solo le mie parole riuscivano a placare e rinfocolare allo stesso tempo.
Ripensando a quella telefonata sorridevo tra me, con gli occhi persi fuori dal finestrino dell'autobus, senza rendermi conto di quanto quell'espressione fosse reale e sfacciata.
Un ragazzo seduto proprio davanti a me, convinto che gli rivolgessi quel sorriso radioso, si fece avanti presentandosi con tenera galanteria.
Gli diedi la mano con una gentilezza distaccata: era un tipo carino, giovane e pulito, ma la mia mente ormai era saturata dall'ombra di Bruno; in confronto, ogni altro maschio appariva come una bozza sbiadita, priva di quella profondità che solo l'esperienza sa conferire.
Pensare al nostro incontro per quella sera mi faceva sentire leggera, quasi sollevata da terra da un entusiasmo infantile che strideva con la mia nuova natura di predatrice.
C’era qualcosa di diverso in lui, un magnetismo che mi attirava in modo nuovo: non era solo la bramosia fisica, ma un’eleganza matura che rendeva la trasgressione un atto quasi aristocratico.

In ufficio la mattina scivolò via tra scartoffie e telefonate di routine.
Immersa nel lavoro, degnai di poca attenzione Sergio, nonostante mi cercasse continuamente con lo sguardo, implorando un cenno di complicità che non avevo intenzione di concedergli.
Lo vidi incupirsi quando gli spiegai che, durante la pausa, non saremmo andati ad appartarci; finsi un malessere improvviso, un cerchio alla testa inesistente per evitare la sua foga, che in quel momento avrei sentito come un'intrusione molesta.
Pranzammo insieme nel solito bar e gli fui comunque sfacciatamente affettuosa, nonostante fossimo circondati dai colleghi.
Incurante della loro presenza, lasciai che la mia mano indugiasse a lungo sul suo braccio e che i nostri gesti fossero abbastanza eloquenti da non lasciare dubbi a chi ci osservava.
Non mi importava che molti di loro conoscessero Tommaso; al contrario, percepire i loro sguardi giudicanti o curiosi addosso mi regalava un brivido di soddisfazione.
Ero la ragazza di tutti e di nessuno, una sposa promessa che pranzava con l'amante alla luce del sole, pregustando già il sapore di un terzo uomo che l'avrebbe posseduta al tramonto.

Terminato il lavoro corsi a casa, impaziente di prepararmi in modo impeccabile. Per sciogliere la tensione della giornata e ammorbidire la pelle, optai per un bagno anziché la solita doccia.
Affondai nella vasca, lasciandomi avvolgere dalla schiuma come in un abbraccio proibito. Non riuscivo a staccarmi dal ricordo di Bruno e, passando la spugna sulle parti più sensibili, ne immaginavo il tocco.
Chiusi gli occhi, fantasticando che non fosse l'acqua a scivolare tra i seni e lungo l’interno delle cosce, ma le sue dita esperte; la mia pelle già fremeva in sua attesa.
Eccitata da quelle sensazioni, fui sul punto di masturbarmi; desistetti solo per conservare tutto l’ardore per il mio amante.

Seduta completamente nuda alla coiffeuse, davanti allo specchio della mia camera, con gesti lenti e precisi, disegnai una linea netta di eyeliner nero, allungando l'occhio verso l'esterno.
Volevo uno sguardo felino, predatore.
Optai per un rossetto rosso scuro, color sangue, che definiva le labbra con precisione geometrica.
Dopo essermi assicurata che ogni dettaglio fosse perfetto, passai alla vestizione. Dal cassetto della biancheria cercai un intimo sensuale, un segreto proibito celato sotto l'apparenza impeccabile.
Optai per un completo di pizzo nero corvino, con un tanga sottilissimo che spariva tra le natiche lasciando scoperto il culetto.
La delicatezza del tessuto contrastava in modo stridente con la natura torbida dei pensieri che mi agitavano.
Indossandolo, la stoffa fresca che scorreva sulla pelle ancora calda scatenò un brivido dalla fica fino ai capezzoli.
L'abito fu l'atto finale del rituale. Cercai qualcosa che sussurrasse promesse preziose a chi sapeva guardare.
Scelsi un tubino in seta color crema, che fasciava le forme senza esagerare, esaltando il movimento dei fianchi a ogni passo.
Completarono l'opera un paio di décolleté in vernice nude dal tacco dodici vertiginoso, capaci di tendere i muscoli delle gambe e inarcare la schiena con aristocratica prepotenza.
Tra le mani, una pochette gioiello coordinata.
Poi, il tocco finale: il profumo.
Lo spruzzai con studiata malizia non solo sul collo e sui polsi, ma anche nell'incavo del seno e sul tanga, come un’ultima, segreta provocazione destinata a chi avrebbe avuto il privilegio di spogliarmi.
Ero pronta. Il corpo era un tempio di sensualità che custodiva segreti inconfessabili, la mente un turbine di progetti perversi.
Guardai un’ultima volta l'immagine riflessa: una perfezione quasi sacrale mai riservata a nessuno, nemmeno a Tommaso nelle occasioni più importanti. La brava ragazza cremonese era svanita, lasciando il posto a una donna che aveva imparato a godere della propria doppia vita.
Chiamai un taxi e aspettai, eccitata da quell’imminente discesa nel piacere.

A mamma rifilai l'ennesima bugia della settimana, recitata con una naturalezza tale da sembrare quasi una verità persino alle mie orecchie.
«Esco a cena con delle amiche, non farò tardi,» le dissi, sfoggiando quel sorriso rassicurante che lei amava tanto.
Quando mi baciò sulla fronte, provai una sensazione ambigua: un mix di colpa ancestrale e di perverso, dolcissimo compiacimento.

Arrivata nella piazzetta della sera prima, sentii il cuore battere con una forza nuova, quasi volesse sfondare il costato.
Era un tranquillo angolo di città, immerso in una penombra che smussava i contorni e dilatava le ombre, trasformando ogni dettaglio in un complice silenzioso: il palcoscenico ideale per un appuntamento proibito.
Appena il taxi accostò, lo vidi.
Bruno era lì, in attesa, avvolto in un'eleganza così disinvolta da togliere il fiato.
Non appena mi scorse, scattò in piedi con una galanteria d'altri tempi, un codice di comportamento che nella mia generazione sembrava ormai estinto. Si avvicinò con passo sicuro e mi salutò baciandomi sulle guance; in quell'istante venni letteralmente sommersa dal suo profumo.
Non era una comune fragranza commerciale, ma un sentore profondo di tabacco pregiato e cuoio: qualcosa di ferocemente maschio che agì su di me come una droga, annebbiandomi la mente in un battito di ciglia.
Avvertii un calore improvviso divampare tra le cosce, e la fica bagnarsi istantaneamente.
Emanava un’aura di potere che non aveva bisogno di essere esibita; la sua sola presenza mi faceva sentire, al tempo stesso, pericolosamente desiderata e stranamente protetta.
Era il padrone della scena e io non desideravo altro che lasciarmi condurre nel suo mondo.
«Sei bellissima,» sussurrò, indugiando con lo sguardo sul mio tubino di seta.
Sapevo che mi stava già spogliando per arrivare a ciò che nascondevo sotto.
Come se addosso avessi solo la mia pelle e la mia perversione, lui le aveva già scoperte ed esposte entrambe alla luce fioca della piazza.
«Andiamo?» chiese poi, con tono calmo e pacato.
Dolcemente mi prese la mano, guidandomi verso la Mercedes.
Aprì la portiera con un gesto d’altri tempi e salii, come la protagonista di un film d’autore, sospesa tra realtà e desiderio.

Uscimmo dalla città, tra il verde dei prati dorati dal sole del tramonto, e poi su per una collina che non conoscevo.
Arrivammo davanti a un'oasi di tranquillità e lusso senza tempo, una struttura che sembrava appartenere a un'epoca dove l'eleganza era un dovere morale. Appena varcata la soglia, fu chiaro che Bruno lì era di casa: il personale ci accolse con una galanteria estrema, tra saluti deferenti e piccoli inchini.
Ci fecero accomodare in una saletta riservata: un nido di boiserie e luci soffuse.
Era come essere scivolata in una dimensione parallela, un mondo di privilegi rimastomi nascosto fino a quell’istante e del quale, grazie a lui, ne stavo finalmente reclamando la chiave.
La saletta pareva un rifugio di pura eccellenza. I tavoli erano apparecchiati con una precisione geometrica, le posate d’argento brillavano sotto la luce tremula delle candele, creando un’atmosfera magica che dilatava i tempi e ammorbidiva i pensieri.
In sottofondo, una musica classica quasi impercettibile accompagnava un silenzio a cui non ero affatto abituata, una tranquillità che non aveva nulla a che spartire con le pizzerie chiassose dove Tommaso mi portava di solito, o con il pub soffocante che frequentavo per inerzia. No, quello era il mio mondo. Era l’universo che avevo sempre sognato e che finalmente, tra quelle boiserie, sentivo di aver rivendicato.
I riflessi delle fiamme gli danzavano sul viso, rendendo i lineamenti ancora più affascinanti; nei suoi occhi leggevo una luce densa, un desiderio che mi faceva apparire come l'unica donna sulla terra.
Seduta di fronte a lui, circondata da tanta bellezza e quell’atmosfera romantica, avvertivo una sensazione di assoluta legittimità: come se fossi sempre stata destinata a una vita del genere.
Ascoltando il cameriere elencare con molta professionalità il menù, Bruno mi teneva la mano sopra la tovaglia di fiandra, senza mai distogliere lo sguardo dal mio.
Lasciai che scegliesse per me ogni portata, guidandomi attraverso sapori che si rivelarono eccelsi, abbinati a vini dei quali conosceva ogni dettaglio; un’esperienza sensoriale mai provata prima.
Lo osservavo rapita dalla sua voce pacata e suadente, che trasformava ogni spiegazione in una carezza: consapevole di cadere lentamente in un incantesimo fatto di eleganza, perfezione e una seduzione che non lasciava scampo.
Parlammo a lungo, in totale disinvoltura. Era una sensazione strana, quasi spiazzante: di solito riuscivo ad aprirmi così solo con Tommaso, ma con Bruno la frequenza era diversa; la sua vicinanza emanava una calma magnetica.
Chiese di me, della mia famiglia, del lavoro che stavo per lasciare. Non era un interrogatorio, ma un dialogo in cui si immergeva con un’attenzione quasi devota.
«Papà lavora in banca,» risposi, lasciando che il vino sciogliesse le ultime resistenze. «È un uomo onesto, tutto d'un pezzo, ancorato a valori antichi. Mamma, invece, è la classica colonna della casa, si occupa di tutto. Siamo una famiglia... molto cattolica e tradizionale.»
Udendo le parole «cattolica e tradizionale», lui sorrise.
Non fu un gesto di scherno, ma un movimento appena accennato delle labbra, un accenno d'intesa che mi attraversò come una scossa elettrica.
In quell’istante capii che mi aveva inquadrata perfettamente: aveva visto oltre la maschera della ragazza perbene, leggendo tra le righe il mondo di perversione e segreti che custodivo gelosamente.
Gli sorrisi di rimando, accettando quella complicità silenziosa che valeva più di mille confessioni.
Poi il discorso scivolò sul mio futuro professionale.
Gli raccontai del nuovo impiego e che avrei lavorato per un uomo di nome Nicola xxx, senza accennare alla natura torbida del nostro legame; quel segreto era parte integrante del gioco, una carta coperta che non avevo intenzione di svelare.
«Nicola... lo conosco bene, certo,» esclamò, e il tono della sua voce lasciò intendere che quel nome, nel suo mondo, avesse un peso specifico notevole.
«Chiunque orbiti attorno alla finanza che conta sa chi sia. È un pescecane, uno squalo, ma possiede il tocco del genio. Sa come generare ricchezza e non si ferma davanti a nulla pur di ottenerla. È un predatore, in ogni senso possibile... un uomo d'affari formidabile.»
Il suo definire Nicola un «pescecane della finanza» mi riempì di un orgoglio perverso, quasi fisico, facendomi sentire improvvisamente parte di quell'élite, di un universo popolato da individui che non accettano compromessi per prendersi ciò che desiderano.
In quell’istante, la consapevolezza che avrei lavorato per lui — e che sarei stata la sua amante — mi fece irrigidire i capezzoli. Era quello il mio posto, il mio habitat naturale.
Essere la preda prescelta di un predatore di quel calibro non era una sconfitta, ma il più grande trionfo.

Quella cena era stata un'esperienza sensoriale indimenticabile. Ogni pietanza si era rivelata una delizia in miniatura, una successione di piccoli assaggi che esplodevano in bocca con una complessità mai provata prima.
I vini poi, avevano scandito il ritmo della serata: ne avevamo assaggiati diversi tipi, ognuno perfettamente abbinato alle varie portate. Mi girava un po' la testa; il calore dell'alcol mi aveva sciolta, rendendo il corpo sazio e piacevolmente rilassato sotto la seta del vestito.
Bruno insistette perché prendessi anche il dessert: una crema al mascarpone capace di sciogliersi istantaneamente a contatto con il palato.
Appena ci fu servito iniziò a imboccarmi: quel gesto, con un velo di panna che mi sporcò appena le labbra, si trasformò in qualcosa di inaspettatamente erotico. Sentii un brivido scendere lungo la schiena e strinsi con forza le gambe sotto il tavolo, cercando di contenere quel calore improvviso.

Dopo aver gustato un ottimo amaro che ci lasciò una scia di erbe e calore in gola, si fece portare il conto con un cenno discreto.
Lo sentii mormorare qualcosa al cameriere, il quale annuì con un cenno professionale e complice. Quando rimanemmo soli, mi fissò con quegli occhi capaci di leggermi l’anima e, con voce suadente, chiese: «Sonia, preferisci che ti riaccompagni a casa oppure proseguire la serata in un comodo salottino che abbiamo a disposizione al piano superiore?».
Era una domanda che in realtà non lo era. La sua richiesta era un invito esplicito a varcare la soglia dell'irreparabile.
E io, con la mente piacevolmente annebbiata dall'alcol e dal desiderio, non nutrivo il minimo dubbio su cosa volessi fare: la mia scelta era già scritta nel sangue che mi pulsava nelle tempie.
Non ci pensai nemmeno un istante, e risposi con un sorriso che lui decifrò al volo, un’espressione di assoluta complicità che gli confermava che ero sua e che la serata era appena iniziata.
Alzandosi con grazia aristocratica, si chinò verso di me sfiorandomi il viso con un bacio leggero, sussurrandomi all'orecchio: «Andiamo».
Il suo respiro caldo sulla pelle mi innescò brividi violentissimi.
Ero eccitata in modo quasi doloroso; la fica reclamava prepotentemente quel magnifico cazzo, del quale avevo già saggiato consistenza e sapore.

Salimmo una scalinata di legno scuro, immersa in una penombra interrotta solo da piccole luci soffuse che tracciavano un sentiero dorato verso l'alto.
Ogni gradino che superavo sembrava un passo consapevole verso una nuova trasgressione, un abisso di piacere in cui non vedevo l'ora di naufragare. Non parlammo; non era necessario. La tensione tra noi era diventata una presenza fisica, densa, quasi palpabile nell'aria ferma.
Lo seguivo con lo sguardo fisso sulla schiena larga e le spalle modellate dalla giacca perfetta, desiderandolo ardentemente dentro di me: volevo che mi riempisse fino a togliermi il respiro, scopandomi fino allo sfinimento.
Arrivati in cima si fermò, indicando un piccolo salottino riparato da una boiserie che lo rendeva quasi invisibile al resto del mondo.
Non era un ambiente ordinario, ma un rifugio d’élite dove mi sentivo una regina ammessa nei quartieri privati del Re. All’interno, un profondo sofà in velluto bordeaux e un caminetto acceso proiettavano ombre danzanti sulle pareti.
Su un tavolino basso, un secchiello d’argento con una bottiglia di champagne già in ghiaccio e due calici di cristallo pronti a brindare alla nostra notte.
«Vieni,»
mormorò, tirandomi a sé: le nostre bocche si unirono in un assalto di labbra e lingua, preludio di un momento di pura magia, un’estasi capace di cancellare ogni traccia della ragazza che ero stata fino a poche ore prima.
Mi fece strada verso il divano, una seduta così morbida che sembrò accogliermi in un abbraccio.
Bruno rimase in silenzio, lasciando che fossero i suoi occhi a tessere la trama del discorso. Si sedette accanto a me prendendomi la mano. Iniziò ad accarezzare il dorso con il pollice, un tocco sapiente e sensuale che scatenò un effetto sismico nel mio basso ventre.
Mi baciò nuovamente: lo ricambiai con la medesima urgenza, affondando le dita tra i suoi capelli folti e brizzolati, mentre il suo profumo si mescolava al mio in un’alchimia inebriante.
Continuammo a cercarci con le labbra finché, con un gesto esperto che tradiva una confidenza assoluta con il corpo femminile, mi sfilò l’abito.
Rimasi in intimo, avvolta solo dal pizzo nero del tanga e del reggiseno coordinato. I capezzoli, già turgidi come gemme, premevano prepotentemente contro la trama del pizzo, quasi lo volessero perforare. Non provavo un briciolo di imbarazzo; al contrario, sotto il suo sguardo che brillava di una palpabile bramosia, mi sentivo investita di un potere immenso.
«Sei bellissima,» sussurrò con voce roca, «ma ho voglia di vedere ogni singola sfumatura di te.»
Lo accontentai senza esitare: slacciai il reggiseno e lo lasciai scivolare a terra; i seni, piccoli e sodi, parvero offrirsi da soli ai suoi occhi ipnotizzati.
Li contemplò come un’opera d’arte, poi iniziò a massaggiarli e a baciarli, alternando morsi leggeri a succhiate profonde che mi strapparono gemiti incontrollati: la sua bocca scese, tracciando una scia di fuoco sul ventre piatto, puntando sempre più in basso, verso il nucleo del mio desiderio.
Quando raggiunse il tanga, lo sfilò: ero completamente nuda, esposta alla luce tremula del camino, in una vulnerabilità che non aveva nulla di fragile.
Al contrario, ero onorata di offrirmi come una schiava al suo sguardo: Bruno scrutò ogni singolo centimetro, scatenando in me una scarica di piacere mai provata prima. Le mie gambe tremavano vistosamente, e la fica era ormai fradicia di umore; le labbra bruciavano, ancora arrossate dall'irruenza dei suoi baci.
Sdraiata, lo osservai liberarsi dei pantaloni con gesti decisi: la vista del suo cazzo imponente, in erezione, mi tolse il fiato.
Allungai la mano per toccarlo, sentendomi una puttana in calore travolta da una voglia matta di assaporare quell’imponente cappella che prometteva estasi proibite. Guardandolo dritto negli occhi, gli feci un pompino, decisa a farlo impazzire.
Leccavo quel magnifico palo di carne da cima a fondo, soffermandomi a succhiargli le palle, grosse e lisce: udivo il suo respiro farsi sempre più corto e roco.
Poco prima di raggiungere il culmine, afferrandomi per i fianchi con forza, mi sollevò di peso per poi impalarmi delicatamente.
Entrò con una lentezza esasperante, facendomi affondare le unghie nelle sue braccia, man mano che sentivo la fica riempirsi completamente. Il suo cazzo era così grosso da darmi quasi una sensazione di soffocamento, un piacere invasivo che dominava ogni mio senso.
Ci muovemmo come in una danza di passione, che ci trascinò rapidamente verso l'abisso. Gemetti a lungo, in preda a un magnifico orgasmo, sentendo il ventre inondarsi di una lunga sborrata.
Sognante, in quel momento avrei voluto fermare le lancette del tempo, impedendo a quell'estasi di svanire.

Rimanemmo a lungo abbracciati, godendo del calore reciproco dei nostri corpi: ci scambiammo effusioni intrise di una tenerezza inaspettata e di passione residua, un intreccio di desiderio e dolcezza che rendeva quell'intimità qualcosa di esclusivo; un segreto che apparteneva solo a noi due.
Si era fatto tardi, eppure l’idea di andare via mi pesava sul cuore: quando feci per rivestirmi, Bruno indicò un piccolo bagno celato dietro la boiserie, dicendo che avrei trovato asciugamani puliti e un accappatoio se avessi desiderato rinfrescarmi.
Avviandomi verso quel rifugio di marmo e specchi, lo ringraziai con la voce leggermente incrinata dall'emozione.
Avevo le labbra turgide e arrossate, i capelli scompigliati. Il mio corpo sembrava ancora emanare il calore di quell'incendio, ed ero, senza ombra di dubbio, la donna più felice del mondo.
Uscii dal bagno e mi rivestii lentamente; l’abito conservava la fragranza di Bruno, mentre ogni fibra del mio essere restava pervasa da un desiderio che non accennava a placarsi

Il viaggio di ritorno trascorse in un silenzio quasi malinconico. Seduta accanto, ne percepivo il profumo fondersi con quello che mi era rimasto addosso: un’alchimia di desiderio, sudore e segreti condivisi.
In cuor mio, un dubbio insistente scatenava un timore capace di farmi tremare: e se, dopo avermi avuta, non ci fossimo più rivisti? Era una paura irrazionale, eppure pulsava forte. Mi odiai per quel bisogno viscerale di piacergli, per la bramosia di restare la sua amante per sempre.
Come se intercettasse i miei pensieri, chiese quando sarebbe rientrato Tommaso e quando avremmo potuto rivederci.
Quella domanda, così essenziale eppure densa di promesse, accese in me una felicità talmente pura da risultare incontenibile. La mia bocca si aprì in un sorriso largo, quasi infantile; sentendomi una donna pienamente desiderata.
Cogliendo la mia gioia, carezzò la mia guancia con estrema dolcezza, accennando una risata leggera e complice che mi fece sciogliere.
Senza riflettere, gli afferrai la mano e la strinsi a me, premendola contro il viso; in quel gesto era racchiusa tutta la mia gratitudine, il desiderio di appartenergli.

Per evitare sguardi indiscreti, si fermò a una distanza di sicurezza da casa; e come ultimo atto di riguardo, rimase ad aspettare finché non varcai il portoncino d’entrata.
Un vero signore, che conosceva perfettamente l’arte di trattare una donna.
scritto il
2026-03-29
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